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I "top misunderstandings"

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Mi scuso per il titolo. Lo so, è orribile, ma tant’è: chi capita qui ogni tanto ci è abituato.

Il fatto è che tempo fa, in seguito a vari articoli, libri ed eventi riguardanti le mamme attive in Rete e il loro rapporto con la politica (per esempio l’ondata di ribellione contro la Gelmini) o con il marketing (per esempio la visita di M. Bailey e il suo interessante seguito di commenti), avevo pensato di fare un mio piccolo punto sui concetti e preconcetti che riguardano la… categoria – termine assolutamente improprio – delle mamme blogger in questo particolare momento storico, e  avevo cominciato a raccogliere qualche opinione. Compito un po’ improbo, quindi c’è voluto del tempo e il risultato non è comunque che una sintesi, che rende conto solo di pochi aspetti e nonostante questo finisce con l’andare lunga (come al solito, abbiate pazienza. Ultimamente o taccio del tutto oppure ho la logorrea).

Uno spunto interessante veniva da questo articolo di più di un anno fa, da noi  divenuto abbastanza attuale ora, che parla proprio dei luoghi comuni (o meglio “misconceptions”, fraintendimenti) che circondano le blogger.  E proprio nel parallelo tra blogger italiche e blogger americane risiede a mio avviso il nostro primo mito, è cioè che:

1. Le blogger americane sono professioniste scafate, mentre le italiane sono ingenue e  facilmente turlupinabili con “le astuzie del marketing”.
Che si senta il bisogno di un rapporto alternativo tra marketing e blog, laddove quelli americani sono spesso zeppi di pubblicità e gadget, è molto giusto, e più di un anno fa avevamo avuto una bella conversazione qui.
Ma da qui a considerare le blogger italiane facili prede di “persuasori occulti” nascosti tra le pieghe senza regole della nostra Rete…per fortuna, non funziona così. Funziona se una proposta è chiara, e le persone la accettano o la rifiutano secondo i loro personali parametri. Tutto qui, punto. Centinaia di messaggi promozionali e comunicati stampa vengono ignorati e cestinati da noi ogni giorno, mentre ci lasciamo coinvolgere in iniziative la cui base è la relazione tra persone: chiediamoci il perchè.

corollario razzista: il marketing è cattivo, i blog sono buoni. Come tutti i luoghi comuni che funzionano in bianco e nero, è falso. Solo le persone e il loro modo di lavorare fanno la differenza.

corollario ignorante: chi naviga e segue i blog è una povera disadattata isolata e quindi facilmente succube della pubblicità. No comment, passiamo oltre.

corollario etico o della regola dei “distinguo”: guadagnare con la pubblicità è legittimo purchè sia chiaramente distinta dal resto, mentre parlare di prodotti nel blog lo inquina. La pubblicità “tabellare” (banner, concorsi) è una cosa specifica ed è giusto che abbia i suoi spazi. Mentre parlare di prodotti e servizi che fanno parte della nostra vita, in modo libero e sincero, non inquina nulla. Lo facciamo ogni volta che recensiamo un libro che abbiamo letto e che ci ha preso, libro che a tutti gli effetti è un prodotto, oppure quando raccontiamo di come abbiamo scelto il passeggino. Invece, parlare di un prodotto perchè si aderisce a una campagna di buzz (a me per esempio il buzz in senso stretto non è mai interessato) è una scelta, e basta che sia dichiarata.
Da chiarire anche che un banner pubblicitario non fa svoltare le tue finanze e non rappresenta un serio sostentamento, a meno che tu non abbia un portale da milioni di visite, ma qui veniamo al punto successivo.

2. Il blog viene visto come una possibile fonte di guadagno, e lavorare da casa la soluzione ideale per mamme disoccupate o in crisi da conciliazione.
Questa è un’interpretazione, alimentata da un certo facile giornalismo di costume, che più mi dà fastidio, e che finisce per assimilare un blog all’ultima spiaggia delle lavoratrici precarie e/o casalinghe disperate. Primo, non a tutte piace lavorare da casa (affatto). Secondo, un blog non è la panacea rispetto a tutti i problemi di lavoro e conciliazione che stiamo affrontando. Come se per incanto, voila’, un pc di qua, un “downshifting”  di là, e via… Che figata. Ci sono mille motivi dietro un blog, ma non ci sono mai lavori a buon mercato. Offrire  informazioni, creare reti di supporto, far conoscere un’attività, parlare di esperienze che accomunano, vivere green… e una miriade di altri argomenti. E poi, c’è chi non ha un blog per sviluppare reti nè attività, ma per motivi intimi e personali: uno spazio per sè, una libertà di espressione che altrove non c’è, un anonimato rassicurante o un mondo di nuove amicizie. Ma la loro vita lavorativa è “altro”, trasformare il blog in un guadagno o in una fonte di visibilità non è assolutamente nelle loro intenzioni e prospettive, e quando avvertono questi ingranaggi si sentono a disagio. A queste persone, i discorsi fatti sub punto 1 non interessano un fico secco, e a ragione. E l‘etichetta di mamma blogger, su cui a lungo disquisimmo qui, meno ancora.
Lo scenario più realistico è “solo” che tra i contatti generati da un blog e coltivati con amorose attività di relazione e network si generino visibilità e opportunità professionali: se sai scrivere, ma anche se sai disegnare, se sai arredare un giardino, se sai cucire vestitini, per dire. Questo è qualcosa di buono e valido, in cui, se se ne ha voglia, vale la pena investire, perchè funziona. Mi è capitato personalmente di mettere in contatto delle brave scrittrici, che non avrei mai conosciuto senza i loro blog, con qualche azienda che aveva bisogno di realizzare progetti editoriali (remunerati) e spero che, in un’ottica di collaborazione e stima, questo capiti sempre più spesso.

Corollario pernicioso: se sei brava diventi ricca e famosa (che invidia).
Trasformare un blog in una fonte di guadagno diretta è un lavoro lungo, un profondo fossato, come ha spiegato molto bene Jolanda. Eppure ci piace sempre credere nelle favole, e immaginare che la “rivelazione” dell’anno scriverà un libro, e cambierà la propria vita.
Chiediamo a Wonder se si sente così, oppure a Piattini che scrive per lavoro da un bel po’, a Mammamsterdam che ha scritto un libro bellissimo, oppure a Luana, che ha varie pubblicazioni all’attivo e ha pure vinto il premio Massimo Troisi 2009. Citate solo poche di tutte quelle che mi vengono in mente, ma so che qui intorno ci sono solo persone che lavorano, si reinventano duramente ogni giorno, e non credo che si montino la testa perchè qualche migliaio di persone le sta leggendo: la vita non è mai una passeggiata per nessuno, sono ben altri i nostri pensieri.

3. Le mamme blogger si lasciano facilmente comprare da prodotti gratis.
Il punto è totalmente mal posto,  anzi apodittico si direbbe in gergo forense, perchè nessuno si fa “corrompere” da nessuno. Alcune mamme della Rete considerano l’accesso a prodotti gratis come un’opportunità da cogliere, ma solo se il prodotto in questione è per loro utile, significativo e interessante., oppure se tutta l’operazione suscita curiosità, diverte, e così via. In questo caso rispondono, giustamente, che per loro non c’è nessun inganno e nessun problema.
Uno dei primi esempi lo abbiamo avuto proprio su VereMamme un anno fa: 15 blogger che, guarda caso, stavano allattando con il caldo e il mal di schiena, hanno ricevuto un cuscino da allattamento e l’hanno raccontato insieme: pro, contro, battute e suggerimenti. Alcuni subito accolti dall’azienda.
Il range di motivazioni e l’etica dello scambio/dono, nel partecipare ad azioni come queste, è in realtà molto più ampio e complesso di quello che vuole vedere chi parla di corruzioni, e con il tempo le aziende che offrono prodotti gratis (ovviamente per averne un ritorno) saranno in grado di relazionarsi sempre meglio con le persone e le loro motivazioni nell’accettarli, per renderlo uno scambio gratificante per entrambi. Magari lo capirano proprio attraverso i suggerimenti di quelle stesse persone (sta già accadendo, nulla mai è perfetto, ma sta accadendo).

4.  Le mamme blogger scrivono di problemi di educazione e crescita dei bambini, e sono esperte di prodotti per l’infanzia.
Neanche per sogno, cioè mica tutte. Intanto basta darsi un’occhiata intorno (proprio QUI dentro intendo). Quando ricevo qualche mail accorata su alcuni problemi “tecnici” come tette e biberon declino e reindirizzo dolcemente: non sono un’esperta. L’articolo citato nota giustamente che, se ci limitassimo a questa cerchia ristretta di argomenti, ci sarebbe un ricambio continuo di blog di mamme, man mano che i bimbi crescono, e non è così. Ci sono molte più donne e molti più interessi in ballo (dai fumetti alla politica) della pappa e della nanna. Vivaddio.

Potremmo continuare l’elenco, ma soprattutto i commenti all’elenco (niente è scritto nella pietra, sono solo le mie opinioni) e mi piacerebbe che lo faceste voi. Ma mi sa che siete al mare, vero? Magari ci ritorneremo alla prima occasione.

Per ora tutto ciò che posso dire di aver capito è che conta  solo la relazione, la fiducia, il divertimento… e di volta in volta i valori con cui ognuna di noi vorrà riempire di significato un’esperienza: quella, unica, della sua presenza in Rete.

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Mamme combattive e direttori del personale – a Monza il 4 marzo 2010

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  • Dopo aver registrato con disgusto sia questa notizia sia, soprattutto, i suoi commenti, ricevo un comunicato che riguarda gli stessi temi scottanti ed ha il giusto approccio: civile e corretto confronto tra bisogni delle aziende e bisogni delle famiglie. Quindi volentieri lo pubblico.
  • Monza- 4 marzo 2010

Incontro dibattito – Contro gli asili nido?
Monza Sala Maddalena – Via Maddalena 7
giovedì 4 marzo alle ore 21

Intervengono:
Paola Liberace, autrice del libro Contro gli asili nido
Alberto Busnelli, Direttore del Personale del Gruppo BASF
Modera Cecilia Spanu, Fattore Mamma

Al di là del provocatorio titolo del libro e dell’incontro (che di primo acchito fa saltare sulla sedia una mamma che lavora) queste sono alcune delle domande alle quali si cercherà di dare una risposta in quella serata:

1. Cosa vuol dire per un Direttore del Personale di un gruppo multinazionale e complesso, fare bene il proprio lavoro tenendo conto che i propri dipendenti sono Persone e sono madri e padri? Sono necessariamente due mondi in conflitto la famiglia e il lavoro oppure è possibile una relazione positiva fra le due sfere? Come fronteggiano le imprese e datori di lavoro l’evento della maternità, come gestiscono l’assenza prolungata delle lavoratrici, e poi le loro mutate esigenze e istanze personali?

2. La parola asilo nido è nell’immaginario collettivo una parola magica alla quale vengono associati determinati significati. Andando oltre questa parola, come si può andare a fondo di cosa un genitore (mamma o papà) vuole veramente per sé e per la propria famiglia? Cosa significa per l’autrice del libro libertà e responsabilità di educazione?
Esiste un’alternativa alla delega incondizionata dell’allevamento e dell’educazione dei figli, almeno nella prima infanzia?

3. Aziende, famiglie e pubblico: se e come può intervenire lo stato per supportare la conciliazione famiglia lavoro? Telelavoro, part time, anno familiare, quoziente familiare, congedi parentali: quali di queste ipotesi di soluzione sono più efficaci e percorribili? Quali sono le ragioni delle donne che abbandonano l’impiego dopo la nascita di un figlio? E quale sarebbe per queste stesse donne il modo migliore di conciliare famiglia e lavoro?


Mamme di Monza e dintorni: sarebbe bello se partecipaste numerose.

Un progetto di conciliazione

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Tempi di crisi? Meglio investire sulla famiglia.

 Idee per sviluppare il modello virtuoso per le politiche sociali in Lombardia

Invito

 

Troppe donne a casa (il 53%*), troppe culle vuote e troppi  bambini poveri (il 15,5% contro il 12,4% della media europea*): questo è il circolo vizioso che impedisce all’Italia di crescere.

Portare la percentuale delle donne occupate tra il 60% (media europea) e il 70% (come il Olanda), incrementerebbe il PIL italiano  fino al  20% .

 

* fonte OCSE

 

Milano, 23 gennaio 2010

migliorare la qualità della vita delle giovani coppie, favorire la nascita di nuovi posti di lavoro e conciliazione dei tempi del lavoro e della famiglia. Sono solo alcune delle proposte contenute nel progetto “Famiglia & Lavoro”, ideato dall’associazione 1535.it e che sarà discusso il 5 febbraio con la partecipazione del Presidente Formigoni e dell’Assessore di Famiglia e Solidarietà Sociale Giulio Boscagli. Una tavola rotonda organizzata presso Palazzo Pirelli, in Sala Pirelli dalle 9.30 alle 12.00 a cui parteciperanno oltre alla Regione anche importanti relatori, giovani, associazioni e gruppi di mamme e papà.

 

“ E’ confortante per le istituzioni, (dichiara l’Ass.Boscagli), vedere che un gruppo di giovani come 1535.it si interessi in modo così costruttivo e proattivo a tematiche importanti per le famiglie. Da una buona conciliazione tra tempi della famiglia e del lavoro dipende il futuro non solo delle singole famiglie, ma della società in cui sono inserite. Regione Lombardia ha introdotto ormai dieci anni fa la Legge sulla Famiglia e ha continuato a lavorare su questi temi sviluppando azioni di sussidiarietà coinvolgendo il mondo dell’impresa, le famiglie e le associazioni. Questo convegno è un ulteriore passo per raccogliere idee e proposte direttamente dai cittadini.” 

 

Dopo il Flexycurt e Eco social city, 1535.it si concentra sulle esigenze delle giovani donne che desiderano lavorare dopo la nascita di un figlio e propone a Regione Lombardia di elaborare un sistema di riforme che agevolino i giovani papà e le giovani mamme (età in linea con l’associazione) a conciliare lavoro e famiglia, attraverso un investimento sui servizi rivolti alla prima infanzia, dedicando maggiori attenzioni sanitarie alle neomamme e creando la prima agenzia italiana per la famiglia prendendo spunto dalla Francia.

 Convenzioni sanitarie per bambini e neomamme, incentivi con sgravi fiscali per le aziende, asili nido all’interno delle imprese e la prima agenzia regionale di servizi alla persona sul territorio italiano sono solo alcune delle proposte che 1535.it ha inoltrato alle istituzioni.

Favorire il ritorno al lavoro di molte donne, che attualmente non sono in grado di conciliare famiglia e lavoro e impiegare un numero maggiore di risorse umane nel mondo imprenditoriale potrebbe realmente migliorare la situazione di crisi e dare alla Lombardia un importante vantaggio competitivo rispetto all’Europa.

 L’evento sarà trasmesso in diretta via Web sul sito di www.1535.it e su www.QuiMamme.it,  media partner dell’evento.

 

 

www.1535.it è il primo social network italiano apartitico che si occupa di tematiche socio-culturali per i ragazzi tra i 15 e i 35 anni. Il sito è una piattaforma di dialogo pensata per i cosiddetti “nuovi giovani” dove è possibile scambiare idee e trovare spunti interessanti dallo studio al lavoro, dalle iniziative culturali alla famiglia. L’idea di creare un’associazione prende spunto da valide realtà già esistenti nei Paesi del Nord, in cui le associazioni giovanili collaborano con le istituzioni proponendo iniziative concrete al fine di risolvere le problematiche del territorio e favorire allo stesso tempo la crescita e l’inserimento nella società dei più giovani. (Per conoscere le altre iniziative dell’associazione cliccate www.1535.it).

 

 

Per info:

Silvia Maltoni

mail: press@1535.it

presidenza@1535.it

 

 

Piccoli grandi bilanci (2)

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segue da qui (1): lavoro, conciliazione etc ect

Rispetto ad altri paesi, penso che i numeri dell’occupazione femminile in Italia siano una vergogna, così come i numeri delle donne che non tornano al lavoro dopo un figlio, così come l’età media delle primipare  in netto aumento e  il tasso di natalità di 1,2 che ci condannerebbero in pochi decenni alla morte demografica ed economica se non ci fossero gli immigrati. Penso che la mancanza di posti negli asili sia una  grande vergogna, insieme  alla mancanza di altre scelte variabili e flessibili di affido  che dovrebbero essere tutte disponibili e supportate pubblicamente. Penso inoltre che chi punta il dito e fa sentire in colpa una madre perchè affida i figli alle cure di qualcuno per qualche ora al giorno vada zittito  subito con decisione e riportato un attimo alla cultura contadina di pochi anni fa, in cui di un bambino si prendevano cura non una ma magari cinque donne a rotazione, mentre la madre… lavorava (e in più oggi possiamo includere anche i padri nei doveri di cura, guarda un po’?).

Le politiche di conciliazione dovrebbero mettere in grado le persone di seguire i propri desideri (empowerment), dovrebbero offrire opzioni, punto. Tutti i dibattiti intorno a cosa è più giusto in base a una sola visione idealizzata della maternità li trovo una grande perdita di tempo, pericolosi e dannosi. Sabbie mobili.

Non mi interessa assolutamente una legge nè una ricerca scientifica che mi dica che la cosa giusta è che la madre stia con il bambino ininterrottamente per i primi due (da qualche parte ho letto anche tre) anni, ma mi interessa solo lasciare la libertà di scelta a tutti. (Ho messo solo un link ma non sapete in quanti articoli  e discussioni del genere mi sono imbattuta). Io a casa tre anni  con un bambino impazzirei, e non lo farei certo crescere sereno, tu invece saresti la mamma o il papà più felice del mondo: perfetto.

Penso che la in-cultura del lavoro per cui sei un figo se stai in ufficio 12 ore sia una vergogna solo italiana., e lo dico con cognizione di causa visto che ho lavorato all’estero.
E in tutte queste storie sulla conciliazione, dovranno esserci in prima fila gli uomini, perchè fin quando parliamo di politiche di sostegno per le madri perchè sono loro che devono avere più tempo da dedicare alla famiglia (quindi bambini, casa, cura degli anziani) non ci siamo proprio.

Ma penso anche che se a 27 anni vuoi fare le 11 in ufficio per tua scelta (possibilmente, non per quella di un capo cretino, come spesso accade) perchè hai un piano importante e qualcosa ancora non ti torna e stai investendo sulla tua futura promozione, che magari ti permetterà di diventare mamma (chissà?) a 33 anni con minori pensieri, bene, anche quella è una scelta, e non dovrebbe essere fustigata da una mamma lavoratrice astiosa che è in un fase della vita diversa dalla tua e pretende che tutto il mondo ragioni come lei.  Penso poi che  quando tuo figlio sarà abbastanza grande potresti ritrovarti di nuovo a fare le 11 per qualche altro motivo, ma la vera flessiblità consisterebbe nel fatto che il giorno dopo potresti staccare alle tre, andarlo a prendere a scuola e portarlo al cinema.

Insomma credo nelle scelte e nei tempi individuali e non nel conformismo a dei sistemi assoluti, credo nei micro trend e non nei macro trend. Mi fanno diventare paonazza gli studi che pretendono di  interpretare i miei desideri, ne fanno un mischione e arrivano alla conclusione banalizzante (per esempio) che le donne oggi vogliono sempre di più stare a casa coi bambini. Ma certo, come si dice, “abbiamo voluto la parità”  e … abbiamo scoperto che non conviene tanto, scusate, ci siamo sbagliate, dateci un assegno e stiamo tutte a casa volentieri a fare bambini, visto che questo è il nostro ruolo naturale, e non se ne parli più. (Ma opting out non voleva dire questo!)

Navigando tra le mamme ci si imbatterà nella mamma che lavora e nella mamma che non lavora,  in quella che ha fatto l’uno e l’altro, in storie e percorsi diversi e spesso intrecciati. Trovo questo scambio di esperienze bellissimo, così come trovo squallidissimo quando si mettono a litigare, ma di questo parleremo dopo. Io penso che una donna che ha voglia e talento debba poter lavorare creando ricchezza per sè e per gli altri, e mi sento male quando vedo una brava professionista che lascia tutto quando ha figli. Ma se leggo un post come questo che dimostra equilibrio, serenità e gratificazione, e comunque creazione di ricchezza in  tanti altri modi possibili, sono ammirata.  Quello che mi rattrista è la professionista che smette suo malgrado e a cui poi manca un grande pezzo di gratificazione e autorealizzazione,  oppure  dall’altro lato la lavoratrice che si sente perennemente in colpa e sotto giudizio dalla prima, col risultato che sono acide entrambe, armate l’una contro l’altra: che spreco deleterio e stupido di energie.

Lamento senza azione, ostentazione di superiorità per nascondere l’insicurezza, astio mal represso: sono delle vere e proprie piaghe di cui dovremmo prendere maggiore consapevolezza e poi prendere le distanze con decisione. Ma temo che su questo dovrò tornarci ancora tante volte. E’ una piaga inguaribile per molti.

Poi. Credo nella profonda differenza tra un lavoro fatto con passione (“amo il mio lavoro. lavorerei anche gratis” dice mamma in blue jeans, che fa il veterinario) e chi lo fa con il cuore pesante unicamente per esigenze economiche, cadendo vittima del primo “chi te lo fa fare di passare lo stipendio alla baby sitter”, che  spesso è una trappola micidiale santificata dalla motivazione del bene dei figli.   E allora incoraggio tutti, sempre, a scoprire e seguire le proprie passioni, nel lavoro o fuori, perchè la qualità della vita secondo me sta tutta lì, perchè la passione ti fa trovare risorse e motivazioni e ti fa dimenticare il lamento, e il bene dei figli non è mai rappresentato da una madre rassegnata e lamentosa ma unicamente e semplicemente da una madre che vive con passione.

Uff.

Nelle prossime puntate dell’outing parlerò (più o meno) di: categorie e stereotipi di maternità in conflitto, Santa Inquisizione e caccia alle streghe (diatribe teologiche, fedi ed eresie su parto,  allattamento, sonno stili di comportamento/attaccamento materno), overload di informazioni e trattati scientifici, guerre tra poveri e la (mancanza di) gestione dei conflitti, banalizzazioni dei media….

Che fatica. Non so proprio se ce la faccio.

Piccoli grandi bilanci (1)

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Si avvicina la fine dell’anno. Ne esce un post, a differenza dello stile variegato di VereMamme,  “fortemente d’opinione”: accolgo  e rispetto le scelte di tutti purchè siano vere e libere, ma ciò non vuol dire che non abbia delle nette posizioni. Piuttosto che lasciarle alla libera e qualche volta avventata interpretazione di chi capita qui, preferisco fare…diciamo… coming out. Farò il possibile per esprimermi in modo da non offendere nessuno, ma purtroppo in qualunque modo tu ti esprima, quando gli argomenti che tocchi sono sensibili, c’è sempre qualcuno che ha un nervo scoperto. A quel punto la differenza la fa la civiltà rispetto all’ignoranza. Eppure i commenti sono sempre benvenuti, soprattutto se contrari: è più utile un angolo visuale diverso dal mio che uno uguale al mio. E invece viviamo in un clima di tale ignoranza  dei fondamentali del vivere civile , per cui le differenze si fanno immediatamente violenza. Ho riflettuto a partire da questa tristezza dilagante, pubblica e privata, e a giudicare da quanto è risultato lungo (e pesante) tutto il discorso, sarà meglio dividere in puntate e riparlarne dopo Natale!


Cominciamo da una specie di carta democratica (di VereMamme… ma non solo).

Cosa non giudico
Le scelte consapevoli e i sentimenti autentici, sempre. Apertura e tolleranza massima verso chi segue la propria strada, raccontandola con serenità senza mettere mine sulle strade altrui.

Cosa invece giudico
La propaganda e la militanza aggressiva, sia in forma di attacco e astio contro scelte e sentimenti apertamente diversi dai propri, sia in forma di sottile manipolazione psicologica verso le persone  più fragili e confuse, alla ricerca delle proprie scelte (per esempio, le neomamme). Ma anche il dover sempre giustificare le proprie azioni “per denigrazione” di quelle altrui. Se fai A, spiegami A, non dirmi che B fa schifo. Questo è pontificare, non è spiegare.

Cosa apprezzo
Sopra ogni altra cosa, l’ironia,  la capacità scanzonata di sdrammatizzare, ridimensionare, relativizzare. E poi la capacità di esprimersi con pacatezza e sicurezza di sè, che esclude per definizione l’aggressione degli altri. Una volta avere dei figli e crescerli non era oggetto della quantità di condizionamenti mentali, riviste, libri, siti , discussioni violente e pressioni di tutti i tipi che siamo in grado di alimentare noi oggi. Ecco, apprezzo molto chi ce lo ricorda ogni tanto, fermo restando che la maggiore disponibilità di informazioni, entro certi limiti, aiuta a scegliere meglio.

 

Detto ciò.
Prendo spunto da molte discussioni che ho visto in rete, più o meno utili e piu’ o meno (purtroppo) civili, per chiarire innanzitutto a me stessa alcuni punti delicati – lo stile è un po’ bulldozer,  ormai lo conoscete e mi perdonerete, ma sono pur sempre  consapevole che si tratta di punti delicati.
Ecco i terreni in cui mi sono trovata in un anno di blog e social networks (VereMamme ha compiuto un anno il 19 novembre), terreni insidiosi in cui il passo verso le sabbie mobili e la “rissa nel fango” è un attimo.

1. Lavoro: downshifting, opting out, having it all e via disquisendo

Sono della generazione che voleva e vuole ancora tutto, cioè sia “la famiglia che la carriera” ,  e non vedo proprio perchè no, solo che stanno cambiando i modi  e i termini di questa “ricerca della felicità.” Penso che abbia sempre senso lottare perchè le future generazioni  siano più felici, e sono per la totale parità uomo-donna anche nell’accudimento dei figli: questa è la mia testa e la mia vita, punto, e so che esistono altri punti di vista che rispetto. Sono talmente femminista, parola che non disdegno affatto e non ritengo passata di moda ma solo da aggiornare continuamente,  che penso  – l’ho detto in varie occasioni e con varie slide :) – che l’emancipazione della  donna non sia affatto compiuta, ma appena iniziata, se non viene seguita al più presto da quella della donna-madre: ingabbiata nel  comodo pregiudizio nonchè nobile ideale per cui le responsabilità dell’allevamento dei figli sono tutte sue, o ancora ingabbiata in una concezione arcaica del lavoro che ci opprime  tutti.

Non mi piace che la  parola “carriera” associata alla “donna” e alla “mamma” prenda all’improvviso delle derive semantiche negative e dispregiative, mentre per un uomo rimane un obiettivo apprezzabile. Sono, sì, per il downshifting sia per gli uomini che per le donne  (ridurre ritmi e obiettivi di carriera), quando lo si vuole, ma non per l’opting out (guarda caso questo solo delle donne: cioè in pratica smettere di lavorare quando si  hanno figli). Che poi un concetto che proviene dal mondo anglosassone (in UK e in USA magari puoi davvero uscire e  poi ricollocarti dopo qualche anno) da noi diventa il rimedio di Pulcinella, ma  con un nome molto figo. Comunque va benissimo se qualcuno vuole fare “opting out”, ma non deve  proporlo a chiunque come LA giusta filosofia di vita da abbracciare dal momento che sono diventata mamma.
Credo nelle priorità, che cambiano nelle varie fasi della vita, ma non credo nel sacrificio. Non mi piace il tono rassegnato del “devi fare una scelta, qualcosa devi sacrificare” ripetuto  alle donne fino alla nausea e ora rimesso a lucido come macro-trend sociologico di moda, corredato di dati statistici.

(continua)

 

Un grazie particolare, sin da ora, ad alcuni post che mi hanno fatto riflettere

Mamma in 3 d

Mamma in corriera

Impromptu

Manager di me stessa

L’intersezione tra mamma e manager

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Tempo fa ho letto una teoria interessante: le idee innovative nascono dalle intersezioni della nostra mente, in cui si incontrano e si fertilizzano a vicenda i concetti provenienti da ambiti diversi. Per questo alcune compagnie incoraggiano il concetto di diversity, che si ottiene mettendo insieme in gruppi di lavoro persone quanto più possibile eterogenee per cultura, geografia, esperienza, ovviamente sesso, etc. (Magari da una biologa marina e un ingegnere aerospaziale che ragionano insieme su un problema, nasce un’invenzione fantastica.)

E siccome anche la personalità individuale non funziona per compartimenti stagno ma trasferisce competenze e idee da un ruolo all’altro, da quei campi diversi che sono le nostre passioni e i nostri interessi, allora diventare mamma è un’occasione fantastica di arricchimento delle proprie capacità, se riusciamo a non fossilizzarci (o farci rinchiudere) in un unico ruolo.

Ho notato che l’intersezione che si è verificata nella mia testa è quanto mai singolare: è quella tra una manager appassionata di strategie, modelli e mappe di posizionamento, e una mamma refrattaria ai modelli. Cosa ne uscirà, lo vedremo col tempo….

Comunque l’idea che si è rafforzata seguendo questa linea di pensiero è questa: da  mamme, possiamo diventare lavoratrici più brave e più complete; e possiamo essere mamme più innovative se lavoriamo (e anche se abbiamo scelto di non lavorare, o di non tornare al lavoro ancora per un po’, o per vari motivi non possiamo, l’importante è non rinunciare mai ai nostri interessi).

Riguardo l’eterno problema dei sensi di colpa, delle pressioni e della mancanza di tempo delle mamme che lavorano tutto il giorno fuori casa, recentemente è stata condotta una ricerca interessante, perchè parte dal punto di vista dei figli. Ho trovato la lettura molto utile e vi segnalo quindi due resoconti: quello più breve sul sito della Commissione Pari Opportunità della prov. di Grosseto, e quello esteso di L. Pogliana nel suo blog, autrice con l’Istud della ricerca.

 

Letture

Mamme manager” (W. Sachs) è un utile confronto con l’esperienza di altre donne.

“The Medici Effect” (F. Johansson) è il famoso saggio sull’innovazione e sulla teoria dell’intersezione brevemente riportata qui.

 

Violenza psicologica: lo stalking

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a cura di Silvia di GenitoriCrescono, avv.penalista ed esperta di diritto di famiglia

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Chi è lo stalker

Lo stalker non è un semplice molestatore. Lo stalker è una persona, spesso con profondi disagi personali, che sfoga le proprie frustrazioni perseguitando un’altra persona di cui ritiene di essere profondamente innamorato, ma della quale vuole soltanto il controllo ed il possesso.
Difficilmente lo stalker è un estraneo: frequentemente si tratta di un ex, che prova un patologico rifiuto per la perdita del proprio partner ed innesca una serie di comportamenti ossessivi e persecutori, nell’illusione di poter ancora mantenere un legame.
Questi comportamenti nella vittima ingenerano paura, ansia, stress, stravolgimento della vita privata e di relazione, problemi nei rapporti sociali e nel lavoro, fino a provocare depressione e malattie di rilievo psichiatrico.

Lo stalker non è una persona che ne infastidisce un’altra.

Lo stalker segue la sua vittima in modo ossessivo; si fa trovare nei luoghi frequentati da chi è oggetto delle sue “attenzioni”; telefona insistentemente ad ogni orario (non è raro il caso di 100 telefonate al giorno); invia continuamente sms; è ossessionato dall’idea di comunicare con la vittima; interferisce con il lavoro della sua vittima (in alcuni casi provoca il licenziamento di chi subisce le sue pressioni, proprio per la sua continua presenza, anche eclatante, sul posto di lavoro); il suo comportamento evolve nell’ingiuria, telefonica o di persona e nella diffamazione (è frequente la “piazzata”); ulteriore evoluzione del suo comportamento è la minaccia, anche molto grave (si passa da “se non torni con me MI ammazzo” a “se non torni con me TI ammazzo”).

Peggio ancora, quando lo stalker ha figli con la vittima, le sue minacce coinvolgono molto spesso i bambini: “toglierli” all’altro genitore, rapirli o peggio ancora. Lo stalker arriva ad aggredire, picchiare e addirittura ad uccidere la persona che perseguita.

Si verificano anche casi di donne stalker. E’ comunque più frequente il caso di un uomo, ex-compagno o ex-marito o ex-amante, che pone in essere comportamenti di stalking nei confronti di una donna.
Dalla mia esperienza professionale (che quindi non può avere rilevanza statistica, perchè comunque numericamente limitata), ho rilevato che lo stalker è sempre una persona gravemente depressa oppure, oggi sempre più di frequente, una persona dedita all’uso di sostanze stupefacenti, in particolare di cocaina. L’uso di questa sostanza, infatti, dando la sensazione di onnipotenza e rendendo l’assuntore totalmente egocentrico, rende intollerabile l’accettazione del rifiuto da parte del partner.
Agendo, poi, sotto l’effetto di cocaina, non si è in grado di rendersi conto della portata dei propri gesti, quindi, per esempio, introdursi in casa, minacciare con un’arma, possono sembrare azioni “normali”, lecite e giustificate.

Quando lo stalker è un ex-amante, la vittima (in questo caso uomo o donna) per poter denunciare il proprio persecutore e difendersi concretamente deve necessariamente rendere pubblico il fatto di aver avuto un rapporto extraconiugale. Questo rende indubbiamente più difficile venire allo scoperto e le vittime tendono a sopportare nel più totale silenzio gli atti persecutori.

Quando, invece, lo stalker è un ex-marito o ex-compagno, spesso i comportamenti persecutori attuati sono più gravi, più pericolosi e molto più invasivi, soprattutto se coinvolgono i figli. In questi casi, quasi totalmente riferibili a donne vittima di persecuzione (forse perchè più facilmente le donne prendono l’iniziativa di chiudere un rapporto?), decidere di difendersi e reagire con gli strumenti giuridici adatti è reso più difficile proprio dalla presenza dei figli: le madri hanno timore che l’ex rivolga i suoi comportamenti violenti sui bambini e spesso non vogliono denunciare il padre dei propri figli per salvaguardarli.

Una nuova legge per un nuovo reato

Fino ad oggi la tutela contro i comportamenti persecutori esisteva, ma molto blanda. Si faceva rientrare la molestie nel reato previsto dall’art. 660 del codice penale “molestia o disturbo alle persone”: si tratta addirittura di un reato contravvenzionale, con pene previste molto leggere e con addirittura la possibilità di risolvere la questione con un’oblazione di poche centinaia di euro. Quando i comportamenti erano più pressanti, li si faceva rientrare nella previsione dell’art. 610 c.p. “violenza privata”, delitto di definizione piuttosto vaga e comunque punito spesso con pene lievi. E questo poteva considerarsi già un buon risultato. Solo quando i comportamenti erano diventati più gravi, si poteva ricorrere al reato di minacce, percosse o lesioni.

Il 23 febbraio 2009, con il decreto legge n. 11 (convertito nella legge n.28 del 2009), è stato aggiunto al nostro codice penale l’art. 612 bis, con il quale nasce il reato rubricato come “atti persecutori” e noto alle cronache come “stalking”.

Con questa legge è cambiato qualcosa?

Le leggi (a volte) non vengono promulgate per caso. La mentalità sta cambiando e si sta prestando maggior attenzione a questo fenomeno criminoso che sembra in aumento.
Il nuovo reato è così formulato: “Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita.
La pena è aumentata se il fatto è commesso dal coniuge legalmente separato o divorziato o da persona che sia stata legata da relazione affettiva alla persona offesa.
La pena è aumentata fino alla metà se il fatto è commesso a danno di un minore, di una donna in stato di gravidanza o di una persona con disabilità [...], ovvero con armi o da persona travisata.
Il delitto è punito a querela della persona offesa. Il termine per la proposizione della querela è di sei mesi. Si procede tuttavia d’ufficio se il fatto è commesso nei confronti di un minore o di una persona con disabilità [...], nonché quando il fatto è connesso con altro delitto per il quale si deve procedere d’ufficio”.
La condotta del persecutore, identificata come molestie e/o minacce, è punita da questa norma quando è reiterata nel tempo e quando è tale da provocare forme patologiche contraddistinte dallo stress, di tipo clinicamente definito grave e perdurante, oppure “timore” per la propria sicurezza, oppure la costrizione a modificare rilevanti e gratificanti abitudini di vita.

I punti più rilevanti della nuova normativa, i più utili alla tutela delle vittime, sono:
- la possibilità di far richiesta di ammonimento al persecutore, prima di presentare la querela, perchè venga ammonito oralmente dal Questore: sembra poca cosa, ma si consideri che se il soggetto ammonito continua a molestare la sua vittima, si procede d’ufficio contro di lui e la pena è aggravata di almeno un terzo;
- se i comportamenti sono tali per cui si prevede la reitrazione, il soggetto può essere formalmente diffidato;
- è stata creata una misura cautelare personale coercitiva nuova: il divieto di avvicinamento a luoghi determinati, o l’obbligo di mantenere distanza da luoghi o dalla vittima, dai suoi prossimi congiunti, familiari, persone legate da relazione affettiva;
- è stata estesa al 612 bis l’intercettazione telefonica, o di conversazioni o di altre forme di comunicazione;
- il termine per presentare querela è di sei mesi piuttosto che di tre.

La legge è operativa da marzo di quest’anno, quindi in sostanza l’abbiamo osservata “all’opera” da un paio di mesi. I primi vantaggi in realtà sembrerebbero vedersi: ho personalmente assistito una cliente il cui “aguzzino” è stato arrestato e, sebbene rilasciato (ma ovviamente il processo prosegue), sottoposto a provvedimento cautelare con divieto di avvicinamento a lei e al figlio. Inoltre, parlando con un Pubblico Ministero (donna) particolarmente attento al problema, notavamo come il risalto mediatico dato alla legge, sia stato in qualche caso, un deterrente a proseguire nel comportamento persecutorio: qualche stalker, avendo recuperato per qualche istante un po’ di lucidità mentale, si è reso conto che andava incontro a guai giudiziari piuttosto seri ed ha interrotto le sue azioni.

Il vero vantaggio è che ora esiste uno strumento specifico e non bisogna compiere un “collage” di altri reati per comporne uno: è più facile agire, più agevole, più preciso.
Certo, non sarà questa legge a “convertire” operanti delle Forze dell’Ordine superficiali o disattenti, ma vorrei far sapere a tutti
che, quando si presenta una denuncia-querela, presso una stazione dei Carabinieri o un Commissariato, questa DEVE essere recepita da chi ne è incaricato. Non fatevi mandare via, non permettete che venga sminuito il pericolo in cui versate.
Proprio per responsabilizzare chi riceve denunce in merito a questo reato, è stata introdotta la seguente norma: “Le forze dell’ordine, i presidi sanitari e le istituzioni pubbliche che ricevono dalla vittima notizia del reato di atti persecutori [...] hanno l’obbligo di fornire alla vittima stessa tutte le informazioni relative ai centri antiviolenza presenti sul territorio e, in particolare, nella zona di residenza della vittima.
Le forze dell’ordine, i presidi sanitari e le istituzioni pubbliche provvedono a mettere in contatto la vittima con i centri antiviolenza, qualora ne faccia espressamente richiesta”.
Ancora una volta ho cercato informarvi perchè si sappia che si può sempre fare qualcosa, che tollerare, sopportare, fuggire, vivere nella paura non è giusto e può essere evitato.

Silvia Tropea di Genitori Crescono

I dilemmi delle madri

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Se siete assidue frequentatrici di blog mammeschi, state meditando di aprirne uno, oppure siete transfughe in incognito di forum e community dalla mentalità aperta quanto un monastero del monte Athos alle donne, o  disorientate da siti enciclopedici su gravidanza e maternità, se insomma volete punti di vista alternativi…

…Prendiamo spunto da questo articolo che parla proprio dei temi centrali da cui sono partita la scorsa estate, immaginando VereMamme. L’ansia, i sensi di colpa, la fissazione per la perfezione.

Allora, dopo il libro della francese Sylviane Giampino, di cui abbiamo già parlato, un altro psicanalista francese, Stephane Clerget, si incarica di scardinare i nostri sensi di colpa (dovrei leggere il libro prima di esprimermi, ma il titolo è interessante: “la madre perfetta sei tu”). Un altro francese, Christophe André , ha scritto “imperfetti e felici” che è stato per me un momento formativo importante, mentre mi sembrava di impazzire con due bambini piccoli al mare.

Sembra allora che in Francia si vada nella direzione della “liberazione” dai figli come ossessione e verso l’assoluzione piena delle madri (troppo facile? sono forse menefreghisti questi francesi?), mentre in Italia ci dibattiamo in infiniti dilemmi (troppo difficile? siamo forse troppo coinvolti emotivamente?). Qualche esempio amletico? Lavorare o non lavorare (secondo me la domanda stessa è l’indice primario di inciviltà del nostro paese. Non bisognerebbe costringere una donna a porsi questa domanda. Bisognerebbe metterla in condizione di lavorare tranquilla, punto). Allattare, insistere o desistere, allattare fino a 6 mesi, no almeno fino a 12, ma meglio ancora, fino a quando lui continuerà a chiederlo. Dormire nel lettone oppure no. Fermarsi a uno o fare il secondo.

Quante volte avremo sentito la famosa sentenza: “se non sei in grado di prenderti cura dei figli, se non ci sei e li lasci alla baby sitter, non farli”. Io direi piuttosto: siete in due. Fateli, ne vale la pena, non fasciatevi la testa, siete in grado di essere buoni genitori, anche se lavorate tutto il giorno, e soprattutto se vi dividerete i compiti in due.

Da un lato non riesco a non pensare che in Francia l’allattamento al seno non viene incoraggiato, è considerato quasi una forma di dipendenza arcaica, una minaccia all’emancipazione della donna. Sbagliatissimo. Dall’altro penso che altre donne, all’estremo opposto, vorrebbero convincerti a tutti i costi a tenerlo attaccato alle tette fino agli esami di maturità. Altrettanto sbagliato.

Ma intanto, i numeri ci dicono che in Francia si fanno molti più figli che da noi, e che le politiche per le famiglie, ad esempio le importanti agevolazioni fiscali, funzionano davvero. Saranno anche indietro sull’allattamento, ma di certo in molte altre cose sono più avanti.

In quanto italiana, devo ammettere che il modo francese o ancora più nordico di vivere la maternità, che a prima vista si potrebbe definire “meno ansiogeno, più prolifico”, mi rimarrà nei fatti sconosciuto. A meno di decidere di trasferirmi per qualche anno ad Oslo. Intanto, una lettura iitaliana che consiglio vivamente è Mamme acrobate : il punto di vista di una terapeuta, Elena Roscio, sulle madri postmoderne “in equilibrio sul filo della vita senza rinunciare alla felicità”. Ora, questa cosa della società postmoderna come sapete mi interessa molto, tanto che io stessa mi sono definita un “fenomeno postmoderno” e noi VereMamme postmoderne abbiamo appunto un gruppo Facebook. Scoprire che tutto questo è oggetto di un saggio interessantissimo e ben documentato è per me un conforto (non sono pazza) e un approfondimento molto utile. La tesi del libro è che, in pratica, noi siamo una specie mutante di madri (proprio come ha deciso di chiamarsi Viviana), in mezzo ad un cambiamento profondo di epoca e di cultura. Non avendo modelli, non avendo ruoli predestinati come in passato, ce li creiamo da sole. Ed è una sfida terribilmente faticosa ma anche eccitante. E’ per parlare di quella sfida, infatti, che sono arrivata fin qui.

Non traggo conclusioni sulla maternità ossessiva rispetto a quella assolutoria, mi sembrerebbe di generalizzare troppo.

Mi chiedo solo: possibile che una madre non possa trovare con la propria intelligenza la via di mezzo che fa per lei? Senza essere costantemente al centro di dibattiti? Tanto qualunque cosa tu faccia, troverai sempre qualcuno che ti dimostrerà con vari studi scientifici che stai sbagliando.

Il rischio è ritrovarci deboli e  indecise, bisognose dell’approvazione della maggioranza. Anche la dipendenza psicologica dai forum, devo dirlo, mi inquieta. Non la condivisione di esperienze, che ci fa benissimo. Dico che alcune interpellano i forum anche per decidere se con 17 gradi, pioggerella e brezza fresca è il caso di uscire o no, e cosa gli devo mettere. Parecchio tempo fa un gruppo di ultrà si è scatenato alla domanda “chi è Flavia di VereMamme?”, originata dalla mia pagina Facebook e da qualche invito partito da lì, generando un thread surreale con tanto di stralci del mio curriculum presi da Linked In. Il tutto, dopo un mio intervento sorpreso, si è chiuso con “io chiedo tutto alle mie amiche, dalle previsioni del tempo alla ricetta del risotto. Avevo una domanda e ho avuto una risposta”.  Bene, contenta tu. Solo che la mia persona non è proprio come un risotto. Se ti accontenti delle risposte delle amiche invece di cercare le tue, non credo che tu sia arrivata più vicina di un solo centimetro a sapere veramente chi sono io.

(Ora che scrivo è una giornata piovosa. Deve avermi influenzato l’umore)

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C’è un post di Mammaincorriera a cui devo necessariamente collegarmi, visto che avevo appena parlato di leadership femminile, perchè credo che l’argomento sia molto più complesso di quello che sembra. Ospito volentieri il seguito del dibattito qui, ed espongo la mia opinione “unplugged”, nuda e cruda, per poterla, magari, spiegare meglio. Le domande che mi faccio sono: quali sono i limiti dell’informazione sulla vita privata di una donna pubblica? Qual è il confine tra il modello che una donna può rappresentare per le altre, e la sua personale libertà? Ha senso fare distinzioni tra donne normali e wonder women? Gli uomini le fanno, o siamo noi che ci giudichiamo le une con le altre sempre attraverso il filtro della maternità (per citare un post di Piattini)? L’autostima deriva dai modelli altrui o dalle nostre libere scelte? E infine cosa significa libertà, uguaglianza, quando si tratta del lavoro vis-a-vis il privato di una donna? Una madre lo sa, il libro che Giuliana cita nel suo post precedente e che io ho molto amato e citato integralmente anche qui, insegna una lezione molto preziosa: esistono molti modi diversi di essere donne, e madri. Non giudicateli, mai.

———-

Da qualche tempo sono in vena rivoluzionaria. Sono intervenuta in una discussione su un forum di Mammacheclub, mi sono accorta di aver scritto un papiello di una certa veemenza, e poi mi sono chiesta: ma mi prenderanno per un’esaltata?

Il fatto è che il titolo era quello tipico che mi fa rizzare le antenne: “mamme in carriera” (vorrei tanto che l’espressione venisse eliminata dal nostro vocabolario…) E il fatto è che credo che l’emancipazione femminile non sia servita a niente se non viene seguita al più presto dall’emancipazione mammesca. E tra i tanti ostacoli, credo anche, i peggiori sono quelli che ci poniamo da sole, giudicando noi stesse e le altre in base ad un’unica idea di cosa sia meglio. Siccome quanti più pareri ricevo, meglio è, fatemi avere anche il vostro. Che cosa sono per voi la libertà e la parità? (come donne/mamme, si intende…)

Ovviamente ci sono anche altre risposte sul forum, ma per brevità ve le risparmio qui, invitandovi a leggerle lì.

Caterina scrive:

Mamme in carriera Leggo questo articolo…cosa ne pensate voi?
Rachida Dati ha annunciato che dopo il parto starà a casa solo 7 giorni, anche se sarebbe un suo diritto starsene qualche mese col figlio. Un bell’esempio per tutte le donne “normali” o solo la riprova che la vera parità è ancora lontana da venire?

La maternità spesso mal si concilia con il mondo del lavoro e, ancora meno, con la carriera professionale. Sarà forse per questo che si contano sulle dita di una mano le donne che occupano posti di rilievo a livello internazionale. Quelle poche che ce la fanno, volenti o no, sono costrette a enormi sacrifici e a dimostrare ogni giorno di essere brave, di essersi meritate quel posto, di vale quanto un uomo. In Italia poi, in base all’ultimo rapporto di Save The Children, il nostro Paese è primo su 146, per la tutela del benessere dei bambini, ma solo diciannovesimo per quello delle madri (tra i parametri: l’uso della contraccezione, la partecipazione alla vita politica e la capacità di avere un reddito), al livello di Botswana e Nepal. Ma anche all’estero le donne, che in un certo senso ce l’hanno fatta a rompere il tetto di cristallo, non se la passano meglio. Tanto che Rachida Dati, ministro incinta della Giustizia del governo di Nicolas Sarkozy, ha annunciato che dopo il parto tornerà subito al lavoro. La Dati ha infatti intenzione di prendere, dopo il lieto evento, solo sette giorni di congedo. Nonostante sia un suo diritto, ma forse anche un desiderio più che legittimo, stare qualche mese a casa col suo piccolo.

Viene da chiedersi se le donne “normali” debbano essere orgogliose di queste donne in carriera o provare semplicemente sdegno nei confronti di queste superwomen che così fanno sentire in difetto tutte quelle madri che, gravidanza dopo gravidanza, finiscono con lo stare lontane dall’ufficio alcuni anni.

Quando il 14 aprile 2008 Carme Chacòn, donna e per di più incinta, fu eletta ministro della Difesa spagnolo tutte noi, in cuor nostro, abbiamo gioito per questa piccola rivoluzione. Alzi la mano chi non pensa che una donna “in quelle condizioni” sia inadatta a un ruolo simile. Quel suo pancione al settimo mese di gravidanza tra le truppe spagnole di stanza nella base di Herat, in Afghanistan, ha reso però un po’ amara questa sua vittoria. Affrontando questo lungo viaggio con ginecologo e pediatra al seguito, per ogni evenienza, la Chacòn ha sicuramente dimostrato di essere una donna indipendente che rifiuta lo stereotipo della donna che essendo in dolce attesa non può fare sforzi. Anche se così ha rinunciato a salvaguardare il diritto alla sua salute e a quella del figlio che portava in grembo.

Viene allora da chiedersi se queste supergirl debbano spingersi così in là per non essere messere da parte, in quanto donne e madri. Non sarebbe forse meglio che le poche donne che arrivano a ricoprire incarichi di responsabilità si comportassero semplicemente come “donne normali”? Forse la vera parità tra uomini e donne si avrà solo quando una neomadre ministro potrà stare a casa un anno in congedo maternità e quando un ministro della Difesa, donna e in stato interessante, potrà tranquillamente evitare di percorrere 6000 km in un giorno.

Cosa ne penso:

Caterina, a me non piace dare giudizi sulle donne. Non dobbiamo nè lodare, nè disprezzare, ma piuttosto preferisco che lo sforzo che facciamo quando parliamo di questi argomenti sia solo di capire se la donna in questione sta esercitando una sua scelta libera e consapevole o se è vittima di pressioni legate appunto al suo essere donna. Del diritto alla salute della Chacon, della maternità della Dati non è dato a noi giudicare, ma solo a loro. Per natura tendo a simpatizzare più con la donna che torna al lavoro presto che con quella che sta a casa 2 anni e poi si sente discriminata, ma poi basta, mi fermo qui, perchè ogni caso è diverso. non ci sono donne normali, e non ci sono superwomen, ci sono solo tante donne (il libro della Gruber le racconta, oppure “una madre lo sa” di Concita De Gregorio) e ognuna deve pensare con la sua testa, questo solo mi interessa. fin quando continueremo a farci queste discrimininazioni tra di noi, tra normali e wonder woman in carriera, non andremo mai avanti. Gli uomini per caso si distinguono in papà e in uomini in carriera? ce ne sono di bravi, di mediocri, di tranquilli, di creativi, e così tra le donne. io ho fatto carriera e non ho sacrificato nè figli, nè femminilità – cioè forse per qualcuno sarà così, ma conta solo come mi sento io. Ho un modo di pensare particolare e sono consapevole della mia unicità, e ognuna di noi dovrebbe esserlo. Nessuno mi ha mai fatto sentire che dovevo dimostrare di più di un uomo. Anzi anni fa a un colloquio mi è stato detto: non le chiedo neanche qualcosa di tecnico, per essere già dirigente a 32 anni, do per scontato che lei sia brava. lo racconto solo per dimostrare che a fronte di esperienze negative ce ne sono anche tante positive e cerco sempre di ribadirlo. Ho letto un commento sul mio blog “voglio sentirmi libera di fare le 11 in ufficio se questo serve a raggiungere i miei obiettivi professionali”. questa non è una supergirl a cui qualcuno sta chiedendo troppo di più di un uomo, non è una donna a cui violentano la vita privata, è una donna che sta decidendo, vuole fare il suo lavoro, e si spera solo cha abbia un marito che per una sera possa anche cavarsela.
La vera parità si avrà quando una donna sarà libera di decidere quello che è meglio per lei, siano 7 giorni o 1 anno, il part time o il full time con viaggi di lavoro e tirate fino alle 11 . E quando le altre smetteranno di giudicarla e di dire “guarda quella”, che tanto per il coro comunque fai sbagli.
Non sono polemica, sia ben chiaro, sono solo molto passionale sull’argomento e ci tengo che il mio punto di vista arrivi chiaro e forte!

Quanto siamo Alpha Moms?

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Moms have higher aspirations for their children, and they often approach raising their baby as a “project” – focused on measuring outcomes and setting success metrics. It is not enough that they are healthy, their children must be highly intelligent, multi-talented and socially competent.-

(Fonte “kaleidoscope”, una ricerca etnografica per Johnson & Johnson)

Sono subito rimasta colpita da questi trend: cosa stiamo diventando? Più si innalzano queste “success metrics”, più aumentano i nostri sensi di colpa di tutti i tipi, perchè noi e il nostro bambino non possiamo essere sempre all’altezza di queste aspettative eccessive. Le esagerazioni non fanno mai bene.

Dunque gli americani hanno chiamato Alpha Moms quelle mamme per cui è diventato uno status symbol avere successo nella gestione della carriera e della famiglia, e crescere dei figli iscritti a un numero improbabile di attività extrascolastiche, scarrozzati da una lezione di violino a una di scherma (no, calcio, che in America fa più figo), mentre loro riescono impeccabili a presenziare a tutti i loro appuntamenti importanti. Questa tendenza è arrivata anche da noi, soprattutto nelle grandi città, per farci sentire ancora una volta fuori luogo se non corriamo da un saggio di danza, a una piscina, a una lezione di musica, se non partecipiamo costantemente alle loro attività scolastiche e così via. Cosa che, quando lavori a tempo pieno, è un tantino difficile.

Dall’altra parte ci sono invece le cosiddette mamme-beta, il cui manifesto secondo me è “Confessioni di una mamma pigra” di Muffy Mead Ferro, quelle che rivendicano il diritto dei bambini ad essere bambini e quello delle mamme a starsene tranquille elasciarli anche un po’ in pace a farsi le ossa, senza sentirsi obbligate da una specie di giudizio pubblico ad iperprogrammarli.

L’idea di una madre naturale, che ascolta il suo istinto e i suoi principi, è quella che mi ispira di più. Certo non è facile essere naturali, oggi: siamo bombardate da pressioni e manipolazioni di tutti i tipi. Ma non dovrebbero esserci scontri tra diverse “visioni” di mamma! Dovremmo piuttosto fare fronte comune per una più equa suddivisione delle responsabilità: con la collettività, con la scuola, con il partner… E’ un discorso lungo, lo so. Non lo apro qui, perchè merita molto più spazio.

Noi mamme che lavoriamo fuori casa siamo forse, paradossalmente, vittime più facili della sindrome della perfezione e della presenza, tipica delle Alpha Moms. Anzichè assolverci per la nostra mancanza di tempo, ci sentiamo in colpa e finiamo per aggiungere altro stress alle nostre vite provando a fare quello che pensiamo che le “altre” facciano, quelle che stanno a casa, quelle che hanno il tempo. Tante piccole torture che sono in grado di minare pericolosamente il fragile equilibrio dei nostri nervi.

Magari provi a fare i biscotti per mandarli alla festicciola della scuola…come per dire a te stessa e soprattutto alle altre: “io non sono da meno, anche se non sto a casa”, come se ti vergognassi di lavorare fino a sera. Magari fai un disastro e ti senti un’incapace… Ma se difficilmente un bambino è interessato alla provenienza dei biscotti, probabilmente è la mamma che è interessata a fare personalmente bella figura, per una specie di competizione o show.

Così ho deciso di concentrarmi sulle cose che per lui contano veramente. E poi mi sono chiesta: come potrò insegnargli domani a pensare con la propria testa anzichè con quella del branco, se io per prima mi faccio condizionare tanto dal mio?”

Le basi dell’autostima sono solide quando sono all’interno di noi, e non all’esterno. E la libertà di essere noi stesse dovrebbe essere sempre il limite e la misura di quello che ci accingiamo a fare. Chiediamoci: lo sto facendo per noi, per me, perchè questa è la mamma che desidero essere, o per dimostrare qualcosa a qualcuno?

E qualche volta abbiamo anche un altro motivo, ancora più subdolo, per torturarci : l’abitudine di pensare sempre in termini di eccellenza. Il brutto vizio di voler fare tutto bene, primeggiare: lo studio, il lavoro, e ora anche i biscotti. Insomma quanto siamo anche noi Alpha-Moms?

Il mio istinto mi dice che crescere un figlio non è proprio come fare un business plan, con obiettivi di eccellenza, piani di sviluppo ed incentivi. Ma liberarsi dai condizionamenti, stabilire i propri principi e agire di conseguenza lo è: quello sì che è un progetto che richiede costanza e impegno.

Quando si dice che diventare mamma cambia le priorità, la prima applicazione dovrebbe essere questa: less is more. L’eccellenza finisce col coincidere con la semplicità. Semplificarsi la vita, anzichè complicarsela.

Non sarò forse una Alpha Mom, e, no grazie: non mi servono altre etichette…

 

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