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Le ragazze di oggi tradite dalle madri

Pubblicato il 03 ottobre 2011 da Flavia

A lungo, molto a lungo, ho conservato nell’agenda un ritaglio di Paola Zanuttini di Repubblica. Con un titolo del genere, aspettavo solo il momento giusto per farci delle riflessioni. Riflessioni difficili e indigeste: sembrano pensieri infilati giusto giusto in mezzo a quella terra di nessuno che si colloca tra la mia tolleranza (verso le idee, le diversità, gli stili di vita alternativi) e il mio sdegno (verso troppe cose per poterle mettere in una parentesi).

Riporto gli stralci dell’articolo che più mi hanno colpito:
“Per le italiane nate negli anni Cinquanta il destino era segnato: spose, madri, tutt’al più insegnanti. Quelle donne però, oltre a rivendicare i loro diritti, hanno affrontato le loro debolezze, indagato l’uso e l’abuso del corpo, denunciato le trappole del femminile. Come si diceva allora, hanno fatto un lavoro su di sé. Che urge riprendere in questi tempi bui. C’è da dire che, forse, l’esempio di quelle signore poi diventate madri non ha esaltato le loro figlie. Perché si sono ammazzate di fatica e non hanno fatto grandi passi avanti. L’eterno femminino dell’abnegazione le ha indotte ad anteporre la carriera del marito alla propria e a gestire quasi in esclusiva i  figli, ricorrendo a part time e permessi poi scontati in termini di avanzamento. E a non ribellarsi quando la politica, nei rari casi in cui se n’è occupata, ha trattato la famiglia come un’appendice femminile e non come una questione di cittadinanza.”

(sono molto, molto, molto d’accordo. Ma attenzione, non sul fatto che part time e permessi debbano necessariamente pesare in modo negativo su una carriera, ma sul fatto che queste donne abbiano continuato a considerare normale che la cura della famiglia fosse – anzi dovesse essere -  prevalentemente una loro incombenza. Non ribellandosi)

“Infine, la funesta ambizione di mantenere il monopolio del governo domestico, sommata al notorio fancazzismo maritale, le ha stroncate del tutto. Per certe figlie, queste stanche eroine del nostro tempo sono un modello da fuggire.”

Ma che peccato, ma che occasione persa, ma che deleteria marcia indietro della nostra storia.
Parla, la Zanuttini, di una forma di abnegazione persino nelle “vergini offerte al drago”: le ragazze pronte a farsi divorare ed annullare per lo stesso senso di inadeguatezza e sottomissione delle nostre trisavole.

Mi ritorna quella sensazione di incompiuto, come se a metà di un bellissimo viaggio ci fossimo scomposte e disperse, dicendo ma sai che c’è, ma chi ce lo fa fare, torniamocene tutte nel nostro giardinetto. Come se diventando madri ci fossimo rassegnate e convinte che quella era l’unica cosa buona da fare.  Ritorna quell’appello che ho scritto  e ripetuto in giro appena potevo: l’emancipazione di una donna non è compiuta senza un’emancipazione della maternità.  Ritorna quel pensiero illuminante lasciatomi da Silvietta che dà un senso perfino al mio lavoro nel marketing (esatto, nel marketing):   “Ho capito che per me è perfettamente inutile sbattermi a consapevolizzarmi di certi aspetti della mia (personalità, maternità, femminilità etc) e a perdonarmene altri, se poi appena apro un giornale mi ritrovo negli anni ’50″.
E ritorna tutta la mia rabbia verso quella frase che durante  la mia età adulta ho sentito pronunciare da troppe, troppe donne intorno a me: “ma per carità, non sono mica femminista eh, vado fiera della differenza” come se dopo gli anni (peraltro recentissimi) delle lotte a cui tutte dobbiamo la nostra libertà e dignità di opinione, del femminismo fosse rimasta solo l’eco di un eccesso egualitario da cui prendere le distanze il più velocemente possibile. Pretendevano di essere uguali agli uomini, bleah.

Gli ultimi grandi movimenti di ribellione – che io non ho conosciuto da vicino perchè ero troppo piccola, e che ho liquidato da adolescente come un dato di fatto – partivano da una visione collettiva, da un’interpretazione del bene collettivo: la liberazione sessuale, i diritti degli studenti, è ovvio che vada per approssimazioni perché ammetto la mia ignoranza di molti aspetti di quelle lotte. Ora il massimo dell’alternativo  sono il downshifting (vivo bene anche con poco) , la riscoperta della natura, e tanti trend e microtrend chiusi ognuno in un orticello. E dal chiuso dei nostri dettami individuali, diciamo convinti:  “io vado bene così, sono tutti gli altri che fanno schifo”

Quanto vorrei che fossimo di nuovo capaci di romperci le palle, ma collettivamente.

Diritti e rispetto non si ottengono in regalo o scambio merce, si conquistano. Poi bisogna tenerseli stretti”

21 Risposte per “Le ragazze di oggi tradite dalle madri”

  1. Isa scrive:

    In Francia in effetti, si assiste a una sorte di “rinascita” di movimenti/gruppi di donne che si ribellano e fanno sentire le loro voci ai livelli più alti dello stato, sia nazionalmente che internazionalmente, contro le varie forme di discriminazioni che le donne subiscono. Penso per esempio al movimento “ni putes ni soumises” che si è imposto come “in-contornabile” in pochissimi anni.

  2. cily75 scrive:

    è una questione che è tessuta nelle trame della nostra società, noi figlie di donne che pur essendosi ribellate ci hanno però trasmesso quel senso del dovere così spiccato, che ancora oggi ci rende difficile essere pienamente libere nel nostro mondo femminile che è ANCHE quello di madri e di mogli. Girando per blog e leggendo alcuni libri sembra di respirare il soffio di voce con cui molte di noi parlano di quest’argomento…ma la strada è ancora lunga. non so se ci sarà un’altra rivoluzione, e spesso sembriamo andare indietro…ma una coscienza esiste, si sta formando, si agita tra noi mamme moderne di future donne..chissà che questo non basti. (ti consiglio, se non l’hai letto, il libro della De Gregorio, una madre lo sa …merita davvero)

  3. Chiara scrive:

    Condivido pienamente l’osservazione che tutte le “rivoluzioni” moderne sembrano individualissime, esclusive, quasi private. Il concetto di bene comune ha perso ogni appeal. E questo ha dei gravi effetti collaterali.

  4. Lanterna scrive:

    Penso che ci siano due tipi di rivoluzioni individuali, oggi: chi si ritira nel proprio orticello, rinuncia a uno stipendio (di solito la donna) e alla fine aderisce allo stereotipo madre a casa / padre che lavora e chi invece segue il modello entrambi lavorano / entrambi si occupano dei figli. Sono convinta che il secondo gruppo in qualche maniera possa influire sulla collettività, se non altro dando l’esempio.
    Per esempio: se le maestre (anzi, le 3 maestre e il maestro) sul diario si rivolgono alla signora Taldeitali, vuol dire che spesso sono le madri ad occuparsi della scuola. E allora noi ci teniamo che sia Luca ad andare alle riunioni, mentre io mi occupo della logistica del trasporto.
    Oppure: se io sono a danza e Luca vuole andare a fare una jam session di percussioni o a vedere una mostra di bonsai, ci va senza problemi. A dimostrare che non serve avere le tette per occuparsi di bambini.

  5. roberta scrive:

    c’è stato un tempo, molto lungo a dire la verità, in cui pensavo di essere uguale a un maschio.
    non la capivo proprio questa cosa della differenza, benchè mia madre me la avesse spiegata bene. anzi, essendo io nata l’8 di marzo, i miei compleanni della fine degli anni ’70 erano con un mazzetto di mimose nei capelli e il simbolo del femminile disegnato sulla guancia con la matita per occhi, con la mano a mia madre insieme a una marea di donne che manifestavano nelle strade di roma.
    comunque non capivo proprio. mi sentivo diversa ma uguale, anzi molto spesso migliore.
    crescendo la società mi ha rimesso al mio posto, eppure ho capito la vera differenza e la discriminazione solo quando sono diventata madre.
    però continuo a pensare che se noi fossimo le prime a sentirci diverse ma uguali forse molte cose sarebbero diverse.
    continuo a pensare che che in questo sentirsi donne e discriminate ci siano limiti enormi che noi stesse ci imponiamo (anche se siamo realmente donne e discriminate).
    come un guerriero di altri tempi che indossa l’armatura per combattere una giusta battaglia ma quell’armatura, pur necessaria al combattimento, gli impedisce di essere libero.
    ma invece forse sbaglio e dovrei adottare un altro punto di vista.
    però continuo a riflettere.
    r

    • Flavia scrive:

      troppe madri hanno rinunciato a sentirsi uguali – ci sono tante sfumature in questo termine, e io voglio cogliere la tua – e questo è troppo triste. hanno rinunciato temendo di diventare cattive madri.
      sono i “limiti enormi che noi stesse ci imponiamo”.
      Benvenuta anche a te Roberta

  6. Mariangela scrive:

    Ciao Flavia,
    entri molto raramente nelle discussioni in Rete “al femminile” ma quando lo fai lasci il segno. Lucidissima analisi che condivido al 100%. L’eterno femminino dell’abnegazione è una questione non risolta, e se in Italia è meno risolta che altrove un motivo c’è, ed è politico e benissimo sintetizzato nel “considerare la famiglia un’appendice femminile e non una questione di cittadinanza”.
    Ora pero’ io non sono del tutto sicura che la soluzione sia una ripresa della lotta di genere. La divisione ferrea dei ruoli è qualcosa che sta stretto anche a troppi uomini. Credo che la questione sia proprio una “questione di cittadinanza”, di civiltà, di complessive regole del gioco che non rendono possibile la conciliazione della sfera professionale e di quella privata. Una cultura del lavoro, la nostra, piena di contraddizioni. Da un lato l’assistenzialismo più bieco, dall’altro l’abnegazione totale (la dicotomia, lo dico a scanso di equivoci, non ha sfaccettature geografiche). Gli italiani e le italiane hanno per anni accettato un modello di stato sociale sbagliato nel nucleo, che ha premiato i furbi, con invalidità inesistenti e posti pubblici straprotetti, al posto di creare strutture per i cittadini, e inventare soluzioni che rendessero più facile la vita delle persone. Dall’altra parte si è accettato un modello aziendale in cui l’azienda ti modella la vita, e questo accomuna sia le grandi corporation che le aziende padronali, anche se ovviamente in modi diversi.
    Avrei tanta voglia che ricominciassimo a romperci le palle tutte e tutti, anch’io, e anche che ricominciassimo a rimboccarci le maniche per costruire un Paese diverso e regole civili che uno sia fiero di rispettare.

  7. Mariangela scrive:

    Scusami il doppio commento, ma ho un piccolo aneddoto. Recentemente ho partecipato a uno dei “soliti” corsi di management. A differenza di quanto vissuto in passato, questo aveva un taglio molto particolare. Il manager non è un superuomo; un’azienda deve avere manager che abbiano ben solide le due gambe, quella professionale e quella professionale; questi i concetti che mi sono piaciuti di più. E’ un approccio tedesco, viene dalla Scuola di Management di San Gallo, che nel mondo DACH è un po’ come la SDA Bocconi.
    Se qualcuna è interessata a capire meglio una lettura interessante è questa: http://www.hoepli.it/libro/il-management-come-professione/9788883638817.asp
    Con buona pace del carisma e dell’abnegazione!

    • Flavia scrive:

      Grazie! io invece devo iniziare un ben più prosaico “leadeshit – rottamare la mistica della leadership e farci spazio nel mondo” non ho idea di come sia ma con queste premesse l’ho raccattato subito in lbreria….:)

  8. silvietta scrive:

    Flavia, che onore! concordo su ogni riga e mi interrogo su cosa fare. Io sono partita dal collettivo (il volontariato, fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce in silenzio ecc ecc) per poi cercare di cambiare almeno me. ma certe cose ritornano.. cosa possiamo fare?

  9. Calamity Jane scrive:

    Quoto quasi completamente Mari. E quoterei anche Flavia, se non sospettassi che l’”emancipazione della maternità” sia rischiosamente passibile di trasformarsi in “emancipazione DALLA maternità”, nel senso più rotondo e pieno di questo termine.
    Chiudo chiedendomi: perché non esprimere questi dubbi alle “femministe” propriamente dette (mica Conci.. ehm, volevo dire, mica chiacchiere), che a dispetto del silenzio generalizzato su di loro su questi temi hanno dibattuto e stanno ancora dibattendo animatamente (ad esempio qui: http://agoradellavoro.wordpress.com)?
    Paola

    • Flavia scrive:

      CJ, ti rassicuro, io intendo proprio emancipazione DELLA maternità DA una serie di cose che non vanno bene, oppure puoi intenderla come emancipazione DALLA maternità intesa solo come affar di donne, e via discorrendo. Sul resto, lo so che se ne dibatte, ma a parte la manifestazione e la bandiera di se non ora quando, se ne sente parlare ancora troppo poco per poter assistere a una vera mobilitazione!

    • Lanterna scrive:

      Beh, però che cosa ci sarebbe di male, se l’emancipazione dalla maternità si trasformasse nell’ammissione che, oltre i primi mesi di vita, i genitori possono e devono essere uguali per importanza? Io ce ne avrei anche un par di balle del fatto che mio marito (che partecipa alle riunioni della scuola, che va in giro con i bambini da solo, che mi “lascia” uscire alla sera) sia guardato come se avesse la pelle blu o la coda. L’emancipazione dalla maternità potrebbe trasformarsi nell’emancipazione della genitorialità.

      • Flavia scrive:

        Come sai Lanterna, io sostengo sempre l’interscambiabilità dei genitori, ne abbiamo già parlato qui in passato. A parte allattare naturalmente, non c’è niente ma proprio niente che un padre non possa fare per un figlio in termini di accudimento e poi, più da grande, educazione e guida. E’ ovvio che padri e madri sono profondamente diversi ma l’alternanza fa benissimo, e anche per lunghi periodi, i paesi scandinavi insegnano. Vorrei quella stessa emancipazione qui.

  10. Pentapata scrive:

    condivido in pieno, ognuno nel proprio orticello ad aspettare che altri ci cambino la vita e incazzati pure perchè “nessuno” fa nulla.

  11. Carla scrive:

    Come correttamente analizzato, da italiane ci portiamo appresso un fardello enorme di senso del dovere, disponibilità alla rinuncia e tutto il resto, ed anch’io mi sento prudere quando vedo le infinite declinazioni della genitorialità: talvolta simile a quella mia e di mio marito (anche se sicuramente non completamente equilibrata), più spesso articolata in un universo di completo accudimento e responsabilità da parte della donna. E penso alla responsabilità che ho sempre sentito come madre di un maschio di creare e crescere qualcosa di diverso, qualcosa che assomigliasse il più possibile al carattere ed educazione, all’apertura mentale che vorrei vedere intorno, magari anche più “estremo” di quello che ho sposato. Poi, però, mi cadono le braccia quando vedo che si fa la differenza tra maschi e femmine fin da bambini e si distinguono i giochi da maschi e quelli da femmine, e si favorisce la separazione e la “ghettizzazione”. Forse potremo anche riuscire a cambiare qualcosa nel nostro piccolo orticello, ma se non si riesce a fare il vero cambiamento in queste piccole creature che dovrebbero sì conoscere la differenza ma non nei compiti e nelle responsabilità, ma solo nelle possibilità e nei talenti di ciascuno indipendentemente dal sesso, direi che il fallimento è scontato.

  12. Closethedoor scrive:

    Finalmente!!! Grazie, condivido al 110%, avevo già scritto altrove su questo argomento, chiedo scusa se mi ricito.

    Secondo me è come se le donne stessero percorrendo due binari paralleli. A me pare che è come se stessimo percorrendo due binari paralleli:

    da un lato le donne che stanno, pur con molta fatica, spingendo in avanti l’asticella di quello che è pensabile e raggiungibile per una donna. Oggi una donna sa che può arrivare fino a dove prima arrivavano solo gli uomini: astronauta sulla Luna, segretario di stato USA, ecc. Ora danno il voto alle donne in Arabia Saudita. Impensabile fino a solo 50 anni fa.

    Questa lotta ha però perso per strada la maternità.

    Una donna che diventa mamma da un lato fa perdere mesi di produzione all’azienda, e dall’altro, è ricattata da tutti e ricattabile lei stessa sulla felicità dei figli. La soluzione obbligata è rimanere a casa perché poi se pensi un po’ a te stessa, certamente tuo figlio diventerà un piccolo Hitler.

    Io credo che il nodo profondo per cui non riusciamo a liberarci delle costrizioni mentali sulla maternità è che la maternità viene generalmente considerata LA realizzazione femminile, molto di più del lavoro. Molto di più di quanto possa essere la paternità per un uomo, rispetto al lavoro.

    L’idea è che se fallisci come madre, fallisci come persona, fallisci in modo totale. Il discorso al contrario per un uomo l’ho sentito in rarissimi casi, ricordo in particolare un rabbino americano che diceva “io posso fare mille proseliti al giorno ma se perdo i miei figli, ho perso tutto”. Ma mi ha colpito proprio perché per gli uomini vale sempre un po’ meno. Gandhi è il padre spirituale dell’India moderna ma ha distrutto il rapporto con suo figlio, e nessuno lo sa, mentre Elisabeth Badinter è una filosofa a tutto tondo e tutti vanno a studiare il suo rapporto con le figlie.

    E’ questo il nodo intorno a cui giriamo, ed è la ragione per cui tante donne si sentono insicure e ricattabili sul benessere dei figli se fanno così o colà.

    Il risultato sono le mamme che si sacrificano – ma lasciatemi dire che in una famiglia, chi si sacrifica trova comunque il modo di chiedere il conto, anche senza rendersene conto (e scusate il bisticcio).

  13. Flavia scrive:

    Il sacrificio non è la base sana di un rapporto, lo è invece lo scambio di ciò che si è veramente. Quello che dici è profondamente vero perchè come donne la dimensione delle relazioni e dei sentimenti la viviamo molto più profondamente. Non credo che la soluzione sia rinnegare questa essenza, ma rifiutare il giudizio e i ricatti che derivano da ciò che pensiamo che gli altri proiettino su di noi (sulle nostre relazioni, sui nostri sentimenti. quelli verso i figli sono quanto di più intimo e invece vengono violati continuamente da queste pressioni indebite: E’ una gabbia mentale terribile, ma solo noi stesse possiamo liberarcene, e nessun altro.)

  14. supermamma scrive:

    ho appena finito di leggere il vostro libro hai voluto la carrozzina? e mi ha colpito che il marito di Serena sia stato “quasi costretto” a prendersi il congedo parentale perchè lì si fà così obbligatoriamente diviso in due ecco quando anche in Italia arriveremo a questo forse riusciremo ad uscire da questo film degli anni ’50 per il momento sono delle mosche bianche quelle che ci riescono :-(


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