Scarica il nuovo banner e fai conoscere VereMamme!
SMALL
  MEDIUM  LARGE


 Unisciti al progetto per consumatori che vogliono dire la loro:

scarica il banner

Coaching VereMamme!

C'è quello dei manuali, quello per i manager e gli amministratori delegati. E ora c'è quello delle mamme, che sviluppiamo qui secondo le stesse tecniche. Ma che cos'è il coaching? E quali sono i talenti naturali che può aiutarci a sviluppare? Qui trovi articoli, racconti e piccoli esercizi di coaching quotidiano per essere una VeraMamma, cioè autenticamente e consapevolmente...te stessa.

sezioni

Per donne di talento

Bacheca (Coaching)

Articolo su "La Stampa"

Nuova rubrica:

ll Coaching VereMamme
è anche su:

In collaborazione con:

Vuoi maggiori informazioni?
Richiedi una sessione di coaching

VereMamme.it © copyright
Gli articoli, i post, i pensieri di VereMamme.it sono a vostra disposizione. Citatene la fonte, condivideteli, fatene l'uso che volete, purché sia eticamente corretto. Ci tengo!

< Coaching - Home Page

lunedì
18gen2010

Quando un Coach ti aiuta davvero

Per parlare di Coaching con un minimo di competenza bisogna innanzitutto essere Coachee, cioè affidarsi a un coach, e non potevo che scegliere Ioia per rompere il ghiaccio.
Dunque Ioia potrebbe essere, a prima vista, una di quelle fatte apposta per mettere in crisi quelle come me. Nel senso che - sia che indossi i jeans o il tailleur, che abbia la messa in piega fresca fresca oppure una nottataccia sulle spalle - è sempre curata nei dettagli, ma non per posa, bensì per natura: capisci subito che è una di quelle persone baciate dall'eleganza dalla nascita. Ma non è l'aspetto che conta, sebbene anche quello abbia il suo bel perchè. E' piuttosto la natura del rapporto che riesce ad instaurare con chi ha di fronte. Un giusto equilibrio tra professionalità e confidenza, tra informalità e rigore. Ed è, ancora di più, la capacità di farti vedere le situazioni liberandoti dagli schemi mentali in cui ti sei imprigionato da solo.

Per raggiungere queste abilità un/una coach deve imparare a leggere nelle persone, e poi portarle per mano là dove si sentono meglio. All'improvviso ti trovi su un balcone da cui vedi la situazione molto più piccola e circoscritta e ti chiedi "Beh? Era tutto lì?". Non è facile, perchè noi stessi non abbiamo consapevolezza della cosa. Per cui la domanda del coach più ricorrente durante il percorso è: "come ti fa sentire? Perchè?" Quando coglie un'esitazione, o peggio ancora un luccichio strano nei tuoi occhi (per quanto tu tenti di convincerla che si tratta di allergia ai pollini, anche se, ehm, è dicembre...niente, non molla) lei incalza per stanare i tuoi blocchi:
"che emozione era? come la chiameresti?"
"....rabbia, grr"
"sicura?"
"uhmmm..rabbia mista a disagio"
"cioè?"
"uffà. paura f....a"
"va bene. e da dove viene?"
e così via (lo confesso, Ioia: odio quando fai così! il dentista almeno usa l'anestesia).
Dopo aver tirato fuori dai loro nascondigli e chiamato per nome le ansie, le paure e i mostriciattoli vari, si comincia ad esplorare il menù degli strumenti a disposizione per superarle. Niente psicanalisi (nella maggiorparte dei casi non ce n'è bisogno) ma indicazioni concrete e "azionabili".

E' stato grazie a un colloquio con Ioia che ho capito che potevo affrontare una  opportunità di lavoro (non ricercata) alle mie condizioni, e non a quelle che ritenevo delle innegabili costrizioni esterne, che mi riempivano di  dubbi ed esitazioni.  E così ho capito cosa volevo , l'ho chiesto e l'ho ottenuto. (Cioè quello che volevo è una vita sempre più incasinata,  per chi non lo avesse ancora colto). Devo quindi un ringraziamento molto personale e molto particolare a Ioia.

Per capire cosa il Coaching potrebbe fare per voi, fatele una domanda qui. Seguitemi e seguitela nel progetto MoM Coach (qui tutte le ultime novità e le prossime date). E magari incontratela e fateci una chiacchierata una volta :)

 

martedì
10nov2009

Il gioco interiore del tennis

Mi sono imbattuta in questo libro (The Inner Game of Tennis - Timothy Gallwey) abbastanza datato, e ho avuto subito un'impressione di familiarità: come qualcosa che si è sempre saputo, e si aspettava solo di vedere nero su bianco - e infatti era lì, da tempo. La familiarità è moltiplicata, ovviamente, dalla circostanza di aver trascorso l'intera infanzia e adolescenza sui campi da tennis, assimilando profondamente la somiglianza di quella sfida solitaria con le sfide della vita, tanto che quando mi sento particolarmente giù i ricordi delle mie sconfitte tornano ancora a torturarmi le notti. La mia conclusione a vent'anni era stata: se non ho mai superato un certo livello, se non sono stata in grado di fare quel salto di qualità, è perchè mi è mancato un buon allenatore della testa, e non per le gambe nè il fiato nè la tecnica.

Il concetto di gioco interiore introdotto dal libro è ormai abbastanza popolare nella comunità dei coach (sportivi e non). Mentre il gioco esteriore è fatto da regole, avversari, e gesti atletici, quello interiore è molto più importante anche se invisibile, perchè si gioca esclusivamente nella testa del giocatore. Si tratta di un dialogo interiore che incontra avversari potenti come il dubbio, la paura di fallire, la feroce autocritica, cali di concentrazione e nervosismo. Cose che sperimentiamo ogni giorno anche senza giocare a tennis.

Il segreto per dominare questa partita interiore contro i propri fantasmi è il lasciarsi andare. Sembrerebbe contraddittorio, ma le migliori performance e il massimo focus si raggiungono in uno "stato di flusso" che consiste nel non pensare a noi ma immergerci totalmente nel momento.

Pensate alla massima performance di un musicista, un ballerino, un atleta: è come "invasato", in "stato di grazia", non sta pensando ad ogni singolo gesto che fa, ma gli viene tutto automatico, spontaneo, naturale. Pensiamo a un momento in cui ci siamo sentiti così: magari scrivendo, cucinando (ehm), parlando a qualcuno, che sia un pubblico numeroso o una sola persona, ma col cuore. Non stavamo pensando-ci e controllando-ci, eravamo abbandonati e immersi nell'ispirazione del momento.

E dunque qui sta il bello: per lasciarsi andare bisogna smettere di criticarsi, disimparare gli atteggiamenti mentali autogiudicanti a cui ci siamo abituati sin da piccoli ed impararne di nuovi. Per il semplice motivo che, più concediamo spazio ai pensieri limitanti come "non sono capace di farlo", "sono un perdente", più diventeremo quello che pensiamo.

Come si disimpara il pensiero limitante, come ci si rilassa? A ognuno le proprie vie, ma Gallwey parla di un concetto molto interessante: imparare qualcosa consiste nel creare solchi nella nostra mente. Come un disco, un "pattern" (percorso) mentale. Applicazione tennistica: ogni volta che tiro un colpo in un certo modo, aumento le possibilità di ripetere quel gesto allo stesso modo. Quando l'azione si ripete, il solco si accentua leggermente, e così via. Lo stesso vale per le nostre reazioni mentali: l'unico modo per uscire da un solco negativo, è esercitarsi creandone uno nuovo. E' questo il famoso allenamento mentale di cui tanto avrei avuto bisogno (e questo è quello che fa un coach.) Altrimenti non si spiegano le mie crisi di doppi falli in sequenza, che non dipendevano dalla mia battuta ma dalla mia paura, accompagnata da imprecazioni a me stessa dopo ogni errore, e via così, pronta per farne un altro. I tennisti dicono che la paura ti fa venire "il braccino", cioè ti contrae, ti rimpicciolisce. La calma invece espande le tue possibilità, e che bello quando finalmente senti che "stai lasciando andare" quel benedetto braccio.

Gli stili di apprendimento sono molto personali: c'è chi preferisce la pratica concreta, chi ripete tutto mentalmente e costruisce modelli teorici, chi procede per prova ed errore, sperimentando continuamente nuovi stili (in genere funzionano bene le combinazioni di diversi metodi, ma ognuno ha uno stile dominante). Qualunque sia il vostro, resta valida la regola della frequenza: maggiore il numero di volte in cui una sequenza comportamentale viene ripetuta, maggiore il rafforzamento dei circuiti neurali coinvolti.

Quindi, al di là dei paroloni...alleniamoci a lasciarci andare e sbagliamo rimanendo in pace con noi stessi.

 

post correlati

Dubbi e risposte sul coaching (partendo dal tennis)

Minicorso di pensiero positivo      2     3


 

 

domenica
30nov2008

Il coaching: prima di tutto, cos'è

Su Lifecoachlab.com esiste una definizione utile, che riprendo:

"Un coach aiuta le persone a trasformare se stesse e a riformulare il loro modo di essere, di pensare e di agire. (...) Un coach offre supporto nello sviluppo di nuovi punti di vista, presenta diverse opzioni e genera nuove possibilità in modo che i clienti possano prendere delle decisioni basate su ciò che essi realmente vogliono – non quello che dovrebbero volere. (...) chiedendo loro di agire perché realizzino quanto desiderano. In altre parole, il coachee identifica un gap tra dove è e dove vorrebbe essere, ed il coach lo aiuta a colmare questo gap."

In altri tempi, tipo duemila anni fa, si chiamava Mentore, ma poi le aziende hanno forse constatato che il mentoring interno non funzionava granchè (ognuno ne ha già abbastanza dei propri problemi, per riuscire ad occuparsi anche di quelli degli altri), e allora hanno cominciato ad ingaggiare dei coach esterni. Siamo passati dal latino all'inglese, seguendo la nuova terminologia in voga: da mentore a coach. (Ma l'inglese coach, che indica anche la carrozza del treno, viene da Kocs, villaggio ungherese famoso appunto per le carrozze. Insomma è un termine che ha a che fare con un viaggio).

Il coach ha una tecnica che aiuta le persone (come professionisti o semplicemente come individui) a formulare e a raggiungere i propri obiettivi. A differenza di un consulente, non offre soluzioni preconfezionate, ma mette in condizione i propri clienti di applicare le loro soluzioni, utilizzando i loro potenziali. (Anche qui, mi sembra di ricordare Socrate e la maieutica. Perchè tutto viene dal greco, come nel film "Il mio grosso grasso matrimonio..." Ma andiamo avanti). La cosa interessante è che per fare tutto questo, il primo passo è capire cosa si vuole veramente. Ripartire dai valori, ossia le nostre aspirazioni e i nostri obiettivi profondi, per poteer fare un piano d’azione coerente. Alla fine del viaggio, miracolo: sappiamo cosa vogliamo e come arrivarci.

Questo "non sapere cosa si vuole" può sembrare strano, ma nella nostra società occidentale super competitiva, dove il successo individuale è tutto esteriore, spesso ci "dimentichiamo" dei nostri autentici valori-obiettivi. Il successo viene definito come il conformarsi a un modello imposto dall’esterno (ricchi, belli, magri, giovani...), e non formato in autonomia all'interno di noi.

E cosa ha a che fare questo con una mamma, che fa il (primo o il secondo, ci sono diverse opinioni) mestiere più antico del mondo? Molto, moltissimo: la mamma è impegnata in un lavoro difficile che la assorbe completamente, è sottoposta a pressioni competitive su più fronti (il suo ambiente familiare, le altre mamme con cui si confronta, i modelli sociali, le sue stesse aspettattive), e spesso si dimentica della mamma che avrebbe voluto veramente essere, oppure abbandona l’idea per sfinimento. Ma essere mamma è un'opportunità di sviluppo personale troppo grande per non coglierla. E’ come avere ottenuto una grossa promozione, e non avere assolutamente idea di dove iniziare. Oppure avercela, ma non nutrire abbastanza fiducia in sè per perseguirla, e perderla per strada. Fanno corsi ai manager che hanno questo identico problema. E non li fanno alle mamme dei futuri manager ?!

Insomma sii te stessa, e nessuno potrà fare il tuo lavoro meglio di te.

(Ah, una cosa importante: non sono io la coach, qui. Non insegno qualcosa a qualcuno. Coach lo siamo tutte: io farò solo da facilitatrice...)


Vai al programma del Coaching VereMamme >>

Per saperne di piu' sull'executive coaching, dai un'occhiata a Lifecoachlab