Flessibilità, lavoro e tempo libero

Pubblicato il 04 luglio 2012 da Flavia

Da tempo osservo con interesse quasi scientifico la profonda trasformazione che è avvenuta nell’organizzazione del mio lavoro. Quello che per molti sembrerebbe un sogno, il passaggio dal lavoro dipendente d’azienda al lavoro in proprio, quel desiderio potente che a un certo punto della mia vita ho espresso fortemente (e sconsideratamente), io posso dire di averlo realizzato. Il prezzo è molto alto però, il passaggio non è così idilliaco, e non ho realizzato ancora niente di quello che vorrei – ma di questo ho parlato già varie  volte, per cui non mi ripeterò.
Il fenomeno che mi interessa approfondire qui, piuttosto, è la diversa gestione del tempo, e con essa la nuova dimensione che ha acquisito il concetto stesso di “lavoro”. E non basta. Se il modo in cui vivo il tempo del lavoro è cambiato radicalmente, questo porta inevitabilmente con se’ anche un cambiamento della percezione e del vissuto del suo contrario, ovvero il tempo libero.  Ma andiamo per ordine (o almeno proviamoci).
Sarei un oggetto di studio perfetto  per Domenico De Masi, l’autore de “l’ozio creativo”, perché rappresento la  personificazione del cambiamento  che il noto sociologo del lavoro ha studiato e anticipato gia’ diversi anni fa. De Masi infatti ha profetizzato molto lucidamente la commistione tra lavoro e tempo libero. Ed è’ una commistione che non mi dispiace affatto, ma che può far storcere il naso a molti.
Prima, lavorare significava recarsi in un ufficio, togliere il soprabito, sedere a una scrivania e accendere il computer. Poi passare varie ore in sala riunioni, poi tornare al computer, e cosi via fino a sera. E si aspettavano le ferie per staccare tutto. Ecco, “staccare” era la parola d’ordine. Ho vissuto questi ritmi  senza alcuna interruzione dalla fine del ’93 alla fine del 2008, e poi per una parte del 2009. Poi… posso dire di essere precipitata nel caos. Il momento emblematico, simbolo del salto nel vuoto che avevo fatto, è stato ritrovarmi in un supermercato alle quattro di un mercoledì pomeriggio e chiedermi quasi piangendo: “che cosa cavolo ci facessi li”. Quanto ha ragione De Masi: gli animali abituati alla gabbia di un ufficio non riescono poi facilmente  ad adattarsi alla liberta’.
Le tecnologie possono liberarci dalla schiavitù dell’ufficio e permetterci di lavorare ovunque, ma siamo pronti a fare questo salto?
La flessibilità, diciamo spesso parlando di una nuova cultura del lavoro che è tanto necessaria quanto urgente, è la vera risposta ai problemi della conciliazione tra vita lavorativa e vita privata.
Tendiamo ad invocare con entusiasmo la flessibilità, eppure questo concetto  ha delle implicazioni forti , impegnative, di cui dobbiamo essere consapevoli e che dobbiamo essere pronti a sposare.

1. Flessibilità significa che il lavoro diventa “diffuso”: si lavora per risultati e non per orari di presenza, quindi se ho un’idea utile alle 10 di sera dopo aver messo  a letto i bambini posso prendere appunti e anche mandare una mail per chiedere a qualcuno del mio team cosa ne pensa: oppure sono una workaholic e ti do fastidio? Forse, non so, però alle cinque ero al parco, c’era il sole e mangiavo un gelato. Sento molte donne come me che diventano “produttive” in tarda serata e non ci vedo nulla di male, purché per motivi di salute ci sia una certa varietà nelle giornate, si faccia anche un po’ di movimento ed esercizio fisico, e non si sacrifichi sistematicamente il sonno.
2. Flessibilità significa prendersi della libertà ma anche darne tanta. Soprattutto se collegata a un lavoro da freelance, flessibilità significa un’organizzazione meno strutturata e meno stabile, in cui i rapporti non sono chiaramente gerarchici, ma sono fluidi, sono mutevoli, sono basati sulla collaborazione e sullo scambio di competenze.  E allora se ti arrabbi con qualcuno perché non ha fatto quello che avrebbe dovuto fare non puoi ricorrere al suo capo per farlo parlare col capo di, e così via. E non sei al sicuro in un tuo orticello, devi curare continuamente delle relazioni. (Off topic rispetto alla questione del tempo, mi rendo conto, ma non tanto rispetto a quella delle priorità, che è la vera motivazione della nostra gestione del tempo. Insomma il tempo dedicato alle relazioni dovrebbe aumentare molto. Credo che il senso del discorso sia questo)
3. I fine settimana e le ferie sono oggi molto diversi rispetto a quelli di un lavoro dai tempi e dai luoghi rigidi, ammettiamolo. E’ qui che il confine tra lavoro e tempo libero, nella mia esperienza, ha perso completamente significato. Sicuramente anche perché sento la responsabilità di un’attività mia e continuo a seguire tutto quello che succede. “Staccare” completamente non si può: si può staccare a singhiozzo. Non posso pretendere di lavorare per obiettivi e poi scomparire per settimane dai miei obiettivi. Dunque flessibilità nel lavoro significa anche flessibilità nel tempo libero, altrimenti l’equazione non regge. E così sono in ferie al mare ma alle 12 del 13 luglio ho una conference, magari al bar trovo un angolo tranquillo, e mi collego. Triste? Non dovevo fissare la conference? Ma no, lo trovo semplicemente speculare rispetto all’idea che ho avuto quel giorno, portando i bambini in spiaggia dopo averli presi all’uscita della scuola, alle 15 di un 13 maggio, per dire.
La questione merita senz’altro di essere ancora approfondita, soprattutto perché la commistione e la connessione continua hanno i loro eccessi e possono far male. Ma intanto ditemi cosa ne pensate.

3 Risposte per “Flessibilità, lavoro e tempo libero”

  1. lorenza scrive:

    Beh, che dire, lavoro così da ormai sei anni e condivido tutto quello che hai scritto, in particolare per quanto riguarda le relazioni, che sono un tasto dolente, soprattutto quando le persone con le quali lavori considerano la flessibilità tutta come un privilegio a loro negato. La fatica di essere in e nello stesso tempo out non è da sottovalutare, affatto.

    E’ anche vero che è un continuo esercizio di riaggiustamento: imparare a mettere i paletti per gestire il proprio tempo, avendo la libertà di farlo, è un esercizio non semplice – per lo meno, per me non lo è mai stato, soprattutto nella gestione dei bambini. Ma fin qui siamo arrivati!

  2. mammachetesta scrive:

    Per prima cosa: mannaggia a te! Ma scrivere ‘sto post due giorni fa no?!?! Ne avevo bisogno per un mio articolo che esce oggi su OVS Kids :-D Sintetizzi perfettamente e in modo molto chiaro quello che io cercato di dire sbrodolando a destra e a manca.
    Secondo: io quella vita lì la voglio! Porca miseria se la voglio! Adesso sono nel limbo peggiore: 4 ore in ufficio, dove conta solo quante ore fai, dove essere propositivi è visto male ma devi essere indipendente abbastanza da non rompere le palle…fino a che il capo non decide che deve controllare anche l’aria che respiri perchè vuole che il cliente ami LUI e non te anche se sei tu che ti smazzi il lavoro.
    E poi il lavoro vero, quello bello, quello che mi fa sentire viva e incazzare a nastro (lo sai!) ma sempre perchè voglio fare il massimo, fare risultati, centrare quegli obiettivi.
    Tutto questo per dire? Boh! Forse solo che anche se non tutto arriva subito ne vale comunque la pena.

  3. Flavia scrive:

    Grazie dei commenti, il post era poco più di una bozza di appunti, perché si tratta di un argomento complesso che devo mettere a fuoco meglio. Ci torneremo…
    Comunque Si’ ne vale la pena, e si’, è un esercizio continuo!


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