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Varie sparse su amicizia amore psicanalisi e giardini (e quindi stasera sofficini)

Pubblicato il 16 aprile 2013 da Flavia

Ci si rivede ogni tanto, eh? Ed è già passato un anno da quell’ultimo aprile.

Il fatto è che sono molto presa dalla serie #inTreatment, con cui gli spettatori oltre ad apprezzare sprazzi di ottima recitazione, fanno anche un po’ di psicoterapia per interposta persona.

Vi ricordate la psicanalisi in cucina? Ebbene nell’ultimo paio di giorni mi sono ritrovata a farla anche in giardino. Con l’arrivo del sole è scoppiata la voglia di disinfestare la giungla che era cresciuta, ed eccoci a rasare, piantare siepi e decorare gli angoli con ghiaia e massi. Oltre a spaccarci la schiena scavando e sollevando pesi (che fa molto bene, per riprendere il contatto con la realtà) e oltre a spaccare ovviamente un tubo, l’arrivo della solita provvidenziale vicina che mi ha prestato la sua acqua quando ho dovuto chiudere la mia (quante risate si fanno sui nostri disastri casalinghi…)  mi ha messo a confronto con la fatidica domanda: ma perché non prendo neanche in considerazione i fiori? Di là da lei c’è un tripudio di colori e vegetazione rigogliosa, qui da me ci sono siepi che devono – rigorosamente – fare tutto da sole. Il rosso è dato dalle foglie nuove delle fotinie, cioè quelle in foto. E poi c’è qualche roccia, che fa molto zen.
La sola idea di seguire delle fioriture stagionali mi annoia mortalmente, ma in fondo è molto peggio di questo, in fondo mi disturba proprio. E qui arriva Castellitto, o meglio non serve perché ci arrivo da sola: credo che il tutto abbia a che fare con la delusione di veder morire qualcosa (mi capita spesso con qualche pianta da appartamento che ogni tanto mi ostino a comprare, persino quelle grasse dell’Ikea sono riuscita a far marcire),  e anche se tutto ciò dovesse far parte di un piano logico – il ciclo della vita, i ritmi della natura, e tutte queste belle cose  - mi darebbe comunque molta ansia e molto fastidio.

La verità è che non voglio avere addosso la pressione di dovermi prendere cura di qualcosa in tempi prestabiliti, qualcosa che altrimenti muore.  (Figuratevi la pasta madre, e chiudo subito la parentesi)

Che razza di persona è, una fatta così? Brutta storia no? Dice il coro: crei una famiglia e fai dei figli, prenditi le tue responsabilità e pedala, bella.   E se non ti sta bene, vuol dire che sei un’egoista.

Stavo correndo quando ho formulato lucidamente il pensiero, e infatti da quando qualche anno fa ho deciso che la terapia non faceva per me e l’ho piantata da un giorno all’altro, con sgomento della tipa; ho osservato che un’ora e dieci chilometri di corsa possono sostituire egregiamente una sessione di analisi. Invece di piangere e rimestare in quel pentolone, respiri a fondo e “soffrendo” fisicamente anziché mentalmente, ti ritrovi a mettere in fila i pensieri facilmente. L’analisi per come la ricordo e l’ho vissuta io, è come il muro a tennis: ti rimanda indietro le cose esattamente come tu gliele tiri. Come cavolo fa a migliorarti il gioco? Non lo so. E infatti i dialoghi di In Treament a volte si incartano in un modo tale che li prenderesti a schiaffi entrambi, paziente e terapeuta. Ma ne sono affascinata lo stesso.

Dunque, le relazioni.  Una persona fatta così è evidentemente inadatta a una relazione, d’amicizia o d’amore, e figuriamoci la maternità, intesa come cura costante. Una brutta persona così pone la propria libertà al di sopra di tutto e si potrebbe dire che cerca un compagno solo per fare il suo nido e i suoi figli, un socio solo per creare il suo business, un collaboratore solo per realizzare un suo progetto. E’ così? Usa le relazioni e non ci mette il cuore? Sì, può essere un modo di vedere le cose. Forse non usa la parola cuore facilmente, e certo non nell’accezione comune.
L’accezione comune con tutti quei fiorellini che poi tanto moriranno, la detesta. La stressa in modo insopportabile.
Ma non è incapace di dare valore ad altre cose.

Una notte ho ricevuto una mail di un’amica che, affrontando il serio rischio di perdere sua madre, esprimeva i suoi sentimenti e il suo dolore, e cercava il sostegno di persone vicine. Una mail indirizzata a una lunga lista di amici di vecchia data. Per  spiegare quei sentimenti dolorosissimi, sulla vecchiaia e sull’impotenza, usava le parole di una canzone, esattamente come fece secoli fa in un’altra lettera che mi mandò (ah..le lettere), trovando nella musica le parole giuste sul tempo che passa e distrugge. A 48, come a 18 anni: queste sono le persone che in beffa al tempo possiedono la magia di restare sempre uguali dentro; e credo senza falsa modestia, per essere finita in quella lista, che lei veda da sempre la stessa cosa in me. Persone che mi danno sensazioni profonde e ne ricevono a piene mani in cambio, ma che non hanno mai chiesto interpretato o concluso qualcosa su di me. Ci siamo e basta.  Credo che lo stesso concetto si applichi anche ai legami sentimentali, tanto che non consiglieremo affatto il matrimonio ai nostri figli, ma tant’è, sarà ovviamente una loro scelta.

Questo tipo di relazioni che tanto apprezzo e mi salvano dallo stress o dal vuoto del resto del mondo, ha bisogno di tempo, tanto tempo, anche inteso come spazio: spazio vuoto, spazio libero, libero da parole, da pretese, da sottintesi e da obblighi. Ho imparato mio malgrado a non pesare i gesti e le parole di chi mi esprime stima e affetto dopo troppo poco tempo: quella è simpatia, è pelle, ma poi sono altre le prove da superare.

E così i miei figli che mi vedono scomparire talvolta, trasportata altrove.  Qualche volta ancora fisicamente presente, ma con i pensieri occupati. Io spero tanto che capiscano che ci sono, che ci siamo e basta, e che lo capiscano proprio concedendoci di dimenticarci gli uni degli altri.. ogni tanto.

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