La leadershiT e i sei bisogni fondamentali

Pubblicato il 27 novembre 2011 da Flavia

Primo spunto di riflessione

Sono più o meno a metà di “LeadershiT – rottamare la mistica della leadership e farci spazio nel mondo” di Andrea Vitullo, il cui progetto è tutto spiegato qui.
Il suo titolo mi ha attirata per la carica ribelle e chiaramente irriverente, mentre la sua tesi in sostanza non mi è nuova, essendoci arrivata in questi anni per varie vie personali: e cioè è finita l’epoca del leader carismatico, assertivo, “vincente”, ed è iniziata quella di una leadeship più introversa, riflessiva, emotivamente intelligente. L’autore non nasconde, anche nel suo blog, i tanti collegamenti tra i suoi pensieri su quello che va rottamato e quello che va salvato della classica leadership con cui siamo stati imbottiti come tacchini nei master, e il moderno mondo femminile: lo confermo, sono le donne che stanno alzando la testa e stanno chiamando tutti a svegliarsi.

Secondo spunto di riflessione

Il recente allagamento – nel mio caso non grave – dello studio nel seminterrato, per fortuna non ha fatto  vittime tra libri e ricordi. Tranne una, attaccata dall’umidità e dalla muffa prima che potessi accorgemene: il malloppo “Building & Managing a Winning Team”, manuale di un corso di formazione seguito ai miei esordi dirigenziali in Grecia, uno di quei corsi in cui ci si ritrova tra colleghi di tutto il mondo in una città qualsiasi (non ricordo più se era Milano o Barcellona?) e per un paio di giorni si torna, appunto, studenti di master. Indecisa se rottamarlo o salvarlo, per ora l’ho piazzato su un termosifone.
Nel farlo è scivolato fuori il “toolbox”, in pratica il bignamino del corso. E con esso l’unica nozione che mi sono portata a casa da quel corso e che ha resistito nel tempo.  Il concetto è che ognuno si relaziona al mondo e agli altri secondo uno stile predominante (che non esclude tutti gli altri), stile dettato da bisogni personali, intimi e profondi. La bravura di chi gestisce un team sta nel soddisfare quei bisogni e far leva sulle capacità e le preferenze di ognuno, dato che ogni team sarà un mix di queste persone  – anzi più le combina pacificamente, meglio funziona.
Un po’ come abbiamo ragionato qui, quando ci chiedevamo cosa ci piace e cosa non ci piace.

Ecco gli stili.

Pensatore
Il suo bisogno fondamentale è la STRUTTURA: ordine, logica, processi
Gli/le piace: avere una visione complessiva prima di scendere nei dettagli, l’accuratezza, il flusso logico in tutte le comunicazioni scritte e verbali
Non gli/le piace: la mancanza di chiarezza, la disorganizzazione

Achiever
Il suo bisogno fondamentale è RIUSCIRE: raggiungere risultati, qualità, efficienza
Gli/le piace: superare gli ostacoli, visualizzare il risultato desiderato, svolgere task definiti
Non gli/le piace: bassi livelli di energia, troppe obiezioni, troppo tempo speso analizzando invece che facendo

Esperto
Il suo bisogno fondamentale è l’ATTENZIONE:  essere notato, ricevere riconoscimento per le sue competenze
Gli/le piace: essere ricercato per opinioni, ricevere rispetto e approvazione per il suo contributo personale
Non gli/le piace: non ricevere credito per le sue idee, fare brutta figura

Contributore
Il suo bisogno fondamentale è l’ACCETTAZIONE: essere parte di un gruppo, essere apprezzato
Gli/le piace: socializzare, supportare gli altri
Non gli/le piace: il conflitto, il rifiuto, che non venga chiesto il suo input

Valutatore
Il suo bisogno fondamentale è la PRUDENZA: valutare tutto e minimizzare i rischi
Gli/le piace: i dettagli, il tempo per prendere una decisione, analizzare i pro e contro
Non gli/le piace: pressione, cambiamenti improvvisi, decisioni basate su feeling e non su dati oggettivi

E infine, aiuto, il

Direttore
Il suo bisogno fondamentale è il CONTROLLO:  dell’ambiente, delle decisioni, delle persone
Gli/le piace: essere “in charge”, prendere decisioni, raggiungere conclusioni e fare raccomandazioni
Non gli/le piace: che qualcuno gli dica cosa fare, non essere ascoltato

Dove ci porta la via della LeadershiT? Ad abbandonare il potere e il controllo e…. devo tornarci quando avrò finito il libro perché il cambiamento di un’identità non è lavoro facile, come ho detto varie volte. E non penso proprio che si possa rinunciare del tutto, in situazioni complesse cioè quasi sempre, a qualcuno responsabile che mantenga un controllo – di tutto e di tutti, sì.  Ho visto progetti a leadership diffusa, diciamo così, naufragare tristemente. Mi sono sentita rimproverare di non aver esercitato controllo. E allora?
Di certo ho vissuto e continuo a vivere innumerevoli conflitti tra direttore e valutatore, o tra achiever e pensatore, tra esperto e contributore, e così via. Ma quelli più spaventosi non sono i conflitti esterni, bensì quelli interni, dato che indosso a rotazione tutti i cappelli e litigo da sola.

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