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Le difettose: una storia di viaggi coraggiosi

Pubblicato il 24 giugno 2012 da Flavia

Ospito con grande piacere Eleonora perché sono d’accordo con lei: nella mail con sui si presenta mi dice che si parla molto di procreazione assistita, ma se ne parla molto male. C’è poco approfondimento psicologico e c’è poca vera informazione. Tutto è ridotto a singoli fatti eccezionali e si dimentica l’esercito di donne “normali” (ormai una donna su
quattro fa fatica ad avere figli) ma con storie eccezionali. Donne che, a prezzo di sforzi fisici, psicologici ed economici abnormi, intraprendono un percorso lungo e difficile. E che spesso non parlano delle loro esperienze perché si vergognano, si sentono giudicate e non capite. Ecco, appunto.

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“Le difettose” non è un’autobiografia, e neppure un romanzo sulla fecondazione assistita. È un libro che parla del mistero della vita, dei nostri desideri, della difficoltà di esaudirli, del perché li perseguiamo e pagando quali prezzi. Del perché li abbandoniamo. Parla di cosa significa sentirsi realizzati. Del perché la nostra volontà non basta a perseguire quello che ci prefiggiamo. Che rapporto instauriamo con quell’imponderabile che regola le nostre vicende e che possiamo chiamare sorte, destino, karma, Dio. O, come lo definivano i latini, fortuna.

Ero nel mezzo della mia seconda Icsi, quando davanti a un caffè un amico mi chiese: “Perché non scrivi un racconto?”. Il 2009 stava finendo. Alle spalle avevo due aborti naturali riusciti, una fecondazione artificiale fallita e un’altra nella fase del “questa volta ce la farò”.
In quel momento nacque la protagonista del mio libro: una donna che ha quasi tutto – un compagno in gamba, un lavoro stimolante all’università, pure un certo fascino – ma non un figlio. Carla, l’ho chiamata così, le prova tutte: dai rapporti mirati nei giorni fertili all’agopuntura, dallo yoga a percorsi alternativi e strampalati che però con qualcuna hanno funzionato. Ma il figlio non arriva. Per una come lei, abituata a centrare l’obiettivo, il senso di fallimento brucia senza consumarsi. Certa che la scienza saprà ripagarla di quello che la natura non è disposta a concederle, si rivolge alle tecniche mediche. Invece non ha fatto i conti con il tempo, che è passato in fretta, senza che lei quasi se ne accorgesse. I dottori le sbattono in faccia che non esistono lifting alle ovaie e che la donna è programmata ancora oggi per raggiungere il picco della fertilità tra i quattordici e i vent’anni. Poi inizia il declino. Lento, inesorabile.

“Nei reparti di Procreazione medicalmente assistita la vecchiaia arriva improvvisa come un gancio che ti stende al tappeto. Qui non ci sono sconti. Che possiamo procreare fino a età avanzata è una balla, un business per spillare soldi a nullipare attempate e infelici. Ho trentanove anni e due mesi. Ogni volta che entro da questa porta me lo ricordo. E mi sento spacciata.”
Mentre la mia seconda Icsi fallisce e aspetto di rimettermi in sesto per programmare la terza, il desiderio di Carla ( e il mio) si trasforma in ossessione, diventando l’unico pensiero della giornata, la sola attività pulsante.

Ci sono figli cercati con un’ostinazione cristallina, perché il tarlo della loro assenza scava fino a occupare tutto lo spazio di una vita. Quando Carla comincia a frequentare il “reparto delle donne sbagliate” scopre un esercito vitale e disperato di donne come lei: Katia, Licia, Loredana, Emma, Biancaneve05, Giuggiola2000, Luna Rossa. Sono tante. Tantissime. Incontrate nelle sale d’aspetto o in chat. Anch’io ho avuto la sensazione di aprire la porta su un mondo fino a quel momento sconosciuto, eppure reale, anzi realissimo, sommerso ma vivo, poliedrico e sfaccettato, che mi chiedeva di essere raccontato. Una specie di grande famiglia, di rete carbonara invisibile a occhio nudo, che protegge e sostiene.
E che fa sentire meno sole e quindi un po’ meno “difettose”. Si sta tutte in fila, mese dopo mese, per lo stesso rituale: gli ormoni, il pick-up, il transfer, l’attesa. Si conosce il proprio corpo e i suoi segnali con una precisione maniacale. Si usa un oscuro gergo da iniziate.

“Per noi fivettare le mestruazioni sono le ≪rosse≫ o le ≪malefiche≫ o le ≪maledette≫, i ginecologi semplicemente i ≪gine≫, i rapporti mirati i ≪compitini≫ o le ≪maratonate≫, dopo il transfer degli embrioni ≪facciamo la cova≫ e al decimo giorno post ovulazione cominciamo a ≪sticcare≫, non si rimane incinta ma ≪si becca la cicogna≫, detta anche, con un po’ di disprezzo per le sue latitanze, la ≪pennuta≫, però quando la becchiamo diventiamo carne della sua carne e ≪ci incicogniamo≫. E giù sigle: pma, icsi, fivet, iui, po, pm, pgd, ivf, geu. Sembriamo studentesse delle medie che parlano in codice per estromettere gli adulti da faccende che non capirebbero. Ogni giorno sui forum di donne che cercano un figlio m’impantano in chat invase, come i diari dell’adolescenza, di sfoghi, di confidenze brutali, di soccorso reciproco, di ≪ragazze, vi voglio bene≫, di ≪brancolo nel buio ma grazie al vostro aiuto procedo≫, di ≪ora sono triste e vuota ma per fortuna ci siete voi≫, alla faccia di tutti i dottorini senza cuore che erigono dighe per fronteggiare i nostri assilli di femmine che non riescono a procreare.”
Nel viaggio alla ricerca della maternità e di una forma di saggezza che pare sempre scivolarle fra le dita, Carla può contare su di loro, ma anche su due guide spirituali: Seneca, oggetto dei suoi studi di latinista, con cui instaura dei buffi dialoghi immaginari. E nonna Rina, coraggiosa e anticonformista, capace di dare un senso al dolore che le ha attraversato l’esistenza, quando, prima di diventare solida come una quercia, è stata fragile come un albero rinsecchito.

Carla è costretta a fare un percorso di conoscenza: finché, cercando un figlio, finisce per trovare se stessa. E io la ringrazio. Il 31 marzo 2011 ho consegnato il romanzo all’Einaudi, nel mezzo della mia quarta (e ultima) Icsi. A metà aprile ho scoperto di essere incinta di due bimbi. Con gli interessi la vita mi ha ripagato sei anni di un lungo, doloroso, magnifico viaggio.

Eleonora Mazzoni

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