Alla ricerca del tempo perduto

Pubblicato il 05 dicembre 2011 da Calamity Jane

Tra una e tre ore. Questo è il tempo che, secondo una ricerca pubblicata recentemente da Regus, il 45% dei lavoratori italiani (nel resto del mondo ci si ferma al 38%)  trascorre abitualmente al lavoro in più rispetto alle canoniche otto ore dovute. In altre parole, quasi la metà di noi – uomini e donne – non esce dal lavoro prima di avervi trascorso tra le 9 e le 11 ore, e di questi il 17% supera le 11 ore.

No, dico, undici ore. Se vi sembrano poche, aggiungete a queste appena appena una modica pausa pranzo e il tempo di percorrenza del tragitto che separa casa e ufficio, all’andata e al ritorno, e vi troverete di fronte all’istantanea di una giornata trascorsa per più di metà in attività che non sono il cibo, il sonno, lo svago, la cura di se stessi e degli altri. Non so che effetto faccia a voi questo dato: personalmente l’ho trovato aberrante.

Ma come, mi direte, non siamo immersi fino al collo nella crisi? Non dobbiamo lavorare di più (tanto che qualche buontempone al governo se l’è presa persino con i giorni di ponte…), impegnarci di più, produrre di più? A parte che bisognerebbe mettersi d’accordo sul concetto di “lavoro”, non necessariamente coincidente con gli altri due (a titolo di esempio, qualche dubbio potrebbe ispirarlo la lettura di questo bell’intervento di una delle femministe della Libreria delle Donne di Milano – e dico, femministe), il problema è che tutto questo tempo in più non si traduce affatto in efficienza. Stando all’ultimo rapporto Censis, presentato giovedì scorso, il nostro PIL cresce decisamente meno del numero di occupati: i quali evidentemente, pur mostrandosi in ufficio fino all’ultimo minuto utile prima che l’usciere li sfratti, non contribuiscono poi così tanto alla crescita.

Aggiungo un altro dato eloquente per completare il quadro. Sempre secondo la stessa ricerca, il 51% degli italiani (anche in questo caso siamo in eccesso rispetto al dato globale, che si ferma al 43%), pur abbandonando l’ufficio o la sede di lavoro all’orario stabilito, più di tre volte a settimana completa il lavoro a casa nelle ore serali. Potrebbe sembrare un dato incoraggiante, se non fosse che si tratta di tempo ulteriore rispetto alle famose otto ore: resta da chiedersi come mai non siano state sufficienti a portare a termine il lavoro. Compiti troppo onerosi? Cattiva gestione del tempo? Scarsa chiarezza negli obiettivi?

Quale che sia la risposta, a me sembra evidente un fatto: la nostra organizzazione del lavoro, così com’è fatta, non va. E a farne le spese è il bene più prezioso e raro oggi in circolazione, il tempo: non solo quello potenzialmente convertibile in denaro, a beneficio di una produttività reale e non falsamente efficientista; ma anche e soprattutto quello personale e familiare, se possibile ancora più prezioso.

3 Risposte per “Alla ricerca del tempo perduto”

  1. silvietta scrive:

    applausi.
    ho letto anch’io e comunque ne sapevo fin da quando discussi con un amico che lavorava in germania dove, se ci si ferma oltre l’orario, si è guardati male perché si dimostra incompetenza. incompetenza di saper organizzare il proprio lavoro nel tempo destinato. incompetenza, io penso, perché chi è il tuo capo SA VALUTARE quanto tempo occorre per fare la cosa che ti è assegnata. e quindi calibra le richieste sulla base del tempo effettivo, non spreme i più efficienti finché il carico è eccessivo (e sbagliano) e alleggerisce i più inefficienti perché ci stiano dentro (salvo fermarsi a fare chissà quali straordinari).

    io a volte vorrei fuggire solo per provare l’ebrezza.

  2. Flavia scrive:

    la cultura del lavoro stupidamente presenzialista è uno dei fattori di arretratezza più irritanti di questo paese, insieme alla scarsa occupazione femminile. avendo lavorato in UK, confermo quello che dice Silvietta. E’ normale uscire alle cinque, alle sei, alle sette se ci sono scadenze eccezionali. Qui invece ci sono ancora posti dove se esci alle sei ti sfottono “mezza giornata oggi?”. ho detto tutto.

  3. mammadifretta scrive:

    a proposito di maestre in tacchi a spillo… bellissimo post, e lo penso anche io. Quando lavoravo in ospedale spesso la disorganizzazione faceva il modo che non ci si fermasse mai. Ognuno faceva quello che capitava, e questo faceva il modo che ci fosse perdita di tempo dovuta alla mancata specializzazione e scarsa qualità dell’assistenza dovuta allo stress che lavorare molto comporta. un casino, insomma.Io la chiamo “approssimazione” all’italiana, tutti fanno, approssimativamente” il loro lavoro.Peccato che a volte in sanità ci scappi il morto.


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