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L’identità perduta. La vita ritrovata

Pubblicato il 03 giugno 2011 da Flavia

Dedicato agli amici che domani festeggeranno con me, un po’ in anticipo, il mio incredibile compleanno (e anche a tutti gli altri un po’ più lontani).

Quando, ormai sei anni fa, lavoravo in UK, una collega neomamma mi colpì un giorno con un insight:  “oramai  la mia vita sociale sono diventati i viaggi di lavoro”.
Mi ci riconobbi pienamente, e trovai che anch’io, come lei, ero ben contenta di trascorrere il 30% o 40% del mio mese tra aeroporti e alberghi, nonostante il pupo di pochi mesi a casa. Ero contenta di prendere un aperitivo  coi colleghi in questo piccolo design hotel nel Barrio Gotico, il Neri, dove ero di casa (la scala della foto portava proprio alla mia stanza, e se scorro la photo gallery del sito riconosco tutti gli scorci, dentro e fuori. Un posto semplicemente splendido), oppure l’Arts sempre a Barcellona, oppure il Side ad Amburgo. E riempirsi la vasca da bagno. E sedersi da sola a fare colazione alle otto. Mmm.  Inoltre il tempo trascorso viaggiando non veniva tassato, secondo le fantastiche leggi inglesi sugli expatriate, per cui più viaggiavo più guadagnavo. Ma soprattutto: se non avessi avuto i viaggi, non avrei avuto nient’altro – attenzione, non sto parlando di un marito e di un figlio –  ma di altro, appunto.
Se non fosse stato per un’evidente esigenza di conciliazione con la famiglia, che mi spinse ad accettare al volo l’offerta della grande multinazionale basata a Roma, io avrei continuato a lungo e volentieri quella vita, cambiando paese ogni due o tre anni. A dire il vero speravo, proprio accettando quell’offerta, di continuarla ancora per molto, se pure con minor stress geografico e con un’unica base, e persino di diventare CEO entro i 40 anni, come le vere star.  Purtroppo invece non andò così: mi ritrovai avviluppata in un ambiente  soffocante, dove morivo di nostalgia, e così un giorno, dopo il secondo figlio, sono fuggita via.

Sembra che le donne in carriera debbano uniformarsi ad un’alternativa fissa: diventare le iene perfette o schiantarsi sui sensi di colpa. Spero di non aver ceduto né all’uno né all’altro stereotipo.
In ogni intervista, tavola rotonda, trasmissione televisiva, in questi piccoli teneri momenti di “celebrità” che la blogosfera mi procura, mi preoccupo sempre di ribadire questo: non ho cambiato vita perché mi sentivo in colpa verso i miei figli, perchè all’improvviso un giorno ho desiderato sopra ogni cosa andarli a prendere all’asilo. E neanche perchè sentivo i ritmi del mio lavoro inconciliabili con loro. Niente affatto. L’ho fatto per creare qualcosa che rendesse più felice me.  L’ho fatto perché la start up di un proprio business, per quanto piccola e sofferta,  nella mia personale scala gerarchica si trova anche al di sopra di un AD, anche di un business miliardario. Me l’ha confermato proprio una donna, una CEO, dopo una recente chiacchierata: “certo che a sentirvi parlare mi verrebbe proprio voglia di mollare tutto e….ehm”. Ecco perchè non credo che mettersi in proprio sia la soluzione per le donne che vogliono fare le mamme: è un’interpretazione distorta che procura facili illusioni. Diffidate dalle panacee, dalle taglie uniche. Mettersi in proprio è un’altra storia, che non c’entra proprio niente con l’essere o non l’essere mamme.

Non nego che ci siano ancora dei momenti in cui mi manca, fortemente, quella lunghissima fase della mia vita. Non nego che abbia ancora delle grandissime difficoltà a parlare di me senza lo schermo di un titolo professionale. L’identità perduta è stata  troppo a lungo un segno di riconoscimento fortissimo e una garanzia di successo: un articolo su Business Week con i top 500 manager italiani e tra loro il mio nome, per dirne solo una. L’identità uniformata, legata a dei parametri esteriori, il “top” suddiviso per fasce di sipendio (cos’altro se no?). I discorsi che non vanno sotto una linea di galleggiamento: quanto hai fatto di bonus multiplier quest’anno? Come ti trovi con la tata, a quale scuola hai iscritto i bambini? (A dirsela tutta, forse non è un difetto esclusivo dell’ambiente di manager e consorti).
L’unica persona con cui abbia scambiato pensieri che andavano un po’ oltre questo,  magari in un hammam di un albergo di Istanbul, è stato un ragazzo di Calcutta che ora è tornato a casa e produce film di Bollywood (mica scemo). Ma quell’identità costruita con le mie mani e le mie forze, temprata da anni di duro lavoro, quella dimostrazione brillante che una brava ragazza di una modesta famiglia di una città del sud potesse arrivare tanto in alto, è stata spazzata via. Del tutto. Un po’ dopo aver aperto questo blog. Tra notti insonni, pianti disperati, dubbi atroci, conflitti dilanianti, digiuni, rimpianti, occhi spenti.

Come sarei stata ora, cosa sarei diventata, se non l’avessi spazzata via? Non lo so, ma per fortuna non avevo mai perso di vista una parte autentica di me, quella che ride. Se mi ripenso giovanissima, mi rivedo felice in situazioni sociali che -tecnicamente parlando- descriverei di sbracamento e di libertà. Divertirsi con gli altri, esprimersi. Quando mi veniva negato per un malsano senso familiare del limite, mi ammalavo di rabbia. Io avrei potuto fare tutto: studiare, fare sport, e uscire ogni sera in motorino. Senza stancarmi mai. E sono rimasta  così, e guai a dirmi “non si può”.
“Tu farai un lavoro nella pubblicità, o nella comunicazione” mi predisse la compagna di classe guardando come conciavo i diari e soprattutto con quanta costanza riempivo il diario di bordo della classe, coinvolgendo tutti a turno nella narrazione collettiva  (il mio primo esempio archeologicamente attestato di blog-storytelling cartaceo, se solo avessi saputo allora che si chiamava così:  un oggetto dalla copertina in pelle, fittissimo di storie folli, che ancora conservo religiosamente). E dire che poi mi iscrissi a Giurisprudenza.  Ma i destini evidentemente ritornano.

La vita ritrovata – privata,  sociale – è tutto questo, è tutto il resto, è quell’altro che mi mancava senza che me ne rendessi più conto. Il contatto con tante altre teste che non appartengono più a un solo ambiente, e tra cui ho il lusso di scegliere. Forse mi sono concessa la possibilità, e con questo mi sono assunta il rischio,  di realizzare i miei talenti di sempre ma in modo più autentico e sincero. Devo solo chiarire qualche cosetta in sospeso con la storia della brava ragazza, et voilà.

Ma se c’è una cosa a cui ancora oggi non potrei mai rinunciare,  sono i viaggi. Il tabellone delle partenze, che ti fa sognare Parigi anche se stai andando a Milano. La mezz’ora e la coca tra i negozi e la libreria prima di imbarcarmi. Certo mi manca un po’ il fido G. che mi aspettava col macchinone all’alba per portarmi a prendere l’aereo delle sette.
Appena posso infilarlo nella nota spese di un cliente, lo chiamo. Ma non prendo più aerei alle sette.

9 Risposte per “L’identità perduta. La vita ritrovata”

  1. Chiara scrive:

    Mia cara, non ti nascondo che un post come questo, a una prima lettura, mi fa sentire un po’ inadeguata. Poi però ci penso e mi dico che è un sentimento idiota e certo non era questa la finalità del messaggio. Sono contenta che, per gli strani casi della vita, potrò festeggiarti domani. Così come sono stata contenta di averti avuto qui nella mia casa scalcagnata, a mangiare kebab sulla sedia Stokke. Tanti auguri per la vita che hai trovato e per tutte quelle che troverai in futuro.

  2. Isa scrive:

    La scelta di un titolo è sempre cosa delicata… Questo non poteva essere più azzecato!! :-)
    AUGURISSIMI CARISSIMA!

  3. Ondaluna scrive:

    Vedo mille profili tra il titolo e le tue parole, e in un racconto che ho sentito tante volte, ogni volta con una sfumatura diversa. Cerco somiglianze, differenze, ed IO ancora non MI trovo. Io sono ancora in viaggio, una ricerca archeologica senza troppe consapevolezze, o forse anche più del necessario (ma in valigia fanno sempre comodo).
    La tua determinazione ti salverà, amica mia, o forse ti ha già salvato.
    E’ più facile demolire che ricostruire, ed è per questo che le ricostruzioni, poi, durano anni, e non si è subito soddisfatte del lavoro, si cercano aggiustamenti, si rivedono le posizioni, ci si guarda intorno per vedere l’insieme…
    Ma non si smette mai di viaggiare, ognuno a suo modo.
    Meraviglioso il titolo.

  4. Flavia scrive:

    @Chiara, menomale che te lo sei detto da sola, che era un pensiero idiota. Inadeguata a che?! :)) Io sto benissimo nei posti pieni di vita, appollaiata sullo sgabello stokke.
    @Isa grazie..
    @Onda quando hai sentito qualche pezzo di questo racconto in passato (le mie nostalgie di viaggio), ti chiedevi proprio cosa ci fosse dietro. Ora lo sai, c’era una distruzione dolorosissima in atto. Spero di essere entrata nella fase successiva del viaggio.

  5. giuliana scrive:

    sento che questa è una nuova infilata di post del nostro fantastico blogmondo. a te intanto auguri, con tutto il cuore (e non mi riferisco solo al compleanno)

  6. Lanterna scrive:

    Oh-oh, sì. È tempo di riflessioni come queste. A tutti i livelli. Ieri ne parlavo con una mia amica (quella che ha fatto “tornare in auge” il post di alfa e beta), che probabilmente mollerà l’università (a cui è iscritta quasi esclusivamente perché l’idea di non avere la laurea la mette a disagio) e si metterà in proprio a fare il lavoro per cui si è formata in tutti questi anni. Per assurdo, uno dei massimi ostacoli a questa scelta è proprio il fatto di non “essere” più niente, di non avere un “titolo” (quello di studente, lei è molto giovane) socialmente più accettato. E riflettevamo che è un mondo ben distorto quello in cui a 26 anni se studi ancora sei figa mentre se trovi la tua strada senza titoli sei una sfigata.
    Con tutto questo, io l’ammiro: a 26 anni non avevo la sua lucidità, ero più lanciata nel mondo che tu descrivi in questo post (sebbene non a tali livelli).
    Quanto ci fanno bene queste riflessioni!

  7. Flavia scrive:

    @giuliana, nel senso che proseguirai la staffetta? comunque grazie di essere tra i miei amici di oggi.
    @lanterna, sì è proprio lampante la stonatura: uno studente fuori corso è ok, un giovane imprenditore no. Una cultura (molto italiana) davvero stupida.

  8. silvietta scrive:

    intanto grazie.
    grazie perché ti racconti.
    grazie perché i tuoi racconti su te stessa, che rivelano tanto dolore e tanto spessore e tanto cammino, sono di grande stimolo.
    e poi grazie per non aver ceduto a nessuno dei due stereotipi. è questo che più mi manca nei discorsi che si fanno nel “mondo normale”: la capacità di guardare oltre, di credere di poter costruire una strada più adatta a noi. e farlo (spesso mi cito il post in cui racconti la tua nuova vita…”in maniera diversa” vs come potrebbe essere raccontato da qualcuno che voglia svalutarla)

    e .. buon compleanno! /con un po’ di ritardo/
    silvietta

  9. Flavia scrive:

    cara Silvietta, grazie a te. perchè ci vuole spessore soprattutto nel saperli leggere nelle giuste prospettive, certi racconti.. che a prima vista potrebbero sembrare tutt’altro.
    e grazie per gli auguri!


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