Il silenzio non è una scelta, è vigliacco.

Pubblicato il 23 luglio 2012 da Flavia

Sono le otto e mezza di una calda mattina d’estate e mi trovo nella saletta d’attesa di un’azienda a Milano. La valigia con me, perché tra poco  parte il treno che mi porterà al Sud, a casa da mia madre per qualche giorno, e poi ancora più giù, al mare in Salento. Le solite riviste sul tavolino: ne apro una a caso.
E quasi mi dimentico di avvisare la receptionist (arrivata dopo di me) che sono là per un appuntamento.

“Al cospetto di malattie, lacrime e lutti di amici o parenti lontani mi ritraevo, convinta che silenzio fosse uguale a rispetto, che ogni parola sarebbe suonata sbiadita e inopportuna, ogni conforto estraneo sarebbe stato un’imperdonabile violazione di quella sfera preziosa che è l’intimità. Per riguardo, ritrosia e forse vigliaccheria, mi sono sempre tirata indietro, acquattandomi nelle retrovie dell’altrui sofferenza, persuasa che anche una mano tesa, in certi frangenti, fosse una sgradita ingerenza. Ora che ci penso, anche chiedere e parlare del dolore altrui mi sembrava un’indebita intrusione di un privato inviolabile. Pur ribellandomi idealmente a quella pratica tanto diffusa di relegare altrove, lontano dalla quotidianità e dai pensieri dei sani, la malattia e la morte, mi ci sono sempre adeguata, guardandomi bene dal mettere i piedi dentro la pozza nera e vischiosa della sofferenza.”

Ecco. Vedo espresso chiaramente nelle parole di Elasti, cioè qualcuno che ha vissuto da poco la mia stessa perdita,  un  concetto semplicissimo che si è fatto strada nella mia mente in questi mesi  e ha ormai messo solide radici, cambiandomi per sempre:  nei momenti di dolore, del silenzio o del pudore altrui non ce ne facciamo un bel nulla. Anch’io ho adottato spesso questo atteggiamento, con l’alibi del “rispetto”, con la scusa che “in questi momenti c’è poco da dire”, e ora me ne vergogno moltissimo.  E’ solo una scusa, appunto,  per non dover ammettere la nostra vigliaccheria e la nostra inadeguatezza, sprovvisti come siamo dell’educazione emozionale minima per affrontare certi tabù.  Ora che ci sono passata non sarò più impreparata, e non lo farò più.

L’amica che in trent’anni ho frequentato tutto sommato pochissimo ma che in nome di un legame profondo viene a casa mia, mi tiene stretta la mano, e poi senza lasciarla mai cammina al mio fianco dietro quella orribile bara, tenendosi  giusto un pochino indietro rispetto ai miei passi,  come per dire “anche se non sono tua sorella, sono qui con te”. L’amico che sento ormai pochissimo ma che decide di telefonare per dirmi che, ecco, anche se non sa proprio cosa dire, vuole sentire la mia voce e vuole che io senta la sua. La compagna del liceo rivista pochi mesi prima dopo secoli, che chiama da un’altra città. Il collega del master dei giorni lontani, che però abita vicino, e anche se mi ha mandato al diavolo svariate volte da quando fa il (mio) promotore finanziario, viene in chiesa e mi abbraccia.

Queste cose si ricordano, i silenzi no.

E  per quanto sia difficile da capire, queste cose “fanno piacere”. Ecco, forse il punto è questo. Immaginiamo, illudendoci di metterci nei panni altrui, che per la persona colpita sia talmente tutto nero e doloroso che nulla possa “far piacere”, e che qualunque nostra manifestazione possa essere percepita solo come un fastidio. E poi  siamo tanto abituati ad espressioni stereotipate come “dolore inconsolabile”.
No, per fortuna, non esiste davvero un dolore inconsolabile. Nel senso che i piccoli o grandi gesti  si ritagliano uno spazietto dell’anima in cui ci si può apprezzare, e ci si può un poco consolare.
Anche i gesti degli estranei.  Ricorderò il caffè e i cornetti caldi mandati dal bar di mio padre, con un semplice biglietto.  Sono del sud, conosco il significato denso di vita del cibo, anche quello vischioso che mi innervosisce istantaneamente, così come la sensazione strana della vicina quasi mai frequentata che entra in cucina con un brodo.  Infatti Elasti parla del consòlo, l’usanza salentina di regalare cibarie dolci e salate.  E’ una delle poche cose che ho commentato pubblicamente in quelle ore: “mi sento orgogliosamente meridionale”. Significava che, sì, c’è poca “intimità”, c’è poca “riservatezza” in queste terre, persino tra i letti di un ospedale qualcuno si intromette nel discorso mentre parli sottovoce. Ma per la solitudine, l’intimità e la riservatezza c’è tutta un’eternità di nulla davanti, quindi grazie mille,  possono attendere.

E poi sapete, non credo che l’illusione del silenzio rispettoso faccia danni solo in caso di dolori grandi come le malattie o la morte. Ho imparato in svariate occasioni a distinguere la sincerità di chi ti manda un pensiero nonostante abbia avuto dei problemi con te, dalla semplice frase di circostanza di chi non riesce a deporre le armi della sua diffidenza, fino alla vera anima marcia.

Ho imparato, ho imparato tanto. Eccome.

Se potete lasciare un piccolo segno sincero nei confronti di qualcuno che sta affrontando una montagna, lasciatelo.  Se è sincero resterà, e non avrete mai niente da perdere. Il silenzio invece è una sconfitta, una resa, un’indifferenza, un disprezzo, un’incomunicabilità, un negare all’altro la possibilità di conoscervi e interpretarvi.

10 Risposte per “Il silenzio non è una scelta, è vigliacco.”

  1. Chiara scrive:

    Giovedì mi troverò nella situazione di dover dire qualcosa a un amico che ha vissuto una tragedia così terribile che non riesco neanche a concepirla del tutto. Sono consapevole della mia inadeguatezza. Tuttavia in primo luogo non mi sottrarrò al gesto tangibile della mia presenza. Dopo di che, cercherò di capire se riesco anche a dire o a fare qualcosa.

  2. mammachetesta scrive:

    Mamma mia quanto sono d’accordo!!!!

  3. Flavia scrive:

    La presenza è già una cosa piena di belle parole, Chiara….

  4. Flavia scrive:

    (@Sara) nel post ho dimenticato di citare un telegramma, di un cliente molto “old style”. Un telegramma, al giorno d’oggi! :)) Eppure l’ho trovato così elegante e “distinto” dal resto, che glie l’ho fatto notare esprimendo molta gratitudine. Io pensavo che nella mia vita non me ne sarebbe mai fregato niente dei telegrammim – tipo quelli di felicitazioni per il matrimonio, per dire. Beh, stavolta era diverso… ero diversa io.

  5. Chiara scrive:

    Qualche settimana fa è morta una mia collega, la mia stessa età, dopo una lunga malattia degenerativa. Era una mia amica ed era l’unica con cui in ufficio potevo parlare male di Berlusconi. Sono andata a casa sua a cercare il marito, senza avere la minima idea di cosa mai avrei potuto dirgli per portargli un po’ di conforto, ma lui non c’era. Il giorno del funerale sono riuscita solo ad abbracciarlo, perché in quel momento non c’era spazio per le parole. Ai genitori invece ho detto solo Grazie, e loro hanno capito.
    Ti direi che non so cosa dire in queste circostanze ma il tuo post mi fa capire che qualcosa va comunque detto. E il post di Elasti mi aveva spinto fino alla casa di Arianna.

  6. Isa scrive:

    Questo post, come un grido uscito dal cuore, è fra le cose più belle che abbia scritto! Ed è talmente pieno di verità….
    Se è vero che si ricordano i gesti, le parole o semplicemente la presenza altrui nei momenti di grande dolori, si ricordano anche le assenze, almeno quelle delle persone che nella nostra vita contano. Faccio riferimento ad un’esperienza personale, per cui ho preso una decisone che mi ha cambiato la vita al seguito dell’inadeguatezza della persona che più contava nella mia vita dopo la morte di mia nonna. Non aveva saputo essermi vicina nel momento in cui ne avrei avuto più bisogno. Mi ha dato il coraggio di dare una piega diversa alla mia vita.
    Esempio estremo, lo so, ma solo per dimostrare quanto, a volte, i silenzi o le reazioni sbagliate possono contare.
    Un abbraccio.

  7. Chiaraluce scrive:

    Io la sto ancora affrontando quella montagna. Il dolore non è incolmabile ma a volte ti toglie il fiato e avresti bisogno di un segno, di una parola, di un abbraccio. Non del silenzio. E tanto meno delle giustificazioni per quel silenzio. E’ vigliaccheria. E se a metterla in atto sono proprio le persone che fino a ieri dicevano di essere parte della tua famiglia la voragine che si apre sotto ai tuoi piedi è immensa. Per fortuna ci sono invece tante altre dimostrazioni di presenza psicologica prima ancora che fisica che bilanciano il mio malessere. Telegrammi? Sì, ne ho ricevuti e forse sono stati il segno più tangibile dell’affetto vero delle persone. L’unica frase che proprio non tollero è ‘Che ci vuoi fare? E’ la vita!’ In quel caso, meglio il silenzio.

    • Flavia scrive:

      L’incapacità di una presenza reale, oppure le frasi fatte, sono secondo me il segno di una carenza di educazione, quella che dovremmo ricevere tutti dalla prima infanzia, nei confronti del dolore. E’ certamente una cosa molto difficile!

  8. mammadifretta scrive:

    hai perfettamente ragione. Io ricordo la chiesa gremita di gente, e abbracci di persone che non vedevo dalle scuole elementari. Ma anche il lato oscuro della medaglia…chi pur essendo dispiaciuto sinceramente chiedeva morbosamente i fatti..ma quello succede.
    Certi vuoti in parte si colmano col tempo, e vi assicuro che non è una frase fatta, Il tempo lenisce, la vita lenisce, ma probabilmente non guarisce mai del tutto. E’ vero del silenzio non te ne fai nulla, ma certe persone silenziose le ho comprese perchè per 27 anni sono stata vigliacca pure io.

    • Flavia scrive:

      sì infatti. comprendo bene perché lo sono stata anch’io… e le mie parole non sono un’accusa, sono solo un’esortazione a prendere coraggio di fronte a cose che ci sembrano troppo grandi per poter dire qualcosa. E invece, si può, e fa bene.


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