Prontuario di autodifesa: sopravvivere i "perché?"
mar, novembre 17 | in
autodifesa Raperonzolo vuole sfatare un mito, quello che vede il “perché” dei giovani bipedi, una forma di innata curiosità verso la realtà che li circonda, da soddisfare sempre e comunque con serietà e in modo esaustivo. La gamma dei “perché” è in realtà vastissima e va dai legittimi “perché” di stampo newtoniano fino alla presa per i fondelli. Muoversi tra queste aree senza rimetterci la salute mentale è la vera sfida del genitore.
Ecco una guida sommaria e non del tutto esaustiva per districarsi nella giungla dei "perché".
Il perché sistematico
Verso i tre anni il bambino s’impossessa della parola magica. Il “perché” è parola dotata di potere magnetico, una chiave d’accesso al mondo degli adulti. Da prima ripetuta fino all’ossessione, tanto per sentire il suono che ha e per capire che reazioni suscita, poi reiterata previa constatazione che in qualunque luogo e in qualunque situazione il “perché” li rende il centro assoluto dell’universo (una posizione in cui il treenne si sente pienamente a suo agio).
L’uso sistematico del “perché” è un’arma potentissima contro la quale il genitore amorevole e disponibile non ha scampo. Il minibipede riesce ad accalappiare l’attenzione in modo univoco e totalizzante. Vince sempre lui perché non è minimamente interessato alla risposta, vuole solo protrarre il dialogo a tempo indeterminato.
“Amore, mettiamoci le scarpe.”
“Perché?”
“Perché dobbiamo uscire”
“Perché?”
“Perché dobbiamo fare la spesa.”
“Perché?”
“Perché in casa non abbiamo più niente da mangiare.”
“Perché?”
“Perché abbiamo già mangiato tutto.”
“Perché?”
“Perché per vivere bisogna mangiare.”
“Perché?”
Si può andare avanti per delle ore finché il genitore non cede per sfiancamento psicofisico.
Il perché inquisitivo
Verso i quattro anni il bambino comincia a porsi delle serie domande sul mondo, la propria esistenza e il funzionamento delle cose. I “perché” sono molteplici, complessi, articolati e spesso surreali.
“Perché nascono i bambini?”
“Perché esistiamo?”
“Perché c’è la luna?”
“Perché la notte c’è il buio?”
“Perché al buio non si vede?”
“Perché i girini diventano rane?”
“Perché noi non possiamo volare?”
“Perché l’acqua è bagnata?”
“Perché il fuoco brucia?”
Il genitore è costretto spremersi le meningi dalla mattina alla sera e a cimentarsi nelle più improbabili risposte, ma c’è un problema: il quattrenne ha un potere di attenzione pari alla memoria d’un pesce rosso. Se la risposta non è immediata, diretta e semplice, entro pochi secondi di "perché" ne avrà già chiesti altri dodici. Il genitore annaspa e poi annega in un oceano di “perché”.
Il perché pragmatico
Il cinquenne è un essere astuto. Riscopre il treeenne che c’è in lui ma massimizza i due anni di esperienza e furbizia alle spalle. Rispolvera il “perché” sistematico e lo pragmatizza allo scopo di ritardare o non fare quello che gli viene chiesto.
“Amore, spegni la TV, per favore.”
“Perché?”
“Perché ti devi lavare e vestire.”
“Perché?”
“Perché devi andare a scuola.”
“Perché?”
In questa fase si va avanti così circa venti volte al giorno ogni giorno per circa un anno.
Il perché assoluto
Il seienne supera se stesso. I suoi “perché” sono una miscela atomica di perché sistematici, inquisitivi e pragmatici dal potere corrosivo pari a quello dell'acido muriatico che riversa sul genitore a ritmo costante, tanto da rendergli praticamente impossibile discernere tra i vari “perché” che assumono una forma assoluta e onnipresente.
Il genitore è ormai stremato ed esausto. E’ a questo punto che cede alla fatidica frase che ha sempre criticato a tutti gli altri genitori:
"Perché è così e basta!!!”
Naturalmente la grida nel momento più inopportuno, proprio quando il figlio aveva espresso uno di quei legittimi “perché” a cui il genitore avrebbe dovuto rispondere con serietà e in modo esaustivo.
















