Orgoglio e pregiudizi

Pubblicato il 13 luglio 2011 da Calamity Jane

E così la mia ultima settimana di congedo parentale (o astensione facoltativa, come volete chiamarla) sta per concludersi. Ultima, visto che i giorni a disposizione per ciascun figlio, in base alla normativa sul lavoro dipendente, sono finiti – e, quel che più importa, inesorabilmente, sono finiti i figli.

Forse è questo che ho l’impressione di avere vissuto l’ultima settimana come nessun’altra delle 36 precedenti (o, se preferite, dei 6 mesi, o dei 180 giorni, più o meno) che ci sono stati donati; impressione acuita dal fatto che questa ultima settimana di vacanza con i bimbi sia seguita a una di quelle che normalmente colleghe e amiche al caffè definiscono “le vere vacanze”: cinque giorni senza figli, in città, a lavorare – e poco altro: quel “poco” che nella mia vecchia vita mi sembrava tutto. Giornate insolitamente leggere: non nel senso del sollievo, però, ma nel senso di una inquietante astrazione, che sollevava la mia vita dalla carne, dal sangue, dalla terra, per proiettarla in un universo di fatuità.

Un contrasto stridente, a dir poco: una vita piena, contro una vita vuota. Lo so, definirle così potrà sembrare sbrigativo e poco caritatevole a chi non condivide il mio punto di vista; ma non trovo al momento altra espressione sintetica in grado di dare l’idea di quello che intendo. Non c’è modo migliore che io trovi per comparare le giornate in cui mi sono presa cura dei miei figli, in cui li ho vestiti e nutriti, in cui ho insegnato loro – e li ho visti imparare – come andare in altalena, come dimenarsi in acqua, come mangiare da soli il gelato dal cono; le giornate in cui la mia mattiniera bambina ripeteva con suo fratello i miei gesti di inizio giornata (cambiandogli persino le mutandine!) mentre io ancora dormivo, in cui li ho sgridati fino a sgolarmi, in cui abbiamo giocato, corso, riso insieme –  comparare tutto questo con le giornate di soggiorno prolungato (anche se non obbligato, nella misura in cui non la si consideri una “schiavitù volontaria”) in ufficio, noncurante del frigorifero vuoto, del sole, dell’esistenza stessa di altre persone.

Il mondo della cura, e quello dell’incuria: un mondo umano, fatto di ritmi, colori, sapori, contro un mondo totalmente estraneo, sordo, a una sola dimensione. Ecco come li vedo, dall’alto della nostalgia per il primo, nel momento in cui mi accingo a rituffarmi nel secondo. Lo faccio consapevolmente, come per vaccinarmi, come per ricordare a me stessa cosa mi sono lasciata dietro le spalle: a cosa ho rinunciato, più che volentieri, e in nome di cosa. Perché non tornerei mai indietro: non sarei mai più disposta a ricondurre le mille sfaccettature dell’esistenza – quelle che la maternità ha squadernato davanti a me –  a una sola, monotona faccia. Aver avuto la fortuna di poterle ammirare tutte, di vederle dispiegarsi di fronte ai miei occhi, di averle annusate, gustate e abbracciate: questo considero oggi imperdibile, incomparabile a qualsiasi altra fortuna. Come disse tempo fa una mia carissima amica, passata prima di me dall’esperienza materna, “della mia presunta libertà non so cosa farmene”.

Non credo di essere, né voglio apparire una madre modello: quando sono con i miei figli stiamo davvero, profondamente bene, perché le nostre vite hanno senso. Eppure, sono consapevole che la mia non è propriamente l’opinione più diffusa (o credibile!). E a proposito, qualche giorno fa, sul blog di  Wonderland, si parlava della diversa accettabilità sociale del disimpegno familiare delle madri, rispetto a quello dei padri – apparentemente aberrante il primo, del tutto ordinario il secondo. Non sono riuscita, allora, a rispondere che con un breve tweet, affermando per me si tratta di una differenza più presunta che vera.

Mi spiego meglio. La mia impressione è che le cose stiano esattamente all’inverso: che per l’opinione pubblica a me visibile (il che significa buona parte dei media e della Rete, oltre alla cerchia dei conoscenti), quel che è inaccettabile socialmente è la pretesa di volersi occupare dei propri figli. In altre parole, la vera madre socialmente inaccettabile mi sembra sia oggi non quella che rivendica la stessa libertà di movimento del proprio partner: ma quella che si rifiuta di soggiacere a questa rivendicazione, riservando per sé personalmente  un ruolo di accudimento diventato al contrario decisamente poco glamour. Sono queste donne, mi pare, il cui giustificato orgoglio deve confrontarsi con un muro di pregiudizi forse non antichissimi, ma non per questo meno duri a morire. Guai a sottrarsi al gioco delle “vere vacanze”; guai a dichiarare di aver chiesto un part time per poter stare con i bambini; guai a non rispondere alle telefonate mentre si sta con i bambini; guai a rifiutare un invito serale per stare più vicina a uno dei bimbi che dà segnali di aver bisogno della madre.

Della madre, e non del padre: perché siamo diversi, ne resto convinta, e ne sono felice. Occuparmi dei miei figli personalmente è per me un privilegio: il privilegio del desiderio, della scura, profonda legge che lega i nostri cuori di donne a quelli dei nostri figli. Non so come stia per i padri, e francamente mi interessa poco: so solo cosa chiedo al padre dei miei figli – ciò che non mi ha mai fatto mancare, oltre a molto altro -, ma non non si tratta della condivisione o addirittura della presa in carico  di un ruolo che mi appartiene intimamente. Mi basta che la collaborazione tra le due diverse dimensioni delle nostre rispettive genitorialità sia sempre dialogica e fiorente, e che circondi e sostenga la vita dei nostri figli come la terra fa con i fiori.

E’ questa la ragione per la quale non mi associo volentieri alle rivendicazioni del contributo paterno (comprese quelle per il congedo parentale), per la quale non parlo volentieri dei padri (né a nome loro), per la quale – come recita la formula di questa rubrica – alla parità preferisco il matriarcato.  E con questo non intendo uno pseudoregime tribale, ma la dimensione di gioiosa pienezza nella quale alla nostra femminile creatività, fecondità, capacità di far crescere e germogliare saranno finalmente aperte tutte le porte.


15 Risposte per “Orgoglio e pregiudizi”

  1. Lanterna scrive:

    Oh no, di nuovo questa storia della creatività e fecondità femminile, di questo favoleggiato matriarcato in cui ai padri si chiede (o non si chiede).
    OK, uomini e donne non sono uguali, se non non staremmo neanche ad avere i problemi sociali che abbiamo. Ma i sentimenti lo sono, i diritti lo sono. I figli non sono solo miei e non devo chiedere a un padre: è lui che deve fare senza chiedere, come faccio io.
    Non è un’utopia: nella mia famiglia funziona così. Nella mia famiglia la creatività e la fecondità (anche fisica, urgh) sono di entrambi, la dolcezza non è proprio solo mia, il pregiudizio da scavalcare è di entrambi (pensa a tutti quegli uomini che dicono di fare gli straordinari per non tornare a casa da moglie e figli).
    Non lo so, è che sono stufa di sentir ragionare in termini di uomini e donne. Vorrei sentir parlare in termini di persone.

  2. Paola scrive:

    “Oh no, di nuovo questa storia che non esistono uomini e donne ma soltanto persone (salvo poi ricordarci delle donne in tempo per criticare gli spot o per le quote rosa), che gli uomini devono fare senza chiedere come già fanno le donne (davvero? A me per esempio viene chiesto moltissimo), che esistono famiglie che “funzionano” perchè realizzano utopie (spero non voglia dire che quelle che non le realizzano siano peggiori…)”.

    Questo sarebbe il commento di risposta giusto se volessimo guardare alle parole, invece che alle cose – le quali, sospetto, ci dividerebbero molto meno. Ma tant’è: parità e matriarcato sono entrambe due retoriche (pericolosamente vicine a diventare ideologie), uguali e contrarie. Il tuo commento mi permette di dimostrare esattamente quello che sostenevo, vale a dire che tra le due quella davvero inaccettabile socialmente sia la seconda. E fino a quando sarà così, per quanto consapevole sia che si tratta (solo) di una retorica, non intendo abbandonarla.

    Paola

  3. Lanterna scrive:

    Ecco, io non aspiro né alla parità né al matriarcato: aspiro ad una società in cui a entrambi viene chiesto di dare sulla base della propria disponibilità e non del sesso.
    I compiti nella mia famiglia (ma anche nel mio ufficio) non sono dati sulla base del sesso, ma sulla base delle abilità personali, dei gusti, della disponibilità. Altrimenti, osservando casa mia, si arriverebbe a dire che fare la spesa e passare l’aspirapolvere sono lavori da uomini, mentre la risoluzione dei problemi informatici è da donne.
    Quello che non capisco è l’identificarsi e il crogiolarsi negli stereotipi di un genere o di una categoria: io sono feconda e creativa non perché sono donna ma perché sono io. E la mia fecondità e creatività si esprimono solo in minima parte nel rapporto con i miei figli, mentre mio marito ha molti più spunti.
    Non sto dicendo che si debba uscire tutte le sere a ballare lasciando il marito a casa coi pupi (hm, anche se io questa settimana lo faccio, per un corso intensivo). Dico che entrambi i sesso dovrebbero/potrebbero godersi l’essere genitori, perché è una ricchezza e perché non cambierei mai le settimane che passiamo al mare con i bambini con un viaggio pazzesco in solitaria.
    E ribadisco: non è parità, è solo scoperta della propria umanità e dei propri affetti.

  4. Paola scrive:

    Ecco il nocciolo del contendere. Dal mio punto di vista, umanità e affetti non sono indipendenti dal sesso, ma sono pienamente incarnati in esso (Irigaray, Muraro e, più di recente Francesca Rigotti docent).
    E questo, naturalmente, non perché gli uomini non possano passare l’aspirapolvere, o le donne non possano risolvere problemi informatici; ma perchè il poter – o dovere, ormai – occuparsi di un certo tipo di attività non può essere giustificato con la necessità di combattere gli stereotipi, come accade ormai sempre più spesso (il che finisce per produrne di uguali e contrari: basta pensare al dibattito sul lavoro notturno precluso – e secondo me sacrosantamente – alle neomadri, che per una parte dell’opinione pubblica rappresentava addirittura un insulto alle pari opportunità).
    Personalmente, rivendico una serie di ruoli, di attività, di capacità, e persino di sentimenti come miei, e miei in quanto donna. Non pretendo di obbligare altri a pensarla così: ma non consento che mi si imponga di rinunciare al mio pensiero in nome di un’umanità che reputo del tutto astratta.

    Paola

  5. Flavia scrive:

    Cara Paola, sai che su questo terreno abbiamo visioni diverse, mentre quello che ci unisce in pieno è la rivendicazione della libertà di ciascuna di essere come si sente di essere. E anche il nostro compagno sarà il compagno più adatto al nostro modo di essere, se siamo state fortunate.
    Detto ciò, ti porto la mia esperienza: sono felice se sento che i miei figli considerano me e il padre completamente intercambiabili. Sono felice se sento che già ora (a 7 e 4 anni) non dipendono dalla mia presenza, perchè considero ogni forma di dipendenza contraria alla mia idea di amore più pieno che invece si nutre anche di distanza fisica e libertà mentale. ti farà inorridire, ma considero i doveri di cura un’angoscia insopportabile. Chiedimi di portarli in viaggio per 20 giorni senza fissa dimora alla scoperta di luoghi e persone, ma non di cucinare e lavare per loro 20 giorni di fila: mi sento morire.
    La mia visione nasce sicuramente da un modello maderno che mi ha oppresso comunicandomi la cura e solo la cura come un dovere (sono stata “ben accolta” nonostante arrivassi, inaspettata, terza dopo nove anni dalla seconda…), offrendomi tutte le cure materiali come una serie di rituali e regole quotidine e ignorando invece i bisogni dell’anima più profondi: giocare, parlare, condividere intimità. E’ ovvio che io oggi mi ribelli a tutto questo, ma solo perchè la mia esperienza mi ci ha spinta. Non possiamo esimerci dall’esprimere con i figli ciò che siamo.

  6. Paola scrive:

    No, non inorridisco affatto. Vorrei condividere con te uno dei progetti che ho nel cassetto: dedicarmi prima o poi a una ricerca sul concetto di cura, rispolverando qualcuno dei miei filosofi (ma senza dimenticare Battiato, quello che “perché sei un essere speciale / ed io avrò cura di te”…)
    Credo di sapere cosa sia un modello materno che tramanda la cura come dovere (forse perché anche le mie radici sono a sud di Roma?). A mia volta ho cercato di distinguermene, ma con un approdo diverso. Per la mia visione giocare, parlare e condividere intimità fanno pienamente parte della cura, e anzi acquistano con il passare degli anni un peso preponderante rispetto alle azioni fisiche (o meccaniche!), che non ci distinguono da altre specie animali. Invece a me pare che la cura, intesa in senso così ampio, sia uno specifico umano: di più, uno specifico femminile.

    Su questo in particolare so che non sei d’accordo, come del resto molte altre persone: è facile vedere in un’affermazione simile il tentativo di riaffermare un retaggio superato e oppressivo. Beh, la mia maniera di superare questo retaggio è stata quella di cercare e approfondire il suo senso, rintracciando nei gesti che ho visto tante volte fare, e che mi sono stati insegnati, una capacità umana che oggi ritengo preziosa, e a cui non rinuncerei.

    Paola

  7. Lanterna scrive:

    Ma che cos’è il femminile? Qual è il confine tra femminile e maschile? Non riesco a vederli come categorie, tanto meno come valori. Secondo me, maschile e femminile sono due categorie a cui diamo troppa importanza. Per carità, una simile categorizzazione si basa su fatti fisici innegabili, ma allora dividiamo l’umanità anche in bassi e alti. Io sono bassa, per carità, ma nessuno pensa che la mia personalità sia marcatamente segnata dal fatto di esserlo o che io sia più adatta a certi lavori per via della mia statura o che per me il fatto di essere bassa sia un valore.
    Oppure dividiamoci per colore della pelle o per capelli ricci/lisci.
    Io trovo in alcuni uomini una cura infinita e in alcune donne (tipo quelle della mia famiglia) un’infinita indifferenza nei confronti della cura, che viene esercitata come dovere ma per nulla introiettata o goduta.

  8. Flavia scrive:

    Io mi colloco in mezzo, nel senso che anche grazie a questa discussione penso che le cure materiali possano e debbano essere indipendenti dal genere. cerco di farmi vedere spesso alla guida, col papa’ seduto accanto, perche’ mi da’ profondamente fastidio che loro associno l’auto al maschio e la lavatrice alla femmina. In quelle che per semplicita’ chiamerei cure immateriali e ludiche, invece, esistono specificita’ materne e paterne, ed e’ vero che i cervelli maschili e femminili sono diversi, ma le manifestazioni devono poter variare da coppia a coppia di genitori, e credo sia un errore categorizzare in generale il maschile e il femminile.

  9. Paola scrive:

    Non la penso così; e non so se la nostra divergenza sulla risposta alla domanda di Lanterna dipenda solo dalla diversa concezione della cura (che entrambe definite “dovere”, quello che per me è meno di tutto: prima di tutto, è amore).
    Credo che spingere la rivendicazione sull’uguaglianza fino al paradosso della negazione della diversità non possa che condurci a conclusioni paradossali (come quelle denunciate da Dale o’Leary in “Maschi o femmine?”, che per questo aspetto condivido; o come quelle che hanno tratto in Svezia nell’asilo “Egalia”, dove sono stati aboliti i pronomi maschili e femminili e i bambini vengono chiamati tutti con il neutro: la storia la trovate facilmente in Rete). Quanto a me, vi risparmio la mia risposta: ho il gusto del paradosso, ma non fino a questo punto :-)

    Paola

  10. Chiara scrive:

    Questa analisi di quale sia la “vera madre socialmente inaccettabile” da un lato mi fa un po’ sorridere, dall’altro mi infastidisce. Mi pare una gara di vanità, travestita malamente da vittimismo. L’unica vera utopia sarebbe che ciascuno, uomo o donna, potesse liberamente scegliere lo stile di vita e il ritmo che meglio si addice a com’è lui/lei in quella fase della vita. Spesso questo non è possibile, magari per banali (e socialmente inaccettabili?) motivi economici. Poi c’è la famiglia, intesa come scelta di vivere con un altro individuo e magari di generare figli. Lì si sceglie, liberamente, di limitare ulteriormente la nostra libertà, evidentemente in cambio d un valore aggiunto (o che riteniamo tale). Mi piace pensare che questa concordia nell’armonizzare gli interventi, i ruoli, le scelte professionali, non si basi su stereotipi, ma su una reale conoscenza e accettazione reciproca. Anche questo spesso non è del tutto vero: i condizionamenti sociali esistono, non solo sulle questioni di genere. Se per qualcosa dovessi battermi non sarebbe per la parità astratta o per le quote rosa: sarebbe per la flessibilità intelligente, non solo del lavoro, ma anche della mente.

  11. Chiaradilo scrive:

    Ma tutta questa discussione non è anche molto figlia di una specifica fase, direi anagrafica? E’ difficile condividere con il padre la gestione delle primissime fasi dell’infanzia, per motivi fisiologici se si allatta, e di generale attaccamento della madre verso il neonato. Ma un bambino di 2 anni è già abbastanza grande per poter, anzi dover passare il tempo con entrambi i genitori, e io ho paura che certe forme di esclusività minino il rapporto del figlio con l’altro genitore, ed è una paura che nasce dall’esperienza. L’onnipotenza della madre è un soggetto che mi terrorizza. E poi altro è la dipendenza totalizzante dal lavoro, quella di chi passa giorno e notte in ufficio, e altro è il fare un lavoro di responsabilità che ti costringe a volte a tornare a casa la sera tardi perché stai chiudendo un progetto. Io ho sofferto da piccola il peso di una madre avvocato che ha lasciato il lavoro per stare con i figli. E per quanto il mio lavoro mi stia stretto e vorrei diventare ricca per mollarlo, la prima cosa che farei in quel remoto caso sarebbe tenermi la baby sitter e dedicarmi al jogging, al giardinaggio e alla cucina, a beneficio mio e dei miei figli, che difficilmente sopravviverebbero alla convivenza forzata con la loro adorata madre

  12. Flavia scrive:

    beh, per rispondere a Paola, non credo – filosoficamente parlando – che la validità o meno di un’idea dipenda dal poterla portare fino all’estremo e al paradosso. Esistono limiti intuitiv di buon senso, solo che ognuno li interpreta a modo suo. Un pensiero che mi rincorre in questi giorni è che – siccome i figli si emancipano per contrasto verso quello che hanno visto, la cosa divertente sarà che i tuoi figli un giorno diranno che avrebbero voluto una madre come me, e i miei una come te: non si scappa. :DDD
    Riguardo la cura come amore: dipende. Per questo tracciavo un confine sommario tra compiti materiali (che non hanno sesso) e compiti più elevati a cui associo più volentieri la mioa idea di amore (che ciascun sesso interpreta). Sono d’accordo che anche i compiti materiali possono essere svolti con amore (dipende anche dall’umore del giorno, lol) ma ho ben presente il fatto che varie generazioni di mariti sono stati abituati all’idea che appaiargli i calzini o stirargli la camicia siano dimostrazioni di attenzione e d’amore. E qui mi parte l’embolo e sono ben contenta che i miei figli nonme lo vedano fare, nè per lui, nè per loro.

  13. Paola scrive:

    @Chiara Peri
    Mi sembra che sulla flessibilità, così come sulla libertà di scelta, siamo tutti d’accordo. Per evitare però che tutto venga annacquato nell’astrazione, è necessario sapere di cosa si parla: conoscere e rispettare tutte le diverse e possibili scelte, riconoscere a ciascuna lo stesso diritto di cittadinanza, la stessa voce in capitolo, senza accontentarsi dell’indifferentismo (che con vittimismo fa pure rima…)
    Ora, io sento diverse voci a sostegno di alcune scelte (che fanno capo alla retorica paritaria), decisamente meno a sostegno di altre (che fanno capo alla retorica matriarcale), delle quali perciò difficilmente si sospetta il carattere consapevole e volontario. Ne seguono pratiche sociali e policy che tendono a ridurre al minimo lo spazio destinato a queste opzioni, misconoscendole e relegandole all’oscurità dell’arrangiarsi: questo significa inaccettabilità sociale.
    Dare voce all’opzione materna e a tutto quello che la sostiene – pure riconoscendone il carattere retorico -, enfatizzando la sua alterità rispetto alla prospettiva opposta, è il mio intento, tra l’altro in questo post. Negare il problema, o peggio ancora esorcizzare un evidente contrasto con qualche formula neutralizzante (magari condita con qualche punzecchiatura) mi sembra inutile e un po’ banale.

    @Chiara Di Loreto (giusto?)
    La fase anagrafica non mi sembra un buon criterio, e mi spiego. Se parliamo di esclusività del rapporto con la madre (o addirittura di onnipotenza della madre!), secondo me questa non si dà né nella prima infanzia, né in seguito. Nessuno parla di sottrarre i figli al padre, di metterlo da parte o di impedirgli di occuparsene, spero che questo sia chiaro. E d’altro canto, la volontà, il desiderio, l’intenzione di una madre di occuparsi dei figli, e di orientare in base a questa scelta la sua vita, possono crescere con il tempo anziché diminuire, come sto scoprendo (per fortuna posso fare a meno della baby sitter, perché la sopporterei oggi meno di ieri). Ora, può oggi una madre vedere accettati questa volontà, questo desiderio, questa intenzione senza essere apostrofata come un’ingenua o una vittima dell’oppressione patriarcale (e quindi invitata caldamente ad “emanciparsi”, ciò che fa a me lo stesso effetto che fa a Flavia la richiesta di rammendare i calzini)? E’ di questo che parliamo.

    @Flavia
    Beh, al momento (per fortuna!) riusciamo a non aver bisogno di rammendare i calzini: né io né mio marito sapremmo come fare. Ma se un domani ce ne fosse bisogno, e sapendo che in una situazione di bisogno mio marito farebbe volentieri, che so, il minatore per noi, perché non dovrei imparare a rammendare? E perché non dovrei definire questa una dimostrazione d’attenzione e di amore? Certo, c’è chi preferirebbe la miniera… :-)
    Più seriamente, vorrei proporti una riflessione con un esempio. Per secoli le donne si sono occupate di cucinare, preparando pietanze incredibili, mescolando con sapienza odori e sapori, piegando piante e animali alla magia del fuoco e del loro tocco. Poi, un bel giorno, gli uomini hanno scoperto la connessione tra il piacere del cibo e il potere, e se ne sono impadroniti. Dall’epoca di Vatel (forse persino prima) a quella di Vissani, si sono trasformati in “chef”, ossia capi della cucina, senza sporcarsi le mani, ma dirigendo docili manovalanze culinarie femminili per la realizzazione delle ricette che quelle stesse manovalanze avevano inventato generazioni prima. Siamo dovute arrivare alla seconda metà del Novecento perché le donne rivendicassero un ruolo fondamentale non solo nell’operatività della preparazione dei cibi, ma anche e soprattutto nella loro creazione, concezione e proposta (ne sa qualcosa Isa Mazzocchi, la mia chef preferita: se qualcuno passa dalle colline piacentine…).
    Il mio timore è che la stessa cosa stia accadendo, e accada in futuro, per molti altri dei cosiddetti lavori di cura. E mi chiedo quando impareremo, ora che abbiamo rivendicato i ruoli e le posizioni degli uomini, a rivendicare finalmente il valore, la dignità, la luminosità di quello che le donne hanno sempre fatto, creando, insegnando, coltivando, nella più completa oscurità. So di aprire qui un altro immenso fronte, ma il pericolo è il mio mestiere…

    Paola

  14. maria benvenuti scrive:

    Cara Paola,
    sono stata molto contenta di leggere la tua riflessione e, come puoi immaginare, la sento in gran parte mia. Ripenso a quando anche io ho terminato i miei periodi di congedo parentale (nel mio caso erano doppi: 6 mesi per ciascuna gemella).
    Mi piacerebbe riuscissimo a fare insieme, con altre e altri, dei passi avanti.
    Per questo, anche leggendo il dibattito successivo al tuo intervento, provo a riepilogare i punti che per me sono essenziali.
    1) Concordo sull’importanza di mettere al centro “la cura”.
    2) Concordo che la differenza sessuale segna il proprio essere genitore e che quindi non siamo solo persone ma prima di tutto donne e uomini.
    3) Tuttavia, provare a mettere al centro la cura comporta necessariamente un confronto con gli uomini con un auspicabile allargamento della presa di coscienza sull’importanza del “lavoro di riproduzione della vita”, con tutto quello che ne deriva. Questo non vuol dire eliminare la differenza sessuale e si può poi discutere sulla opportunità di rendere o no obbligatoria una misura come il congedo di paternità.
    4) Mi ha fatto molto piacere che hai posto l’accento sulla “opinione pubblica a me visibile”, e non immediatamente sulle leggi, che alle volte sono risultate inefficaci (come, a mio avviso, si è rivelato essere l’art. 9 della legge 53 del 2000): è veramente necessario in primo luogo lavorare tutte/i insieme su questo piano e cioè sulla presa di coscienza dell’importanza della cura che porta poi a una serie di conseguenze concrete (anche legislative, ovviamente). A me, e anche a te mi sembrava, stanno particolarmente a cuore le ricadute sull’organizzazione del lavoro.

    Per rendere possibili altri orizzonti oltre quello del modello del lavoro forsennato che taglia fuori la cura e che prevede un modo di competere che uccide la vita (ci riferiamo, credo, a contesti urbani e di istruzione medio-alta), bisogna UNIRSI, LAVORARE INSIEME.
    I confronti sul web sono necessari ma insufficienti.
    Per questo rilancio un luogo di confronto politico sul lavoro che a Milano esiste da maggio: una agorà del lavoro. Il prossimo appuntamento sarà il 26 settembre alle 18.30 in sede ancora da definirsi (v. agoradellavoro.wordpress.com).
    Mi sembra che il punto fondamentale e inevitabile sia il seguente. La politica che “viene dal basso”, come questa che si svolge nell’agorà e non nelle aule parlamentari o governative, si basa sulle istanze che ciascuna e ciascun partecipante porta nel confronto con le altre/i. Ma se mancano le madri e i padri che portino le loro istanze, l’agorà non può occuparsi di mettere al centro la cura e quello che ne consegue. Ai primi due incontri (il 23 maggio e il 20 giugno), che pure hanno visto la partecipazione di centinaia di donne e uomini, non c’è stato nessun intervento di madri o padri.
    Lo so che quando sei nella situazione del Doppio Sì è molto dura trovare il tempo per la politica ma forse due ore al mese per cercare di fare andare il nostro mondo occidentale in una direzione che ci sta a cuore potrebbero essere ben spese?
    Chi fosse interessata/o mi può contattare (mbenvenuti@teletu.it) o fare riferimento al blog citato sopra (agoradellavoro.wordpress.com).
    Maria Benvenuti

  15. Paola scrive:

    Ciao Maria!

    Non posso che concordare con tutto quello che dici, e dispiacermi di non essere a Milano per poter seguire i lavori dell’Agorà.
    Oltre a invitare caldamente tutti quelli/e che si trovassero a Milano ad accogliere il tuo invito, ti prometto però che prossimamente su queste pagine si parlerà ancora, decisamente, di questi temi; e proprio nel senso dell’alternativa tra lavoro e vita, che in realtà alternativa non è, se il lavoro non si fa forsennato e la seconda non diventa arida.
    A presto

    Paola


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