Come una lingua può influenzare la percezione

Pubblicato il 04 aprile 2011 da Flavia

Mi rendo conto che il gusto degli anglicismi a sproposito rappresenti spesso uno sfoggio ridicolo da parte di chi ha dimenticato (o non ha mai imparato) l’uso corretto della lingua italiana. Io nel lavoro (e purtroppo non solo) finisco per farne un uso eccessivo, per cui mi prendo in giro da sola: ultimamente ho proposto un giochetto alla Staccata, in cui lei postava su Facebook cose del tipo “stiamo impanando i petti di pollo” e io traducevo all’istante in “stiamo organizzando un light brunch a base di finger food”.

L’altro giorno però, facendo la doccia con il mio nuovo fantastico flanker aromatherapy (che non è un accompagnatore per signore specializzato in docce e massaggi, purtroppo, ma solo una nuova profumazione di bagnoschiuma) ho articolato una riflessione un po’ più profonda sull’argomento, che forse vale la pena condividere. Pensando a quanto sia utile, di questi tempi, avere un profilo lavorativo internazionale, mi sono tornati in mente i primi giorni di lavoro nella famosa multinazionale americana, dove tutte le riunioni e le presentazioni, nonostante fossimo a Roma e in maggioranza italiani, erano rigorosamente in inglese. Noi neoassunti ripassavamo le conversation skills dal mitico Allan, attore inglese. Prima delle presentazioni importanti si faceva il rehearsal col capo: cioè le prove, come a teatro. Dietro i vetri dei box poteva capitarti di vedere gente di alto livello che passeggiava parlando da sola, e di fronte al mio sguardo interrogativo il capo mi spiegò: “ti tocca farlo, quando in una sola presentazione ti giochi la carriera”. Il concetto non mi era estraneo, avendo consumato il tappeto del salotto a casa dei miei, ripetendo Diritto Privato e un altro paio di decine di esami.
Certo è, che ritrovarci tra italiani a parlare in maccheronico poteva risultare piuttosto ridicolo, e in effetti lo era.
Ma quei lontani giorni  hanno originato due fenomeni importanti nella mia testa: primo, nel breve periodo il mio inglese scolastico subì un’accelerazione spaventosa. Ricordo ancora quella mattina in cui arrivai mezz’ora prima in ufficio per fare una telefonata a un collega all’estero e chiedergli alcune informazioni che mi servivano urgentemente. Non volevo che gli altri mi sentissero, nel caso stentassi. Qualche anno dopo saltavo da una presentazione a Varsavia a una riunione ad Istanbul. Solo le riunioni con “gli uomini delle vendite” erano rimaste in italiano.
Secondo e più importante, per guadagnare tempo il mio cervello ha cominciato a pensare al lavoro e a come organizzare i relativi dati direttamente in inglese, ripescando le espressioni più efficaci dopo averle sentite e assorbite da altri.

A distanza di tanto tempo quello di cui mi sono resa conto è che l’inglese ha influenzato (o rovinato?) non solo il mio vocabolario ma il mio stesso stile di pensiero e la mia percezione della realtà. Quella lingua mi ha fatto un dono enorme, quello della sintesi. Ma non solo.

- Il linguaggio e la terminologia. Se vi capita di leggere spesso in inglese ci avrete fatto sicuramente caso. Non solo nella narrativa o nei saggi, o nelle pubblicazioni tecniche, ma persino nelle bollette della luce, il linguaggio è solitamente semplice e immediato. Non esistono parole che si usano solo nei documenti scritti dai burocrati, mentre non vengono usate affatto nella lingua parlata dalla gente ogni giorno.

- Lo stile. Il modo in cui vengono costruite le frasi è molto lineare. Si va diritti al punto senza le nostre tipiche, infinite circonlocuzioni, senza incastri complicati di preposizioni principali e dipendenti. Non puoi dire una cosa a metà, con giochi di parole, reticenze e riserve mentali: o la dici e vai al punto, o non la dici affatto. Per me poi, che sono estremamente visuale, fu una bellissima sorpresa ricevere un rapportino con cui il municipio mi comunicava come aveva impiegato i soldi delle mie tasse, usando un grafico a torta.

- La mentalità sottostante. Forse è solo una mia interpretazione, ma se uso la parola “successful”, oppure “business” parlando con un indiano, non mi faccio la quantità di problemi che si fa un italiano nel dire “affari..”, nel dire “..di successo”. E mi riferisco all’immediata evocazione di arrivismo, scorrettezze, porcherie varie. Se dico “committment” mi riferisco a qualcuno che si impegna seriamente e basta, e non a qualcuno in cordata con un potente, e così via. Potrei continuare a lungo.

Credo che abbia a che fare con una diversa etica del lavoro, credo che affondi le radici nel protestantesimo rispetto al cattolicesimo, (la lettura di Max Weber mi ha colpita molto al liceo) e chi tra di voi ne sa di più, ci illumini.
Ma l’insight della doccia mi ha fatto capire che una parte significativa del mio modo di lavorare, oggi, è collegata al fatto di aver dovuto imparare a lavorare in inglese.

12 Risposte per “Come una lingua può influenzare la percezione”

  1. UnNickname scrive:

    Hai ragione. E' proprio come lo descrivi.
    E come dici alla fine, e' la mentalita' di un popolo che trasuta attraverso la lingue, che poi non ne e' che il riflesso…
    A me lavorare "in inglese" fa stare serena. Farlo in italiano mi crea molte ansie. Avere a che fare con l'abitudine di girare intorno invece che andare dritti al succo (senza essere rudi o maleducati, N.B.) e' una delle cose piu' sfinenti e deprimenti che mi vengono in mente…

  2. supermambanana scrive:

    ehm, ho bisogno di commentare?

  3. Flavia scrive:

    certo supermam. proprio te, ti aspettavo…..

  4. supermambanana scrive:

    ecco e allora non ti sei inglesizzata a sufficienza, perche' QUELLO li' sarebbe il mio commento :-PPPPPP

  5. Flavia scrive:

    @unNickname, bentrovata. La mentalità, sì, è l'aspetto più importante, perchè una lingua è l'espressione di una filosofia, di un modo di stare al mondo. Ci sono dei termini che non trovano una traduzione precisa in italiano (che so, "empowerment"?) oppure, se tradotti da noi, prendono immediatamente delle derive semantiche negative o puzzano di retorica stantia. Sono troppo stanca per azzardare un'indagine dei perchè, ma mi piacerebbe appronfondire prima o poi.

  6. Flavia scrive:

    @supermam, LOOL
    Ma io ti aspettavo per una spiegazione filosofica, appunto!

  7. Come non essere d'accordo… Oggi che curo un blog in italiano molto spesso mi scrivo i post nella testa in Inglese (ognuno scrive dove può) e poi me li traduco in Italiano, non senza delusioni… quella frase che veniva tanto bene in Inglese in Italiano è una sbrodolatura…

    Dei punti che hai citato quello che sento con più acutezza è l'ultimo, la mentalità. A questo riguardo io mi autocensuro, perchè se dicessi tutto ciò che penso come lo penso verrei fraintesa, e molto. Questo mi rode ovviamente, ma d'altro canto non ci sono molte scelte, possiamo solo adattarci e cercare di cambiare le cose un poco alla volta (l'alternativa sarebbe voler cambiare tutto subito e finire dritte contro un muro, anche no grazie…)

    Va da sè che essendo la mia attività quella che è, parlare di bambini, bilinguismo e apprendimento precoce delle lingue ogni santo giorno, la mia sfida è fare in modo che le generazioni future abbiano accesso più facilmente a questi mondi alternativi, senza per questo perdere di vista il mondo da cui provengono, nel bene e nel male.

    Proverò il tuo docciaschiuma Flavia, il mio al massimo mi aiuta a fare una To Do list, è un sapone pragmatico.

    Letizia

  8. Chiara 2 scrive:

    Nel mio ufficio, io ero l'addetta ai bandi europei (in inglese, ovviamente) e avevo una collega addetta ai bandi italiani. Io l'ho sempre ammirata, perché i bandi europei erano molto lineari e semplici, mentre quelli in italiano facevo una fatica porca a capire che cosa volessero (e sono laureata in Lettere!).
    Adesso, quando uno studente mi chiede di scrivere una lettera per un'istituzione straniera, mi ritrovo a fare una fatica porca a riportare in inglese tutte le sfumature della nostra burocrazia, in modo che possano capire per quale sfumatura quello studente non può produrre il tal documento.
    È una tale fatica…

  9. Flavia scrive:

    @Bilingue, il sapone pragmatico è un concetto fantastico, vedrò di proporlo a qualcuno :)))
    @CHiara2 (sul nuovo sito di VM che sta per arrivare devi cambiarti il nick ok? è ora) il guaio è proprio quello: la back translation dalle sbrodolature (come dice Bilingue) italiane all'inglese è l'errore peggiore. Le costruzioni italiane in inglese suonano ridicile, perchè non esistono. Io riesco a "tradurre" solo smettendo di pensare a quel concetto in italiano e immaginando come lo direbbe un manager straniero. Difficile nel marketing, figuriamoci nei bandi pubblici….

  10. Do minore scrive:

    Concordo con te sul fatto che lavorare in un ambiente anglosassone, nel metodo e non solo nella lingua, aiuti molto ad essere concentrati, sintetici, e produttivi. A me piacciono molto anche alcune doti, soprattutto quelle di analisi e di capacità di creare colore e sfumature, dell'italiano. Per fortuna ci sono molti italiani capaci di mettere insieme le due cose. Su Max Weber non potrei essere più d'accordo. Grande lettura, grandi idee e grande lezione. Dovremo rimediare per anni ai danni di un cattolicesimo spesso utilizzato ipocritamente e in modo pretestuoso per nascondere la responsabilità personale.

  11. Carla scrive:

    Da un pò leggo e non ho mai commentato, ma in questo post mi ci sento completamente: sono un'amante della lingua inglese e da quando ho lavorato con inglesi, prima qui a Roma e poi direttamente in UK, anche della loro mentalità lavorativa.La lingua, in effetti, rispecchia chiaramente e direttamente la loro etica lavorativa e sociale: senza sotterfugi, andando dritti al punto senza perdersi in chiacchiere e sintetizzando al massimo, ma con una ricchezza di sfumature del singolo verbo che nella traduzione, così come insegnato tradizionalmente, non viene reso (basta pensare alla particella will, che non è un semplice futuro, o ai malefici phrasal verbs che basta capire pienamente il significato delle preposizioni per districarcisi). La loro mentalità lavorativa, poi, è dettata dall'etica sociale anglosassone di rispetto della persona e delle sue capacità, di disponibilità a dare chance fino all'ultimo per poi trattare adeguatamente chi non ha voglia o far adeguare chi non ha capacità a quello che può fare (ho visto diventare dirigente persone senza un pezzo di carta universitario, che da noi se non hai un master o se non hai i giusti agganci è piuttosto complesso).
    Dopo anni che lavoro con italiani, degli inglesi e dell'UK mi è rimasto solo un bel ricordo ed un rimpianto, ma l'essere diretti e sintetici, che sono anche mie caratteristiche, si sono amplificate ed ora mi fanno sentire inadeguata allo stile italiano.

  12. Flavia scrive:

    @ciao do minore. di sicuro anche l'inglese ha i suoi colori e le sue sfumature, solo che noi indegni non-madrelingua non le conosciamo abbastanza… comunque non mi si fraintenda, io amo molto la mia lingua. Certo che però funziona meglio per parlare d'amore, e un po' meno per un executive summary, LOL
    @ciao Carla, fa sempre molto piacere che un lettore "si sveli". Grazie (forse quello in cui ti senti inadeguata è la cosiddetta "diplomazia", e sarà un aspetto di carattere più che di lingua? comunque ti capisco :)


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