Home and away

Pubblicato il 30 luglio 2012 da Calamity Jane

L’ultima conferma mi è arrivata ieri sera, mentre stavo per scivolare nel sonno – conciliato dal dondolìo del treno, l’ennesimo tra tanti, che a tarda ora mi riportava a casa. O forse no: se è vero che “home is away”, che la casa è laddove c’è il cuore, e il mio era rimasto nel paesello di alta collina dove ho lasciato i bimbi, affidati a papà e nonni per qualche settimana per non dover patire il caldo di città, in attesa che le mie ferie ci riuniscano tutti. E mentre per l’ennesima volta rimuginavo, già quasi assopita, sull’assurdità e sulla fatica di questi spostamenti, di queste migrazioni, di queste estati all’insegna della separazione, mentre tutto questo mi passava per la testa mi è caduto l’occhio sul quotidiano appoggiato sul tavolino, aperto su un articolo di fondo pagina.

Apparentemente, non c’entrava nulla: era un pezzo di Filippo Sensi meglio noto come @nomfup), che sull’inserto domenicale  del Corsera raccontava del passaggio dalle “newsroom” alle “bedroom”. Come nel caso della strage di Aurora in Colorado, qualsiasi cameretta di qualsiasi adolescente ben motivato (e magari fino a un attimo prima orgoglioso membro del clan dei bimbiminkia), può trasformarsi in una efficiente redazione, in grado di “coprire” l’evento come e meglio di quelle professionali, aggregando, selezionando e pubblicando notizie che provengono dal web. Questa in sintesi la tesi, condivisibile malgrado qualche resistente perplessità (almeno per me) sulla qualità dei contributi “dal basso” rispetto a quelli professionali.

Ma non è stata questa riflessione sul destino delle news, nell’articolo di Sensi, che mi ha rimesso in moto il cervello e in circolo l’adrenalina alle undici passate di sera (riflessione che, se vi interessa, potrete ottimamente approfondire leggendo ad esempio Luca De Biase). E’ stato invece il pensiero che sia questa l’ulteriore conferma di quanto poco, nell’epoca della Rete, conti la presenza fisica, almeno quella “di secondo grado”. Per capirci, continuando a fare riferimento al mondo del giornalismo: se la presenza “di primo grado” è quella del reporter o del testimone, fonti dirette, sul luogo dell’avvenimento, la presenza “di secondo grado” è quella redazionale, quella della rielaborazione, dell’aggregazione, in parte anche della discussione. Una presenza che, dal momento in cui tutte queste attività sono rese possibili in maniera svincolata dal luogo in cui ci si trova, diventa superflua. In altri termini, per “costruire” la notizia non serve chiudersi in redazione: serve comunicare, e farlo in maniera efficace, come è già perfettamente possibile con gli strumenti di cui disponiamo.

Ecco, io credo che tutto questo non valga solo per il mondo del giornalismo, ma più in generale per quello del lavoro. La stragrande parte della presenza che ci viene richiesta sui nostro luoghi di lavoro è una presenza di “secondo grado”: non quella del testimone o del protagonista, che “fa accadere” cose, ma quella del redattore, che mette insieme le parti di qualcosa che è già accaduto per ricavarne un senso da condividere. Questa collezione, questa condivisione, sono la comunicazione: che si avvale già largamente, e in larga parte delle professioni legate ai servizi, di strumenti avanzati. Strumenti tali da riuscire a trasformare, per tornare a Sensi, qualsiasi salotto (se non proprio la camera da letto) in un ufficio, che si tratti di redigere documenti, di definire progetti, di partecipare a riunioni o di prendere decisioni.

E allora, perché sono su questo treno, mi sono detta? Perché mi sto allontanando, da l’unico evento del quale vale la pena di essere testimone, per dirigermi a gran velocità verso un luogo in larga parte indifferente a tutto quello che si svolgerà al suo interno? Perché mi perdo l’unico spettacolo al quale vorrei assistere, per essere presente là dove basterebbero la mia voce, la mia digitazione, i miei documenti? Perché mi piego, come ogni estate, a una separazione plurisettimanale che potrei evitare, soltanto usando gli strumenti di cui già dispongo? Il sonno ormai era del tutto scomparso, e l’adrenalina crescente cominciava ad alimentare una sensazione diversa, sempre più forte man mano che il treno avanzava. Qualcosa che, a pensarci bene, somigliava alla rabbia.

6 Risposte per “Home and away”

  1. Flavia scrive:

    Quanto hai ragione. E quanto mi sarei dovuta sentire “aliena” e “in colpa” pochi giorni fa, quando trovandomi al mare con i bambini ho spiegato a qualcuno che panicava che potevo fare tutto quello di cui aveva bisogno semplicemente via mail e conference, e poteva evitare di insistere per un meeting?
    Grande rabbia, sì. Continuate tutti, pecoroni, a fare le ferie ad agosto!

  2. mammachetesta scrive:

    Da noi hanno installato il server in remoto in questi giorni ma guai a pronunciare la parola “telelavoro”!!!
    Una parolaccia! Un tentativo di cazzeggio puro e semplice perchè se non c’è controllo non c’è rendimento!
    Lasciamo perdere quanto lo ritenga assurdo…

  3. Patrizia scrive:

    Questo accade perché nel nostro paese le persone non sono valutate e remunerate per il raggiungimento degli obiettivi (questi sconosciuti, se iniziassimo a fissarli e a verificarli dovremmo poi abbandonare tutti gli alibi!), ma solo in base a parametri obsolenti
    come l’anzianità o il numero di ore in cui il loro culo sta su una certa sedia.
    Poco importa se dei 22 milioni di utenti attivi di FB una buona parte cazzeggia quotidianamente dal posto di lavoro.
    Poco importa se i lavoratori nord-europei alle 17 massimo vanno a riappropriarsi dela propria vita e della propria famiglia, che noi deleghiamo ad altri con sacrificio umano
    incalcolabile (soprattutto se si tratta di figli, ad esempio. Perdiamo reciprocamente anni che non torneranno più. E quando i figli se ne vanno magari ci danno pure un calcio nel sedere al lavoro).
    Dalle mie parti (nord industriale e ignorante) se esci dall’ufficio prima delle 19 non sei un lavoratore motivato. Indipendentemente dal valore aggiunto che puoi dare con la lucidità mentale prosciugata e la motivazione sotto i tacchi.

    Ecco perché mai più vorrò essere dipendente in questo paese.

    In questo momento sto lavorando da casa: sono in costume, lavoro dalle 6, faccio pausa quando mi pare (adesso!). Di là i miei figli giocano con la baby sitter, ma più tardi andrò con loro a fare un bagno in piscina, poi mi vestirò, li porterò a pranzo fuori prima di lasciarli dalla nonna e andare dal cliente a consegnare il progetto che ho realizzato di notte, nel week-end, durante i sonnellini della piccola…e che è un buon progetto, vi garantisco, perché mentre faccio altro (compreso leggere blog!) mi vengono moltissime idee…Nessuno può produrre buoni risultati se non è felice, se non è soddisfatto di sé.

    Io per certi versi sono una privilegiata, ma ormai moltissimi lavori potrebbero essere svolti come il mio…
    A ridotto impatto ambientale, familiare e umano.
    Ma come si fa a spiegarlo agli imprenditori obsolenti?

  4. Bimbiuniverse scrive:

    Sante parole le tue, ma purtroppo sono ancora poche, troppo poche le aziende in Italia che hanno capito quanto sia importante la felicità di un dipendente per far aumentare la produttività e te o dice una che lavora in un’azienda, quasi tutta composta da donne, che non pensa nemmno lontanamente al telelavoro e io invece vorrei tanto poterne trovare una! Bellisimo post! Ciao

  5. Paola scrive:

    grazie! grazie a tutte.
    non so più da quant’è che parliamo di tutto questo. per me resta, evidente, solo il “sacrificio umano” di cui parla Patrizia. Ammiro chi fa una scelta come la sua, come quella di Flavia, come quella di tante altre con le quali abbiamo discusso su queste pagine; e tuttavia, non mi rassegno all’idea che l’unica maniera per uscirne sia dimettersi e ricominciare in proprio. E chissà quanto altro tempo dovremo parlarne ancora per capire se faccio bene…
    CJ


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