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Effimero, divagante e depresso. Come far stare bene i propri figli quando si sta male?

Pubblicato il 17 dicembre 2011 da Flavia

Efimerida, in greco, vuol dire giornale (il quotidiano), e infatti come in italiano contiene la parola giorno (imera).
Al nostro orecchio  invece, il termine richiama subito quell’aggettivo pensoso  malinconico, che usiamo sempre con una specie di riprovazione, di giudizio morale, o di rimpianto, o di sottile disagio: effimero.  E in effetti ci sono migliaia di parole ancora usate in Grecia nel loro significato più concreto e letterale, mentre a noi sono rimasti, attraverso i millenni, solo i significati metaforici (metafora è appunto un’altra di queste parole: ma in Attica lo vedi scritto sui tir perchè significa trasporto).

Perché dico questo? Perché siamo portati a pensare che per avere valore, una cosa, quasiasi cosa, debba essere duratura? E poi “quanto” dovrebbe durare? Non è del tutto illusorio?

Divago. Siccome sono immersa in un lavoro di ricerca e analisi, mi consolo leggendo che il cosiddetto analista divagante è colui che rifiuta il pensiero positivista e insegue le intuizioni, ragiona per relazioni più ampie, va in giro a catturare sensazioni e immagini, e non si rinchiude nelle interpretazioni razionali. Insomma, l’importante quando non ci sentiamo bene nei nostri panni, è trovarne degli altri che ci si addicono. E in questo momento l’analista divagante è perfetto. No?

E così divagando, la riflessione che prima o poi va fatta è che il Web, benchè nella sua memoria sia perenne, nella sua fruizione è assolutamente, completamente, irrimediabilmente effimero. Un post del passato, qui dentro, che dia il senso e la misura di quello che dico oggi, a stento riesco a ritrovarlo io. Chi arriva qui  mi percepisce dalle poche parole che legge qua e là, a meno che non mi segua da anni. La bacheca di Facebook scorre senza pietà, e quello che appare oggi è già dimenticato domani. E un commento fulminante e verissimo che ho letto qui su TTV dice: “…mentre  i nostri “amici” su Facebook stanno postando tutto il repertorio-delle-persone-tutte-d’un-pezzo-e-piene-di-ideali”. Oddio sì, quanta rappresentazione, quanto teatro.

Non ho cambiato idea rispetto alle grandi opportunità e alla grande apertura mentale che la Rete offre. Ma quanta fatica. E quanta amarezza si nasconde spesso in questo… effimero teatro.

E  arrivo al classico: sono una pessima madre. No, peggio ancora, non sono proprio una madre.
Ho la testa piena di preoccupazioni, di dolori, di stanchezza e di scadenze di lavoro. Li accompagno a scuola, poi mi metto alla scrivania e mi alzo solo mezz’ora per mangiare e farmi un caffè. Li va a riprendere il papà alle tre, poi li porta in piscina due volte alla settimana. A riprenderli in piscina ci va Marisa, oppure io quando faccio uno sforzo atroce per staccarmi dai miei deliri.  E poi, dopo cena e dopo averli messi a letto, vado avanti fino alle due, anche perchè non ho voglia di dormire. Non mi importa niente di Natale, non mi importa di parlare al telefono col resto della famiglia, non organizzo niente. Non so come stare con loro e cosa fare con loro, neanche nei week end,  se non dettando limiti all’uso di quella maledetta DS che li rincoglionisce.
Non faccio torte, non cucio costumi con gobbe di cammello per le recite, non faccio lavoretti, non dipingo con loro. E questo non in questo periodo particolare, ma in generale.
Ovviamente arrivano i litigi e le tragedie  per qualsiasi cosa, e il tarlo dell’allarme “ecco – bisogno di attenzione -  io non ci sono – me la stanno facendo pagare”,  e mi sento ancora peggio dopo aver urlato di smetterla di piangere e farmi penare per qualsiasi cavolata.
Riesco solo a cercare le coccole ogni tanto. Un bacio, un abbraccio, un ti voglio bene prima di dormire, che almeno sappiano questo, mi dico. Ma se sto troppo giù non mi viene neanche quello. Mentre sono nello studio li sento chiamare Marisa per giocare con loro, e non sopporto più neanche Marisa con la sua voce monocorde e la sua indolenza a me completamente straniera. Dopo un minuto li sento litigare e urlare, e mi monta una rabbia tale  che vorrei spaccare qualcosa e qualche volta l’ho anche fatto.
Una madre come me a casa è una maledizione per sè e per i figli, mi dico. Era meglio stare in un ufficio fino alle nove di sera, era meglio viaggiare tre giorni alla settimana.

Poi fanno le puzzette saltando sul divano, ridono come pazzi, e…. no, non ci crediamo in questo  lieto fine, anche perchè posso sopportare le puzzette ma non che mi saltino sul divano.
Posso solo lasciarvi aperta una domanda.

30 Risposte per “Effimero, divagante e depresso. Come far stare bene i propri figli quando si sta male?”

  1. manu scrive:

    Sono incappata in questo tuo post un po’ per caso, perchè in realtà stavo mettendomi al pc adesso dopo una simpatica giornata in giro per regali.
    Mi sembra che dica delle cose abbastanza raccapriccianti su te stessa…va bene che è Natale e che coincide con li periodo più deprimente dell’anno (pensavo che fosse un problema solo mio, ma vedo che evidentemente sono in buona compagnia), però non è necessario farsi così del male!
    Cosa significa essere o non essere una madre?
    Madre…che parola pesante! Piena di signicati e retropensieri in un sacco di culture, la nostra italiana e mediterranea sopra tutte.
    Questo pomeriggio sono stata in un posto molto carino, dove si svolgeva un mercatino natalizio di oggetti vari: era nel seminterrato di un bar, con musica rock a palla, caldo e un sacco di gente. Una delle venditrici di oggetti era lì con un pupetto di 4 mesi sul seggiolino perchè aveva appena mangiato, mollato un po’ a sè stesso perchè la mamma aveva da fare. Quando sono tornata più tardi in questo posto, per rititare le cose che avevo acquistato, la “madre” era fuori che si fumava una gustosa sigaretta e il pupo se lo stava spupazzando qualcuno di passaggio:-)Il tutto avveniva con grande allegria di tutti, mi sembrava, compreso il bimbetto.
    Perchè ti racconto questo? Perchè siamo alle solite: per quanti quella donna non sarebbe considerata una buona madre? Non comprendo il dolore di cui parli, forte, che ti accompagna in questo momento, ma comprendo molto bene i sentimenti nei confronti di questa tua “maternità” che giudichi di cattiva qualità.
    Mio figlio, come sai, ha ormai vent’anni e, naturalmente, ora rimpiango un po’ quando aveva l’età dei tuoi. Lo sapevo che sarebbe successo perchè me lo dicevano sempre tutti quando avevo dei momenti di forte insofferenza nel gestirlo.
    Non ho praticamente quasi mai giocato con lui ad alcun gioco: lego, trenino elettrico, disegnare e tagliare ecc ecc.
    Non ho mai fatto le torte e i biscotti di Natale con lui; non lo accompagnavo in piscina e non ce lo accompagnava nemmeno il padre; non organizzavo feste. Quando ha avuto 9 anni ho trovato una fantastica ragazza di 22 anni come baby sitter ed ero la donna più felice del mondo: non sapeva fare nulla, cucinare o fare qualcosa in casa, ma giocava un sacco con lui perchè si divertiva e soprattutto aveva orari molto flessibili. Se alle 8 di sera chiamavo per dire che dovevo restare in ufficio non aveva alcun problema, tanto poi passava a prenderla il padre in auto. E allora mi sentivo felice, perchè potevo fare come tutte le colleghe senza figli che non avevano orari di rientro causa pargoli.
    Per non parlare di recite, lavoretti e cose del genere: ero sempre l’ultima, quella che non aveva cucito il costume, non aveva fatto le torte
    o scritto i bigliettini con i ghirigori, che arrivava in ritardo alle feste di scuola.
    Non vedevo l’ora che si addormentasse la sera e certe serate me le ricordo come un incubo, con sto bambino appiccicato a me che trovava ogni scusa per non dormire e lasciarmi un po’ in pace.
    Ecco, per mia suocera ero una pessima madre, anzi forse come dici tu, non ero una madre: non puoi avere idea di quanto mi abbia fatto soffrire questo suo giudizio ( e di quanto abbia inquinato i miei rapporti con mio marito). Il mio bambino, secondo lei, aveva un sacco di problemi a cuasa di questa cattiva madre che si ritrovava: la notte si svegliava e veniva nel lettone, non mangiava un tubo, aveva paura del buoi, faceva la cacca molle…e tutto quello che di orribile può caratterizzare la vita di un bambino.
    Io però, cara Flavia, non mi sono mai sentita così. Non che non abbia avuto i miei momenti di sconforto che mi facevano dire più o meno le cose che stai dicendo tu ora, ma poi facevo un bel lavoro su me stessa e mi convincevo che erano altri i motivi per cui una donna può non essere all’altezza del compito di madre.
    Mannaggia, lo spazio è poco e, visto che parlavi di quanto non sia efficace parlare attraverso la rete di cose importanti, forse è meglio che ne parliamo di persona, un giorno con serenità, magari con un bicchiere davanti:-)
    Ci stai?

    • roberta scrive:

      ho letto questo post oggi dopo pranzo ed è da allora che ci penso.
      non conosco Flavia, la leggo qui sul blog da un anno circa.
      mi ha sempre dato l’idea di una persona molto determinata e con le idee chiare, anche se con le sue fragilità.
      sono tornata a vedere se qualcuno che le voleva bene le aveva risposto o se la avevano lasciata sola.
      non mi sarei permessa di commentare un frammento di verità così intimo, ma poi il commento di Manu mi ha spinto a farlo.
      ho una figlia di 4 anni e mezzo, che gestisco da sola e che a volte vorrei spedire da qualche parte lontano perchè vorrei semplicemente rispondere solo a me stessa per qualche ora. però in genere mi piace stare con lei, la trovo una persona interessante. la sua intelligenza e il suo modo di vedere la vita mi stimolano molto. anche se odio giocare a barbie.
      ma non è di questo che volevo parlare.
      non so chi siano le brave madri e diffido un po’. forse non sono mai esistite.
      però so che non mi piacerebbe sapere che mia madre per tutta la vita mi ha considerato un fastidio, qualcosa da evitare.
      e qui nasce la domanda: se fare figli non è più ormai un destino inevitabile per le donne, perchè farli se non si desidera dedicare loro tempo o attenzioni, se non si desidera condividere con loro neanche un po’ di vita?
      è una domanda che pongo soprattutto a Manu, che mi sembra in pace con sè stessa rispetto a questo argomento. ed è una domanda assolutamente priva di polemica, la faccio solo per cercare di capire un punto di vista che non mi appartiene ma che ritrovo in molte donne.
      a Flavia non sono in grado di dire nulla, se non che mi ha colpito molto la sua sofferenza e che continuerò a pansarci molto.
      per quello che può servire… cioè nulla!

  2. Lanterna scrive:

    Flà, sono domande che mi sono fatta anch’io. Quando, nel 2009, ho sentito tutto l’immane peso di aver rinunciato alle mie ambizioni lavorative per il posto fisso. Un posto fisso che non mi valorizzava per niente, anzi, mi faceva apparire una stupida e mi esponeva a un mobbing assurdo (soprattutto se penso che sono nel pubblico). Non è passata in un attimo: il peggio è durato 10 mesi e neanche cambiare posto di lavoro è stato risolutivo, perché stavo meglio a livello umano ma mi sentivo comunque una fallita a fare la segretaria con la mia laurea e il mio master.
    La tua situazione è tutta l’opposto ma, come me, ti chiedi com’è possibile far star bene i propri figli quando si sta male. Una soluzione non ce l’ho. O meglio, la mia soluzione è stata cercare di star bene. Uscire dal circolo vizioso, imparare dai miei errori, capire che valgo per ciò che sono e non per il lavoro che faccio. Mi sto rimettendo completamente in sesto solo in questi mesi, in cui, dopo aver affrontato tutto il resto, affronto il nodo finale: il mio peso, cresciuto a dismisura in quei mesi bui. Grazie anche a incontri fortunati, sto lavorando su di me e sto cercando di essere un po’ più equilibrata. Non è facile, ma è bellissimo.
    Ti abbraccio, e scusa lo sproloquio

  3. Flavia scrive:

    I vostri sproloqui in risposta al mio sono i benvenuti.
    @Lanterna, grazie di essere passata. Non sono in una situazione opposta come dici e il senso di fallimento è sempre in agguato, anzi anche di più quando fai delle cose che hai voluto costruire tu. Ed è in agguato in tutto il resto della storia personale (esatto,non siamo il nostro lavoro) quando mi sembra che quella storia sia una sequenza ininterrotta di errori.
    @Roberta, grazie anche a te che mi conosci poco. Non credo che Manu abbia restituito un quadro fedele di quegli anni, credo che mi abbia voluto raccontare le stesse brutte sensazioni, solo che non se ne lasciava sopraffare. I figli si fanno per amore, c’è solo questa risposta certa. E io ora vorrei poter condividere con loro molto di più. Non ci riesco, èd per questo che mi sento una merdaccia.

  4. manu scrive:

    Rispondo a Roberta con grande serenità, anche perchè il mio intento era quello di aiutare Flavia con la mia testimonianza.
    E’ vero sono totalmente in pace con me stessa, ora, che mio figlio ha vent’anni ed è un meraviglioso ragazzo con cui ho un rapporto splendido. E Flavia lo sa, ed è per questo che le volevo dire che nonostante tutte quelle “mancanze” mi sento di aver fatto bene il mio lavoro di madre. Perchè capisco che quelle cose che NON gli ho dato non erano importanti; che quei momenti che ho sottratto allo stare con lui facevano parte del duro gioco della vita che stavamo vivendo entrambi; e se non potevo o non volevo dedicargli del tempo era uguale, tanto sarebbe stato tempo di cattiva qualità.
    Mio figlio non solo è stato voluto, ma ne avrei voluto altri.
    Forse sono stata un po’ troppo diretta nel modo di dire le cose e soprattutto non ho raccontato la miriade di cose belle fatte insieme al mio bambino (compresa la quotidianità della colazione insieme ogni mattina e l’accompagnamento a scuola, uno dei momenti più belli di tutta la giornata) e di sensazioni meravigliose provate in tutti questi anni con lui e che viceversa ha vissuto lui con me. Cose e situazioni che sono sicura appartengano anche a Flavia, solo che non riesce a dircele ora, perchè è sopraffatta dal dolore. Ma esistono e quando si sta bene si riescono a vivere.
    Concludo con una nota che potrebbe sembrare polemica ( e mi sa che un po’ lo è): conosco molte mamme che facevano tutte quelle belle cose di cui parla Flavia o che hanno dedicato la loro vita all’accudimento totale dei figli. Beh, ora che i bambini sono cresciuti ( e mettiamoci dentro anche mio marito con la sua ipermamma) non saprei dire quanto sia stato utile alla loro crescita personale quel tipo di madre :-)

    • roberta scrive:

      io non giudico nessuno. non gidico te e tantomeno Flavia.
      nè ho specificato se faccio torte e bigliettini.
      ho detto solo che considero mia figlia una persona interessante. con cui mi fa piacere ragionare e fare cose insieme. non necessariamente giocare e disegnare. anzi, quasi mai. (lavoretti tanti perchè quelli piacciono a me, dall’idraulica ai bijoux).
      e davvero spero di poter essere utile alla sua crescita personale.
      la mia era con totale sincerità una domanda senza polemica.
      volevo capire. tutto qui.
      e ho chiesto a te che percepivo serena. e non c’era ironia nè giudizio di alcun tipo in questo aggettivo. che poi se proprio dovessi darne di giudizi ne darei uno positivo, che la risoluzione dei propri conflitti è sempre un risultato degno di grande merito.
      però…
      non credo che le madri che accudiscono siano buone o cattive per definizione, così come non credo che quelle che hanno altre esigenze siano migliori o peggiori tout court.
      credo che le persone che sono in pace con sè stesse siano una maggior fonte di benessere per gli altri.
      a riuscirci.
      e anche preferirei non dividere il mondo in buoni o cattivi, che tanto non serve a niente.
      ti ringrazio molto per la chiacchierata.
      :)

  5. Isa scrive:

    Manu ha messo il dito su una cosa molto vera; anzi più di una ;) Quando si è nel buio, non si riesce più a vedere le cose positive. Tutta l’attenzione è focalizzata su cio’ che non va, cio’ che non si fa, le mancanze, gli errori, e tutto cio’ che invece c’è di positivo viene cancellato dal cervello :( Di momenti di cui fare tesoro quando saranno grandi, ce ne sono e ce ne saranno ancora tanti! Scommetto che pezzetto ricorderà con gioia il suo giro d’Italia, da solo con la mamma ;)e le gite culturali; e quelle in barca; e di certo si ricorderà di esserci sentito sempre dire “ti voglio bene”! Sai la mia storia…quindi, credimi, a sette anni ha già davvero TANTO di cui fare tesoro! (e lo stesso vale per pezzettino, ovviamente).
    Non essere cosi’ dura con te stessa!
    Un abbraccio.

  6. Chiara scrive:

    Io non so se le cose che si fanno con i figli o quelle che si danno loro siano importanti di per sé. Probabilmente no. Un rapporto passa attraverso le cose, ma non si esaurisce in esse. Le scelte che facciamo (non solo per i figli) spesso ci appaiono, prima o poi, sbagliate. Spesso io penso alle mie scelte di studio e lavorative e mi rammarico: hanno dato tanto a me, ma non mi danno quel minimo di soldi necessari – forse – a offrire il famoso “meglio” a mia figlia (una scuola di buon livello, più viaggi, più esperienze…). Ma concordo con Chiara/Lanterna: l’unico modo per far stare bene i figli quando si sta male è stare meglio noi. E quello, al di là di dipingere o cucinare, è uno sforzo necessario per noi stesse ma, se vuoi, anche per “dovere materno”.

    • Flavia scrive:

      ecco, metti il dito in una delle peggiori piaghe: lo so che innanzitutto per se stessa una deve tirarsi su. ma se uno nonostante tutto sta sotto un treno e ci resta pure, e il messaggio più forte (sia esterno che, peggio ancora, interno) è solo questo: DEVI stare bene per loro se no gli fai del male, per quanto mi riguarda l’effetto non è motivante ma è devastante.

      • Lanterna scrive:

        Del messaggio esterno fregatene: la gente parla perché ha la bocca. E datti anche un minimo di tempo: è come una malattia fisica, mica si guarisce dall’oggi al domani. Ci vuole tempo, e magari anche l’aiuto di uno specialista. Per me sono stati 9 mesi di merda pura, 12 mesi di depurazione (anche fisica: tra dentista e fisioterapia al collo, ho speso un monte di soldi), e poi pian piano ho ripreso a curare il mio corpo e il mio mondo interiore. E guardacaso proprio in questo ultimo anno, per la prima volta da tanto, ho ricominciato ad avere amici più vicini di 50 km.

        • Chiara scrive:

          Concordo con la mia omonima. Datti tempo. Certo che il pensiero è devastante, è parte del problema. Ma d’altro canto, per una volta, la direzione in cui ti trovi sospinta è la stessa in cui dovresti spingerti per dovere verso te stessa. Quindi, animo. Ritrova il tuo stile, datti degli obiettivi modesti, realistici, misurabili. Affronta ciò che puoi affrontare, cerca soluzioni creative per accettare quello che non puoi affrontare.

        • Flavia scrive:

          Mi dispiace che ti sia capitato. Ti ho sempre immaginata come una donna di grande praticità, e una che scavalca gli ostacoli di slancio, il che secondo me rimane vero ma la dimensione tempo, come anche Marilde più giù ha fatto notare, ha il suo ruolo.
          e poi sì, anche uscire un po’ e parlare con qualcuno fa il suo…

          • Lanterna scrive:

            Ieri eravamo 6 donne a parlare di ciò che ci blocca e ci impedisce di essere pienamente felici. 3 su 6 attuano la strategia del “rinuncio pur di non essere delusa”. Io sono tra loro, ma con una variante: io lì per lì mi butto, ma se l’ostacolo non lo supero subito ecco la strategia della rinunciataria.
            Ieri ci siamo dette i rispettivi progetti che vogliamo realizzare e abbiamo preso l’impegno di motivarci a vicenda e romperci le balle a vicenda per riuscire a non farci sconfiggere dalle nostre ombre.
            E stamattina ho mandato una mail che meditavo da 10 giorni.
            Questo per dirti quanto può aiutare parlare, anche dopo che le crisi si sono risolte, anche per affrontare piccoli crucci che sembrano trascurabili.

  7. marilde scrive:

    Flavia, le sensazioni che descrivi appartengono a tutte le madri che hanno il coraggio di dar loro un nome. Non credo affatto che esistano donne che non le vivono, credo che esistano donne che le negano. Per un motivo molto semplice: la maternità è fatta da parti così’ eterogenee che è impossibile che nella crescita di uno o più figli non esistano periodi, situazioni, in cui ci si sente inadeguate. Per qualcuna può essere qualcosa di concreto (torte, giocare insieme etc…) per qualcun altra può essere più legato alla relazione stessa. Certo, come è già stato detto, e concordo in pieno, più si sta bene nella propria pelle, più si passa qualcosa di buono ai propri figli. Su questo però è anche necessario sottolineare l’autenticità, perché stare bene nella propria pelle vuol anche poter dire “non ho voglia di vedervi, Nè sentirvi, voglio lavorare in pace”. Ricordo con estrema gioia i primi anni dei miei figli, e con estrema fatica gli anni 3/12. Mi annoiava molto ciò che accompagnava gli impegni di quegli anni, non ero in sintonia con le altre madri, desideravo studiare, lavorare, crescere altre parti di me. Non mi sognavo lontanamente di passare il pomeriggio facendo “lavoretti” con loro. Avevo altro da fare. Dunque, come tante donne, ho fatto i salti mortali, tra baby sitter, cose rinviate, sensi di colpa, etc…Intanto un giorno dopo l’altro gli anni passavano. E sottolineo gli anni perché tutta questa tiritera (perdonami Flavia) in realtà la sto scrivendo per sottolineare in il tema del TEMPO. Lo posso fare perché il mio primogenito ha appena compiuto 30 anni. E allora ho potuto imparare (perché i miei figli me l’hanno insegnato), che l’adolescenza che per qualche donna è stata un incubo terribile da affrontare con i propri figli, per me è stata una fase divertentissima ( non facile eh! tutt’altro, piena di conflitti e momenti difficili, ma molto viva, affatto noiosa), poi terminata l’adolescenza, quando pensavo che il più era fatto, è iniziato un decennio, che dura tutt’ora, di una relazione intensa, bella, giocosa, adulta, di grande rispetto e giusta distanza, tra noi genitori e i figli. Il tempo ce lo insegnano poco, e poco ci raccontano quale risorsa meravigliosa può essere per recuperare ciò che sentivamo carente, per riaggiustare cose che pensavamo compromesse, per poter parlare con un figlio di quel periodo, quando aveva 5 – 8 o 15 anni e a lui stava capitando quella cosa mentre a noi ne stava capitando quell’altra. Esiste una narrazione delle storie di famiglia, che è bello costruire insieme, riprendere, e che aiuta noi e loro a differenziare le fasi della vita e dare diritto di esistere ai momenti gloriosi come a quelli pallosissimi o conflittuali. Perché una buona madre, un buon padre, un buon figlio sono tali se sono veri. E non mi stancherò mai di sottolineare che la verità comprende il “che ci faccio qui?”. Non esiste un modo giusto e buono per essere madre, esistono madri e figli diversi che amano fare insieme cose diverse. Ben venga la madre che trascorre il suo tempo a giocare, dipingere, organizzare feste di compleanno se è ciò che desidera. Nutre lei e nutre i suoi figli. E’ una bellissima cosa. Ben vengano madri che non desiderano nulla di tutto questo, magari trovano altri modi, magari li stanno ancora cercando. C’è un tempo. Un tempo per riparare, aggiustare, riprendere, narrare.

  8. Flavia scrive:

    Grazie Marilde, tu lo sai quanto sono preziosi per me i tuoi punti di vista. Tendiamo a considerare tutto esaurito nel presente: i ricordi, i rimpianti, gli sbagli, ci sembra che non ci sia nient’altro che questo buco profondo che li inghiotte e non riusciamo a concepire che già domani saremo persone diverse. Per essere vera e autetica come ho sempre desiderato, devo dire ora che non provo affatto fastidio o stanchezza verso i bambini, ma solo verso me stessa.

  9. alessandra scrive:

    Flavia, non ti conosco e non so se sei una pessima madre, ma credo di no… però penso che a volte utilizzi le giuste pretese di donna dei nostri tempi per “deresponsabilizzarti” un pò come madre.
    Mi spiego. Noi mamme “moderne” (con laurea e master, però, non quelle che fanno le cassiere all’iper…) spesso “ce la tiriamo un pò troppo” (appunto).
    Noi siamo quelle che:
    -avevamo una carriera e l’abbiamo mollata perché non ci divertiva più;
    -avevamo una carriera e l’abbiamo mollata perché non ce la facevamo più;
    -l’avremmo voluta ma non ce l’hanno permesso (in quanto donne e/o mamme);
    -l’abbiamo avuta (e ce la teniamo) rinunciando a troppo, quasi a tutto;
    -della carriera non ce ne frega niente, ma vorremmo comunque essere ancora considerate donne e persone pensanti oltre che madri (io sono tra queste).
    Tutto giusto, tutto sacrosanto, anche perché poi le madri soffrono come gli altri esseri umani anche per eventi che non c’entrano niente con i figli o con il lavoro (per esempio, io ho perso mio padre un mese e mezzo fa e ho un buco nel cuore che non ti dico…), e quindi sono tanti i giorni in cui vorresti essere single, senza figli, o, almeno, uomo! Però. Però i nostri figli, figli piccoli intendo, si specchiano in noi, assorbono i nostri umori e i nostri sguardi più delle nostre parole, e ci può anche stare che se il nostro umore non è alle stelle ci vedano tristi, o piangere, o ci percepiscano come “infelici”. L’importante è ricordarsi sempre che siamo comunque noi a dover adattare a loro i nostri comportamenti, a dover modulare le nostre emozioni, in modo che possano decifrarle, perché il peggio che un bambino possa pensare non é “mamma non é a casa o se c’é non ha tempo perché lavora o perché é triste” (e qui subentra Marisa e meno male che c’é) ma “mamma quando c’é e non lavora non mi vede neanche e non le piace stare con me” (e qui di Marisa un figlio non se ne fa proprio nulla…).
    Una madre felice, realizzata, soddisfatta di se stessa è sicuramente una madre migliore di una infelice, ma se, negli inevitabili momenti di dolore, sconforto, infelicità che capitano nell’arco di una vita, una donna usa il proprio stato d’animo per ceare un muro tra sé e i figli, allora forse rischia di diventare una cattiva madre. Come cantava D’André, noi siamo “femmine un giorno e poi madri per sempre, nella stagione che stagioni non sente”. Spero di non essere fraintesa, un abbraccio, Alessandra

    • Flavia scrive:

      Capisco tutto quello che dici, è vero…. Ma che peso a volte, quando si vorrebbe solo scomparire in una botola, tutta questa responsabilità…?!

      • alessandra scrive:

        … hai ragione… i giorni che vorresti scomparire in una botola (io dico in un pozzo, come vedi le metafore sono sempre le stesse…) è fondamentale che qualcuno ti tenda una mano, non come “mamma” ma come “Flavia”. Può essere tuo marito, tua madre, la tua migliore amica o, come penso voglia dire Luisa, una psicologa. Comunque, i giorni della botola, quando sembra che tu voglia star sola ma invece una voce dentro grida in silenzio “tiratemi su!!!!!” sforzati di chiedere aiuto, non ti “incartare”! Un abbraccio e, comunque tu voglia trascorrerlo, buon natale!

  10. Luisa scrive:

    Flavia, la risposta è semplice. A questi livelli non è normale e bisognerebbe ritrovare la propria dimensione di madre, magari facendosi aiutare perché da soli non ce la si fa. Ti sento depressa e sola e solo una persona con gli strumenti per farlo potrebbe accompagnarti e aiutarti, per poi arrivare ad affrancarti e ritrovare il piacere della scelta di essere anche madre.

  11. Flavia scrive:

    ehi, grazie anche a chi mi ha mandato un messaggio in privato, non mi era mai successo :)

  12. roberta scrive:

    ciao Flavia, torno qui per chiederti scusa.
    leggendo tutti i commenti e le risposte ho capito che non avevo capito.
    avevo letto il primo commento e mi sono fermata sul suo contenuto senza percepire che si stava parlando di altro.
    mi dispiacerebbe davvero molto se, seppure involontariamente, ti avessi mancato di rispetto.
    scusa.
    r

    • Flavia scrive:

      Macchè Roberta, scherzi! Quando uno espone un pezzo di sè, così (in questi giorni ni sono chiesta spesso se avessi fatto bene, mi sono pentita e poi pentita di essermi pentita:), è utile vedere cosa viene percepito fuori, e anche quali direzioni prendono le conversazioni indipendentemente dalle mie intenzioni, e come si intrecciano tra loro.
      Mi ha colpito il tuo “volevo vedere se qualcuno che le voleva bene le aveva risposto o se l’avevano lasciata sola” c’era qualcosa di profondamente empatico in questo e te ne ringrazio.

  13. silvietta scrive:

    passo
    ripasso
    ritorno
    e non commento.
    ho tantissimi pensieri. vanno da quando ti eri detta che quello che avevi fatto in merito al lavoro era per te e non per fare la mamma a casa, al fatto che comunque se non sei superficiale (e tu non lo sei) ci sono momenti in cui un lavoro che ti espone in prima persona ti obbliga giocoforza a mettere in discussione le scelte fatte, al fatto che no, non si può avere un certo spessore senza aver sofferto.
    ti hanno detto tante cose, tante impressioni.

    io stasera voglio solo lasciarti (finalmente) il mio abbraccio. credo che tu valga, che tu da qualche parte lo sappia, ma che tu sia costretta in questo momento a riattraversare delle zone buie che non puoi o non ti sai rivelare. avrai tempo, come ti dice Marilde. spero tu sappia dare a te stessa tutta la fiducia che meriti. perché io lo so, che la meriti.

    un abbraccio e ricorda, prima o poi la befana arriva ;) silvietta

    • Flavia scrive:

      mamma mia, che brivido… un abbraccio a te…

      • silvietta scrive:

        va là, che brivido, che sembra che faccia la cartomante: rifletto in quello che racconti angoli bui che gioco forza sono costretta ad attraversare perché sospinta dalla situazione (sospinta come ti dicevano più su) e mi è venuto il sospetto capitasse anche a te… tutto qui. mi sto rendendo conto che il vero problema è voler stare bene, per sé e per loro. desiderio che – in assenza di figli – qualora sia ostacolato da un passaggio buio non risolto puoi “rattoppare” infilando sotto il tappeto tutto quello che è di ostacolo. comodo, ma alla lunga inefficace.

        si credo che a lasciare alla vita la possibilità di farmi diventare madre io mi sia presa la brega di affrontare due o tre pesi che avrei rimosso volentieri.
        spero di aver le spalle larghe abbastanza.

        ora chiudo, grazie di aver lanciato questa discussione profonda, dolorosa e ricca.
        buon inizio anno.
        un abbraccio e un caffè ;)
        francesca aka silvietta

  14. lawlori scrive:

    Pensa che io ho più volte detto a me stessa: “perché l’ho messo al mondo”!
    L’ho detto perché da quando c’è lui è tutto cambiato nella mia vita e non c’è un solo aspetto che è rimasto com’era prima.
    Sono infelice…mi sono detta…ma poi, piano piano, ho capito che è vero il contrario…avevo fatto scelte troppo radicali prima…e lui è davvero quanto di più bello ho fatto.
    Questo non significa che di colpo sono tornata raggiante e contenta…anzi…ogni giorno provo sensazioni terribili legate alla paura di sbagliare…
    Lui percepisce la mia sofferenza ma mi ama alla follia.
    E’ da un po’ di tempo che ho seguito un consiglio letto su “vere mamme” e lavoro fino alle 17 senza interruzione e poi, torno a casa da lui…i primi risultati si vedono già…dopo le vacanze di Natale è rientrato all’asilo senza piangere…
    Quanto al mio lavoro…va avanti lo stesso…ma quando sono in studio mi sento meno in colpa e più motivata a fare bene e subito.
    Ci vuole tempo (il mio ranocchietto ha 2 anni e 9 mesi)e buone amiche…da quello che leggo le seconde non ti mancano ma il tempo devi concedertelo tu. E’ utile farsi aiutare a mettere un po’ d’ordine ma lo sforzo finale è solo tuo.

    • Flavia scrive:

      non sai che piacere mi fa sapere che una conversazione che si è svolta qui ha avuto un risultato concreto e positivo per qualcuno. Grazie di essere ripassata ;)


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