Catalogato | Lavoro e conciliazione

Q.B. (ovvero, quanto basta?)

Pubblicato il 12 settembre 2011 da Calamity Jane

Personalmente, mi manda in bestia. E magari anche a voi, se avete provato almeno una volta a seguire un ricettario: incontrare la magica formula “q.b.” – ossia “quanto basta” – nell’elenco degli ingredienti, potrebbe gettarvi in preda allo sconforto. Che accidenti significa “q.b.”? Quant’è il “quanto” che basta? Quanto sale, quanto zucchero, quanta farina? (o come diceva un giovane Moretti alla sua pianta: “più acqua, meno acqua; più sole, meno sole: cos’è che vuoi???”)

“Quanto basta?” Tutte le volte che mi cimento con il testo di una ricetta me lo domando; ma solo di recente mi è capitato di associare questa perplessità culinaria a una lavorativa. Perché se si vuole la flessibilità, se addirittura si lotta per conquistarla, poi non si può fare a meno di confrontarsi anche con l’incertezza: con l’indeterminatezza degli orari, con l’ubiquità dei luoghi, con la dilatazione delle attività, per domandarsi infine dove sia, o dove debba essere, il vero punto di arresto. Chi ha ottenuto un part-time, chi può adottare orari flessibili, ma ancor più chi beneficia del telelavoro, sa per esperienza quanto sia difficile porre un limite, una volta sostituiti i limiti tradizionali di spazio e tempo con l’agognato raggiungimento dell’obiettivo. In nome di questo obiettivo, verranno chieste eccezioni; verrà data per scontata la reperibilità quasi perenne; verranno affidate attività che difficilmente potrebbero conciliarsi con l’orario ridotto, o con l’assenza dall’ufficio. Ma non si tratta solo di un problema di flessibilità: la stessa esperienza coinvolge sempre più spesso chiunque faccia parte di un’organizzazione, a qualsiasi livello e con qualsiasi contratto. Per i liberi professionisti, la questione nasce diversamente, ma approda alla stessa conclusione: l’obiettivo è posto in piena autonomia, ma ben presto si impone al di là delle migliori intenzioni. Nell’uno e nell’altro caso, siamo di fronte a una dimensione lavorativa che deborda, quasi acquistando vita propria. Ne vale la pena? Quando arriva il momento di staccare? E se questo momento non arrivasse?

C’è chi, resosi conto del rischio, reagisce irridigendosi: rifiutandosi di fare eccezioni rispetto all’orario stabilito, spegnendo PC, telefono e blackberry, rendendosi irreperibile per colleghi, capi o clienti nei momenti non canonici. C’è chi, tenendo fede alla vocazione professionale, temendo ritorsioni sui benefici appena conquistati, o anche solo per necessità, risponde al contrario con la massima apertura, sottolineata dalle email inviate a orari impossibili, dalle telefonate con il sottofondo del bar da aperitivi o del cartone animato dei bimbi, o dalle attività portate a termine durante il weekend e le vacanze. Ma la differenza tra questi due estremi non è solo una questione di scelte personali o di disposizione verso il lavoro; riguarda anzitutto quell’obiettivo, e di conseguenza la risposta alla domanda “quanto basta?”. Quanto lavoro basta? Che vuol dire anche: quanti soldi bastano? E quindi: quanto consumo basta? Per rispondere bisogna allargare lo sguardo ad altre domande fondamentali: dove vogliamo arrivare? Che vita stiamo progettando per noi, per i nostri cari, per i nostri figli? Qual è il mondo che stiamo costruendo?

Mi spiego meglio. Lavorare senza limiti apparenti, o essere disposti a farlo, significa credere nella crescita: non solo personale, con la competenza e la passione che vanno di pari passo, non solo professionale, con la gratificazione proveniente dall’aumento della retribuzione e dei livelli inquadramentali o dalla stima dei clienti, ma più in generale nella crescita economica, in un benessere dato dall’elevazione sociale, dal guadagno e dalla conseguente possibilità di spesa, visti come fattori di miglioramento in generale. Al contrario, contenere la quantità di lavoro significa ridimensionare l’importanza della posizione e dello stipendio, rivedendo di conseguenza le proprie abitudini di consumo, e riordinare le priorità vitali in una scala nella quale la realizzazione, la gratificazione o anche solo la retribuzione figurano in posizione defilata. Conoscete forse  Vivere semplice e spregiudicato: ecco un esempio efficace di quanto tento di spiegare.

Si potrebbe chiamarla decrescita (il termine non è mio, ma di un economista dal nome pressochè impronunciabile che trovate qui). Si potrebbe anche chiamarlo “downshifting”, come si usa ultimamente: lo fa Flavia su The Talking Village, focalizzandosi sugli stili di consumo. L’importante è tenere a mente che questa tendenza a decidere che “basta” (come recita il titolo di un fortunato libro) riguarda tutti insieme il consumo, il lavoro, e il tipo di vita e di società al quale aspiriamo. Se è vero, come sostengono dalle parti della Libreria delle Donne di Milano, luogo storico del femminismo milanese (e organizzatrice dell’Agorà del Lavoro), che siamo immersi in “un modello di lavoro forsennato, che taglia fuori la cura e che prevede un modo di competere che uccide la vita” (lo ha scritto su queste pagine una delle animatrici dei dibattito), allora la risposta alla domanda “quanto basta?” non è più solo una faccenda personale, dalla quale dipende il concedersi o meno l’ora di palestra, il prelievo o meno dei bimbi a scuola, o lo spegnimento festivo del cellulare; riguarda piuttosto il senso del lavoro, la sostenibilità del nostro modo di vivere, e i suoi stessi presupposti.

7 Risposte per “Q.B. (ovvero, quanto basta?)”

  1. Isa scrive:

    La domanda è azzeccatissima!
    Nell’ambito del lavoro, anche quando ci sono canoni di tempo e luogo, ho notato che ci viene sempre chiesto di fare di più senza aumentare né le ore di lavoro né lo stipendio! succede il contrario del “downsizing”! lol Ci vendono prodotti dalle confezioni ridotti per lo stesso prezzo di prima, mentre sul lavoro, aggiungono sempre più compiti/doveri senza darci extra tempo/denaro per compensare ;) risultato, o si rimane più tardi al lavoro o lo si porta a casa e lo si fa la sera, nel w-e o addirittura durante le ferie! Great!
    Andare contro il vortice del lavoro che guadagna sempre più terreno sulle nostre vite è difficilissimo! anche quando non è una questione economica, rimane una cosa molto difficile capire dov’è il “quanto basta”…
    Con questo post, ci dai una buona dose di food for thinking! ;)))

  2. silvietta scrive:

    ma tu mi capiti sempre a fagiolo come il cacio sui maccheroni?!?!?!

    scherzi a parte.
    dinamiche personali mi stanno costringendo proprio in questi giorni a rinnegare concessioni fatte finora in nome dell’obiettivo e a chiedermi davvero: dov’è che devo dire basta?!?

    ma credo fermamente a quello che dici tu: non è un ragionamento che posso risolvermi semplicemente “contrattando” privilegi in azienda (a cui dovrei però chiedere di saper 1) determinare obiettivi e risultati 2) valutare il mio lavoro 3) organizzare un ragionevole workload ) ma in un ampio ragionamento su tutta la mia vita.

    grazie degli spunti.. ora si che ho da pensare!
    silvietta

    p.s. io però con le ricette me la cavo anche con i qb ;)

  3. Paola scrive:

    grazie a entrambe.
    se il post è venuto fuori così “calzante” è probabilmente perché parte dall’esperienza personale: mi sono trovata anch’io tante volte a riflettere su dove fermarmi. Ma solo di recente ho capito con evidenza che ci sono almeno due modi di intendere il part-time: il primo, quello di considerarlo uno scambio tra una certa quantità di stipendio e la possibilità di lavorare anche fuori dall’ufficio; la seconda, quella di prendere sul serio la decurtazione di stipendio e farla corrispondere strettamente a una decurtazione di impegno e di tempo, da investire in altro. E sarebbe banale criticare il primo o il secondo modo di comportarsi: quello che cercavo di dire è che ormai, convinzioni personali a parte, sospetto ci sia dietro qualcosa di più. Appunto, un modo di intendere tutta la vita, e non solo il lavoro.

    @Silvietta: ehm, cacio q.b.!!! :-)

    CJ

  4. Flavia scrive:

    Non lo so quanto basta. Sia da dipendente che da libera professionista, riesco a fermarmi solo quando ho l’impressione che non avrei potuto fare di meglio (non di più, ma di meglio, è diverso).
    mentre tu pubblicavi questo post, qualche pomeriggio fa, sono rimasta col telefono scarico per varie ore in riunione, mentre qualcuno mi cercava sia per mail che per sms e mi chiedeva se potevo darle una mano per una presentazione importante…la mattina dopo. Senza il nostro input su un lavoro decisamente complicato, il cliente si sarebbe fatto la presentazione da solo, mi diceva. Ho finito le riunioni, le ho risposto scusandomi, ma la mattina dopo sarei stata ancora a Milano e quindi non potevo raggiungerla, ma poteva sempre telefonarmi, e sono uscita a bere qualcosa. Per la giornata poteva bastare. Ma poi sono tornata: e alle undici mi sono messa a confezionare la strategia di cui aveva bisogno, e glie l’ho mandata verso mezzanotte.
    Il giorno dopo mi ha scritto che il cliente era contentissimo e avrebbe usato il nostro documento così come era stato scritto, e il giorno dopo ancora mi ha detto che la presentazione era andata molto bene. Sono una workhaholic perchè la soddisfazione di un lavoro fatto bene viene prima di tutto… (non so se questo esempio è calzante col tuo post)

  5. Paola scrive:

    @Flavia

    Più o meno. Nel senso che, per una volta, cercavo di staccarmi dall’alternativa tra work-a-holic e (più o meno) fancazzisti per guardare a cosa ci sta dietro.
    Volevo dire che mi sembra che la motivazione per finire una presentazione alle 11 di sera non stia tutta e solo nella (innegabile) soddisfazione che questo procura, ma anche in un modo di vedere il mondo e il proprio posto al suo interno. In altre parole: sei sicura che migliorare il rapporto con il tuo cliente, garantirgli un risultato, fare in modo che fosse completamente soddisfatto del lavoro siano tuoi modi per essere professionale, e non invece una dichiarazione di fiducia verso la possibilità di migliorare, così facendo, il modo in cui vivi?

    Paola

  6. Flavia scrive:

    Calamity, ultimamente sono un po’ di coccio per cui mi sa che dovrai rispiegarmi la domanda. Cioè, vuoi dire che la motivazione arriva dal fatto che essendo flessibile al punto di lavorare la notte, contribuisco a migliorare il mondo? oddio, non lo so se arrivo a tanto…

  7. Paola scrive:

    Stavo per risponderti, quando mi è arrivata da Twitter una news su una dichiarazione di Angela Merkel (ullallà!). La crisi del debito, dice, è frutto di una concezione errata che punta alla crescita economica a tutti i costi. Fatta salva la necessità di controllarla (e soprattutto di capire se nella traduzione non si è perso qualcosa…) mi torna proprio a fagiolo per spiegare meglio cosa intendevo.
    I “costi” della crescita economica non sono solo quelli che oggi vediamo in maniera più evidente riverberarsi sui mercati impazziti: sono anche quelli che tutti noi assumiamo sulla nostra pelle, impiegando tempo, impegno e risorse in un’attività che ne assorbe sempre di più.
    Perché lo facciamo? Non credo sia solo una questione di scelte personali o di propensione alla flessibilità, anche perché – come cercavo di spiegare – dietro questo termine si celano condotte anche molto diverse. Si tratta invece di sposare o meno la fiducia nel fatto che il nostro lavoro conduca a una crescita, e di stimare o meno positivamente questo effetto, auspicandolo o al contrario stigmatizzandolo. Crescita significa alto tenore di vita, significa benessere, agio, consumi elevati, progresso. C’è chi ci crede, e si comporta di conseguenza, anche interpretando la flessibilità; c’è chi invece non ci crede, e anzi sostiene che tutta questa corsa ci porti alla fin fine allo sbando.
    Conoscendoti un po’, giurerei che tu sia tra i fiduciosi: ma il tuo post su TTV mi ha dato l’occasione per insinuarti qualche dubbio… :-)

    ps e comunque se non si capisce quel che dico la colpa è sempre e tutta mia, e non del tuo coccio :-D

    CJ


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