Dalla Silicon Valley a Casalpalocco

Pubblicato il 09 ottobre 2011 da Flavia

Se una donna costantemente tra le top50 di Fortune negli ultimi anni, COO (Chief Operating Officer) di Facebook, e Vice President Global Online Sales and Operations in Google prima,  dice in 15 minuti le stesse cose semplici che io ho detto in tre anni, la sensazione è duplice:
- ma allora c’è qualcosa di profondamente vero, che non può più essere ignorato, e quindi diamoci una mossa.
- ma allora perché, se oggi  rivedo un ufficio con la gente chiusa dentro tutto il giorno, mi viene la nausea?
- (facciamo triplice – aggiunta postuma – : ma allora forse è meglio se mi do ai TED anch’io?)

Prima di riprendere i punti cruciali di Sheryl (ma certo, fatemi fare un po’ la sbruffona chiamandola Sheryl), occorre produrre, per chi leggesse qui per la prima volta senza conoscermi, un riassunto delle puntate precedenti.
Altrimenti non si capisce il motivo per cui mi arrogo il diritto di fare certe affermazioni.

Allora.

Nella mia vita ho lavorato solo in grandi aziende multinazionali dove essere donna (e quindi sì, anche fare figli) non è mai stato una discriminante rispetto alla vera bravura. Come si definisce questa bravura, però, è una cosa che apre ampi spazi di dibattito tra chi – come me – la rapporta solo ad atteggiamenti vincenti (per chi odia il termine, si legga: positivi) o perdenti (per chi mi percepisce come infarcita della retorica aziendalista, si legga: negativi e autosfiganti) e chi distingue un femminile nella vita e nel lavoro per arrivare a parlare di compiti e ruoli e abilità femminili, e a trarne delle conseguenze (talvolta utili, talvolta meno).

Ho aperto questo spazio in rete per aiutare le donne a far carriera. Come loro desiderano che sia: una realizzazione nel lavoro e/o nella vita, dove in quella congiunzione o disgiunzione sta tutto  un mondo di posizioni e battaglie, ma di certo sdoganando una volta per tutte il termine carriera dalla negatività di cui si carica appena la si associa ad una donna. Intendendolo come crescita e miglioramento continuo. Il coaching è quello. Naturalmente è rimasto percepibile come il blog di una in carriera, per giunta una di marketing, e quindi una supernicchia: perchè se parli alle donne-mamme nel web devi parlare di scuola, uncinetto, torte, feste di bambini, ecologia e natura e cose tipo le aziende vi sfruttano e il marketing serve a creare bisogni inesistenti, se no non puoi mica essere del giro. Ma a me quel ghetto va troppo, troppo stretto.

Allo stesso tempo, mentre aprivo questo sito, ho cambiato lavoro. O meglio, ho lasciato la scrivania di vetro, il nome sulla porta e il suv, i meravigliosi benefit come l’assicurazione sanitaria e le stock options, e mi sono inventata un nuovo lavoro in cui non ero (e non mi sento ancora) nessuno. Perché volevi stare coi tuoi figli, perché volevi lavorare da casa che per una mamma è il massimo della realizzazione, perché hai capito che il loro sorriso all’uscita da scuola è la cosa più importante della tua giornata, perché… No, e poi no, e mi spiace deludervi: perché quel lavoro mi stava uccidendo dentro e ne volevo uno più eccitante, uno per cui veramente non c’è giorno nè notte nè sabati nè domeniche che tengano, e non ci sono perché stavolta sì che ne vale la pena, perché l’ambizione (ecco un’altra parola molto poco femminile) mi spinge avanti senza tregua a immaginare un business mio, fatto con le mie idee e insieme a persone care e di cui mi fido, e non con idee altrui al cui servizio, per troppo tempo, è stata tenuta in catene la mia intelligenza.

Fine del riassunto, ed ecco i punti salienti dell’intervento della  Sandberg (la parte interessante comincia più o meno a metà), che fa un vero e proprio discorso di coaching rispetto al problema della scarsità di donne in posizioni di leadership. Non parla degli aspetti  sociali e dei complicati problemi di conciliazione dal punto di vista collettivo e politico, dove non bastera’  la nostra generazione per vedere cambiamenti sostanziali,  ma solo degli aspetti individuali, dove invece una parola ben assestata può cambiare un atteggiamento mentale in un giorno (ed è la mia motivazione a stare ancora qui, altrimenti avrei già chiuso da un pezzo. A dire il vero, a chiudere, ci penso spesso).

1. Sit at the table
Le donne sistematicamente si sottovalutano rispetto agli uomini. Se chiedi a un uomo come mai ha fatto un buon lavoro, dirà: “che domande, perchè sono bravissimo”,  mentre una donna che ha fatto un lavoro anche migliore dirà: “beh non ce l’avrei fatta senza l’aiuto di, beh, sono stata fortunata, beh..” tutte scuse per non avere la faccia tosta di dire “perchè sono brava”. Inoltre le donne non negoziano duramente e non pretendono. L’ho scritto pochi giorni fa in questo gruppo: io le promozioni – che mi hanno portata alla dirigenza in 9 anni dalla laurea e 7 e mezzo dal master, praticamente da 0 a 100km/h in 3 secondi – me le sono strappate con le unghie e con i denti, e da allora penso incrollabilmente che nella vita si avanza solo rompendo le scatole al prossimo (nel senso di sfidare, proporre, chiedere perchè no, chiedere perchè sì, invitando a pranzo il capo o la capa sei mesi prima dell’aumento di stipendo per cominciare a dirgli che te lo aspetti, e infine SI’, anche perdendoci le staffe).
Ma tuttora io mi sento in difficoltà e tendo a reprimermi se in una situazione lavorativa mi scappa un brutale “IO VOGLIO, IO NON voglio”. Non perché non sia convinta di avere ragione, ma perché me lo fanno pesare, e secondo la cultura dominante faccio una brutta impressione. Ma non posso evitarlo a lungo: sono fatta così, nata con un corredo genetico strano per una bambina, che ha rigettato in blocco tutte le cose da bambina, e poi cresciuta con una serie di esperienze che me lo hanno rinforzato.

2. Make your partner a real partner
Non ce n’è molta di discussione qui, e non c’è proprio spazio per i ma e per i se: i compiti relativi a casa e figli si dividono. A META’. Anzi in certi periodi lui deve essere disponibile ad assumersene anche di più della metà. Senza questo non andiamo da nessuna parte. Se vi risulta impossibile immaginarlo, prendete spunto dalla geniale gamification casalinga di Giuliana, così ci facciamo anche una sana risata che fa sempre bene, e troviamo un modo non troppo conflittuale di far passare il concetto.

3. Don’t leave before you live
Spesso (è il senso dello speech della COO) le donne non colgono delle opportunità perchè si fasciano la testa troppo presto. Cominciano a porsi problemi come “ce la farò, come farò” etc, prima ancora di trovarsi effettivamente di fronte al dilemma. E così evitano di investire troppo in qualcosa, e rinunciano prima ancora di provarci. E’ quello che io definisco “fermarsi al verde”, altro che soffitto di cristallo.


MA, c’è un MA, come sempre. Ed è quella sensazione cui accennavo all’inizio. E si ritrova nelle testimonianze (che in questi anni di networking ho ascoltato e interiorizzato, nonostante una reputazione di irrimediabile cocciutona) di chi aspira a uno stile vita-lavoro diverso. Ora come ora, se un’azienda impazzita mi offrisse una sedia importante, non potrei più accettarla. L’ho fatto, l’anno scorso durante il mio cambio di pelle, e non ha funzionato. Ho ormai la testa altrove. Lavoro per progetti e consulenze, saltando di qua e di là, non riesco più a rispettare linee gerarchiche e  riunioni infinite, ogni giorno sempre nella stessa boardroom. Il mondo fuori mi attira, mi perdo nello smartphone  e  in una situazione aziendale finisco ormai per fare delle figuracce. Sì, accompagno i bambini a scuola e spesso li vado a riprendere, e il loro abbraccio sporco di colori e d’erba mi apre il cuore.  Purtroppo tutto ciò significa anche che lavoro senza una busta paga.

La risposta a tutte queste apparenti contraddizioni sono le fasi della vita. Questa risposta me l’ha data già da tempo la mia amica Piattini. Non siamo mai la stessa persona, cambiamo, evolviamo. Avevo un concetto di carriera a 30 anni, da cui ho preso tutto quello che potevo prendere e a cui ho dato tutto, poi sono andata avanti, sempre avanti, e ora ne ho un altro. Domani chissà. Ma ogni fase va vissuta pienamente (don’t leave before you live: lo interpreto così).

Oddio, è domenica ed è l’una. I Pezzetti hanno appena fatto in mille pezzetti un barattolo di vetro e il salentino è in palestra perchè era il suo turno dopo i miei due week end passati in giro. E devo mettere qualcosa in tavola. La odio, questa sensazione. E so che mi crederete, se vi dico che ora mi cerco  la ricetta della carbonara in qualche blog perchè non mi è proprio chiara nella testa.

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18 Risposte per “Dalla Silicon Valley a Casalpalocco”

  1. Ester scrive:

    Grande Flavia! Tempo fà lessi già un post dove accennavi un po della tua vita…E come quando leggi un film , nella tua mente il personaggio “prende forma” , inizi ad immaginarlo.

    Leggendo anche dei post in Fb , commenti sui tuoi bambini,sul lavoro, ho inizato ad immaginarti: donna manager dura nel lavoro e mamma tenera e premurosa con i suoi piccoli.

    Non so perché(magari sbaglio) ma spesso ho percepito dai tuoi scritti, quell’amarezza, quel disagio, quel magone
    di dover lasciare la famiglia per l’ennesimo viaggio di lavoro.

    Ecco perché ieri ti dicevo di aver pensato a Te , durante il film.
    Ho avvertito la stessa sensazione che tempo fa avvertii leggendo quanlche tuo post.

    Ho visto alcune foto insieme ai tuoi figli; ricordo ancora la prima volta che t’incontrai. Camminavi con passo deciso con tuo figlio per mano, verso l’entrata di “villa panphili”, maggio 2010.
    Pensai, chissà chi è!

    Piu tardi ti avrei rivista all’incontro Mamme 2.0.
    Rimango affascinata da poche persone; E quelle che mi restano impresse è perchè hanno qualcosa di speciale che le contraddistingue dalle altre.

    E tu sei una di quelle. Ancora devo scoprire perchè… Al momento il pensiero verso di Te è positivo. Ti ammiro….

    E.

    • Flavia scrive:

      Cara Ester, io ti ringrazio e arrossisco. Intanto quel AL MOMENTO mi piace e rende benissimo il concetto di.. personal branding, se mi passi il gergo: cioè che uno è responsabile dell’idea positiva che gli altri si fanno, ma poi anche di farla durare :)
      Dai pezzetti che spargo in giro, beh hai ragione….In questo periodo non sono tanto i viaggi che mi stancano, quanto l’impressione di sbattermi moltissimo per vedere ancora troppo poco.
      MI consolo ricordando questo: http://www.veremamme.it/2009/12/la-lunga-notte-dellinnovatore/

      Comunque: ricordo perfettamente l’occasione in cui ho conosciuto te e la tua associazione che stavav nascendo. Spero proprio che presto ce ne siano altre!

      • Ester scrive:

        “E come quando leggi un libro”! … Correggo la frase di ieri sera; ero distrutta…

        “In questo periodo non sono tanto i viaggi che mi stancano, quanto l’impressione di sbattermi moltissimo per vedere ancora troppo poco”.

        Beh io sono nella tua stessa situzione. Sono 4 anni che mi sbatto tantissimo e sono ancora qui, ad aspettare quel “momento”.

        Il mio cammino è molto arduo. Da sola cerco di realizzare il mio progetto, ma è difficile.

        L’importante è non perdere la motivazione , quella giusta. Quella che ti fa brillare gli occhi quando parli alle persone del tuo progetto. Quella ti fa superare l’ennesima presa per il c@@@…
        quella che ti consente di non perdere la speranza.

        Io ne sono piena….e sai perchè?
        Credo moltissmo nel mio progetto…..e se questo è il prezzo da pagare, allora che ben venga.
        Sarò io riapagata in un secondo quando riuscirò a vedere la scritta Shea su quella porta….

        A presto…
        E.

  2. Chiara scrive:

    Sei convincente, molto convincente. Ho individuato subito tre ottime ragioni per cui non ho fatto (e probabilmente non farò mai) carriera. Ora mi è tutto più chiaro!

    • Flavia scrive:

      Tu sai che io potrei non darti tregua per anni, per un’affermazione del genere. Non bisogna essere tutte uguali, per carità. Ma ognuno ha le SUE risorse per ottenere soddisfazione. Hai avuto anche piccoli-grandi esempi di come puoi cambiare ottica e prendere in mano una questione. E io ho avuto dimostrazione di come sei diretta al punto quando ti incavoli. Quindi no way! :)

  3. silvietta scrive:

    wow.
    dopo giorni che ci giro attorno ora lo stampo e lo modifico ad uso coaching individuale (con le sottolineature ai punti giusti)
    chapeau

  4. CloseTheDoor scrive:

    Molto bello. Per quello che mi riguarda sto passando da una soddisfazione personale in termini di carriera ad una realizzazione personale tout court, che mi sta prendendo sempre più energie. Non è che della carriera non me ne freghi più niente ma non sono più disposta a rimetterci il sonno, l’attività fisica, il mangiare sano, il giocare con mia figlia, stare con mio marito. Tutto questo si è fatto sentire in modo potente dopo che è nata mia figlia, e ha cozzato con grandi sensi di colpa, ma poi, sempre meno. Non farò downshift ma credo che rincorrerò di meno standard inarrivabili – e forse nel mio caso, sarà l’unica cosa giusta che farò proprio per migliorarmi: sono ricercatrice e vado in panne ogni volta che devo scrivere qualcosa di nuovo pensando che non sarà mai all’altezza. Ma un buon articolo, anche se non geniale, è sempre meglio di nessun articolo. Credo. Scusa lo sproloquio ma credo di essere comunque in tema.

  5. Flavia scrive:

    benvenuta CloseTheDoor, e quale sproloquio? sai che spesso gli standard inarrivabili ce li poniamo noi, solo noi nella nostra testa. “pensando che non sarà mai all’altezza” e perchè mai? Opponiti, e fa’ le cose che ti piacciono, e come ti vengono meglio ;)

  6. lawlory scrive:

    leggendo mi è venuto il magone………

    Io sto facendo proprio quel cammino delle “altre mamme”…dal lavoro autonomo al lavoro dipendente, per stare di più con il mio bimbo e per condividere con lui le esperienze che ancora lo attendono.

    Condivido quanto ha detto closethedoor: non voglio più rinunciare a troppe cose per il lavoro, oltre a dover fare i conti con una vita familiare complicata (come ho già spiegato in altro post: tempo per noi.)

    Mi sembra di buttare all’aria quanto ho fatto in undici anni di lavoro e la cosa mi spaventa non poco….
    Mi pesa? Non lo so!
    Solo tre anni fa’ avrei cestinato la possibilità di lavorare per altri, mi stavano molto stretti gli orari da rispettare e persino, le direttive altrui (anche se le mie uniche esperienze sono stati gli anni di pratica legale in altri studi!) ora, invece, ho preso in considerazione un’offerta che mi toglierà ancora del tempo fino a giugno prossimo (per uno stage non pagato!) e poi (forse: se tutto andrà bene!) dovrò scegliere.
    Al momento anche le mansioni che dovrei ricoprire mi sono sconosciute perché inizio domani e l’unica cosa che mi ha attirato (oltre all’entusiasmo di un’amica con la quale condividerò l’esperienza) è avere una busta paga e dover lavorare cinque giorni a settimana solo la mattina e due anche il pomeriggio ma, soprattutto, la sensazione di benessere che deve essere collegata al chiudere la porta di un ufficio, lasciandovi dentro tutto il lavoro (ben) fatto.
    Ecco il lavoro autonomo impedisce di staccare completamente dal lavoro……
    Fino a giugno farò il doppio lavoro (il mio di libero professionista) e quello di “aspirante lavoratore dipendente” (non retribuito) per poi fare un bilancio e scegliere cosa fare da grande (ma ho già 41 anni!!!!).

    Quale delle anime prevarrà? Quella dell’avvocato che ama alla follia il suo lavoro e si è ricavata, faticosamente, una piccola nicchia nel mercato di una professione estremamente maschilista, ma che entra tutti i giorni in studio con tanti sensi di colpa per dover lasciare il pupetto con le (troppe) persone che se lo contendono (nonni, tata, marito)? Oppure quella della nuova “aspirante funzionario” di un grosso ente che (forse!) avrà più tempo e più tranquillità?

    • Flavia scrive:

      Ho vissuto entrambe le situazioni e posso dire che quando qualcosa ti appassiona, o quando si ha un forte senso di responsabilità, difficilmente si riesce a chiudere la porta e a lasciarselo dietro. E poi ho cercato un lavoro indipendente proprio perchè quello dipendente non mi appassionava più! I percorsi per realizzarsi possono essere diversi, appunto.
      comunque sei nella condizione di poter valutare e poi scegliere: prendine tutto il meglio! Ma solo risolvendo i sensi di colpa di cui abbiamo parlato, sarai in condizione di scegliere seguendo le tue vere passioni e la tua vera voce interiore, e non un modello etero/auto imposto di buona madre, stretta nei lacci dei conflitti familiari irrisolti…ti direi di usare questo tempo per affrontarli!

  7. lawlory scrive:

    si lo farò: userò questo tempo per risolvere i conflitti familiari irrisolti.
    Concordo con te: tante volte mi sono chiesta se è quello che voglio fare oppure è solo frutto dei tanti sensi di colpa e dei condizionamenti esterni.
    :)

    • Flavia scrive:

      sai, esattamente questo tipo di riflessioni sono state il motivo per cui è nato questo sito! mi fa piacere che tu le abbia condivise.


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