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martedì
20gen2009

A proposito di focus: la regola dell' 80/20

Una teoria facile facile che ho letto sul libro “Focus – the power of targeted thinking” (peraltro abbastanza divertente, soprattutto quando insegna la tecnica degli alter-ego per far lavorare le nostre molteplici personalità a seconda del bisogno, ed io non vedo l'ora di attivare la mia "Attila") è quella dell’80/20. ovvero: di solito il 20% delle nostre attività produce l’80% del valore. Pare che la cosa sia un'applicazione universale addirittura dalla legge di Pareto sulla concentrazione del reddito (l’80% del reddito va al 20% della popolazione... già)  e valga per tutte le nostre attività. Per cui l’80% delle vendite è rappresentato dal 20% dei clienti, probabilmente indossiamo il 20% del nostro guardaroba l’80% delle volte, e molto probabilmente solo il 20% delle cose che facciamo produce l’80% della nostra felicità.

Il consiglio implicito in questa osservazione è che dovremmo focalizzarci di più su questo nostro "vital 20" e, scusate l’espressione francese, cut the crap (diciamo così: sfrondare di molto il rimanente 80).

Quindi, dovremmo concentrarci a fare bene quello che già ci piace fare, anzichè insistere a migliorare quello che in fondo non ci piace. Ma di questo ne riparleremo, chè vale la pena approfondire.

Varie letture disparate e contemporanee hanno il potere di suscitare pensieri stimolanti. Per esempio, non è che per caso sto finalmente andando in questa direzione? Non è che finora ho vissuto usando per l’80% delle mie attività l’emisfero sinistro, cercando di rafforzare le mie abilità logiche e analitiche, cercando di diventare  la lucida opportunista che non ero, e solo ora ho finalmente dato retta all’emisfero destro e a quel 20% di cose che faccio bene, perchè sono quelle che mi appassionano e producono l'80% della mia felicità? Non lo so. Vedremo. Ma è un bel pensiero.

venerdì
02gen2009

Come fare i propositi per l'anno nuovo

Non facciamoli.

In questo strano mondo dove tutti siamo chiamati a pensare alle stesse cose nello stesso momento, e a fare le stesse cose nello stesso modo, sfatiamo per una buona volta un altro mito.

Non facciamoli, i buoni propositi.

In due modi: smettiamola di chiamarli buoni propositi, e smettiamola di farli una volta all'anno per sentirci a posto, mettere il "tick" nella casellina, e poi chiuderli nel cassetto.

Smettiamola di "set ourselves for failure" con una specie di spreco collettivo di energia emotiva seguito dal rito della sfiga collettiva quando dopo un anno li tiriamo fuori dal cassetto per constatare che ne abbiamo mancati un buon 80%. Certo che non funziona, così.

Questo è un richiamo all'azione.

Chiamiamoli obiettivi, scegliamone pochi, e solo quelli in cui veramente crediamo. Come? Mettiamoci davanti un VOGLIO e un FARO', non un vorrei. Già questo fa una prima scrematura. Fin quando resteranno vaghi vorrei, i propositi sono solo una lista di sicuri e molteplici fallimenti da contemplare con mestizia tra un anno (ma ormai è invalsa una nuova terminologia: KICKS. I propositi dell'anno nuovo sono un'altra categoria masochistica molto ben definita di KICKS in the marons)

Gli obiettivi, quelli veri, diventano progetti, e i progetti richiedono una pianificazione, una review e un aggiustamento costante. Per alcuni ci si deve pensare una volta al mese, per altri una volta alla settimana, non certo una volta all'anno. Per pensare intendo sedersi a un tavolo, magari col proprio team che deve fare la sua parte (difficile andare da qualche parte se gli obiettivi restano solo nella nostra testa), e fare il punto: questo funziona, questo no, cosa dobbiamo migliorare? Va da se' che non siamo in grado di gestirne molti di più delle dita di una mano.

I buoni obiettivi (nel senso di obiettivi pensati bene, non nel senso di buoni propositi) hanno delle caratteristiche ben precise (ne riparleremo presto), ma per ora mettiamola così:

Se dovessero pagarti un bonus di, diciamo, 10.000 euro per ogni obiettivo raggiunto e potessi sceglierne 4 (perchè un quinto ti viene imposto dall'alto e non lo puoi negoziare) cosa sceglieresti? qualcosa di oggettivo e misurabile o qualcosa di vago, relativo e soggettivo? Andare in palestra o uscire a passeggiare almeno x volte alla settimana/mese, oppure essere una cognata/moglie/mamma "migliore"? E tra andare in palestra almeno 2 volte alla settimana per 7 mesi su 12 rispetto ad andarci 3 volte alla settimana per 12 mesi, cosa ti sembra più realistico in base alle tue capacità? Con quale obiettivo ti sentiresti di poter mettere al sicuro il tuo guadagno? Sono troppo venale? Lo so, sono esempi. E poi Flavia, esistono anche obiettivi morali! Certo, ma anche un obiettivo etico e spirituale come "essere più generosa con..." può essere tradotto in un piano e un criterio di misurazione. Iscrivermi ad un'associazione di volontariato. Telefonare una volta alla settimana a mia zia che è stata male. Non rispondere più male a mia suocera - max eccezioni consentite: 2 all'anno (lievi).

Ho visto discussioni accanite tra qualcuno che cercava di imporre un obiettivo e qualcun altro che rispondeva: "mi dispiace, ma non lo accetto, non è realistico". E' lì che ho imparato l'espressione "non voglio set myself for failure" ed ho pensato con ammirazione "beh però, così si fa, io pur di farlo contento gli avrei detto "ok guarda, farò del mio meglio" che non vuol dire un emerito niente. Nel mondo venale del business, che però è un grande insegnamento qualche volta per metter da parte le reazioni emotive e ragionare per cause e conseguenze e numeri primi, o ti prendi un impegno e lo rispetti e allora guadagni dei soldi, o non lo rispetti e allora perdi dei soldi. Quindi ti conviene discutere bene sugli impegni che ti prendi, e formulare i tuoi obiettivi in maniera inattaccabile.

E allora perchè non dovremmo fare la stessa cosa con noi stesse nella insopportabile versione angioletto di capodanno, guardandoci allo specchio e dicendoci "non farmi ridere per favore con questi 18 buoni propositi. Ora scriviamoci per bene 4-5 obiettivi, e lavoriamo con quelli, che basta e avanza."

Questo è un richiamo all'azione. E a un maggiore focus.

E se proprio vogliamo farli, i buoni propositi, facciamoli al contrario, prendendo esempio da questa simpatica Jenny. Ragionare al contrario non è un esercizio inutile, anzi: ribaltare le cose che si danno troppo spesso per scontate talvolta apre orizzonti nuovi e porta nuove soluzioni.

lunedì
01dic2008

L'autostima e la paura di vincere

“Hai mai pensato di non meritare la felicità?” chiede Rita un giorno. È fatta così, tende a intellettualizzare un po' troppo. Ma parlare con lei ogni tanto apre inaspettati spunti di riflessione.

“.....?”

(Stefania ha una presentazione urgente in mente, e non è sicura di aver afferrato il concetto)

“Sì, sentirsi così, fuori posto, perché tanto, tutti hanno tanti motivi per essere infelici, per cui cercare di essere felici è inutile”, insiste Rita.

L’amica la guarda un po' distante: “Fammi un esempio concreto”

“Magari una mattina mi alzo e mi sento felice, è una bella giornata e non ho le solite preoccupazioni. Cioè le cose da fare sono sempre quelle, il lavoro, la spesa, ma stranamente mi sembrano facili. All’improvviso penso che non è giusto, che non può essere così facile, con tutti i problemi che ci sono.”

Stefania la guarda. “Vuoi dire, intossicarsi un momento di serenità pensando che tanto non dura?”

“Sì, cioè no, c’è di più. È come non sentirsi all’altezza. Cosa ho di speciale, di migliore degli altri? Niente. Quindi non è possible che io sia felice.”

“Forse ti cerchi un alibi perché la felicità è impegnativa, è difficile da conquistare e mantenere. Allora è come dirsi: se la perdo, è perchè doveva andare così, è normale. E se me lo aspetto, magari sono preparata e mi fa meno male. Insomma immaginare di perdere mentre stai vincendo”

“Una cosa del genere”

“E naturalmente succede. Succede che perdi. Perché continui a contemplare l’idea di perdere fino a farla diventare realtà” Stefania guarda di lato, non guarda più l’amica negli occhi, si sta perdendo in qualche ricordo. “È la paura di vincere”.

“La paura di vincere.... bel modo di definirlo."

"Viene dallo sport, ma à vero anche nella vita"

"Sì. La troppa responsabilità di sentirsi "capaci". Ti innervosisci, ti giudichi. E magari io sbotto al primo capriccio di Chicco, o aggredisco mio marito al telefono per una fesseria, e poi mi sento una schifezza per tutto il giorno.”

“ E magari sbaglio un colpo dopo un altro e finisco per perdere come un’idiota, quando stavo vincendo 6-1, 5-1”

“Eh? Io parlavo della vita da... mamma”

“ Sì. Lo so... Anch'io... Ma mi è venuta in mente una semifinale di un torneo di tennis. Vent’anni fa. Un piccolo torneo, ma significava molto. Sono ridicola, ma il ricordo mi tortura ancora”

“Però. Ti credevo una specie di wonder woman. Ma in fondo parliamo della stessa cosa: per me la felicità è una giornata serena, per te è una vittoria, un traguardo”.

Così tutte le storie si assomigliano, quando non riusciamo a convincerci di essere abbastanza brave, abbastanza meritevoli di felicità.

 

ps Buon compleanno, Piattini. Ti meriti un sacco di felicità!