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Motivation, demotivation

Pubblicato il 19 novembre 2011 da Flavia

Uno dei modi per capire meglio noi stessi e poi usare produttivmente questa conoscenza è studiare cosa ci motiva ad agire, il che è una questione estremamente soggettiva. Cosa cambia tra il momento in cui non vogliamo fare una cosa e il momento successivo in cui passiamo all’azione?

Attenzione: c’è un abisso di differenza tra il “vorrei” e il “voglio”. I nostri cassetti mentali sono pieni di cose polverose che vorremmo ma che non facciamo, e quindi facciamocene una ragione: vuol dire che non le vogliamo davvero. Per non parlare delle tonnellate di “dovrei”, condizionale ancora più odioso, utile solo ad alimentare sensi di inadeguatezza e sensi di colpa.

Quando si compie il piccolo miracolo per cui una cosa che volevamo o di cui avevamo bisogno fino a ieri viene effettivamente fatta oggi, vale la pena fermarci a riflettere un attimo su cosa è scattato nella nostra testa, quale pensiero ci ha indotto ad agire, e scriverlo per ricordarcelo la prossima volta che ci servirà.

Personalmente, mi capita spesso di inserire nelle mie lunghe liste dei propositi troppo vaghi. Il problema è che so dove voglio arrivare, ma non quale strada prendere. Conosco l’obiettivo ma non la strategia, insomma. Succede anche per una semplice telefonata: ho lì quella persona da chiamare, da giorni, ma quello che voglio dirle – nonostante lo scopo sia chiaro – rimane una nuvola di nebbia. Poi una mattina mi si palesa all’improvviso un discorso che non fa una piega, e prima che mi passi l’ispirazione chiamo, scrivo, messaggio, insomma inizio a comunicare.
Per altri compiti meno strategici e più operativi serve fissare una scadenza, vera o falsa che sia: se è nell’agenda per domani, so che domani avrò il desiderio prepotente di cancellare quella riga, e che cancellandola proverò soddisfazione.
Altri compiti invece richiedono un impegno e un processo più complesso, specialmente se i risultati sivedono nel lungo periodo: andare in palestra o andare a correre regolarmente, per esempio. Anche in questo caso la mia motivazione è puramente visiva: un bel “palestra” sull’agenda settimanale sottolineato con un evidenziatore verde, mi remunera dandomi la misura del mio impegno (da due-tre scritte verdi siamo scesi tristemente ad una, ma non deve passare una settimana intera senza, o significa che sto sprecando dei soldi).
Qualche volta funziona una piccola gratifica, come un premio per sè (finisco questo e faccio una pausa dolcetto-caffè), o la gradevole sensazione di aver reso qualcuno contento: queste motivazioni sono determinate dalla pre-visualizzazione del risultato finale.
Un’altra domanda interessante da farci (soprattutto nelle situazioni dilemmatiche) è cosa ci attira, e cosa invece ci trattiene dal fare qualcosa.

E’ proprio vero che l’esplorazione della nostra mente è un viaggio affascinante.

2 Risposte per “Motivation, demotivation”

  1. Isa scrive:

    “affascinante”, come dici …
    Le tue riflessioni sull’argomento sono al quanto più interessanti per chi, come me, non si sofferma sui perché e come! ;) faccio uso anch’io delle liste: ci inserisco tutto (o quasi tutto) cio’ che devo fare, innanzitutto perché ho una pessima memoria, e se non lo scrivo subito, la probabilità di scordarmene del tutto è troppo alta!! pero’, concordo, la soddisfazione di cancellare le righe della lista una ad una è motivante :) Di solito, tutto cio’ che ha a che fare con il lavoro viene fatto secondo i piani, senza dovere rincorrere a stimoli particolari, all’eccezione di una sola cosa (la correzione dei temi) per cui ho sistematicamente rincorso a quello che chiami il premio-gratifica! Mi aiuta a venirne a capo….
    Sul “vorrei”, non sono d’accordo con te! lol … qlche volta, il vorrei è veramente un voglio, e se non si realizza non è necessariamente perché non lo si vuole, ma perché non è fattibile (almeno non subito) ;)

  2. Flavia scrive:

    e non dipende da noi renderlo fattibile?
    (;)


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