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Emozioni sane, emozioni malate

Pubblicato il 30 settembre 2012 da Flavia

C’è stato un momento, originato da uno stato mentale collocatosi ripetutamente e spalmatosi irregolarmente negli ultimi cinque-sei anni, in cui mi sono decisa (come si dice?) “a cercare l’aiuto di uno specialista” (tradotto da chi mi vuole particolarmente bene: cercati uno bravo). (In realtà più spesso è una brava, perché la psicoterapia sembra essere uno tra i tanti campi in cui le donne eccellono).
Il motivo era semplice: tutta la mia identità, da qualsiasi punto di vista la vedessi e in qualsiasi possibile declinazione la ri-cercassi, era andata in frantumi, e avevo crisi di tristezza infinita, rimpianti sul passato lontano e vicino ma soprattutto, cosa che mi ha fatto ancora più paura, crisi di rabbia feroce, violenta, contro me stessa e il mondo, roba da spaccare tutto e prendermi a pugni per notti intere. Io traditrice di me stessa, io giustamente tradita, io ho odiato con tutta me stessa.

La farò corta dicendo che la psicoterapia non mi è stata di grandissimo aiuto in questi frangenti, e dopo un bel po’ di chiacchiere e pianti l’ho mollata bruscamente. Non è per me. Una coach funziona meglio per generare cambiamenti positivi nella mia testa, perché sono cambiamenti orientati all’azione e al futuro, cose che considero molto più salutari della riflessione macerante sul passato.

Sono arrivata alla conclusione che una cena con un’amica sortiva un effetto migliore. Ed è stato proprio quello il momento in cui sono andate in crisi molte relazioni, a cui evidentemente mi ero illusa di attribuire significati maggiori di quelli che realmente avessero, oppure è successo anche il contrario, a parti invertite, chissà. Ho capito che le relazioni che  funzionano meglio per me sono quelle che non hanno bisogno di prove e presenze visibili, l’ho scoperto precisamente quel giorno in cui un’Amica mi ha tenuta la mano mentre aspettavo il funerale di mio padre, e per entrambe non contavano assolutamente nulla i trent’anni che erano passati senza mai una frequentazione tra noi che potesse definirsi assidua. Ma questa persona è una  nella vita, una perla rara proprio come il tesoro del proverbio, ed è quella che mi ha scritto le parole di amicizia più belle che io abbia mai ricevuto,  a 13 come a 43 anni.

Tengo per mano la tua immagine come qualche giorno fa, con un senso di malinconia e tenerezza, pensandoti ancora piccola, con quella scorzaccia vigliaccamente tradita dalle guance che arrossivano per un nonnulla”
“Si perdono le persone che non si lasciano andare, si perde il tempo sprecato a rimpiangere il passato senza assaporare il presente, si perdono gli amici che non si vogliono più aspettare”
(perdonami, lo so che non dovrei farlo, ma non frequenti il web e sei lontano e al sicuro. E l’hai detto così bene, solo tu potevi, solo tu mi hai dipinta lì, per sempre, in due sole righe.)

Si perdono le persone che NON si lasciano andare. L’ho scolpito.

Comunque, la domanda da cui nasce questa riflessione variamente divagante (o volevo dire vagamente delirante?) è questa: alcune emozioni dolorose sono legittimi moti dell’animo da esprimere, o sono tare da curare? Non viviamo un po’ troppo condizionati da una cultura per cui le emozioni sono qualcosa di cui vergognarsi, e il dolore soprattutto va messo a tacere, o scendendoci a patti, o “risolvendolo”? Ci sono eventi che a distanza di tempo hanno su di me sempre lo stesso effetto: ora penso a questo qualcuno con cui avevo una bella sintonia, che mi ha ingiustamente giudicata e abbandonata, e mi vengono le lacrime agli occhi. Succede OGNI santa volta che ci penso, e questa persona neanche se lo immagina.
“Evidentemente hai qualcosa di non risolto”, “così non va bene”, dice il saggio – E TI CREDO, genio, che non è risolto. E perché non va bene se piango? Non ci parlerò mai più, non c’è più né la voglia né l’occasione né la fiducia tra noi. Rimarrà così, un’ingiustizia senza riparazione, che va mandata giù e basta.
Così come aver perso quella semifinale dopo che vincevo 6-1 5-1, a quattordici anni, fragile per la paura di vincere, anche quella è un’emozione non risolta. O non aver risposto all’esibizione di testosterone di un arrogante che mi attacca davanti a tutti in un meeting a Londra – lui capo della grande Spagna e io della piccola Grecia che gli ostacolava i piani – e avergli solo messo una mano amichevole sulla spalla, più tardi a mensa, sorridendo e dicendogli che si sbagliava a prenderla così. Ebbene ancora oggi quel tipo torna a torturarmi nel dormiveglia, il suo “I’m sick and tired of Greece” mi torna in mente puntuale persino con la canzoncina di Anastacia, e puntualmente  immagino tutte le risposte con cui avrei dovuto incenerirlo. Non perché in quell’occasione io abbia sbagliato reazione verso di lui, in fondo non lo penso,  ma per essermi fatta picchiare senza reagire davanti ad altri venti manager, quello non lo sopporto.
Per cui vedi, se oggi qualcuno mi attacca soprattutto sul mio lavoro davanti ad altre persone, di solito rispondo, educatamente ma decisamente rispondo, e se ricevo ancora risposte aggressive e testosteroniche, chiudo del tutto. (E poi nel web i nemici restano per sempre e gli “amici” passano velocemente, è forse meglio un nemico sincero di un falso amico? bah, ma questo è un altro post).

Sono malata? devo tornare da uno bravo? Non credo.  Questa sopravvalutazione degli psicologi/psicoterapeuti e questa ghettizzazione delle nostre emozioni più forti come qualcosa di pericoloso da trattare con una terapia mi dà profondamente fastidio.
Ci sarebbero da approfondire le cause del fastidio, forse perché qui si cerca di negare la mia più intima natura, comunque continuate voi perché per oggi ho sproloquiato fin troppo.

2 Risposte per “Emozioni sane, emozioni malate”

  1. monica scrive:

    Emozioni sane o malate…. C’è una sovrainterpretazione del lavoro dello psicologo, poverini loro non ne hanno colpa, io credo. Quando la psicologia/psicoanalisi è diventata divulgativa … abbiamo perso per strada filosofia ed educazione, e l’antropologia. Ghettizzate negli eremi di una sapere elevatissimo, o nell’educazione degli “sfigati” del mondo. E le emozioni hanno iniziato a metter paura, perché non c’era altro posto dove metterle che non la “cura”, dovevamo farle guarire, potevamo portarle solo dal dottore. Al massimo per qualcuno c’era il prete e un conflitto di interessi.

    Per carità ci sono “cose” che necessitano dello psicologo o dello psicoterapeuta, ma non tutte.
    Emozioni che fanno parte della codifica della nostra umanità: soffri = piangi, ti arrabbi =digrigni i denti, hai una paura fottuta = se ti va bene scappi o al peggio ti immobilizzi…..
    Emozioni che rinascono e si mostrano nuovamente quando non te lo aspetti, sofferenze forse inspiegabili e gioia profonda come il mondo.

    non so … io sento il bisogno di paradigmi (anche esterni e culturali condivisi) che mi legittimino le emozioni, la intensità, e la forma che assumono, e come dici tu la loro più intima natura che in reale è la nostra natura; e che per questo ci legittimino il saper sostare nelle emozioni, saperle attraversare, spiegare, nominare, condividere …
    Senza dirmi son malata.
    Ho bisogno di sapere che in altre parti del mondo il dolore si vive in altri modi, che la gioia si condivide in misure differenti, che la paura altrove si domina con la meditazione, … (dico una cosa a caso) …
    (per questo dico grazie cultura e istruzione e wikipedia).
    Altrove non tutte le emozioni non sono malattie, a noi non resta che di uscir dagli stereotipi e andare dallo psico solo se occorre, come andiamo dal cardiologo solo se strettamente necessario …

    imho

  2. Flavia scrive:

    Ecco Monica, volevo dire proprio questo… che è legittimo “sostare nelle emozioni, saperle attraversare, spiegare, nominare, condividere … Senza dirmi son malata” oppure “che mi serve uno bravo”, e questo dovrebbe essere legittimo soprattutto quando le emozioni fanno male.


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