Catalogato | Lavoro e conciliazione

Niente rigidità, siamo inglesi! Intervista a Fiorenza

Pubblicato il 30 giugno 2011 da Calamity Jane

Quando qualche giorno fa ho telefonato a Fiorenza per farle, in ritardo, gli auguri di buon compleanno, osservavo che sono ormai vent’anni che siamo amiche. Mi sbagliavo: sono ventuno, me l’ha ricordato lei; ventun anni da quando ci siamo incontrate alla festa di una comune conoscenza, e riconoscendoci affini (entrambe amanti della musica – Fiorenza si è poi diplomata in pianoforte, io mi sono limitata a spolverare la tastiera per qualche anno -, entrambe sveglie – anche se lei con attitudine a farsi mille problemi decisamente inferiore alla mia -, entrambe desiderose di orizzonti più vasti) non ci siamo più perse – nonostante mille trasformazioni, mille vicissitudini, mille trasferimenti.

A trasferirsi, Fiorenza è stata abituata fin da piccolissima, seguendo con tutta la famiglia il lavoro del papà in giro per l’Italia, prima dal Nord al mio Centrosud, e ancora al Nord, e poi in Toscana… Forse per questo ha sempre sognato andare a lavorare all’estero: e quando se n’è presentata l’occasione, non se l’è lasciata sfuggire. Occasione offerta dalla stessa azienda farmaceutica multinazionale in cui lavorava (da buon medico), e arrivata all’indomani della sua prima (per ora) maternità. Fiorenza non ci ha pensato su due volte, ha preso marito e figlia, ancor prima di rientrare dal congedo, e si è felicemente trasferita a Londra, dove coordina un team di 14 persone che si occupa di effetti indesiderati delle terapie oncologiche.

A qualche mese dal trasferimento, chi è il più felice in famiglia (a parte te?)

Beh, mia figlia è un po’ piccola per dire se sia felice, ma dal modo in cui va all’asilo al mattino sembrerebbe proprio che lo sia! Senza contare il fatto che sta imparando contemporaneamente due lingue, il che mi sembra importante. Quanto a mio marito, in Italia avrebbe avuto meno opportunità di lavoro rispetto a quelle che gli si sono presentate dopo appena qualche mese di impiego qui: non solo ha trovato un lavoro stabile, ma ha cominciato a ricevere telefonate di cacciatori di teste interessati al suo profilo internazionale.

E chi è invece il più infelice?

Sicuramente i nostri genitori, non tanto in questa veste (nella quale hanno assorbito decisamente bene il colpo, hehehe), ma in quella di nonni della bambina. In realtà è meno dura di quel che sembra, anche per loro: Londra non è fuori dal mondo, possiamo tornare in Italia spesso e a un costo ragionevole, e in fondo la vera differenza per i rapporti con le famiglie la fanno la qualità e la frequenza delle connessioni del posto in cui si va a vivere. Parlo anche delle connessioni digitali: tra Skype e Facebook, non sembra nemmeno di trovarsi fisicamente a tanti Km di distanza.

Avere una figlia piccola evidentemente non è stato un ostacolo al trasferimento per te, nonostante foste da soli all’estero. Non hai mai pensato a lasciare il tuo lavoro per lei, o almeno a chiedere un part time?

Mai. Anzi, più vedo la bimba crescere, più penso che il suo sviluppo si stia svolgendo meglio che se stesse a casa con un genitore per tutto il tempo. Nonostante lei passi la giornata all’asilo, non ho l’impressione di non trascorrere abbastanza tempo con lei; anche qui, però, la differenza la fa il paese dove ti trovi. Io passo in effetti una parte consistente della giornata con lei, con una serenità che in Italia non mi sarei potuta permettere. Certo, io e il papà siamo stanchi, molto più che se non avessimo bambini: ma quale genitore non lo è? E comunque, lo siamo molto meno che se abitassimo in Italia: la Gran Bretagna è un paese estremamente family-friendly, nel quale andare in giro con i bambini è più facile, ci sono fasciatoi e seggiolini dappertutto, le famiglie sono davvero le benvenute.

Come fai a trascorrere tanto tempo con tua figlia?

Semplice: godo di una grande flessibilità lavorativa, dovuta da un lato al paese in cui mi trovo, dall’altro all’azienda per la quale lavoro. Dal punto di vista dell’azienda, posso contare su orari elastici, che mi permettono ad esempio di aspettare che la bambina al mattino si svegli spontaneamente, di cominciare la giornata con una buona colazione tutti insieme, eventualmente di soffermarmi dieci minuti in più a coccolarla prima di uscire, senza che questo costituisca un problema. Se per caso lei fosse ammalata, ho la possibilità di lavorare da casa; mi rendo conto che non si tratta di una possibilità valida per tutti i mestieri, ma in Italia è impossibile quasi per chiunque: le madri con figli piccoli ammalati sono costrette a prendere giorni di ferie, oppure imbrogliano e si spacciano per ammalate anche loro.

L’ho sempre detto: è la rigidità che genera illegalità.

La rigidità, e la mancanza di fiducia. Se al mattino avverto la mia azienda che lavorerò da casa, perché mia figlia è malata, a nessuno viene in mente di contestarmi, o di chiedermi come sia possibile per me lavorare con una bimba ammalata a cui badare. Il principio è sempre lo stesso: qualsiasi carico di lavoro si può affrontare, purché si abbiano la flessibilità e la libertà di scegliere come gestirlo. Prima accennavo al paese in cui mi trovo: in Gran Bretagna puoi trascorrere fino a 5 giorni a casa, se sei ammalato, senza essere obbligato a esibire il certificato medico: nessuno si pone il problema di controllare, perché non esistono vere ragioni per imbrogliare. Certo, se si imbrogliasse e si venisse scoperti si verrebbe licenziati su due piedi; mentre in Italia questo è molto più difficile (ma è anche molto più difficile trovare lavoro). E ancora: la mia giornata lavorativa, così come quella dei miei quattordici collaboratori, finisce alle quattro e mezza del pomeriggio: questo rende quasi superfluo il part-time, che in Italia serve non solo per riuscire ad andare a prendere i bimbi al nido o a scuola, ma anche per riuscire a stare un po’ con loro. Altrimenti si finisce ad uscire a orari impossibili, con la classica urgenza da risolvere entro la mattina successiva, e le ore che si fanno sempre più piccole… mentre qui tanto i responsabili quanto gli operativi lavorano in maniera concentrata tutto il giorno, ma poi ad una certa ora la giornata finisce per tutti. Si bada a organizzarsi prima, piuttosto che ammazzarsi all’ultimo minuto.

Secondo te a cosa una mamma non deve assolutamente rinunciare?

Alle coccole! Non c’è dubbio: nella mia scala di priorità il tempo da godersi insieme arriva prima di qualsiasi altra cosa. E non importa se ritardo dieci minuti in ufficio, o se ho una casa un po’ meno ordinata: sull’allegria e sull’affetto non sono disposta a transigere.

2 Risposte per “Niente rigidità, siamo inglesi! Intervista a Fiorenza”

  1. Flavia scrive:

    Brava Fiorenza! E’ un piacere leggere di donne come te.

  2. Fiore scrive:

    Grazie Flavia, scusa se ho letto il tuo commento solo ora :-)


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