Aperto per ferie

Pubblicato il 17 gennaio 2012 da Calamity Jane

C’è stata un’epoca in cui l’idea di avere a disposizione negozi aperti fino a tardi, o addirittura 24 ore su 24, mi avrebbe entusiasmata. Sapere di poter uscire dal lavoro a qualsiasi ora e potere in ogni caso fare la spesa, provarmi un vestito, comprare un libro, mi sembrava fantastico, mi rilassava, mi dava sollievo. Soprattutto, mi rassicurava sul fatto che la vita che facevo non fosse assurda, impensabile, fuori da qualsiasi criterio di buon senso e di vivibilità. Ad un certo punto, quell’epoca è finita: ho ripreso a vedere la luce del sole – non soltanto attraverso i vetri oscurati di un ufficio -, a poter trovarmi in giro prima delle dieci di sera, a frequentare negozi, supermercati e librerie anche al di là del sabato e della domenica; insomma, a vivere in modi comuni e seguendo tempi comuni.

Perciò, quando ho sentito che uno dei capisaldi delle riforme che attendono il nostro paese dovrebbe essere  la liberalizzazione dell’apertura degli esercizi commerciali, in modo che possa estendersi indefinitamente nella giornata e nella settimana, mi ha fatto uno strano effetto. Se prima avrei giurato di non aspettare altro, ora sono più che perplessa. Penso a chi in quegli esercizi commerciali lavora, a chi li possiede, alle loro vite e alle loro famiglie; agli orari e ai turni che si dilatano, ai giorni tutti uguali, che si confondono tra loro e con le notti. Certo, mi sono detta, si tratta di un’opportunità, non di un obbligo; ma di un’opportunità che apre la strada a un versante competitivo che finisce per sacrificare esigenze vitali in nome della disponibilità del servizio.  Non ho mai fatto la commerciante, e non posso giudicare con piena cognizione di causa quello che sta accadendo. Da osservatrice esterna, prima ancora che da consumatrice, mi domando però se davvero vogliamo una società nella quale la possibilità di fare regolarmente shopping alle due di notte  sia anteposta alla regola non scritta che a quell’ora ci vuole nella pace delle nostre case e nel profondo dei nostri sonni, sia che siamo venditori o acquirenti.

La stessa domanda mi era già sorta tempo fa, quando si era parlato di apertura estesa (se non illimitata) degli asili nido, anche in questo caso giustificando l’esigenza con la necessità di dare un impulso all’economia. E oggi, una notizia segnalatami da Arianna mi conferma che non si trattava della stravagante trovata di qualche buontempone nostrano, ma di una tendenza sempre più radicata, motivata proprio con il cambiamento dei ritmi lavorativi portato dalla contingenza economica. Nessuno più si limita a lavorare dalle 9 del mattino alle 6 del pomeriggio: di conseguenza, i servizi devono adeguarsi. Con la conseguenza che gli argini opposti dai modi e dai tempi della vita comune cadono l’uno dopo l’altro: il cibo, il sonno, l’affetto. Le madri che grazie agli asili nido aperti anche in notturna possono conservare il loro lavoro ringrazieranno: ma in questo modo la pretesa che la pulizia degli uffici sia svolta all’una di notte perderà anche l’ultimo barlume di irragionevolezza, e diventerà perfettamente normale, senza che alcuna obiezione possa più esserle mossa.

Certo, non è possibile generalizzare: i lavoratori notturni, i turnisti, coloro che garantiscono un servizio anche in fascia notturna e nei giorni festivi ci sono, e ci saranno sempre. Ma il punto è se resteranno un’eccezione, debitamente gestita, o se diventeranno una regola, un modello al quale l’organizzazione del lavoro e dei servizi dovrà attenersi. Il punto è se la compilazione di presentazioni in power point, la progettazione di edifici, la redazione di lettere di diffida, la supervisione di processi logistici, e alte innumerevoli attività come queste, delle quali tutti noi quotidianamente ci occupiamo in misura ragionevole (o almeno ci proviamo), debbano essere considerati servizi da garantire sempre e comunque, al pari della manutenzione delle linee telefoniche o della sorveglianza ospedaliera; tanto da costringere alla stessa trasformazione, dall’altro lato, la vendita di beni come capi di abbigliamento, dolciumi, libri, telefonini, e chissà cos’altro. Il punto, ancora una volta, è la natura del lavoro, i suoi limiti, la sua correlazione con il resto della vita che viviamo: e la nostra capacità, e il nostro diritto, a decidere di tutto questo, senza farci sopraffare.

3 Risposte per “Aperto per ferie”

  1. Isa scrive:

    beh, non posso che assecondarti quando ci riferisci le tue preoccupazioni se gli orari di apertura dovessero “liberarsi” sempre di più e per ogni cosa! Anch’io penso soprattutto a chi li deve fare questi turni improbabili (sere fino a tardi, notti, domeniche, giorni di ferie e di feste, ecc…), al tempo che gli vengono rubato (che sia un tempo che sarebbe dedicato alla famiglia, agli amici, oppure semplicemente un tempo per sé) e poi, al peggioramento delle condizioni di lavoro in generale! In quanti sono quelli che hanno veramente la scelta di dire di no?!? Sono molto scettica; più si generalizza la cosa e meno libertà di scelta c’è. Per i dipendenti, dire di no ad orari improbabili sarà sinonimo di rischio di non tenersi il posto; per i negozi, resistere a questa tendenza vorrà dire perdere dei clienti e quindi mettere a rischio il proprio business; insomma, non credo che “liberalizzazione” sia sinonimo di “maggiore libertà” in questo caso, ma il contrario :-(
    Quando in Francia hanno cominciato a liberalizzare un po’ la legge per l’apertura dei supermercati come Leclerc o Carrefour di domenica (all’inizio credo che avevano il diritto di aprire sei domeniche all’anno; adesso, non so), ha fatto dibattere parecchio! appunto, per tutte le ragioni che abbiamo detto; ora, nessuno non ci fa più caso: è diventato una cosa “normale” … a mio parere, è triste. Siamo diventati schiavi di una società consumatrice, in cui si perde di vista l’aspetto umano. Il solo modo di “fare resistenza” (lol), nel mio piccolo, è di non andare a fare la spesa di domenica o nei giorni feriali (per esempio). Insomma, di fare uso di buona e sana saggezza ;)

  2. mary scrive:

    Io sono un’ottimista nata, credo che per quanto riguarda le persone senza figli sia un’opportunita’, immagino che passato il caos dei primi tempi penso che ognuno si adattera’ e per esempio i negozi di abbigliam con 1 target giovane potranno fare buoni affari alla sera tardi o i ristoranti alle 3 del pomeriggio con coloro che finiscono il turno in ufficio.Credo che ognuno possa aprire in base alla tendenza che la propria attivita’ e dei suoi clienti.
    Discorso a parte per le famiglie poiche’ mi stringe il cuore sapere che bambini di 6 mesi possano essere “parcheggiati” anche di notte senza la loro mamma anche se riconosco che per chi ha problemi economici e nessun aiuto da parte dei nonni potrebbe essere vantaggioso far lavorare 1 genitore al mattino e uno alla sera tardi anche se eticamente mi fa venire i brividi.
    Anche sull’eventuale paga avrei dei dubbi se il turno di notte fosse maggiormente pagato sarebbe giusto ma non vorrei che fosse un incentivo appunto per alcune mamme a mettere “da parte” il bisogno dei loro figli di averle vicino nel momento della nanna per 200 euro in piu’ in busta…

  3. Flavia scrive:

    E’ una questione tecnicamente e anche filosoficamente piuttosto difficile.. Fino a che punto arriva la libera concorrenza? Non lo so.
    Se il mio parrucchiere ha deciso che giorno alla settimana è aperto fino alle 22 e io posso passarci alle otto, significa che per lui c’è domanda, e per me la trovo un’utile idea. In altri settori, non credo che ci sia una domanda alle due di notte, almeno tale da giustificare i costi dell’apertura dell’esercizio. Una palestra aperta fino a mezzanotte o oltre ha forse un senso, un negozio di telefonini no. In fondo credo che i mercati si regolino da soli. E se il mio concorrente fa orari assurdi che io non posso fare, posso sempre fidelizzare clienti con altri tipi di servizi di qualità… Il che è il senso della concorrenza, cioè spingere a trovare sempre soluzioni migliori, e non necessariamente copiare. No?


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