Archivio Tag | "Trentaduesima settimana"

Caratterino

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In questi giorni non so che ti prende ma sei vigorosa come un giocatore di rugby intenzionato ad uscire dalla mischia e a fare punto. Ti muovi vigorosa, forte, e a tratti anche agitata. Che succede là dentro? Ci stai scomoda? Vuoi parlare con qualcuno? Ti annoi? Non è più questione di posizione, lo sento, vuoi proprio dirmi qualcosa. Se per qualche ora ti ignoro, e nessuna mano si posa sulla pancia, sai come reclamare le tue attenzioni. Dovrei forse studiare il codice morse. Adesso hai parti appuntite e dure che se si muovono all’improvviso verso l’esterno fanno parecchio male. A volte concedi spettacolini da circo in cui tutta la pancia balla visibilmente. Ieri mi è sembrato di toccare un culetto… una parte larga e non troppo dura, sporgente ma non troppo lunga: non ho resistito, le ho affettuosamente dato sopra due boffette! Ti stai girando, ragazzina? Non sarebbe ora di non essere più podalica? Aspetto di vederti nell’ecografia che faremo tra qualche giorno, intanto ci sei tu che ti fai vedere “in superficie”.

Questa è una famosa immagine che ho tante volte visto su internet di cui non conosco l’autore.

Questo è il link da cui l’ho presa, se qualcuno ne conoscesse la proprietà pregherei di farmelo sapere.

Count-down

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In questi giorni i gruppi che frequento cominciano a decimarsi. Donne che si ritirano, donne che partoriscono, donne che decidono di concedersi maggiore riposo dopo qualche contrazione in più. Comincio a sentirmi un pò sola. Non c’è niente di peggio che restare ultima (o quasi) nella cerchia di partorienti che frequenti: cominci ad invidiare loro che già ne sono fuori anche se sai che hanno cominciato un capitolo non di certo facile, e la tua panciona che cresce ti sembra ancora più difficile da portarti dietro pensando che loro non la sentono già più. Vorrei che qualcuna di loro mi rassicurasse, dopo esserci passata ma temo che una domanda di troppo significherebbe un “non sai che ti aspetta”: a certe donne piace così tanto vestirsi del ruolo di “chi la sa lunga”, anche se in alcuni casi è “lunga” solo poche ore o giorni!
Chi non ha la pancia si organizza per le vacanze estive: quelle vacanze che noi non faremo, in vista di una lista di ragionevoli precauzioni che è lecito pensare di seguire almeno nell’ultimo periodo di gravidanza. Questo mi intristisce un pò, perché so che il parto non è un traguardo ma una partenza, e non ci sarà un “dopo” in cui è possibile rilassarsi.
Le mie ossa scricchiolano, la schiena minaccia di cedere ma ancora non molla, il mio corpo si piega sotto ulteriori deformazioni, a volte temo di non riuscire a resistere.
Il counter ha cominciato a scorrere verso il count-down, e i giri cominciano a diventare più stretti, le cose non rimandabili, i pensieri più densi.
Da qualche giorno mi sembra di scrivere sentendo la mia voce su queste pagine virtuali come un io-narrante che mi racconta. E’ da un pò di giorni che mi chiedo il senso di tante cose, che mi chiedo come finirà questa storia, chi continuerà a leggermi sino alla fine, in questi ultimi giorni, se mi mancherete dopo che tutto sarà finito, e soprattutto cosa scrivere in questi momenti in cui il tempo sembra rallentare e le parole cominciano a diventare più liquide. Le sensazioni sono chiare, ma diffficili da tradurre in parole, come se il tempo dilatasse le forme e le rendesse un pò sfuggenti ad un primo sguardo.
La fine della gravidanza ha un ritmo tutto suo che non somiglia a niente che io abbia mai vissuto finora. C’è una velocità frenetica che sembra immobile (ma è tutto l’opposto): mente lo scrivo, mi torna in mente il paradosso che su tanti temi ho vissuto sin dall’inizio. Chi ha già partorito forse capirà di cosa parlo.
Il mio tono dell’umore è generalmente buono, forse meno angosciato se mi guardo indietro e ripenso ad altri momenti, ho la sana e dovuta paura di affrontare qualcosa di nuovo e sconosciuto come il parto. Solo i dolori che arrivano più forti e la mancanza di ferie mi angosciano più profondamente, ma sono transitori i primi, inevitabile la seconda.
Nuotare (quando riesco ad andare) mi aiuta molto: mi fa sentire “normale”, “com’ero prima”, “senza pancia”, allevia quel peso insopportabile che ormai sento ovunque, persino sugli organi interni quando sono sdraiata. A questo però corrisponde un nuovo senso di concretezza di mia figlia che adesso comincia a diventare qualcuno con cui poter parlare, e che risponde in modo decisamente interattivo alle sensazioni sulla pancia. Se nei primi giorni della gravidanza nemmeno sapevo di essere incinta, ed era impossibile sentire la simbiosi che una creatura così minuscola stabilisce con il corpo di sua madre, se nel secondo trimestre la differenziazione tra ciò che ero io e ciò che era lei è diventata più evidente, se finora tutti i nostri ritmi sono stati diversi e quasi opposti (sonno-veglia, stasi-movimento), ora sembra essere iniziata una collaborazione in vista del “traguardo finale”. Come se entrambe avessimo capito che c’è qualcosa che inevitabilmente dobbiamo fare “insieme”, e che tantovale collaborare, nell’interesse reciproco. Al di là della battuta ironica, ho la sensazione che qualcosa si stia preparando ad andare in una direzione diversa, che le energie si convoglino, che le cose (sembra banale dirlo in un periodo di cambiamenti continui) stiano cambiando. Cambiare: sì, ancora, per l’ennesima volta. Per una come me che ha sempre temuto i cambiamenti, questo momento di vita è un continuo stravolgimento degli assetti, e se non dimenticherò tutto appena completata la mia metamorfosi (cosa che non mi auguro) avrò almeno imparato a fare i conti con l’imprevedibile incertezza  prevista dall’avventura della crescita.

Corso preparto – quarta puntata

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L’incontro con il caposala, l’Ostetrico. Sì, nel mio ospedale è un uomo, dall’aspetto di una certa esperienza, dai modi sicuri ma non rudi, dal fare confortante ma deciso. Si è presentato alla lezione sul post-parto accompagnato da un altro ostetrico uomo (l’intento è sempre quello di farci familiarizzare con tutto il personale) che a vederlo sembrava Big-Jim stile palestrato e “quanto sò figo”. Sembrava giovincello, eppure durante la lezione abbiamo scoperto che è già padre di due figli: questo mi ha fatto riflettere sul fatto che spesso l’apparenza inganna, e spero che questo giochi a mio vantaggio.
Non sto dicendo nulla sulla lezione, vero? Sì, lo so, ma in realtà di questa lezione non c’è molto da dire. Ha parlato dei dolori da aspettarsi, tutti annoverati sotto l’etichetta di “non temete, è normale” (il fatto che sia normale li rende meno dolorosi?).
Dopo il parto, come detto altrove, si trascorrono due ore in osservazione prima della dimissione dalla sala-parto, periodo in cui il bimbo sta su una culletta termica, e se non ci sono complicazioni si sta accanto: “Piacere di conoscerti, io sono la mamma, bella giornata vero?”.
Subito dopo il parto e nei primi giorni di degenza vengono effettuati dei controlli fisici e delle perdite ematiche, che a sentir parlare loro non sono niente di eccessivo, li hanno paragonati ad un lungo ciclo mestruale (chissà perché parlano del post parto come se fosse una passeggiata), e viene verificata la cicatrizzazione di eventuali punti.
La sensazione che mi rimane alla descrizione di tutte le manovre fatto al bimbo nelle primissime ore di vita (taglio del cordone, termoregolazione, disinfezione degli occhi, valutazione dell’indice di Apgar, etc) è quella di una certa angoscia. Lo so che tutto viene fatto nel bene del bambino, ma l’idea che lo sbalzo da dentro a fuori sia talmente drastico è qualcosa che mi mette inquietudine: da assenza di peso, temperatura costante, assenza di ogni bisogno, ad un modo così difficile…

C’è un desiderio buffo che riguarda le prime ore dopo il parto, che avanza dentro di me; forse è serio, forse invece serve a sdrammatizzare: sto progettando cosa chiedere come primo pranzo dopo la nascita di mia figlia!

 

 

 

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