Se non le donne, chi? Tutti.

Pubblicato il 11 dicembre 2011 da Flavia

Negli anni della mia infanzia, la buona prassi consisteva nel far entrare le donne in un mondo di uomini, “ammettendole” alle loro stesse professioni e agli stessi diritti. Avevo forse dieci anni ed ero sull’autobus – lo stesso autobus in cui quasi quotidianamente andando a scuola dovevo subire spinte e palpeggiamenti più o meno espliciti, imparando ad avanzare a gomitate per sottrarmi al rattuso di turno (certe cose si possono dire solo nella propria lingua madre) -  quando sentii per la prima volta  la fatidica frase: “A casa devono stare, non a rubarci il lavoro!”

Se la sensazione di ribellione che provai mi è rimasta così indelebilmente impressa nella memoria e ancora mi accompagna, è forse perchè ho dedicato gli anni seguenti a dimostrare rabbiosamente il contrario a quel signore: facendo sport da uomini, facendo carriera come gli uomini, e poi facendo anche dei figli.

Dopo trent’anni, in questo momento storico, la prospettiva deve ribaltarsi. Le buone prassi si introducono solo  modificando al femminile la visione stessa della vita.
Un femminile guerriero, non remissivo. Combattivo ma accogliente. Un femminile capace di far crescere le soluzioni  dalle piccole cose, diffondendole per contagio benefico e non per conformismo a modelli. Un femminile che integra e impara dal diverso, dal nuovo, dalle imperfezioni. Un femminile che non guida per assiomi, ma coltiva la libertà, l’unicità, la flessibilità e la creatività. Un femminile che comunica, perchè è la sua natura e la sua vocazione.

Commuoviamoci (ma) correggiamoci, è il tema di questo blogging day nel giorno (spero che sia solo uno dei primi, uno dei tanti giorni che seguiranno) in cui le donne rialzano la testa per riconquistarsi la vita e il mondo – dopo che la leadership al maschile l’ha portato allo sbando.

“Se sbaglio, mi corrigerete” ha detto un’altra figura che pure ha segnato la mia infanzia e ha avuto in sè una grandezza che è maschile e femminile, e senza tempo. Come non pensare che oggi, quella che dovrebbe essere ancora la sua comunità, è un luogo di pregiudizi medievali, di immoralità, di privilegi, di potere: un potere, guarda caso, proibito alle donne.

C’è un limite profondo a questo femminile che vedo alla ribalta, pur così fecondo. Un limite sul quale dovremmo riflettere e lavorare a lungo: la capacità di passare dal privato, dall’intimo delle nostre riflessioni, alla cosa pubblica. Ma davvero.

7 Risposte per “Se non le donne, chi? Tutti.”

  1. Chiara scrive:

    Sul potere della Chiesa negato alle donne, la figura a cui ti riferisci non avrebbe mai auspicato alcuna apertura in tal senso e anzi mi risulta che si sia applicata molto perché nulla potesse mai mutare. Così, per amor di precisione.

    • Flavia scrive:

      sì, sì. lo so, eccome. come molti altri dogmi e idee di peccato che mi hanno tenuta ben lontana dalla chiesa, praticamente da sempre. eppure resta una figura che merita rilievo, e allora mi pareva che la storia stesse andando avanti. e invece.

  2. Mammamsterdam scrive:

    Verissimo tutto quello che dici, il punto è che l’ immagine di default è sempre quello della donna che resta a casa, cara grazia che servono due stipendi per cui tocca ‘accettare’ che tua mogli lavori invece di passare le giornate a rammendarti i calzini. Guarda anche tutto l’ immaginario pubblicitario, sto pensando alla presentazione di Annamaria Testa ieri.

    E quindi da lì toccherebbe iniziare, un cambiamento di percezione.

  3. lawlori scrive:

    non mi piace identificarmi in movimenti…non mi piace andare a gridare in piazza e poi assistere ad un concerto…condivido, invece, l’idea di cambiare la mentalità, inizando dalle piccole cose.
    Non è affatto facile! Soprattutto, in professioni per secoli esercitate da uomini (come quella di avvocato)!
    Purtroppo, quello che si riesce ad ottenere è sempre qualcosa di “particolare” e legato all’essere donna. Ad esempio, dal 2011, (evviva!), in caso di maternità, è possibile avere un rinvio della causa, semplicemente, facendo presente al giudice che si è in puerperio. Ma che soluzione è questa? Se un avvocato donna chiede un rinvio della causa perché è in maternità provoca un disagio al proprio cliente che, la prossima volta, si rivolgerà ad un avvocato uomo e saremo al punto di partenza, cioè verremo discriminate. No! La vera forza è l’organizzazione, la programmazione, occorre creare, attorno a noi, un team (magari anche di sole donne! Perché no?) capace di supportarci nel momento del bisogno.
    La strada è quella di dimostrare che possiamo farcela senza dover ricorrere a regole particolari e favoritismi legati all’essere donna.

    Purtroppo, posso constatare ogni giorno che le donne (così unite per manifestare in piazza!) sono le prime a non essere solidali le une con le altre, soprattutto, nel momento del bisogno, ma anche durante il normale svolgimento del proprio lavoro (qualunque esso sia!)e, dunque, è da lì che bisogna partire…far crescere lo spirito di corpo, prendere consapevolezza che unite e solidali abbiamo più possibilità, fidarci e aiutarci le une con le altre…

    • Flavia scrive:

      sono d’accordo con te, che razza di soluzione è il rinvio di una causa, che già in Italia dura dieci anni, perchè l’avvocato è mamma? io, donna, e cliente, mi arrabbio. se però PER LEGGE c’è il papà a casa in congedo obbligatorio, vedi già un altro mondo di possibili soluzioni, e così via. Io non li chiamerei favoritismi ma progressi che vanno in parte educati dal basso, in parte imposti dall’alto.
      Sulla solidarietà non so che dire, troppe volte ci manca. Non è maschile nè femminile questo problema, è che alcune persone sono in grado di adoperarsi per una rete di supporto, e altre no.

  4. lorenza scrive:

    Questo post mi ha fatto venire in mente un bellissimo film che ho visto qualche tempo fa, “We Want Sex”. E’ la storia di una donna e di tutti i pregiudizi che, senza gli abiti di cinquant’anni fa, ancora ci portiamo dietro.


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