Catalogato | Lavoro e conciliazione

MA COME HAI FATTO? (Qualche considerazione e consiglio sul part time)

Pubblicato il 07 aprile 2011 da Calamity Jane

“Ma come hai fatto?” è la prima domanda che mi fanno quando racconto che, dopo tre anni di tentativi, sono finalmente riuscita a ottenere il part-time. Ebbene, sì: il mio rapporto di lavoro a tempo pieno si è trasformato in un rapporto di lavoro a tempo parziale; e ora sono qui per dirvi due parole, nel caso stiate pensando di fare la stessa richiesta, o l’aveste già fatta e vista respingere, o invece sia stata accolta, e vi stiate ora confrontando con le gioie e i dolori del part-time.

1-      SIATE UNICI, DAVVERO

Anzitutto, a chi pensa di passare al part-time, mi sento di dare un consiglio: non scoraggiatevi. Non sarà un’impresa facile, il risultato non sarà assicurato né immediato, e nel percorso che state per intraprendere vi confronterete – oltre che con diverse porte sbattute in faccia – con alcuni tra i più rozzi e incalliti punti di vista sulla maternità (e sulla paternità), sulle donne (e quindi anche sugli uomini), e sul lavoro (femminile e maschile) che possiate mai immaginare. Quasi peggio che sentir parlare di donne al volante, insomma.

Come uscirne? La via che suggerisco è quella di scommettere sulla propria unicità. L’obiezione più frequente dietro un rifiuto di part-time suona più o meno così: “se lo concedessimo a te, dovremmo concederlo a tutti (o meglio, a tutte)!”: i datori di lavoro temono di creare pericolosi precedenti, senza nemmeno tener conto del fatto che non tutti farebbero i salti mortali per ridurre il proprio stipendio in tempi come questi. Concederlo a tutti? Ebbene, il gioco sta proprio nell’uscire da questo “tutti”: non nel senso di trovare una ragione più o meno pretestuosa per distinguersi, ma distinguendosi veramente, lavorando sulla propria professione, sulle proprie abilità e attitudini, fino a costruirsi un profilo che non solo sembri unico, ma lo sia veramente. Questo è il momento di sfoderare tutti i vostri talenti: può trattarsi di una particolare competenza fatta su misura per una mansione diversa, concentrata in metà della giornata, oppure di una passione personale che si sposa bene con i compiti lavorativi e che può passare per una sorta di prosecuzione di questi ultimi; oppure di una riflessione sull’attuale necessità delle aziende di tagliare quanto più possibile i costi, il che si sposa perfettamente con la riduzione di stipendio; oppure ancora di una soluzione innovativa (quante volte ci sentiamo dire: “siate innovativi!”) per organizzare il proprio carico di lavoro in maniera così palesemente concentrata, da rendere palese a tutti che il resto delle ore passate in ufficio sono una perdita di tempo.

2-      DIMOSTRATE CHE LA RIGIDITA’ E’ ASSURDA

Naturalmente tutto questo può non funzionare: e così siamo al primo, cocente rifiuto. Vorreste rovesciare la scrivania, scrivere lettere di fuoco ai superiori, rifugiarvi sul tetto della fabbrica… Ecco, non fatelo. Polemizzare in maniera sterile non vi aiuterà, oltre a esporvi al rischio di strumentalizzazioni da parte di personaggi attenti a perorare la propria causa, più che a sostenere la vostra (il collega sindacalista improvvisamente così interessato al vostro caso, o la giornalista di grido che vi chiede di raccontare i dettagli della storia assicurandovi che manterrà la privacy…). Bisogna invece che voi prendiate, e manteniate, il controllo della vostra vicenda, in prima persona: bisogna che siate lucidi e abili, coscienti degli strumenti a vostra disposizione e del rapporto tra rischi e benefici che deriva dall’utilizzarli. Fare una sfuriata al capo vi farà forse sentire meglio nell’immediato, ma non gli farà cambiare idea, e anzi potrebbe nuocere al mantenimento del vostro posto di lavoro.

Le sole due armi infallibili a vostra disposizione sono la ragionevolezza, e la tenacia. Se avete fatto una richiesta ragionevole, respingerla non potrà che condurre a conseguenze irragionevoli: ecco, potete cominciare da qui, sottolineando queste conseguenze, tutte le volte che si presenteranno, tutti i giorni, per tutto il tempo che servirà. Il che non vuol dire affatto smettere di darsi da fare, o di lavorare in maniera professionale:  al contrario. Se siete tenuti  a lavorare per otto ore in ufficio, bene, fatelo, e anzi rispettate rigidamente questo orario. Siate all’opera alle otto, e lasciate l’ufficio alle cinque; alle riunioni  convocate alle sei di sera, rispondete con la proposta di spostarle alle otto e trenta del mattino; a chi vi propone un caffè a metà mattina, rispondete che non potete, dovendo lavorare; e se il capo in un impeto di bontà invita tutto il gruppo al pranzo natalizio fuori, rifiutate sdegnati, sottolineando l’impossibilità di trascorrere fuori sede più della mezz’ora prevista per la pausa pranzo. Insomma, rispondete a rigidità con rigidità: il gioco verrà a galla molto presto, e costringerà qualcuno a mettersi di fronte alla completa mancanza di logica di tutto questo.

3-      SE VOLETE FLESSIBILITA’, SIATE FLESSIBILI

E se invece fosse andata bene? Complimenti: anche se state per scoprire, o avete già scoperto, che non sono tutte rose e fiori. Essere autorizzati a lasciare il posto di lavoro entro un certo orario non significa sempre, o necessariamente, smettere di lavorare: può capitare che venga richiesto di trattenersi in ufficio per completare un’attività, per un incontro impossibile da pianificare in altro momento, o anche semplicemente che oltre quell’orario continuino ad arrivare richieste telefoniche e via email. Che fare? Il mio parere, di nuovo, è che chi vuole flessibilità debba offrire flessibilità: e che le eccezioni debbano essere senz’altro contemplate – almeno fino a quando l’organizzazione del lavoro in cui tutti ci muoviamo non cambierà profondamente, scoprendo l’inutilità di certe scadenze a notte fonda o di certe riunioni quando già la palpebra cala.

E’ vero che se siete in part-time avete ogni diritto di uscire dall’ufficio in pace con voi stessi, senza giustificarvi per questo con nessuno (nemmeno con voi stessi!), senza sentirvi mai nemmeno lontanamente in colpa (questo è fondamentale: ricordate che avete scambiato denaro con tempo, una parte del vostro stipendio per una parte della giornata lavorativa), e quindi chiudendo serenamente con tutto ciò che riguarda il vostro lavoro. E’ altrettanto vero che se vogliamo cambiare le regole dobbiamo essere lungimiranti: investire qualche ora in più, anche non retribuita, non vuol dire solo aumentare le probabilità che il vostro part-time venga rinnovato alla scadenza; ma anche contribuire a migliorare il comune concetto sui lavoratori (e in particolare le lavoratrici) in part-time, demolendo l’idea della mammina piagnucolosa o dello scansafatiche ministeriale, e mostrando un professionista alla ricerca di un equilibrio sano e risolto tra vita e lavoro, che non sia punitivo per nessuno dei due termini.

E dunque siate flessibili, se volete flessibilità: solo a colpi di flessibilità verranno fuori le assurdità del sistema, l’irrazionalità di prevedere orari e sedi nell’epoca delle connessioni always on e dell’ubiquità della Rete, l’illogicità di quantificare le retribuizioni in base ai minuti, e non ai risultati. Certo, non sarà uno di noi a cambiare le cose: ma forse noi, uno per uno – e stavolta è il caso di dire: tutti -, tutti noi sì.

5 Risposte per “MA COME HAI FATTO? (Qualche considerazione e consiglio sul part time)”

  1. my scrive:

    Questo articolo è ottimo, grazie. Sta per iniziare la mia battaglia (ho un part time perfetto ma….scade fra 16 mesi!). Sto seguendo già questa linea, mi fa piacere vederla così ben teorizzata. Ce la metterò tutta!

  2. Flavia scrive:

    Facciamo il tifo!

  3. Paola scrive:

    mi unisco al tifo
    grazie a te, My!

    Paola

  4. BG scrive:

    Lo vorrei tanto, ma non ho il coraggio di inziare a chiederlo.
    Dopo la maternita’, ahime’ lunga per problemi di salute in gravidanza, sono rientrata e la mia azienda e’ stata, dopo un primo momento di rigidita’, molto disponibile nel trovarmi un altro ruolo in un’altra societa’ del gruppo. Il vecchio lavoro non esisteva piu’ e quello nuovo che mi proponevano prevedeva lunghe trasferte all’estero tutta la settimana, impossibile con una piccolina, un marito in viaggio ed i nonni lontani.
    Ora lavoro almeno 10 ore al giorno, e vedo la mia piccola sveglia solo30 minuti al giorno, e vi posso assicurare che non sono i migliori della sua giornata visto che e’ stanchissima e molto arrabbiata con me.
    Che fare? rinunciare del tutto al lavoro non riuscirei, ci vorrebbe il parttime.
    Ma come chiederlo ad un’azienda che gia’ ti ha trovato un altro lavoro e ad un capo che non vedi mai e non conosci???
    Aiutoooo

  5. Paola scrive:

    Ciao BG,
    anzitutto tutta la mia solidarietà, e un grande abbraccio.
    Non ho capito se hai già accettato il nuovo lavoro con le trasferte all’estero, ma dal tempo che ti rimane da trascorrere con la tua bambina immagino di sì.
    Prendo allora in contropiede la tua domanda e ti chiedo: sei sicura che sia davvero il part-time – soprattutto un part-time orizzontale – la migliore soluzione per il tuo caso? Intendo dire che le forme della flessibilità sono tante, e che se esiste buona volontà da entrambe le parti è possibile studiare insieme quale sia quella più adatta al caso specifico.
    Ad esempio: non sarebbe possibile negoziare con la tua azienda la possibilità di lavorare da casa, stando più vicina a tua figlia, nei giorni in cui non sei in trasferta all’estero? O un part-time verticale che ti consenta, negli stessi giorni, di dedicarti completamente alla tua bimba? Se il tuo capo è lontano, perché non vai a trovarlo investendo una giornata e non gli spieghi la questione?
    E’ difficile darti suggerimenti più specifici senza conoscere i dettagli della situazione: ma il messaggio che volevo trasmetterti è un invito alla creatività, senza fermarti alla soluzione più immediata e magari vicina a i tuoi desideri, per escogitare insieme a tutte le parti in gioco (sì, anche a tua figlia) una via d’uscita.
    Fammi sapere, e ancora un abbraccio!
    CJ


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