Una vita fa

Pubblicato il 01 giugno 2011 da Calamity Jane

L’avevo intravista nel corridoio dell’ufficio, quasi per caso. Non mi ricordavo bene di lei, visto il precipizio della memoria seguito alle gravidanze; a mia discolpa va detto che anche lei ci ha messo del suo, quasi irriconoscibile rispetto all’ultima volta che ci eravamo viste. Poi ci siamo ritrovate insieme nella stessa riunione, lei mi ha sorriso, e lì ho avuto la certezza che fosse proprio lei.

La chiamerò Silvana, perché il nome mi è sempre piaciuto, anche se non è il suo. Una vita fa, Silvana era una giovane collega, apprezzata e stimata, e pure piuttosto carina. Quando me l’avevano segnalata, raccomandandomi di fare una chiacchierata con lei, ero più giovane anch’io, e più disposta a credere nel mio lavoro – o almeno, in un certo tipo di lavoro, e in un certo tipo di percorso -. Mi accingevo a selezionare un gruppo di persone che avrebbero composto il mio team, il primo che avrei coordinato. Una selezione interna, in nome della job rotation: il nome di Silvana mi era arrivato, in una rosa di altri, come quello di una persona brava e capace, oltre che desiderosa di cambiare area.

Così, l’avevo incontrata: avevamo parlato a lungo, ci eravamo conosciute meglio, e forse pure apprezzate. Silvana mi sembrava proprio la persona giusta da avere nel gruppo: oltre che sveglia, sembrava decisamente motivata, e il suo atteggiamento positivo avrebbe giovato al lavoro di tutti. Ma tra il dire e il fare, come sempre, c’è di mezzo il mare: tra lungaggini, incertezze e rimescolamenti organizzativi, la questione andò per le lunghe, e non riuscii a dare seguito alla mia scelta se non qualche mese dopo. E quando finalmente feci il nome di Silvana alla referente delle risorse umane, lei storse la bocca. “Silvana?” mi fece, con un’aria tra l’incredulo e il critico. “Guarda che potrà lavorare solo per poco, perché tra qualche mese andrà in maternità…”.

Al sentire la fatidica parola, la mia faccia si fece perplessa almeno quanto la sua. Nulla sapevo della maternità, se non che avrebbe costretto Silvana ad assentarsi per diversi mesi, forse per un intero anno. Orrore! Nell’area di cui facevo parte  i colleghi, miei coetanei o poco più anziani di me, erano lontani quanto me dall’averne fatto, direttamente o indirettamente, esperienza. Le madri lavoratrici erano pochissime, e queste poche quasi tutte addette a mansioni di bassa responsabilità, amministrative o puramente operative. Non sapevo altro, se non che volevo costituire il mio gruppo, e subito; e a nient’altro pensavo, mentre dicevo alla referente delle risorse umane che ero d’accordo con lei, Silvana non sarebbe stata una buona scelta.

A quel momento ne sono seguiti altri, tanti altri. Persone, gruppi, referenti, responsabili: nel susseguirsi degli anni, delle mansioni, delle riorganizzazioni, tutto è stato travolto, tutto è trascorso, tutto è cambiato. Io ho scoperto di persona cosa volesse dire maternità, e non solo quello; il mio lavoro, il mio percorso, le mie stesse prospettive sono radicalmente diverse da quel momento.

E così, di Silvana mi ero completamente dimenticata, complici i periodi di assenza – oltre a quelli di sospensione – in azienda. Quando l’ho rivista – più rotonda, placida, con gli stessi occhi intelligenti -, il mio primo impulso è stato di chiederle scusa; non solo, e non tanto, per non averla presa con me, per non aver accettato di includerla comunque nel mio gruppo; ma per non aver capito, per non aver saputo, per non aver avuto il coraggio di alzare lo sguardo poco più in alto di quel soffocante orizzonte all’interno del quale io, e molti come me, allora e dopo, abbiamo accettato per tanto tempo di inscrivere le nostre vite.

Non ho avuto il coraggio di farlo; né di chiederle altro, di domandarle della sua vita, di suo figlio, persino di dirle dei miei, come si fa sempre tra colleghe, magari davanti a un caffè. Mi sono limitata a sedere lì, allo stesso tavolo, di fronte a lei, per tutta la durata della riunione; e appena uscita sono corsa in bagno, a sciacquarmi la faccia, e ho telefonato a casa.

7 Risposte per “Una vita fa”

  1. Flavia scrive:

    Ma perchè questo soffocante senso di colpa Paola? Parliamone. Cosa faresti ora, tornando indietro, per avere Silvana nel gruppo e portare a termine il lavoro nei tempi previsti (e con i mezzi che avevate allora)?

  2. Mammafelice scrive:

    Non potevi fare altro, e hai fatto la scelta giusta in quel momento. Non è una tua responsabilità, è il sistema che ti impedisce di prendere la decisione migliore per le persone, e non per il sistema stesso.

  3. M di MS scrive:

    Una volta anche io ero anni luce dalla maternità. Al lavoro ero guardata con invidia e ammirazione da certe colleghe mamme, più esperte ma rassegnate a ruoli di routine.
    Oggi, che sono completamente cambiata, mi chiedo quanto dovessi sembrare superficiale e vacua.

  4. kosenrufu mama scrive:

    il senso di colpa non porta da nessuna parte ma fa rimanere ancorate al passato come incatenate, in quel momento eri così e sei stata con la te stessa di allora. non so se ora potresti avere una seconda possibilità, se non con lei magari con un altra, ma quello che non ci piace possiamo cambiarlo, o almeno provarci, con della azioni. Per andare in una direzione basta un primo passo. In questo modo a piccoli passi si arriva lontanissimo e si possono cambiare le cose.
    Ghandi diceva che cerchiamo di essere noi il cambiamento che vorremmo vedere e credo che lui lo abbia fatto!!!Ecco, credo che ognuno di noi ha lo stesso infinito potenziale.
    un abbraccio da una mamma alle mansioni operative ;)

  5. Sara scrive:

    Anch’io, come te, ho capito tante cose dopo essere diventata mamma. Cose che nemmeno immaginavo, dato che credevo che avere un figlio fosse mettere un limite alla propria vita, alla propria intelligenza, alle proprie capacità. E mi sono resa conto, una volta che il desiderio di essere madre ha investito prepotentemente la mia vita, che un figlio invece amplia ogni cosa, ti fa crescere in ogni senso.
    Io, però, le avrei parlato. Sì, le avrei chiesto scusa. Per non avere capito. Per avere capito dopo. Perché significa portare un po’ di umanità in questo mondo lavorativo che guarda sempre alla logica del profitto e non riserva più attenzioni alle persone. Io credo che colpevolizzare il sistema non sia corretto: siamo noi che contribuiamo a formare il sistema. Andare controcorrente, talvolta, è impossibile, me ne rendo conto. Fare degli errori, inevitabile. Ma se hai solo la minima possibilità di parlarle, di spiegarle, ecco, io penso che sia un grande regalo per Silvana. Te lo dice una che ha sempre studiato e lavorato tantissimo, ma che ha voltato pagina tante volte, ha ingoiato rospi, si è vista sorpassare da inetti raccomandati, mettere da parte perché “poi mi sarei sposata, poi avrei fatto una famiglia…”. Scusa la franchezza…

  6. Flavia scrive:

    io penso che dobbiamo fare anche un po’ pace con tutti questi pensieri, davvero. è normale, è naturale, è umano, che le persone che si trovano in fasi della vita profondamente doverse guardino alla vita e al lavoro in modo diverso. una cosa che Paola non conosce, allora come ora, è la scala di priorità di Silvana e la sua evoluzione. Non è detto (anzi è molto improbabile) che quell’episodio abbia rivestito per lei lo stesso significato che Paola vi attribuisce oggi, dopo anni di lavoro e impegno sulla conciliazione. Capita di pensare di fare un grande favore ad attribuire ruoli nuovi, considerandoli un avanzamento, a persone che invece non li considerano tali e sono contenti di fare ben altro.
    non so se ho reso l’idea. ;)

  7. Paola scrive:

    Grazie a tutte per i commenti.

    Non vorrei essere stata fraintesa: difficilmente potrei definire “senso di colpa” il mio sentimento attuale verso Silvana. Somiglia di più a una vertigine: a un improvviso smarrimento di fronte a un vuoto, a uno spazio incommensurabile con quello cui siamo abituate. Lo spazio incommensurabile, nel mio caso, è quello che divide così nettamente le due realtà – quella nella quale ero così totalmente immersa, da non accettare eccezioni, e quella attuale; e il “coraggio” a cui mi riferivo, e che mi è mancato, è quello che serve per affrontare questa distanza abissale (avete presente la sensazione che si prova il secondo prima di buttarsi con il bungee jumping? io no, ma deve somigliare molto a questa).

    Credo che le cose siano sempre un po’ più complesse dello schema condanna-assoluzione: non mi condanno, né mi assolvo, per aver preso la decisione che presi allora. Non so e sarebbe o meno stata una buona occasione per Silvana, o se lei la ritenesse tale: come ho scritto, non ho voluto approfondire. Le mie scuse eventuali avrebbero potuto suonare completamente stonate, oppure no; non lo so. Ma so che quello che mi ha realmente trattenuta dal fargliele non è stato il senso di colpa, bensì proprio la mancanza di coraggio: il coraggio per affrontare pienamente la voragine che questo incontro mi ha spalancato davanti una voragine, che mi ha mostrato il divario tra due vite – entrambi possibili, entrambe legittime; ed entrambi, incredibilmente, mie.

    Paola


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