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Se lo ami, legalo: uniamoci per la sicurezza dei bambini

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Eccomi. Rientrata nel mondo delle connessioni funzionanti, mi unisco ad un’iniziativa a cui tengo molto e che ho fortemente voluto insieme ad alcuni amici speciali della Rete.

Una mattina ero in coda, come al solito. Nella fila accanto alla mia ho visto sfilare, in ordine: una mamma alla guida con accanto una nonna con IN BRACCIO UN NEONATO. Una mamma che si pettinava con un tre-quattrenne al massimo AFFACCIATO TRA I SEDILI ANTERIORI. Un papà con un bambino di quattro anni al massimo seduto al posto passeggero, con la cintura di sicurezza (bravo, bravo. Lo sai che per legge fino ai 150 cm la cintura non basta? E l’hai disattivato l’air bag? No perchè lo sai che se vai a sbattere l’air bag gli spezza il collo, lo sai vero?).

Ecco, io quando vedo queste cose scenderei dalla macchina approfittando del traffico, aprirei quelle portiere una a una ed urlerei, ma lo sapete cosa state facendo? Non escludo di farlo, uno di questi giorni: con i parti e con l’età i freni inibitori si allentano paurosamente (altro che pavimento pelvico).

Ecco cosa stiamo facendo:

- 18.500 bambini che hanno perso la vita negli ultimi dieci anni sulle strade dei 27 Paesi dell’Unione Europea
- 17.000 bambini feriti nello stesso periodo (fonte “European Transport Safety Council”)
- In Italia durante il 2009: 177 bambini feriti e 57 morti (fonte ASAP)

Quel giorno ho postato un appello su Facebook – “per favore ragazzi, non fatelo” – a cui molte mamme hanno risposto convinte. Ma non basta…. Seguendo un’idea lanciata da Farmacia Serra al Mom Camp, insieme a Genitori Crescono abbiamo detto: facciamola noi. Facciamo la nostra campagna per la sicurezza, e il nostro banner. Non c’è capriccio o urlo che tenga,  e non esiste la pigrizia dei “brevi tragitti”. Se non è ben legato questa macchina da oggi non si muove. E basta.

 Per aiutarci a diffondere questa iniziativa puoi :
– inserire il banner nel tuo blog
– condividere questo post tra i tuoi amici su Facebook, Twitter o altri social network
– parlarne con i tuoi amici e parenti con figli

Per inserire il banner, copia uno dei codici qui sotto:

I blog per la sicurezza

grande:
<a href="http://www.veremamme.it/learning-veremamme/2010/7/3/se-lo-ami-legalo-uniamoci-per-la-sicurezza-dei-bambini-1.html"><img src="http://genitoricrescono.com/wp-content/uploads/banners/sicurezzaDef.jpg" width=200px alt="I blog per la sicurezza" ></a>

piccolo:
<a href="
http://www.veremamme.it/learning-veremamme/2010/7/3/se-lo-ami-legalo-uniamoci-per-la-sicurezza-dei-bambini-1.html"><img src="http://genitoricrescono.com/wp-content/uploads/banners/sicurezzaDef.jpg" width=150px alt="I blog per la sicurezza" ></a>

 

Le classi di seggiolini previsti dalla normativa italiana sono:

Gruppo 0 – dalla nascita a 10 kg – dalla nascita fino a 9 mesi circa
Gruppo 0+ – dalla nascita a 13 kg – dalla nascita fino a 12 mesi circa
Gruppo 1 – da 9 a 18 kg – da 8 mesi a 4 anni circa
Gruppo 2 – da 15 a 25 kg – da 3 a 6 anni circa
Gruppo 3 – da 22 a 36 kg – da 5 a 12 anni circa

I seggiolini devono essere posizionati contromarcia fino a 9 chilogrammi di peso, e raccomandiamo di disattivare l’airbag nel caso il trasporto avvenga sul sedile anteriore, mentre dal decimo chilo in poi il seggiolino potrà essere alloggiato nel senso di marcia.

Fino a 18 chilogrammi si devono usare solo i seggiolini, ma quando il bambino supera questa soglia potrà essere trasportato su un adattatore: si tratta, lo ricordiamo, di piccoli sedili che sollevano il corpo del bambino e permettono di usare le cinture di sicurezza dell’auto, che dovranno passare sotto le alette poste ai lati, in senso longitudinale al torace.

Violenza psicologica: lo stalking

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a cura di Silvia di GenitoriCrescono, avv.penalista ed esperta di diritto di famiglia

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Chi è lo stalker

Lo stalker non è un semplice molestatore. Lo stalker è una persona, spesso con profondi disagi personali, che sfoga le proprie frustrazioni perseguitando un’altra persona di cui ritiene di essere profondamente innamorato, ma della quale vuole soltanto il controllo ed il possesso.
Difficilmente lo stalker è un estraneo: frequentemente si tratta di un ex, che prova un patologico rifiuto per la perdita del proprio partner ed innesca una serie di comportamenti ossessivi e persecutori, nell’illusione di poter ancora mantenere un legame.
Questi comportamenti nella vittima ingenerano paura, ansia, stress, stravolgimento della vita privata e di relazione, problemi nei rapporti sociali e nel lavoro, fino a provocare depressione e malattie di rilievo psichiatrico.

Lo stalker non è una persona che ne infastidisce un’altra.

Lo stalker segue la sua vittima in modo ossessivo; si fa trovare nei luoghi frequentati da chi è oggetto delle sue “attenzioni”; telefona insistentemente ad ogni orario (non è raro il caso di 100 telefonate al giorno); invia continuamente sms; è ossessionato dall’idea di comunicare con la vittima; interferisce con il lavoro della sua vittima (in alcuni casi provoca il licenziamento di chi subisce le sue pressioni, proprio per la sua continua presenza, anche eclatante, sul posto di lavoro); il suo comportamento evolve nell’ingiuria, telefonica o di persona e nella diffamazione (è frequente la “piazzata”); ulteriore evoluzione del suo comportamento è la minaccia, anche molto grave (si passa da “se non torni con me MI ammazzo” a “se non torni con me TI ammazzo”).

Peggio ancora, quando lo stalker ha figli con la vittima, le sue minacce coinvolgono molto spesso i bambini: “toglierli” all’altro genitore, rapirli o peggio ancora. Lo stalker arriva ad aggredire, picchiare e addirittura ad uccidere la persona che perseguita.

Si verificano anche casi di donne stalker. E’ comunque più frequente il caso di un uomo, ex-compagno o ex-marito o ex-amante, che pone in essere comportamenti di stalking nei confronti di una donna.
Dalla mia esperienza professionale (che quindi non può avere rilevanza statistica, perchè comunque numericamente limitata), ho rilevato che lo stalker è sempre una persona gravemente depressa oppure, oggi sempre più di frequente, una persona dedita all’uso di sostanze stupefacenti, in particolare di cocaina. L’uso di questa sostanza, infatti, dando la sensazione di onnipotenza e rendendo l’assuntore totalmente egocentrico, rende intollerabile l’accettazione del rifiuto da parte del partner.
Agendo, poi, sotto l’effetto di cocaina, non si è in grado di rendersi conto della portata dei propri gesti, quindi, per esempio, introdursi in casa, minacciare con un’arma, possono sembrare azioni “normali”, lecite e giustificate.

Quando lo stalker è un ex-amante, la vittima (in questo caso uomo o donna) per poter denunciare il proprio persecutore e difendersi concretamente deve necessariamente rendere pubblico il fatto di aver avuto un rapporto extraconiugale. Questo rende indubbiamente più difficile venire allo scoperto e le vittime tendono a sopportare nel più totale silenzio gli atti persecutori.

Quando, invece, lo stalker è un ex-marito o ex-compagno, spesso i comportamenti persecutori attuati sono più gravi, più pericolosi e molto più invasivi, soprattutto se coinvolgono i figli. In questi casi, quasi totalmente riferibili a donne vittima di persecuzione (forse perchè più facilmente le donne prendono l’iniziativa di chiudere un rapporto?), decidere di difendersi e reagire con gli strumenti giuridici adatti è reso più difficile proprio dalla presenza dei figli: le madri hanno timore che l’ex rivolga i suoi comportamenti violenti sui bambini e spesso non vogliono denunciare il padre dei propri figli per salvaguardarli.

Una nuova legge per un nuovo reato

Fino ad oggi la tutela contro i comportamenti persecutori esisteva, ma molto blanda. Si faceva rientrare la molestie nel reato previsto dall’art. 660 del codice penale “molestia o disturbo alle persone”: si tratta addirittura di un reato contravvenzionale, con pene previste molto leggere e con addirittura la possibilità di risolvere la questione con un’oblazione di poche centinaia di euro. Quando i comportamenti erano più pressanti, li si faceva rientrare nella previsione dell’art. 610 c.p. “violenza privata”, delitto di definizione piuttosto vaga e comunque punito spesso con pene lievi. E questo poteva considerarsi già un buon risultato. Solo quando i comportamenti erano diventati più gravi, si poteva ricorrere al reato di minacce, percosse o lesioni.

Il 23 febbraio 2009, con il decreto legge n. 11 (convertito nella legge n.28 del 2009), è stato aggiunto al nostro codice penale l’art. 612 bis, con il quale nasce il reato rubricato come “atti persecutori” e noto alle cronache come “stalking”.

Con questa legge è cambiato qualcosa?

Le leggi (a volte) non vengono promulgate per caso. La mentalità sta cambiando e si sta prestando maggior attenzione a questo fenomeno criminoso che sembra in aumento.
Il nuovo reato è così formulato: “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita.
La pena è aumentata se il fatto è commesso dal coniuge legalmente separato o divorziato o da persona che sia stata legata da relazione affettiva alla persona offesa.
La pena è aumentata fino alla metà se il fatto è commesso a danno di un minore, di una donna in stato di gravidanza o di una persona con disabilità [...], ovvero con armi o da persona travisata.
Il delitto è punito a querela della persona offesa. Il termine per la proposizione della querela è di sei mesi. Si procede tuttavia d’ufficio se il fatto è commesso nei confronti di un minore o di una persona con disabilità [...], nonché quando il fatto è connesso con altro delitto per il quale si deve procedere d’ufficio”.
La condotta del persecutore, identificata come molestie e/o minacce, è punita da questa norma quando è reiterata nel tempo e quando è tale da provocare forme patologiche contraddistinte dallo stress, di tipo clinicamente definito grave e perdurante, oppure “timore” per la propria sicurezza, oppure la costrizione a modificare rilevanti e gratificanti abitudini di vita.

I punti più rilevanti della nuova normativa, i più utili alla tutela delle vittime, sono:
- la possibilità di far richiesta di ammonimento al persecutore, prima di presentare la querela, perchè venga ammonito oralmente dal Questore: sembra poca cosa, ma si consideri che se il soggetto ammonito continua a molestare la sua vittima, si procede d’ufficio contro di lui e la pena è aggravata di almeno un terzo;
- se i comportamenti sono tali per cui si prevede la reitrazione, il soggetto può essere formalmente diffidato;
- è stata creata una misura cautelare personale coercitiva nuova: il divieto di avvicinamento a luoghi determinati, o l’obbligo di mantenere distanza da luoghi o dalla vittima, dai suoi prossimi congiunti, familiari, persone legate da relazione affettiva;
- è stata estesa al 612 bis l’intercettazione telefonica, o di conversazioni o di altre forme di comunicazione;
- il termine per presentare querela è di sei mesi piuttosto che di tre.

La legge è operativa da marzo di quest’anno, quindi in sostanza l’abbiamo osservata “all’opera” da un paio di mesi. I primi vantaggi in realtà sembrerebbero vedersi: ho personalmente assistito una cliente il cui “aguzzino” è stato arrestato e, sebbene rilasciato (ma ovviamente il processo prosegue), sottoposto a provvedimento cautelare con divieto di avvicinamento a lei e al figlio. Inoltre, parlando con un Pubblico Ministero (donna) particolarmente attento al problema, notavamo come il risalto mediatico dato alla legge, sia stato in qualche caso, un deterrente a proseguire nel comportamento persecutorio: qualche stalker, avendo recuperato per qualche istante un po’ di lucidità mentale, si è reso conto che andava incontro a guai giudiziari piuttosto seri ed ha interrotto le sue azioni.

Il vero vantaggio è che ora esiste uno strumento specifico e non bisogna compiere un “collage” di altri reati per comporne uno: è più facile agire, più agevole, più preciso.
Certo, non sarà questa legge a “convertire” operanti delle Forze dell’Ordine superficiali o disattenti, ma vorrei far sapere a tutti
che, quando si presenta una denuncia-querela, presso una stazione dei Carabinieri o un Commissariato, questa DEVE essere recepita da chi ne è incaricato. Non fatevi mandare via, non permettete che venga sminuito il pericolo in cui versate.
Proprio per responsabilizzare chi riceve denunce in merito a questo reato, è stata introdotta la seguente norma: “Le forze dell’ordine, i presidi sanitari e le istituzioni pubbliche che ricevono dalla vittima notizia del reato di atti persecutori [...] hanno l’obbligo di fornire alla vittima stessa tutte le informazioni relative ai centri antiviolenza presenti sul territorio e, in particolare, nella zona di residenza della vittima.
Le forze dell’ordine, i presidi sanitari e le istituzioni pubbliche provvedono a mettere in contatto la vittima con i centri antiviolenza, qualora ne faccia espressamente richiesta”.
Ancora una volta ho cercato informarvi perchè si sappia che si può sempre fare qualcosa, che tollerare, sopportare, fuggire, vivere nella paura non è giusto e può essere evitato.

Silvia Tropea di Genitori Crescono

Violenza psicologica e maltrattamenti in famiglia: cosa fare?

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Tutto è partito da un  post di qualche settimana fa, in cui parlavo di violenza psicologica in famiglia. Silvia di Genitori Crescono, che è avvocato penalista e si occupa di diritto di famiglia, mi ha lasciato un bellissimo commento. Ci siamo sentite, e le ho proposto di scrivere qualcosa per Veremamme sull’argomento, in modo da prendere coscienza del problema, chiarire alcuni termini e concetti, e soprattutto cercare di spiegare quale tutela offre il nostro ordinamento giuridico contro comportamenti di violenza psicologica attuati in famiglia (maltrattamenti in famiglia) e provenienti dall’esterno (stalking).

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Quando si parla di violenza su donne e minori di solito si pensa  alla violenza fisica, quella delle mani addosso, quella dello stupro ad opera dello sconosciuto o di colui che è fin troppo conosciuto, quella delle botte ai bambini e quella delle donne che al pronto soccorso dicono al medico di essere inciampate sulle scale.

Ma cos’altro è violenza? Quali sono le altre forme più subdole e striscianti di pressione, di privazione di occasioni e di un futuro, di castrazione psicologica, che si offrono ai bambini e alle bambine, poi uomini e donne?

La violenza psicologica familiare, quella di cui ci parla il filmato da cui è partita la mia riflessione, è un comportamento più diffuso di quello che si pensi.

Parte dall’infanzia, dal rapporto con i genitori, dalla famiglia d’origine e poi si evolve verso rapporti affettivi che tendono a riprodurre quei meccanismi violenti. Dove l’amor proprio, l’autostima e la capacità di autodifesa, muoiono da piccoli, sotto i colpi delle liti tra genitori liberamente sfogate davanti ai bambini, sotto i colpi di genitori sconfitti che non sanno far altro che deprimere i figli per non sentirsi perdenti, sotto i colpi di un padre o di una madre che insultano senza freni l’altro genitore, sotto i colpi delle depressioni e delle dipendenze, la ricostruzione della propria persona diventa spesso un’impresa impossibile.

Quando si riconoscono segnali e sofferenze di questo tipo è giusto e sano tutelarsi e tutelare i propri figli.

Il nostro diritto penale prevede il reato di “Maltrattamenti in famiglia o verso fanciulli”, che è così definito dall’articolo 572 del codice penale: “Chiunque, (…) maltratta una persona della famiglia, o un minore degli anni 14, o una persona sottoposta alla sua autorità, o a lui affidata per ragioni di educazione, istruzione, cura, vigilanza o custodia, o per l’esercizio di una professione o di un’arte, è punito con la reclusione da uno a cinque anni”.

La pena è aggravata se dal fatto derivano lesioni personali o la morte.

Come si può facilmente dedurre la definizione del reato nasce in un’altra epoca storica, ed è particolarmente orientata al maltrattamento come violenza fisica. La formulazione generica delle norme, però, è in molti casi da considerarsi un vantaggio, perchè permette di adeguarle ai tempi e all’evoluzione della società.

Oggi, grazie alle migliaia di sentenze in merito, il concetto di “maltrattare una persona della famiglia” si è evoluto in più direzioni.

Innanzi tutto comprende senza dubbio il maltrattamento morale, psicologico, la vessazione, la causazione di sofferenze non fisiche.

Costituisce maltrattamento, per fare degli esempi, far assistere un bambino alle liti violente dei genitori; insultare costantemente una donna, anche in presenza dei figli; costringere un bambino a parteggiare per uno dei genitori; ma anche ignorare un bambino, disinteressarsene, abbandonarlo moralmente.

I comportamenti di questo tipo integrano il reato quando sono protratti, abituali, costanti.

Quindi non si parla di fatti episodici, che potranno ricevere tutela da parte di altre norme, ma di un’abitudine familiare, di un clima, di uno stato costante di vessazione, di un disagio prolungato nel tempo.

Si parla dell’esistenza di un vero e proprio sistema di vita di relazione familiare abitualmente doloroso ed avvilente provocato proprio con intento persecutorio.

Per capirci, una lite familiare, anche violenta, con insulti pesanti, non può da sola configurare il reato di maltrattamento, che è essenzialmente un’altra cosa: è una soggezione morale o fisica continuata di un membro della famiglia ad un altro.

Il reato si configura nell’ambito di ogni entità definibile come famiglia, di diritto o di fatto, anche a prescindere dalla convivenza.

Quindi riguarderà anche la vessazione che deriva da un ex-coniuge o ex-compagno, o da un genitore separato non convivente, o da un genitore dopo che il figlio si è allontanato dalla famiglia di origine (o anche al contrario, da un figlio ad un genitore).

Quando dunque i comportamenti vessatori all’interno di un nucleo familiare, raggiungono livelli allarmanti, pericolosi, dannosi per qualsiasi membro della famiglia, è possibile denunciare il fatto come maltrattamento.

Quindi è possibile per una mamma denunciare i maltrattamenti che subiscono i suoi figli, così come quelli che subisce in prima persona, da parte del compagno o dell’ex-compagno; è possibile per una donna, come per un uomo, denunciare il compagno/a o l’ex-compagno/a o un padre o una madre per le vessazioni che si subiscono in casa; è possibile che un genitore denunci un figlio (casi emblematici e frequenti sono quelli di denunce da parte di genitori anziani o con figli tossicodipendenti).

Non nascondiamoci dietro ad un dito: proprio perchè la vittima è in uno stato di vessazione e soggezione, a volte non riconoscibile dalla vittima stessa, uscire allo scoperto e denunciare è molto difficile. Sorge la paura di non essere creduti, di non essere considerati dall’autorità cui ci si rivolge, il timore che le reazioni della persona che infligge il maltrattamento peggiorino, si insinua la vergogna, la convinzione, in fondo, di essere causa di quei comportamenti violenti. Il tutto è reso più difficile dal rapporto di convivenza sotto uno stesso tetto.

Spesso accade realmente che non solo le Forze dell’Ordine, ma anche i Servizi Sociali ed i Centri antiviolenza, non diano sostegno adeguato.

Il messaggio che però vorrei offrire è proprio questo: una tutela esiste ed è possibile mettere in movimento una macchina che produrrà un risultato.

Oltre ed a fianco di denunce del genere, se i maltrattamenti sono compiuti nei confronti di bambini, è possibile ricorrere al Tribunale per i Minorenni.

Laddove sia un genitore a compiere abituali vessazioni contro un figlio, l’altro genitore o i parenti prossimi, possono intervenire chiedendo al Tribunale per i Minorenni la decadenza della potestà genitoriale (in caso di comportamenti molto gravi) ed il conseguente allontanamento dalla casa familiare di chi compie i maltrattamenti.

In sede di separazione personale tra i coniugi, è possibile ottenere l’affidamento esclusivo dei figli se questo risponde al loro interesse e la frequentazione con il genitore che abbia tenuto comportamenti violenti può essere interrotto o regolato con incontri protetti.

Quando i genitori non coniugati abbiano cessato la convivenza, sarà ancora il Tribunale per i Minorenni a prendere provvedimenti sull’affidamento dei bambini, in caso di richiesta di affidamento esclusivo ed a stabilire misure che limitino l’incontro o la frequentazione con un genitore.

Va ricordato, infine, soprattutto a beneficio delle donne che non lavorano, che in questi casi c’è maggior possibilità di ottenere il Patrocinio a spese dello Stato per il pagamento degli onorari legali. Infatti la Legge prevede un tetto di reddito al di sotto del quale si può beneficiare del patrocinio, ma deve intendersi il reddito familiare, cumulo di tutti i redditi presenti in famiglia. Quando si agisce, sia in sede civile che penale, nei confronti di un familiare, i redditi di questo non si cumulano con i propri, quindi una casalinga avrà diritto ad accedere al patrocinio a spese delle Stato anche se il reddito del marito o compagno supera quello stabilito.

La fase più difficile è la decisione di reagire allo stato di prostrazione psicologica cui si è soggetti: serve determinazione e coraggio e si intraprende una strada spesso dolorosa, ma gli strumenti ci sono ed un meccanismo di “guarigione” si può innescare.

questo è un post scritto da Silvia di Genitori Crescono

Depressione e ansia post-partum – a cura di "La casa Rosa"

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SINTOMI COMUNI:
· Nervosismo, ansia, panico.
· Fiacchezza, astenia, stanchezza.
· Tristezza, depressione, mancanza di speranze.
· Alterazioni del sonno e dell’appetito.
· Poca concentrazione, confusione, perdita di memoria.
· Preoccupazione eccessiva per il bambino.
· Pianto incontrollato, irritabilità.
· Mancanza d’interesse per il bambino.
· Senso di colpa, di inadeguatezza e disistima.
· Paura che qualcosa di brutto possa accadere a sé o al bambino.
· Paura a rimanere sola con il bambino.

Una donna che ha disturbi emotivi nel post-partum può provare uno o una combinazione di questi sintomi. I sintomi possono essere di intensità da lieve a grave.
Possono intervallarsi tra giorni buoni e giorni cattivi. Nonostante i sintomi possano variare a seconda della donna, sono sempre disagevoli e mettono la donna nella condizione di chiedersi se mai un giorno tornerà quella di prima.

M A T E R N I T Y B L U E S
Fortunatamente non tutte le reazioni emotive del post-partum sono gravi. A questo proposito, la “Maternity Blues” è una reazione piuttosto comune che insorge a pochi giorni dal parto, solitamente al terzo o quarto giorno. Dal 50 al 75% delle nuove mamme si sente giù dopo l’esperienza pesante del parto. I sintomi possono includere il pianto senza un’ apparente ragione, l’impazienza, l’irritabilità, la stanchezza e l’ansia. I sintomi della “Maternity Blues” sono disagevoli per un breve periodo, solitamente scompaiono, qualche volta come sono insorti. Le nuove mamme hanno bisogno di riposo e aiuto nella convalescenza.

LA PSICOSI POST-PARTUM
La psicosi post-partum è la reazione più grave, e fortunatamente più rara. Ha un’incidenza dello 0,1%, solitamente entro le prime 2 settimane dal parto. I sintomi possono includere insonnia grave, allucinazioni, deliri, sentimenti bizzarri e comportamenti inadeguati. La psicosi post-partum ha una buona risposta alla terapia farmacologica, ma va trattata in ambito di ricovero e richiede interventi d’emergenza.

REAZIONI EMOTIVE POST-PARTUM
Dopo la nascita del bambino una vasta gamma di emozioni può insorgere. Spesso sono le tanto attese emozioni di gioia e entusiasmo, che accompagnano il pensiero: “anche questa è fatta”. Le mamme possono anche sentirsi sovraccariche, tristi, insicure, frustrate e ansiose. Prendersi cura del bambino è un duro lavoro.
Nonostante sia stata preparata e aspetti con ansia la nascita del proprio bambino, adattarsi a tutti i cambiamenti può essere estremamente stressante.
Le nuove mamme hanno bisogno di sentirsi appoggiate.
Un supporto sia pratico che emotivo, è per loro essenziale.

CHI È COLPITO E PERCHÉ
Anche se ha avuto precedenti esperienze post-partum, ogni donna che ha avuto un bambino nell’ultimo anno può essere colpita, a prescindere dall’ età, dallo stato civile ed economico e dal background culturale. Possono essere molte le cause che contribuiscono alle reazioni post-partum.
Tutte le mamme condividono le stesse preoccupaziqni, lo stato emotivo di ogni mamma è fatto di una combinazione di influenze psicologiche, biologiche e sociali soggettive.
Se una nuova mamma è emotivamente stressata, è importante capire che questi sintomi non sono un segno di debolezza o inadeguatezza.

TRATTAMENTO
È stato dimostrato che ogni intervento riduce la gravità e la durata dei sintomi disfunzionali. Il trattamento dei sintomi dello stress da post-partum varia a seconda della durata e dell’intensità dei medesimi. Tutti i sintomi, dal lieve al grave, sono temporanei e trattabili con adeguato supporto e quando necessario, anche con un intervento di tipo farmacologico. Per questo siamo nate, per stare con te e le altre mamme come te, per poterti accompagnare a sentirti nuovamente felice.

Sapevi che il 45% delle nuove mamme ha confessato che i primi sei mesi dal parto sono stati più pesanti di quanto potessero immaginare? Mentre il 26% delle nuove
mamme ha trovato i primi sei mesi al pari delle loro aspettative e il 29% addirittura più leggeri delle aspettative?

COSA FA LA DIFFERENZA?
· Le nuove mamme hanno bisogno di molto aiuto e riposo.
· Durante la prima settimana a casa, le nuove mammedovrebbero provvedere solo a loro stesse e al neonato.
· Altre mansioni, come la preparazione dei pasti, pulire etc., dovrebbero essere svolte da altri.
· Dove e quando possibile è necessario riposare. Se il neonato dorme anche la mamma dovrebbe stendersi invece di fare la spesa o preparare i pasti per i parenti.
· Non si deve pretendere troppo da se stesse durante il post-partum. Meglio restare a casa dal lavoro tutto il tempo consentito.
· Far sapere agli altri, specialmente al papà del bambino, quanto sono importanti e quanto sia necessario il loro aiuto, soprattutto nei sei mesi dopo il parto.
· La nuova mamma dev’essere gentile con se stessa, lasciare che i letti siano da rifare, ordinare pasti take-away, trovare un ritmo nuovo e non prendersela per piccole cose.

Associazione La Casa Rosa

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