Catalogato | Lavoro e conciliazione

Come faccio a far tutto?…

Pubblicato il 05 ottobre 2011 da Calamity Jane

[NB: La risposta alla domanda del titolo si trova in fondo al post: per scoprirlo, dovrete sorbirvelo tutto, senza scampo.]

Era qualche settimana fa. Era una bellissima serata – degna conclusione di una splendida giornata, trascorsa in una delle città che più amo, a fare una delle cose che mi piacciono di più. Ero appena uscita da un ristorante blasonatissimo, ma non proprio all’altezza della sua fama, e lo paragonavo in cuor mio alla cucina della mia chef preferita;  quando ad un tratto, alla fermata dei taxi, mi spunta davanti… lei, la chef!

Dopo averle rinnovato la mia eterna fedeltà, le ho chiesto cosa ci facesse a Milano, e così ho scoperto che la mia serata da leoni coincideva con la prima assoluta di “Ma come fa a far tutto?”, film del momento (non foss’altro per la presenza di Sarah Jessica Parker), alla quale anche lei aveva partecipato. Eh, già, come facciamo a far tutto? ci siamo chieste per scambiare quattro chiacchiere mentre aspettavamo il taxi. Passa qualche settimana, ed ecco arrivarmi l’invito da un gruppo di mamme per andare a vedere insieme il film. Torno a pensare alla chiacchierata milanese, e decido che no, non ci andrò.

E non solo perché non mi troverei granchè a mio agio con persone che conosco appena, e alle quali mi accomuna, oltre al sesso, solo l’età dei figli. No, è che questa dell’equilibrismo di noi mamme lavoratrici comincia a somigliare pericolosamente a un luogo comune, di quelli che così poco amo: e tanto più questa trasformazione procede, tanto più il luogo comune si allontana dalla realtà effettiva. Non sto mettendo in discussione la nostra capacità di barcamenarci, di tenere tutto, benché tutto in bilico, di far coincidere gli opposti. Piuttosto, comincio a chiedermi se necessario parlarne in questi termini, come di una sventurata sorte, una necessità che si fa virtù solo obtorto collo. E soprattutto, un’eccezione, che riguarda noi in primis e soltanto.

Ripenso alla mia chef: una donna piena di talento, di creatività, di forza, che si esprime di rado al di là delle sue meravigliose creazioni culinarie. Quando lo ha fatto, è tornata più volte sull’argomento delle difficoltà che una come lei, madre e libera professionista, ha dovuto affrontare. E nella nostra chiacchierata alla fermata dei taxi lo ripetevamo insieme, che per le donne è difficile. Eppure, mi dico, per chi non lo è? Mi sorge il dubbio che a forza di rivendicare le difficoltà affrontate, finiamo per far torto a chi le stesse difficoltà ha superato senza sbandierarlo, oppure ne ha superate altre, diverse, ma non meno ardue. E d’altro canto, finiamo per ipostatizzare il nostro stesso sforzo, scadendo nel vittimismo.

Sarò più chiara, e se possibile ancor più provocatoria. “Fare tutto”, come si dice, è una scelta, non una necessità. Non ce l’ha detto il dottore, di fare i biscotti tutte le settimane, di portare i bambini alle feste degli amichetti, di guadagnare un livello inquadramentale al mese o di battere il record per la mail inviata all’ora più tarda. Ci sono uomini e donne, con e senza figli, che fanno scelte diverse: ma non per questo la loro vita è meno dura, o qualcuno regala loro qualcosa di ciò per cui si battono. Sono certa che li conosciamo tutti, e non credo che li invidiamo poi così tanto.

So cosa siete tentate di rispondere: ma per gli uomini è diverso, loro possono fare figli e carriera insieme senza ammazzarsi. Davvero? Allora vi dirò che, se vogliamo restare in quest’ottica semplificatoria (e un po’ fuorviante), anche per le donne è possibile, assolutamente possibile: basta permettersi una baby sitter, decidere cosa delegare, e poi vivere in pace con se stesse. Se sentite che non ci riuscireste, non è colpa degli uomini: non è colpa di nessuno, è il vostro desiderio che si fa sentire e reclama la sua parte, e non sarà dando la colpa agli uomini o recriminando sui vostri sacrifici che lo azzittirete. Se invece deciderete che non valga la pena di azzittirlo, covando il sospetto che ciò che perdereste valga più di quello che guadagnereste, è ancora una questione di scelte: giuste, a mio modo di vedere, ma è naturalmente il mio.

L’ideale però sarebbe uscire da quest’ottica, mettendoci a indagare le mille sfumature dell’espressione “fare figli” (dal “procreare” all’educare, guidare, affiancare, coccolare: davvero gli uomini ci tengono meno delle donne?) – , così come le altrettante dell’espressione “fare carriera” (dall’”essere promossi” al crescere professionalmente e personalmente, realizzarsi, essere soddisfatti: davvero non ci si può fermare a questa soddisfazione, ma bisogna pretendere soldi e stellette?). Se poi passiamo all’espressione “fare tutto”, capirete bene che le sfumature non si sommano, ma si moltiplicano esponenzialmente. Ecco perché non andrò a vedere il film: e al prossimo che mi fa una domanda del genere, ho deciso che risponderò rispolverando un bieco cliché pubblicitario, quello del Raz Degan che a chi chiedeva bevesse un certo amaro spiegava impertinente: sono fatti miei.

8 Risposte per “Come faccio a far tutto?…”

  1. bismama scrive:

    “So cosa siete tentate di rispondere: ma per gli uomini è diverso, loro possono fare figli e carriera insieme senza ammazzarsi. Davvero? Allora vi dirò che, se vogliamo restare in quest’ottica semplificatoria (e un po’ fuorviante), anche per le donne è possibile, assolutamente possibile: basta permettersi una baby sitter, decidere cosa delegare, e poi vivere in pace con se stesse. Se sentite che non ci riuscireste, non è colpa degli uomini: non è colpa di nessuno, è il vostro desiderio che si fa sentire e reclama la sua parte, e non sarà dando la colpa agli uomini o recriminando sui vostri sacrifici che lo azzittirete. Se invece deciderete che non valga la pena di azzittirlo, covando il sospetto che ciò che perdereste valga più di quello che guadagnereste, è ancora una questione di scelte: giuste, a mio modo di vedere, ma è naturalmente il mio.”

    Questa è la parte che esprime al meglio il mio pensiero. Qualche post fa ne ho parlato. Il gender gap è solo uno stato mentale: non esiste. Ma, siamo noi donne che facendoci influenzare da alcune paturnie e ragionamenti da medioevo continueremo a permettere discriminazioni.
    Non scordiamoci che uno dei primi mondi in cui la donna ha permesso all’uomo di entrare, prendere il sopravvento e accantonarla è proprio quello della maternità. Le ostetriche erano donne. Gli uomini si inventarono questo fatto della lesbo-attinenza per prendere in mano il business milionario delle nascite. Questione di marketing, non di gender gap. Chi lo faceva meglio prima? Chi conosce il corpo di una partoriente meglio di una donna? Chi ha accantonato conoscenze a favore del denaro? Chi lo ha permesso?
    Forse questo è l’unico luogo comune e l’unica battaglia che, a mio avviso, può essere combattuta anche individualmente.

  2. valepi scrive:

    Bel post, ben scritto, lucido ed intelligente.

    Concordo con quasi tutto e con quasi tutto anche del commento di bismama.

    E’ vero, verissimo: fare tutto (o smettere di farlo) è una scelta e siamo noi a fare le nostre scelte, ma non sono d’accordo che il gender gap non esista.

    Purtroppo esiste eccome, ed è frutto non di personali femminili e mammesche s… mentali, bensì di un condizionamento culturale che purtroppo è ben radicato e ramificato nella nostra società.

    E la dimostrazione, secondo me, è nel fatto che sia gli uomini che le donne siano liberi di fare scelte in merito alla carriera, alla famiglia e ai figli, ma solo le donne di fronte ad ogni scelta si lasciano inondare dai sensi di colpa.

    Detto questo: è giunto il momento di fare le nostre scelte in maniera più lucida, distinguendo quanto è reale desiderio e quanto è condizionamento culturale… ma ho il sospetto che sarà una strada parecchio in salita!!

    • Sono assolutamente d’accordo quando parlate di facilità di cadere nel vittimismo. Ripiegarci su noi stesse ripetendoci quanto è dura non serve. Ma non sono affatto d’accordo quando fate ricondurre tutto ad una scelta personale: purtroppo molte di noi avrebbero già deciso da molto di lasciare il lavoro e dedicarsi ai bambini o a interessi extralavorativi, ma non possono permetterselo. Il rischio di questi ragionamenti fortemente condivisibili è che siano troppo “alti” e tralascino aspetti “terra terra” basilari nell’influenzare una scelta.

  3. roberta scrive:

    sono assolutamente d’accordo con le tue valutazioni.
    e soprattutto mi rende felice il fatto che da un po’di tempo non sono più l’unica a pensare queste cose.
    dirle ad alta voce non è facile, ti dico per esperienza che si rischia l’aggressione in massa, ma è fondamentale farlo per provare ad offrire un punto di vista diverso da quello mainstream.
    starei attenta però su una cosa, la storia della babysitter e dei sensi di colpa non è vera per tutti. ci sono molte donne che lavorano come muli e insieme riescono appena a pagare mutuo e bollette.
    non presumiamo che certe scelte siano economicamente alla portata di tutti perchè sarebbe un grande, grandissimo errore. e soprattutto offre il fianco ai detrattori su un terreno che non è il focus della questione.

  4. Calamity Jane scrive:

    @bismama: sulla cessione di territori tradizionalmente femminili la penso come te, ne ho scritto anche qui in un commento qualche tempo fa (qui ). La chef di cui parlo in questo post è un ottimo esempio per me di riappropriazione di uno di questi territori, la cucina, “scippato” dagli uomini nel momento in cui hanno scoperto la connessione tra piacere del cibo e potere. Non so se la riappropriazione possa passare per un’azione individuale o debba allargarsi a una collettiva: temo che quest’ultima finisca per essere più formale che sostanziale, e invece per me conta anzitutto la presa di coscienza e la riconquista dell’orgoglio che stanno alla sua base.

    @Cento per cento mamma e @Roberta: l’aspetto economico è una parte rilevante, se non decisiva, delle scelte. Ma se ho capito bene il film (e la retorica che lo sostiene) non si riferiscono tanto alla necessità di lavorare o di dedicarsi ai bimbi, quanto alla pretesa di elevare entrambe, insieme, all’ennesima potenza, salvo poi recriminare. Per questo dicevo che non ce l’ha detto il dottore: non di continuare a lavorare, ma di puntare a una promozione al mese; non di continuare a fare figli, ma di voler fare biscotti per loro tutte le settimane. Non fanno certo questo gli uomini, dei quali tante volte diciamo di invidiare l’equilibrio per noi faticosamente raggiunto: forse in questa fatica c’è più del necessario, o del dovuto, e comunque non possiamo attribuire ad altri il fatto di essercene caricate.

    Tornando a chi sceglierebbe volentieri di dimettersi, ne avevamo parlato tempo fa con Flavia: per quanto mi riguarda si tratta di un’opzione perfettamente comprensibile, tanto più in un contesto di rigidità lavorativa come quello in cui ci muoviamo, tale da rendere impossibile non tanto fare figli e lavorare – il che, ripeto, mi sembra sempre possibile -, ma dare al desiderio materno più spazio del minimo consentito nell’attuale organizzazione del lavoro.

    Paola

  5. Flavia scrive:

    Devo dire che questa storia di lasciare il lavoro per dedicarsi a figli e ad altro mi provoca uno stridore dentro, come di una forchetta nel piatto….
    cerco di spiegarvi perchè (ed era questo il senso del dibattito con Paola): per me la controprova che un modello è perseguibile e auspicabile è se è applicabile pari apri anche agli uomini. Ora, anche molti uomini smetterebbero volentieri di lavorare per essere padri e uomini più rilassati, provate a chiedergleilo, ma non mi sembra molto realistico e produttivo in un sistema economico, a meno di inventarne uno completamente nuovo…
    preferisco pensare ad un modello in cui uomini e donne hanno un’attività lavorativa soddisfacente (certo, non tutti i lavori sono passioni, c’è spazio anche per altro nella vita) e flessibile per cui possono scegliere come dosarla e organizzarla. E un altro stridore è questo; preferisco non pensare ad un materno che si esprime per forza in più tempo a casa o comunque fuori dal lavoro rispetto al paterno. Il mio forte e prepotente desiderio è la parità, del tempo dell’impegno delle responsabilità e di tutto, nella coppia. In questo io e Paola siamo evidentemente molto diverse: lei, come dice in presentazione, è per il matriarcato :)

  6. Paola scrive:

    Più o meno. Lo chiarisco perché potrebbe non essere così evidente, per chi non mi conosce come Flavia.
    Io non “sono per” le dimissioni. Non “sono per” le donne a casa, o fuori dal lavoro. Altrettanto decisamente, io non sono per la parità, il che non coincide con l’”essere per” la deresponsabilizzazione maschile, o per l’esclusiva dell’impegno nella metà femminile della coppia.
    Io sono per la libertà di scelta, anche di quelle scelte che oggi mi sembra siano meno popolari (e quindi meno agevoli) di altre. Credo fermamente che strumento indispensabile per esercitare questa libertà sia la flessibilità dell’organizzazione lavorativa, e la larga adozione di misure di conciliazione tra famiglia e lavoro che non si traducano semplicemente nella delega a terzi di tutto quanto non sia attività professionale (soprattutto per quanto riguarda l’educazione dei figli).

    Io sono per il lavoro, ma un lavoro drasticamente, radicalmente diverso: il che passa anche, me ne convinco sempre più, per un sistema economico completamente nuovo (vedi post precedente…). Un sistema nel quale non perderemo l’opportunità di esprimerci nella realizzazione professionale (o se preferite, non sfuggiremo alla maledizione biblica di guadagnarci il pane con il sudore della fronte…), ma nel quale attribuiremo a questa opportunità un senso completamente differente, e più ancorato alla vita. E questo senso per me è profondamente sessuato, legato al genere, alla differenza sessuale e alla sua ricchezza: che secondo me abbiamo perso di vista, rinunciando a molto, e che tocca più che mai alle donne oggi recuperare. Matriarche di tutto il mondo, unitevi :-)
    CJ

  7. supermamma scrive:

    sono i sensi di colpa che c’impongono di fare tutto, la società che se lo aspetta e anche i nostri figli,almeno i miei se devono andare ad una festa vengono da me sbandierando il bigliettino d’invito non si sognerebbero MAI di chiederlo al padre e chi sono io per negarglielo? Ecco perchè siamo “costrette” a fare tutto soprattutto quando diventiamo mamme


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