Scrittura e (è?) lavoro

Pubblicato il 27 aprile 2011 da Calamity Jane

Quando parliamo di conciliazione tra famiglia e lavoro, di solito abbiamo in mente un modello predefinito di attività, con la quale probabilmente si identificano anche le nostre personali professioni. Con il termine “lavorare”, in altri termini, intendiamo quasi esclusivamente quello che qualche decennio di organizzazione fordista e postfordista hanno fatto di ciò che doveva, in origine, nobilitare l’uomo – e la donna, naturalmente.

Eppure, se distogliessimo lo sguardo dalla realtà “mainstream”, ci accorgeremmo di quanti altri modi esistono di tenersi occupati, mettendo a frutto le proprie capacità, portando il proprio contributo (non solo economico) nel mondo, realizzandosi. Modi che non somigliano affatto all’impiegatizzazione galoppante (spesso dissimulata dietro gli slogan della “managerialità”: ne riparleremo presto): lo sanno bene tante imprenditrici, artigiane, libere professioniste (almeno quelle che sono rimaste davvero tali, senza farsi risucchiare né nel vortice della precarietà né in quello di un lavoro dipendente mascherato). Ma qui in particolare vorrei parlare di chi l’ha fatto mettendo a frutto uno dei talenti più ammirati e talvolta invidiati: quello della scrittura.

Lo sapeva Virginia Woolf, che nel 1928 pubblicò il saggio “Una stanza tutta per sé”. Woolf, una scrittrice che ha cambiato la storia della letteratura – non solo femminile! – consigliava alle aspiranti scrittrici, alle donne che volevano seguire la loro vocazione intellettuale a dispetto di tutti i pregiudizi ancora diffusi, di lavorare sodo; di scrivere tanto, su qualsiasi cosa, quanto basta per guadagnarsi da vivere – almeno cinquecento sterline all’anno -, per potersi permettere una stanza indipendente. E questo non per raggiungere potere, o ricchezza, o per imitare gli scrittori uomini (la stragrande maggioranza, fino a quel momento): ma per potersi un giorno dedicare liberamente alla poesia, scrivendo finalmente in pace.

Una stanza tutta per sé, dunque: non un ufficio tutto per sé, magari con le poltrone in pelle umana di fantozziana memoria, strappato a chissà quale maschio dominante; ma un angolo di mondo, con la serratura alla porta, con le tende ben chiuse, dove poter scrivere “da donna, ma come una donna che si è dimenticata di essere donna”. La scrittura è un potente strumento di liberazione – un po’ come il denaro, ma a differenza del denaro può diventare essa stessa un fine, quello della ricerca del senso. Da un certo punto di vista, “storytelling” non è che una parola nuova per questa antica ispirazione: racchiudere nella parola il senso della vita.

Sto dicendo che vorrei tutte scrittrici? L’obiezione è comprensibile, e non infondata: ma quello che io sto dicendo della scrittura altri potrebbero dirlo della musica, del bricolage, forse pure del giardinaggio. Sto dicendo che il primo passo per rivoluzionare il lavoro è quello di ampliare la definizione del termine. Sto dicendo che la scrittura è un buon esempio – come ce ne sono altri, e tanti – di come il lavoro dell’uomo (e della donna!) debba essere definito a partire dalle sue aspirazioni e capacità, invece che il viceversa.  E quindi, partendo da quello che conosco, sto dicendo che chi vuole, può e sa scrivere – o imparare a farlo – dovrebbe almeno provare a considerarlo un mestiere.

Gli esempi di chi ci prova (magari cominciando da un blog) o ci ha provato non mancano: e quelle che ci riescono sono, per fortuna, sempre di più – da  Piattini a Wonderland, da Bismama a La Staccata, e chissà quante ne avrò dimenticate (mi scuso in anticipo). Esempi preziosi, prima ancora che per il numero di copie vendute, gli articoli pubblicati o le recensioni accumulate, per la fiducia e l’impegno che ci stanno dietro. Non una semplice scommessa, ma dedizione, metodo, passione e serietà – in una parola, lavoro. Come altro chiamarlo?

7 Risposte per “Scrittura e (è?) lavoro”

  1. Wonderland scrive:

    Grazie della citazione e dell’interessante post. Condivido soprattutto quando dici che la scrittura non è l’unico campo, è un po’ sbagliato passare il concetto che basti una tastiera per diventare automaticamente scrittrici, oggi i libri li pubblicano un po’ a cani e porci: pensa a me, Totti ed Enrico Brignano… ahahaha.
    Nel mio caso non posso dire che sono ‘una che ci sono riuscita’ ma una che ci sta provando con buoni risultati. L’editoria non è un lavoro ma la ciliegina sulla torta di un percorso molto faticoso e impegnativo: quello della scrittura, che non significa per forza essere pubblicati con dieci titoli all’anno ma spesso lavorare ‘dietro le quinte’ con lavori di editing, copywriting, giornalismo.
    Direi che il web è un’ottima vetrina e uno splendido modo per ‘lanciarsi’, ma poi per proseguire e consolidare ciò che si è rapidamente ottenuto tramite la rete occorrono dedizione, preparazione, talento e… un pizzico di fortuna.
    Io noto che dalla rete, oltre alla scrittura, nascono cose molto belle. Mamme che vendono i loro prodotti fatti a mano, che fanno tutorial, che diventano consulenti, che lanciano imprese. La rete non è solo il regno della scrittura, ma delle mille possibilità.

  2. Wonderland scrive:

    Se vabbè, col copia-incolla e la fretta di Viola sul vasino ho fatto milleduecento errori di grammatica. Volevo dire ‘una che ci E’ riuscita’ :D Vedi che faccio bene a mettermi tra Totti e Brignano? :D

  3. Bismama scrive:

    Grazie mille per la mention!
    Molto molto bello il post emolto molto veritiero!
    Abbiamo parlato del reinventarsi con Jolanda Restano, nell’ultima diretta di MammeInRadio.
    Non posso che concordare con Wonderland su molti punti soprattutto mi sento di quotare questa frase:

    “Direi che il web è un’ottima vetrina e uno splendido modo per ‘lanciarsi’, ma poi per proseguire e consolidare ciò che si è rapidamente ottenuto tramite la rete occorrono dedizione, preparazione, talento e… un pizzico di fortuna.”

    Bisogna dedicarci tempo, passione e “professionalità” nel senso più ampio del termine. Cercare di far cadere la mela dove si vuole e non aspettare che ci rotoli da sola.
    Non è bravura ma semplicemente un mix di tante potenzialità espresse.
    E’ vero che non esiste solo la scrittura e non esiste solo il web, ma se oggi più di ieri esiste una cassa di risonanza nella quale conservare i propri sogni e un “mare” dove lanciare messaggi in bottiglia cercando di farli cogliere a più gente possibile, perchè non sfruttarlo??
    “Il lavoro nobilita l’uomo”… è vero soprattutto se il lavoro che facciamo ci piace e ci mettiamo dentro passione e sentimento!

  4. Flavia scrive:

    Partendo dalla scrittura di cui parla Paola e arrivando a qualsiasi campo di attività, posso dire che il Web è per me un bellissimo modo di perseguire delle passioni coniugandole con nuove forme espressive: dirette, immediate, senza filtri, senza gerarchiche approvazioni. E dalla mia nuova quotidianità posso testimoniare che il web permette di gestire i propri tempi e luoghi di lavoro in modo molto più libero e informale. Posso lavorare con uno smartphone virtualmente dovunque. Di fronte a simili progressi non capisco assolutamente come si possa ancora demonizzare internet e il social networking, da cui abbiamo tratto infinite nuove opportunità lavorative.

  5. Calamity Jane scrive:

    In effetti, più che parlare di web, per una volta volevo concentrarmi sul mondo “reale”: ma la citazione della Rete va benissimo, purché la intendiamo come un poderoso acceleratore, come un formidabile moltiplicatore di opportunità, e non come il senso finale del discorso.

    Questo senso nelle mie intenzioni era altrove: nell’esortazione a non chiudersi in un concetto di lavoro “a una dimensione”, ma nell’esplorare tutte le possibilità che ci si schiudono davanti, nel contempo disponendoci fin dal principio a darci da fare. In questo senso mi trovo d’accordo con Wonderland quando ricorda cosa si cela “dietro le quinte” della scrittura: con altri termini, della stessa cosa parlava anche Virginia Woolf esortando le sue uditrici a scrivere indefessamente, qualsiasi cosa, pur di guadagnare – con i soldi – l’indipendenza.

    Mi accorgo solo ora che tra le varie attività “non convenzionali” che ho citato in questo post non ho incluso una professione che racchiude, altrettanto che la scrittura, passione, talento e sacrificio: la cucina. Forse citarla sarebbe apparso “sessista”: ma basterebbe riflettere su cosa accade quando a impersonare il ruolo dei maestri di cucina sono gli uomini, per rifiutarsi decisamente di cedere il campo. Ecco, per tornare alla mia obiezione iniziale: la cucina è un esempio che esula decisamente dal web – e malgrado le tante, ottime foodbloggers: che però non leggeremmo altrettanto volentieri se dietro la loro narrazione non ci fosse un’abilità specifica. O no?

  6. Corrado scrive:

    Da uomo, ammirato, concordo


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