Mom-preneur in inglese, mamma imprenditrice in italiano.
Definizioni che, da un lato, servono a cogliere una realtà lavorativa e sociale mediamente molto difficile per una madre, a cui spesso si reagisce con un colpo di reni “reinventandosi” (ma quanto ci siamo reinventate? le parole perdono il loro fascino se abusate), diventando free lance, dedicandosi ad un progetto, indipendentemente dal ritorno economico immediato. In un paese dove le imprese femminili sono in crescita (ma quante sono realmente gestite da donne? E quante solo di facciata per ottenere agevolazioni e sgravi? non lo so), la nuova mamma-imprenditrice sembra la salvatrice della categoria – della categoria mamma, intendo, perchè non credo che il concetto renda un buon servizio alle vere capacità imprenditoriali che dovremmo aiutare a diffondere. Resta un dato di fatto che non tutti/e le hanno, e che non sono alla portata di tutti.
Vi confesso che vivo con disagio questa definizione e non penso neanche lontanamente ad applicarla a me stessa: forse lo stesso disagio con cui molte rifiutano, con profonda antipatia, la definizione di mamma-blogger. Non è una questione di sdegno delle etichette, atteggiamento che ho trovato spesso e che poi rasenta lo snobismo. (Che VereMamme – ci vorrebbe una coach sia nelle mappe del mommyblogging ci sta tutta. E’ nato così, anche se ormai dopo qualche anno parlo di tutt’altro.) La questione è diversa, e riguarda la ghettizzazione mammesca del lavoro, e anche l’effetto sminuente che si produce su ogni categoria di pensiero appena le si appioppa il fatidico prefisso mamma-.
Provo a spiegare.
Lo stimolo per mettersi in proprio non sono e non devono essere i figli. Se ci state pensando per quello, perchè pensate di poter così meglio conciliare vita familiare e lavorativa, strappate il foglio e buttatelo, e riscrivete completamente il vostro piano. Si tratta di una decisione che cambierà la vostra vita, e la motivazione per una scelta simile deve essere interna, non esterna a voi. Andarli a prendere a scuola? Passare i pomeriggi a giocare con loro e fare una torta? E’ questo che volete? Se è questo, che c’entra con l’attività che volete avviare? Quali sono gli obiettivi di quella attività, invece? La motivazione profonda deve riguardare il vostro lavoro, non il vostro tempo libero, altrimenti rendetevi conto finchè siete in tempo che c’è qualcosa che proprio non funziona, in partenza.
Non illudetevi: senza un business plan non si va da nessuna parte. Prima di tutto obiettivi, quantitativi e qualitativi, e quindi tempi, risorse, persone, attività. Lo sappiamo che le cose non vanno mai secondo i piani, ma per fare il primo passo e farle succedere, queste cose, serve un piano. Lo ripeterò sempre, da quella mattina in cui questo assioma mi è apparso chiaro sotto la doccia per sanare la mia più intima contraddizione e darmi un senso di pace.
Il dilemma di una scelta
Mi imbatto spesso nelle richieste di consigli da parte di chi ha da un lato un’offerta di lavoro dipendente, non particolarmente gratificante, e dall’altra un’idea in un cassetto. Bene, se c’è un’orizzonte temporale ed economico tale da giustificare il tentativo di metterti in proprio, pensaci seriamente. Ma sappi che il lavoro da dipendente “esiste” già, mentre quello in proprio devi inventartelo da zero. La fatica, il tempo, l’energia sono il triplo. Devi avere un business plan e delle relazioni da intrecciare e curare, devi attraversare fasi di profondo sconforto, devi fare notte mille volte su un documento da presentare a un cliente importante, non ci sono i week end se qualcuno ha bisogno di te, devi svegliarti alle cinque con un senso di profonda rabbia e frustrazione per lo stronzo (o la stronza) di turno che hai incontrato sulla tua strada, devi urlare contro i muri per far passare una tua idea per poi farla lo stesso nonostante i pareri contrari, devi litigare col mondo e sentirti completamente sola. Se non hai questo nelle tue corde non fare l’imprenditrice. E poi quando arrivano le soddisfazioni sono grandi, perchè proporzionali a tutto questo enorme sacrificio che hai speso. A motivare una sofferenza simile può essere solo la passione, la convinzione, e non la convenienza economica a breve nè l’illusione di avere più tempo per la famiglia. Più tempo, credo, dovrà averlo lui per sostenerti, se c’è un lui.
In conclusione, non credo nella favoletta consolatoria per cui un’attività in proprio salva la mamma, a meno che non facciate cappellini all’uncinetto in un volume di qualche decina all’anno.
Mamma-imprenditrice (non in sè, ma con questo retroterra semantico di mamma sfigata che si inventa qualcos’altro da fare) lo trovo svilente per il concetto di madre (connaturato all’essere donna, e basta) e di imprenditorialità (connaturato ad essere inguaribili e incontentabili rompipalle).
Concludo con la risposta di una donna, che ha lasciato il posto fisso per fare la free lance, nel gruppo Linked In Mamme al lavoro, dove spesso si parla in modo intelligente di questi problemi.
Non me ne pento di certo ma dedico molto meno tempo ai figli ora che prima. E’ difficile e dura ma alla fine sei gratificata. Fai prima il tuo business plan e vedi. Poi i figli crescono in fretta e seguono la loro strada, tu segui la tua. In bocca al lupo
Nel pieno della retorica sulla mamma italiana (ancora su Repubblica pochi giorni fa) voglio applaudire al coraggio di dire chiaro e tondo un concetto cosi bello e semplice e tuttavia quasi eretico in Italia: i figli vanno per la loro strada, tu segui la tua.







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