Avatar (purtroppo non il film)

Pubblicato il 27 marzo 2012 da Calamity Jane

La riforma del lavoro incombe, le novità pullulano, la flessibilità avanza. Almeno in teoria: perché quando si scende nel dettaglio delle proposte di Fornero (come ama essere chiamata), che verranno discusse in Parlamento, si scopre che di flessibile, nel senso buono del termine, continua ad esserci ben poco. Cominciamo dalla sudata, agognata estensione ai padri del congedo obbligatorio per maternità: l’annuncio del ministro in conferenza stampa, pur attenuato dalla dicitura “sperimentale”, aveva acceso le più fervide speranze circa la possibilità di ampliare il periodo di astensione paterna a quindici giorni. A quanto pare i giorni saranno invece decisamente meno: e aggiungo, per fortuna, perché a pagarli avrebbero potuto le madri. L’ipotesi era già circolata, ma è stata dettagliata meglio nei giorni successivi alla presentazione della riforma sul blog “La 27a ora” del Corriere della Sera. In breve: il congedo per i padri è buono e giusto, ma va realizzato a costo zero; le risorse per finanziarlo vanno trovate nello stesso Ministero del welfare. E allora, se i 15 giorni fossero sovvenzionati riducendo il periodo di congedo facoltativo – quello nominalmente riservato a entrambi i genitori, in realtà goduto soprattutto dalle madri? Insomma, i giorni per i papà non sarebbero semplicemente aggiunti, ma sottratti a quelli – già scarsi, a mio modesto parere – messi faticosamente insieme da chi, come me e molte altre, intenda accompagnare il bambino almeno qualche mese più in là dell’età neonatale.  Un po’ come dire: invece di creare nuovi posti di lavoro, visto che non abbiamo i soldi per farlo, proponiamo che chi ha già un posto lo ceda a chi non ce l’ha (e pazienza se si resta disoccupati).

Si sa come io la pensi sulla necessità di lasciare alle madri (che lo vogliano) la libertà di accudire il più a lungo possibile i neonati, quindi non insisto oltre: ma prima che qualcuno venga a citarmi i classici “esempi europei”, vorrei far notare un paio di cosette. In Svezia, dove i padri dispongono di un congedo obbligatorio di 11 settimane, è anche vero che entrambi i genitori possono contare su altre 72 settimane ciascuno (contro le 26 italiane) di astensione facoltativa a loro disposizione, retribuita all’80% (contro il 30% italiano). E in Francia, dove i 15 giorni di congedo obbligatorio per i padri sono una realtà, i padri sono addirittura meno sensibili di quelli italiani alla condivisione della cura: secondo una indagine dell’EIRO (European Industrial Relations Observatory) di Dublino, risalente al 2007, il tasso di utilizzazione di congedi parentali facoltativi da parte degli uomini è pari all’1%, più basso di quello italiano (pari al 7%). Ancora, secondo un sondaggio Eurobarometer sulle inclinazioni nei confronti dei congedi parentali, la percentuale di padri francesi che non ha goduto dell’astensione facoltativa è di poco inferiore a quella dei padri italiani (85% vs. 87%); ma mentre il 4% di questi ultimi starebbe considerando di richiederla per uno dei suoi figli, questa percentuale si abbassa al 2% per i francesi.

Andiamo avanti. Quali altre rivoluzionare misure per la conciliazione tra famiglia e lavoro, tema così caro al ministro, prevede la riforma Fornero? Tra le proposte spicca quella dei voucher per la gestione dei carichi di cura, che dovrebbero alleviare le madri lavoratrici. Ecco, proprio il prototipo di quella che io chiamo la tendenza-Avatar: dal momento che non ce la facciamo a fare tutto, ci si propone di assumere qualcuno che possa sostituirci. Il punto è che, dovendo conciliare due termini – la famiglia e il lavoro - viene sottinteso che questo qualcuno, chissà perché, ci sostituisca sempre e solo in famiglia, in particolare occupandosi dei nostri bambini. La possibilità alternativa non viene nemmeno considerata: e questo è naturale, partendo dal presupposto che siamo più sostituibili come madri che come lavoratrici. A chi invece la pensa all’esatto opposto, come me, ritenendo di essere assai più sostituibile come lavoratrice che come madre, non resta che arrangiarsi, non volendo usufruire dell’unica possibilità che le viene offerta, quella di farsi “clonare” da un avatar. Oppure dimettersi: il che è esattamente quello che fanno molte donne il cui desiderio viene completamente misconosciuto, salvo poi strapparsi i capelli sulle basse statistiche di occupazione femminile.

Ma cos’altro si poteva fare, mi direte voi? Ecco, un paio di giorni fa ho partecipato all’Avaya Forum 2012, durante il quale si parlava di soluzioni avanzate per la delocalizzazione del lavoro – che per i lavoratori del settore dei servizi ha ormai sempre meno senso relegare entro le pareti di un ufficio. Secondo la società di analisi Gartner, il 40% dei dipendenti spende già più del 20% del suo tempo lavorativo fuori dall’ufficio, e la sfida inquadrata dai vari relatori è stata quella di fornire loro strumenti per dissociare la presenza dal rendimento sul lavoro. E mi domandavo come sia possibile che in una riforma come quella del lavoro non siano entrati di prepotenza questi temi, insieme agli altri: per citare l’affermazione di Capitani, leader di Net Consulting: “l’impresa aperta richiede l’adozione di nuovi modelli organizzativi”. Nuovi modelli organizzativi: non un sistema di avatar (e purtroppo non parliamo del film), diffuso quanto si voglia, a vivere la vita al nostro posto.

4 Risposte per “Avatar (purtroppo non il film)”

  1. Flavia scrive:

    Parliamone. I famosi paesi scandinavi mi pare che abbiano “incentivato” (usiamo il termine vero: costretto, come è giusto che sia) le famiglie a usare il congedo parentale di entrambi i genitori, pena la perdita delle settimane, giusto? cosa ci impedisce di adottare lo stesso sistema? bastano 15 giorni a cambiare la mentalità del padre che lavora e della madre che sta a casa? (risposta: no, ma è pur sempre un inizio)

    voucher e telelavoro….diamo delle opzioni. permettiamo una scelta. (io lavoro spesso a casa ma certe volte infilo una tale sequela di call e cose da fare che li rivedo, salvo pausa bacetto, direttamente a cena)

  2. Paola scrive:

    Non è esattamente così. L’incentivo esiste anche da noi: i padri ottengono addirittura un mese in più, se decidono di godere del congedo parentale (c.d. astensione facoltativa), che così raggiunge gli 11 mesi congiuntamente (la sola madre può invece goderne solo 6, senza recuperare quelil del padre). Ma in questo caso parliamo del congedo obbligatorio (e a proposito: ha così senso che il congedo del padre sia nei primi giorni dopo il parto, insieme alla madre, o non sarebbe meglio piuttosto dilazionarlo nel tempo, per esempio al compimento del primo anno di vita?)

    Aggiungo un elemento di colore: da qualche tempo avevo notato tra i miei vicini una donna bionda, bella, con 4 bambini – dico, 4! -, tra i 6 mesi e i 6 anni, tutti biondi e belli come lei. Qualche volta la intravedo alla mattina, quando li accompagna a scuola a piedi, più spesso la incontro al pomeriggio, quando va a riprenderli, sempre a piedi (tenendo la spesa nel passeggino, e il figlio minore in groppa); nei weekend l’ho incrociata mentre andava a gettare la spazzatura. Ieri ho scoperto che la signora è svedese, e che si trova in Italia in trasferta con il marito, che lavora tutto il giorno, mentre lei sta a casa ad aspettarlo, occupandosi di tutto. Non sarà che questa famosa Svezia ci assomiglia più di quanto pensiamo?

    CJ

  3. Mariziller scrive:

    Vero, verissimo, Paola. Pare che in questa rivoluzionaria riforma – così rivoluzionaria che per commentarla si è tornati alle categorie degli anni Settanta, pensa quanto è moderna – non c’è una parola sui nuovi modelli di relazione fra mondo produttivo e lavoratori/lavoratrici. Anzi, a giudicare dai commenti in Rete del popolo delle partite IVA, quelle vere, quelle che spesso hanno intrapreso la scelta della libera professione proprio per affrancarsi dalla rigidità delle aziende, e magari in alternativa al dare le dimissioni tout court, si torna addirittura indietro. Perché questo governo è fondamentalmente paternalista (qualcuno azzarda leninista): sanno loro cosa è bene, e bene è lavorare di più, produrre di più. Non lavorare tutti, lavorare meglio, anche lavorare meno in qualche caso. E mettiamoci che tutto questo arriva dopo la riforma delle pensioni, che decimerà la possibilità che almeno l’avatar sia in famiglia.
    Ed erano tre donne, Fornero Camusso Marcegaglia. E avevano la possibilità di immaginare un mondo migliore. Invece hanno fatto, anche loro, le uome, più realiste del re.
    Che amarezza.

  4. Paola scrive:

    “Lavorare meglio, anche lavorare meno in qualche caso”. Mentre leggevo le tue parole, mi è capitato sotto mano una lettera aperta al governatore Visco, pubblicata dall’Associazione Nuovi Lavori, scritta poche ore dopo che uno dei partiti della maggioranza di governo (uno a caso) aveva fatto (acriticamente) suo l’invito del governatore a incrementare la quantità di ore lavorate.
    Al contrario, in questa lettera (che si può leggere qui: http://www.nuovi-lavori.it/newsletter/article.asp?qid=1004&sid=17) si spiega come “meno ore si fanno e più cresce la produttività”. Dai dati citati emerge chiaramente quello che già in parte sapevamo: i paesi in cui si produce di più sono quelli in cui si lavora meglio, non in cui si lavora di più. E noi qui, fermi agli anni Settanta: i peggiori anni, in questo senso, della nostra vita.
    CJ


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