Lavorare Social 2 – Il linguaggio delle emozioni e la gestione della crisi

Pubblicato il 29 ottobre 2012 da Flavia

(prosegue da QUI)

3. Il linguaggio delle emozioni e la gestione delle crisi

In un lavoro “offline” i rapporti di stima professionale possono svilupparsi affondando successivamente le radici nelle qualità umane delle persone. Può succedere quindi che da colleghi si diventi anche amici.

Ma, online, cosa succede quando da amici si diventa anche colleghi? Come si tratta “da collega” qualcuno con cui hai visitato mostre, ballato o bevuto, fatto battute sconce, magari anche diviso un tetto? (limitiamoci a una T, per carità). Non capita con tutti ma capita abbastanza, come si diceva. Ed ecco qui:

Email professionale da me a membro del team del reparto, circa 8 anni fa

“Bravo/a, hai fatto un ottimo lavoro e un’ottima presentazione, continua così”

Risposta:

“Grazie mille, sono molto soddisfatto/a del risultato raggiunto”

Email professionale da me a collaboratore di un progetto social, qualche giorno fa

“Bravissimo/a, è una fortuna collaborare con te”

Risposta:

“Ora mi sciolgo come un calippo al sole”

Email da collaboratore a me, 6 anni fa

“Flavia, sono un po’ preoccupato per la riunione, possiamo vederci un po’ prima per allinearci?”

Stessa email, martedi

“Ansia -angoscia-ansia-angoscia. Avrò bisogno di molti grappini”

Le persone che si incontrano e si frequentano nei social network adottano molto spesso tra di loro uno stile spaventosamente confidenziale, sia nelle comunicazioni  personali che in quelle professionali. Ancora più giustificato poi, se il rapporto non è di tipo retribuito ma basato su una scelta di “puro divertimento” o “pro bono”.
E quindi, se anche per un progetto professionale  lo stile è quello che si usa con gli “amici”, il rapporto che si crea attraverso questi scambi finisce per collocarsi in una strana e problematica terra di mezzo.  (Devo dire che questo si verifica spesso tra noi donne, che tendiamo più facilmente a condividere emozioni  in una conversazione, “esponendoci” mediamente molto più di un maschietto. Ma questa è solo una parentesi opinabile)

Insomma tutto bene quando le cose vanno bene, tutto bellissimo, incredibilmente coinvolgente a livello emotivo. MA, cosa succederà quando qualcosa andrà storto? Perché qualcosa può andare storto, vero?, purtroppo accade dovunque. Succede allora che un problema di lavoro diventi un fallimento come persona – e questo è semplicemente inaccettabile.
Succede anche che, non trattandosi di amici intimi ma di amici “social” a vari livelli e gradi di vicinanza, non potrò né avrò voglia di uscire a cena con ciascuno di loro e spiegargli che avevo un grave problema di famiglia mentre succedeva un casino, cosa che magari con un capo o un collega avrei anche fatto. Oppure ho anche pensato di farlo, ma poi l’ho tenuto per me, perché non dispenso in giro con piacere la mia fragilità.
Di fatto, in tutto questo,  la gestione della crisi mi diventa un problema molto più grande che in un “normale” e “formale” ambito lavorativo.

4. Piccolissime conclusioni

Dopo un po’ di riflessioni, cerco di individuare le persone che possano condividere  lo spirito di un progetto. Con alcune di loro si stringono accordi professionali, e queste persone sono poi libere di gestire la loro identità in Rete e le informazioni relative alla loro partecipazione.  Altre partecipano invece a un altro livello, su basi esclusivamente volontarie e spontanee, mantenendo quindi completa libertà di azione e di opinione, libertà di critica e di ritirata inclusa, ovviamente.

In conclusione penso che bisognerebbe sempre:

-          Chiarire molto bene in partenza gli obiettivi e le meccaniche di un progetto social, a tutta la comunità di riferimento (professionisti e liberi partecipanti)

-          Regolare in modo cristallino le collaborazioni di tipo professionale, dichiarando nell’accordo gli obiettivi e l’ambito di responsabilità

-          Non creare aspettative eccessive e chiarire sempre il proprio ruolo e responsabilità. Talvolta si tratta solo di un ruolo da intermediari: l’importante è dirselo.

Ma non penso che siano conclusioni sufficienti a coprire neanche la metà della complessità della storia.

5 Risposte per “Lavorare Social 2 – Il linguaggio delle emozioni e la gestione della crisi”

  1. bismama scrive:

    “Succede allora che un problema di lavoro diventi un fallimento come persona – e questo è semplicemente inaccettabile.”

    Io questo non riesco a vederlo. Può succedere che una persona sbagli il tiro (fallisca… che brutta parola ;) ) ma sbagliare è umano no? Non declassa mica la persona, il carattere, il modo di fare e non pregiudica, a mio avviso, neanche un rapporto extra lavorativo.
    Sarà che, nonostante tutto, tendo a distinguere le due cose (amicizia e lavoro), ma penso che l’amicizia possa fare bene al team che c’è dietro a un progetto. È stimolante.
    Poi questo è quello che penso che non significa essere la verità assoluta :D

  2. ManuAcrobata scrive:

    Io non credo che la gestione della crisi sia più complicata e difficile che in rapporto di lavoro formale. L’entrare più facilmente in empatia e in confidenza grazie ai rapporti social è senza dubbio, a mio parere, un gran vantaggio che rimane un vantaggio anche qualora le cose dovessero non andare bene per mille e più motivi. Rimane che il rapporto diretto può agevolare il confronto e il dialogo che per me sono alla base del superamento di una crisi (parlo di persone adulte e dotate di intelletto, per tutti gli altri non metto la mano sul fuoco :-D )

  3. Chiara scrive:

    Io invece, come immaginerai, concordo sul riconoscimento della complessità e di un certo grado di ambiguità esistente.E’ il bello dei rapporti social, da un certo punto di vista: i confini si ridefiniscono con una flessibilità molto maggiore. La chiarezza cristallina aiuta moltissimo, anche se gli scivoloni ci saranno sempre, come in tutte le umane cose.

    • Flavia scrive:

      Non lo so se è proprio “il bello” Chiara… E’ così difficile, e ogni volta che ci ripenso non trovo un bandolo della matassa -tra chiarezza e scivoloni, riscivoloni e richiarimenti, e varia umanità imperfetta, insomma come hai detto tu… Amen ;)

  4. mammachetesta scrive:

    Io invece trovo che quando c’è una rapporto di amicizia (virtuale o reale) prima del rapporto di lavoro sia molto più semplice gestire le crisi.
    Mi è capitato alcune volte (tre in tutto) in questo 2012 e appena chi era in difficoltà ha spiegato il perchè della propria sparizione non solo la crisi è stata automaticamente gestita dal resto del team senza pensarci mezzo secondo (e con un efficienza che levati!) ma il cerchio attorno al desaparecido è stato un supporto importante (almeno da quello che ci hanno riferito gli interessati).
    Quando le cose vanno male e il progetto finisce, o quando c’è un casino e qualcuno sbrocca, o ancora quando vuoi solo un muro a cui tirare capocciate, credo che il fatto di avere accanto qualcuno che non è solo “il boss” ma una persona che ti conosce e ti capisce…beh cavolo se aiuta!
    Ah e comunque tieni pronti quei grappini che spero la prossima settimana sia quella buona! ;-)


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