Rapporti personali e professionali lavorando con (nei, per) i social media. Intrecci, commistioni, maledizioni.

Pubblicato il 14 ottobre 2012 da Flavia

E dunque vorrei trattare oggi cotanto argomento spinosissimo su cui un giorno ho preso una specie di impegno con me stessa, e su cui non so bene quale sarà la mia posizione. Diciamo che la scoprirò scrivendolo, andando per punti, ascoltando – spero – i vostri commenti, e continuando a ragionarci intorno, ogni giorno. Disclaimer, è ovvio che le considerazioni derivano dalle mie limitatissime esperienze e fanno riferimento a fatti reali, per cui spero che nessuno se la prenda.

Partirò dalle conclusioni (di nuovo, assolutamente personali e non generali) che credo di aver raggiunto, o forse li definirei  meglio come degli assunti di base:

-          il discorso identitario che ho sviluppato negli ultimi 20 anni (circa) è tale da non poter più distinguere l’identità professionale da quella personale. Esistono certamente, nei confronti delle persone con cui entro in contatto, dei rapporti dal contenuto prevalentemente professionale e altri rapporti a carattere più indubbiamente personale. Attraverso blog e social media, però, si crea più facilmente una zona ibrida, piena di difficili sfumature in continua evoluzione. Comunque non posso immaginare una narrazione di me in rete (con termini alla moda, un personal branding o uno storytelling) che prescinda dalla narrazione dei miei progetti professionali. E quindi, mi prendo tutto quello che ne consegue in termini di influenza sulla mia percezione – a chi piaccio, e a chi no.

-          Il fatto che si tratti di progetti di (un certo tipo di) marketing non rende il mio lavoro meno degno, o svolto con minore coscienza professionale o civile, di chi è impegnato in altri tipi di lavori. In altre parole: non ho nulla di cui vergognarmi e nulla da nascondere. Odio la demonizzazione del marketing e mi adopero per quanto mi è possibile per smitizzarla.

E allora? Allora, andando per punti:

  1. La gestione della propria identità in Rete

Prendiamo il consulente freelance, l’imprenditore, il community manager che lavora per  un’agenzia, che devono coinvolgere molte persone in un’idea/iniziativa attraverso i social network. (Coinvolgere, non ingaggiare, vi prego, vi ripeterò sempre che la traduzione di ENGAGE è coinvolgere)
Per queste figure, nel momento in cui si lavora ad un progetto che raggiunge  la propria rete di contatti, si pone il seguente problema: tenere distinta l’identità personale da quella professionale?  E’ possibile farlo? quando sì? quando no? E come si fa?

(parentesi; mi collego a questo post che sviluppa bene un punto a latere, ovvero se il community manager debba agire con la propria identità o solo come un’espressione dell’azienda-cliente. Tendo a pensare che dipenda anche molto dagli strumenti che si usano – per es, Facebook e Twitter non consentono a una persona di staccarsi dall’identità aziendale a cui è intestato l’account, ma in un corporate blog individuale o collettivo magari si può, e fa anche bene al brand perché lo umanizza.)

Come sempre non c’è una risposta univoca. Per alcuni la confusione dei piani è un male, sempre e comunque.  Ma io non appartengo a questa linea di pensiero, forse perché ho sempre attribuito un peso importante al lavoro nella mia rappresentazione di donna e di persona, anche molto prima della scoperta della Rete. Mi spiego: io non credo che tu possa capire chi sono,  come la penso e in cosa credo, se non ti racconto anche il mio lavoro, che è la mia prima passione.  Forse il punto sta proprio in come si concepisce questo benedetto lavoro. Per un imprenditore è un’espressione irrinunciabile di sé, una vera e propria missione nella vita. Risulta invece più facile gestire un’identità separata quando le passioni vere risiedono altrove; e qui l’ottica diventa quella del dipendente,  o del consulente alle dipendenze di un committente,  e il lavoro in rete è qualcosa che  serve a procurarsi dei degni mezzi di sostentamento ma non permea interamente la propria presenza. Non dico che sia meglio o peggio, dico solo che è molto diverso.

2. La gestione delle relazioni

E gli altri, come ci vedono? Boh. Come diceva Oscar Wilde, questo è il più grande mistero della nostra vita. In un teorico continuum:  con qualcuno ci si vede saltuariamente, con altri ci si scrive aggiornandosi su vari aspetti della propria vita, durante un viaggio si è ospiti di qualcuno, oppure si può persino andare in vacanza in montagna o al mare insieme, si può fare un lungo viaggio in auto, e con uno o due si può arrivare a condividere un racconto di sé che è assolutamente confidenziale.  E tutte queste persone sono tendenzialmente anche destinatarie dei progetti che gestisco, o occasionali colleghi. Rispetto al mondo aziendale con le sue gerarchie, è una torre di Babele di linguaggi e commistioni di linguaggi.

Il tipo di rapporto che instauro con varie persone dipende ovviamente da 1. me, ma anche 2. dal carattere dell’altra persona, dalla sua interpretazione delle mie comunicazioni e dalle sue aspettative verso di me. Se poi  in questo contesto si inseriscono tematiche lavorative il quadro si complica parecchio e ci si può ritrovare nel dubbio: penserà che chiamo solo quando mi “serve”?  Ecco.  Si possono originare veri e propri corti circuiti e ingorghi emotivi a croce uncinata.

(continua)

2 Risposte per “Rapporti personali e professionali lavorando con (nei, per) i social media. Intrecci, commistioni, maledizioni.”

  1. M di MS scrive:

    Sì, Flavia, era a questo genere di cose a cui pensavo quando hai lanciato il sondaggio su FB.
    Prendi il mio caso.
    Ho aperto un blog 4 anni fa senza alcun progetto, per comunicare con il mondo in un periodo di isolamento (a casa con il secondo figlio). Da questo blog come sai sono scaturite amicizie in primis e poi collaborazioni professionali. Oggi il mio problema è che il mio blog è il mio marchio, il mio modo di essere conosciuta e racchiude quello che ho da dire. E’ qualcosa di irrinunciabile.

    Ma ho perso l’anonimato e non posso più farne l’uso che vorrei (non al 100% almeno) perchè non posso proprio spifferare al mondo tutti i cavoli miei e della mia famiglia.
    Poi anche io ho il problema di come e se mischiare personale e professionale.

    Ecco perchè penso che questo sia uno dei più grandi temi da affrontare parlando di social e identità.

  2. Flavia scrive:

    quello dell’anonimato è in effetti un altro punto, che è ormai saltato per tutti nel momento in cui si sono create occasioni di incontro offline, con facce e nomi. (nel mio caso avevo già scelto di essere in rete con nome e cognome quindi non l’ho vissuto come un cambiamento).

    Nel miscuglio di personale e professionale, se posso chiedertelo, cosa ti mette più a disagio? perché ce n’è tantissimo di disagio, soprattutto nel sentirsi giudicati da chi non condivide le tue scelte. o no? mi serve per approfondirlo nella prossima puntata ;)


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