Ricerche e Mamme 2.0, il seguito

Pubblicato il 12 febbraio 2011 da Flavia

Ho promesso ad Alessandro Caliandro di continuare il dialogo partendo dalle sue osservazioni (quasi tutte) al mio post precedente, ed eccomi qui a mantenere la parola. I miei commenti sono nel testo in grassetto.

METODOLOGIA

È formalmente scorretto affermare che l’etnografia obblighi il ricercatore a coinvolgere gli attori sociali che studia, almeno non nella fase iniziale di osservazione. La tecnica dell’osservazione partecipante (precipua all’etnografia) stabilisce che si possa studiare un gruppo sociale anche senza interagivi e/o palesare la propria presenza. Il punto epistemologico è un altro: il metodo etnografico prescrive che prima di teorizzare su un qualsiasi tipo di produzione culturale, è necessario immergervisi, con-partecipare alle pratiche specifiche attraverso cui gli attori sociali producono e riproducono cultura. Essendo pratiche linguistiche quelle da noi analizzate, la lettura assidua, prolungata ed avalutativa dei post/conversazioni rappresenta una tecnica di osservazione più che adeguata e legittima.

Non lo confuto questo, come ti anticipavo. Ho però espresso un auspicio che la Netnografia possa fare qualcosa di più per calarsi nella realtà osservata, anche superando la forma e gli schemi della ricerca tradizionale. Un esempio: il ricercatore-osservatore esplora la rete attraverso una persona che è parte di quel gruppo e che interviene in varie discussioni in corso e gli riporta i sentimenti che ha provato.
Magari tu inorridisci, ed entrano in gioco altri problemi come la motivazione la spontaneità la retribuzione di un’altra persona, che so, ma ti ho fatto solo un esempio stupido. L’idea è che anche nella ricerca si dovrebbe innovare e sperimentare sempre, soprattutto quando la si associa alle infinite possibilità del digitale.

L’osservazione verso la comprensione: parliamone un attimo. Obiettivo della ricerca è solo la prima, o entrambe? Tu osservi sì delle mere pratiche linguistiche ma sai che non puoi fermarti alla loro descrizione e che dietro c’è molto altro. Il fatto che la comunicazione avvenga “solo” in forma scritta non esclude un immenso retroterreno, è come tu vedessi solo la punta di un iceberg. Come passi dalla lettura/osservazione, alla comprensione di tutto il resto dell’iceberg e chi ti fornisce le categorie che applichi?

Una volta finita la ricerca è buona norma restituire i suoi risultati alla persone rispetto a cui essi sono stati prodotti. Questo è precisamente il coinvolgimento che l’etnografia prevede. E questo è quello che abbiamo fatto mettendo a disposizione dei pubblici della rete (non solo alle mamme quindi) il nostro articolo. Con la speranza che non solo questo venga letto, ma che venga ampiamente criticato, magari fatto a pezzi, soprattutto dalle mamme. Ciò è stato tra, l’altro, detto più volte nella conferenza, e non solo da me, mi dispiace non aver ritrovato tale puntualizzazione nel tuo articolo. Tutto ciò in virtù del fatto che le uniche ad aver la prima e l’ultima parola in materia di maternità sono le madri, sono loro le vere esperte – anche questo concetto più volte ribadito, ed ampiamente trattato nell’articolo.

Non so, non l’ho scritto  perchè fare un lavoro per vederselo fare a pezzi dai key stakeholders ed esserne pure contento non è il massimo per me! Non suonava molto sincero insomma. Tra l’altro proprio quest’approccio ha alimentato la convinzione nel pubblico che i key stakeholders fossero solo le aziende e non le mamme. Comunque ora che in giro lo studio è stato ampiamente criticato (anche da maschietti visti come dei nemici….) qual è il next step? Questo e’ utile saperlo. Se la cosa finisce qui, è  senz’altro un’opportunità mancata. Se invece…
Facciamo così, io ti do in tutta umiltà dei personali  suggerimenti per proseguire il lavoro e/o migliorare la presentazione del lavoro, e tu mi dici cosa ce ne facciamo.

VALORI/RAPPRESENTAZIONI

Su questo punto resto molto perplesso. Il mio intervento, così come il nostro articolo, trattano esattamente delle cose che tu ci contesti: i valori e le rappresentazioni dell’identità personale prodotte dalle mamme in rete. Ovvero, un mondo culturale complesso che viene prodotto a partire da conversazioni apparentemente banali su determinati prodotti di puericultura. Conversazioni “banali” come quelle su pannolini, assorbenti, cacca, ferite, implicano e nascondono rappresentazioni dell’identità molto complesse, tese alla costruzione di nuovi mondi culturali altamente alternativi e resistenti. Purtroppo, se ci si ferma alla “lettera” dei singoli post, e non si usano gli adeguati strumenti antropologici ed interpretativi, si vedranno solo delle “esaltate” intente a “stilare liste ossessive, fare domande su tutto, mortificare il corpo e la mente in nome del bene del bambino” (parole che, mi duole dirlo, stai usando tu, non ho certo utilizzato io, così come nessuno dei miei colleghi).

Ma certo che le uso io, per carità! E mi infervoro così perchè c’è un tipo di maternità nei magazines, nelle pubblicità, nella cultura stessa, che mi disturba profondamente e stimola queste espressioni. Un modello a cui molte donne pensano di doversi adeguare pagando pesantemente in autostima (vedi l’iniziativa di netmums che è stata segnalata tra i commenti del post precedente). E la ricerca purtroppo, così come è passata, lo avvalorava.. Molte blogger sono in rete proprio con l’obiettivo di demolire quel modello. E ci dispiace che questo non sia stato detto.
Domanda: perchè nei post esemplificativi, per dimostrare proprio il punto che dietro la lettera c’è altro (che ti ripeto: non è passato), non si sono usati alcuni bellissimi passaggi che trovi nei blog, esempi di luci ed ombre emotive?
Perchè non è stato fatto un punto che spiega come le donne in rete non siano solo mamme ansiose ma, appunto, un insieme di mondi alternativi e resistenti? Avrebbe reso maggiore giustizia alla complessità di quell’iceberg. E qui commentavo che se il campo dell’analisi è limitato alle conversazioni sui prodotti e quindi ai forum, potresti non imbatterti mai in quel mondo “altro”.

Non a caso, dopo la descrizione di alcuni post esemplificativi, sono passato subito a parlare delle implicazioni culturali che da essi si possono trarre, anche qui soffermandomi ampiamente sulla questione. Mi dispiace che anche questa parte tu l’abbia saltata, o persa in qualche modo. È per questo che riporto, e dunque ripeto, quelle che sono le risultanze teoriche maggiormente rilevanti, dell’articolo così come del mio speech:

1) Le mamme 2.0, attraverso il loro incessante scambio di informazioni sui prodotti di puericultura, costruiscono un sapere esperto sulla maternità in cui sono le mamme stesse ad avere la prima e l’ultima parola sulla maternità. Questo non è un risultato di poco conto, se si pensa che, in generale la madre, è più un oggetto di cui si parla che un soggetto che si fa parlare: tutti sembrano saperla più lunga della mamma, dagli esperti (maschi) più o meno titolati, fino ad arrivare agli amici e alle suocere; tutti tranne la mamma stessa.

Non l’ho perso, ma ho visto un focus sul sapere esperto, e nulla sulla libertà della madre. (Io non voglio essere esperta, io voglio solo essere informata e libera di scegliere, lo so che è un modo diverso di dirlo ma è molto importante). Veniamo al punto CRUCIALE: se tu ricercatore me lo racconti come “la mamma vuole essere depositaria del sapere esperto”, io direttore marketing – che ragiono per estreme semplificazioni  orientate al business – penserò che il mio brand debba aiutare le mamme a diventare esperte. Sarò patronizing: io ti do tutte le istruzioni, io sono il tuo manuale, io ti spiego come si fa.  Sbagliato, sbagliatissimo per i motivi culturali che ho provato ad esprimere prima. Non creerò una relazione emotiva forte con il mio brand e non andrò là dove la cultura delle madri vuole andare (e mi rendo conto che le blogger sono ancora, per ora, la piccola avanguardia di questa cultura, ma sono loro il trend emergente da seguire!!). Per sostanziartelo devo uscire allo scoperto con qualcosa di molto personale: ero direttore marketing in Johnson & Johnson fino al 2008 e tutti gli studi le agenzie e i centri media mi dicevano che le mamme sono in rete perchè  insicure, ansiose, alla ricerca di rassicurazioni (il che è una parte della realtà, la punta dell’iceberg, sì). Poi sono andata a un workshop creativo in US e insieme a un gruppo di colleghe e madri di tutto il mondo abbiamo detto: no, non ci vuole ansia da prestazione, le madri di oggi vogliono sentirsi empowered. Empowered. Sono tornata a casa, dopo qualche mese ho mollato J&J in cui non avrei mai potuto fare quello che volevo, e ho pensato di cominciare a fare marketing in modo diverso (da cui poi nasce www.thetalkingvillage.it).
VereMamme è  il primo posto dove si è parlato (a costo di sembrare ridicola) di coaching ed empowerment per mamme. Il succo di questa storia è che si può parlare delle stesse cose – il sapere delle madri – dirigendole in modo positivo, promuovendone i  valori positivi. Siamo circondati da esperti oggi e il mio obiettivo non è diventare più esperta di loro e avere l’ultima parola su di loro (che pressione, che ansia), ma informarmi e poi fregarmene alla grande e fare solo quello che è giusto per me (che liberazione, finalmente). Questo dobbiamo provare a raccontare meglio. che ne dici?

2) Discutendo sui prodotti per l’infanzia, le mamme 2.0 finiscono inevitabilmente a parlare dei loro corpi. Parlando del proprio corpo, esse lo rappresentano come in effetti si presenta (spesso) il corpo di una madre: un corpo ferito e “distrutto” dalla meccanica del parto. Ecco allora che in questa dinamica rappresentazionale è possibile leggere un motus resistivo, senz’altro implicito e simbolico, ma su cui è interessate soffermarsi a riflettere: “distruggere” il proprio corpo per sottrarre al potere (medicina, mass media, famiglia, sociologia) il sostrato sui cui esso impone i suoi discorsi, su cui esso inscrive, “fraudolentemente”, il suo sapere esperto.

Non lo so. Discorso molto grande, “il corpo dele donne” e le varie forme di invasione e ribellione che lo riguardano ultimamente…difficile affrontarlo partendo da prodotti. Ma non mi pronuncio, resto in ascolto, e sono convinta che esistano anche qui rappresentazioni positive. Comunque ti ho già segnalato un post di Ponti Tibetani.

ERRATA CORRIGE

- “Ma tutte queste cose io le so già”. La frase realmente da me pronunciata, non questa macabra amputazione, è la seguente (tra l’altro ripetuta due volte): “ma tutte queste cose io le so già” ovvero il fatto che l’universo della maternità online è un universo molto complesso in cui le mamme “si interrogano profondamente sul rapporto con i brands, su identità personale, professionale, digitale, su buzz marketing, su libertà di informazione vs. sponsorizzazioni”; “proprio perché voi me le avete insegnate” – con ciò intendendo la mia attività di lettura prolungata, assidua ed avalutativa di forum e blog frequentati da mamme. Il fatto che tu abbia riportato solo un moncherino della mia frase mi ferisce davvero molto.

Che dire, mi dispiace, ho pensato che “me l’avete insegnato voi” fosse solo un rafforzativo e non cambiasse la sostanza della cosa, cioè: guardate che io li ho letti i vostri blog. E non ne dubito, ma allora perchè non mettere neanche un blog tra gli esempi? Inoltre la mia osservazione significava precisamente  “andiamo. tu non puoi sapere tutto quello che c’è nei blog oltre al consumo di prodotti”, per esempio il Blog Cafè qui su VereMamme. Il che si riferisce al tuo punto successivo.

(…). Ecco perché la nostra scelta di focalizzarci sui prodotti e sui brand per l’infanzia, tralasciando, ad esempio, tematiche legate alla vita professionale delle mamme. Se l’analisi è sul consumo, coerenza vuole che è di quello che si parli, e non di lavoro o di alimentazione. Ogni analisi soci-antropologica seria prevede che vengano fatte delle scelte di campo, tali scelte purtroppo ti portando a considerare una piccola porzione di mondo e a tralasciane molte altre. Ma non è sbagliato, l’importante è esserne consapevoli e rendere la cosa esplicita (e mi sembra che nel nostro caso così è stato). Scorretto è avere la presunzione di spiegare tutta la complessità del mondo con un solo sguardo, con una sola ricerca, con una sola parola: qui si esce dal terreno della scienza sociale per sconfinare in quello della religione, la quale parla appunto di “verità” e non di metodologia.

D’accordissimo. Ma credimi non era così esplicito come credevi, soprattutto perchè il titolo dell’evento SMW è stato sintetizzato in un “Antropologia dei Social Media: un’analisi sulle mamme 2.0 in Italia“ e lasciava intendere che lo studio fosse un’interpretazione dei comportamenti e delle aspirazioni delle mamme in rete. Le astanti avevano forse questa aspettativa.
Quindi per es.: x % delle mamme è in rete per scambiare informazioni su prodotti, % per parlare di lavoro, % per parlare di relazioni e sentimenti, i modi di interagire e i linguaggi sono questi tra forum, blog, siti, social networks, e i profili di mamme che emergono sono tanti e sono questi. Capito il misunderstanding?

- “Ecco, la tribù detta cosa devi fare e come devi essere per essere una vera mamma, queste sono delle vere esperte”. Questa frase è priva di qualsiasi significato antropologico, va da se che non l’ho mai pronunciata. La tribù è la metafora analitica che permette al ricercatore di cogliere un determinato flusso di comunicazione e della produzione culturale che da esso ne scaturisce. La tribù è una categoria euristica che serve a cogliere dei processi complessi ed eterogenei. Non si riferisce a delle forme statiche, non si riferisce a dei gruppi chiusi ed intransigenti che obbligano le persone a fare una cosa piuttosto che un’altra. Questa semmai è la tribù in senso tradizionale, “primitivistico”. Concetto che, detto per inciso, è aspramente criticato dall’antropologia contemporanea perché gruppi etnici così rigidi (stereotipati appunto) non esistono e, sembra, non siano mai esistiti nella storia. In ogni caso io non utilizzo il concetto di tribù in senso tradizionale, ma in senso postmoderno, così come proposto da esimi sociologi ed antropologici quali Michel Maffesoli, Bernard Cova o Andy Bennett. Studiosi che utilizzano appunto il concetto di neotribù in termini metaforici, come categoria interpretativa per cogliere la complessità culturale della post-modernità, cultura che scaturisce appunto da gruppi sociali, che hanno sì una coerenza interna, ma che sono talmente eterogenei e multiformi che sfuggono alle banali categorizzazioni statiche . Ecco qui la definizione precisa: Le neotribù sono aggregati sociali costituiti da “un insieme di individui non necessariamente omogenei fra loro (in termini di caratteristiche sociali oggettive), ma interrelati mediante un’identica soggettività, affettività o etica, capaci di svolgere azioni microsociali vissute intensamente benché effimere” (Cova, Giordano, Pallera 2007: 14-15). Dove “effimere” non ha una valenza morale, significa semplicemente che la produzione culturale delle neotribù è qualcosa di continuamente costruito e ricostruito, non è mai un processo che si conclude una volta per tutte, è sempre in divenire. Converrai con me che questa è un’ottima categoria euristica per cogliere la fluidità e l’eterogeneità della produzione culturale che si dispiega sulla Rete: un mondo fluido, frammentato, eterogeneo ed altamente creativo per definizione. È una categoria utile per rapportarsi in maniera empiricamente fruttuosa e non ideologica con qualsiasi produzione comunicativa online, sia essa proveniente dalle mamme che non. E , per quanto arrogante io possa essere, non mi sento proprio di metterla in discussione.
Nello specifico ho usato il verbo “imporre” come metafora (ora mi rendo conto assai infelice) per dire che ogni tribù (ribadisco, intesa come flusso di comunicazione) ha il suo specifico “costume narrativo”, costume che scaturisce da processi collettivi e non da scelte di singoli individui.
In ultimo, so che può non piacere, ma in termini antropologici per “rappresentazione dell’identità condivisa” si intende una serie di “prescrizioni” discorsive (leggasi implicite) sulla soggettività: , chi dovrebbe e non dovrebbe essere, cosa fa e cosa non fa, o dovrebbe fare o non fare “il vero” membro del gruppo entro cui tale rappresentazione viene prodotta. Avendo parlato di mamme ho applicato tale definizione antropologica alla “tribù delle mamme”. Anche questa è una categoria euristica, anche questa non me la sono inventata io, ed anche questa serve a ridurre al complessità e ad “arrestare” il flusso delle comunicazioni della rete.
Quindi, per tirare le somme, come tribù di mamme 2.0 non abbiamo intesto singole community di mamme e come identità materna non abbiamo intesto le opinioni sparute di qualche “mamma esaltata”, ma bensì un flusso comunicativo che nel nostro caso si “coagulava” soprattutto su forum e attorno a determinati prodotti (quelli utili ed utilizzati dalle pre-neo-mamme: assorbenti post parto, para capezzoli ecc…). E ciò non per presuntuose ragioni ideologiche, come ha spiegato addirittura una donna tra il pubblico, ma in virtù di “impostazioni” del nostro software di crawling. Da qui poi la nostra scelta di non fermarci a descrivere le singole e “banali” descrizioni dei prodotti di puericultura, ma di addivenire ad una comprensione culturale più profonda del mondo delle mamme e soprattutto di metterla in condivisione con tutti i pubblici della rete, maschi e femmine che siano. Ecco perché, lo ripeto, quello che abbiamo proposto al convegno è stato un metodo utile (spero) attraverso cui interpretate alcune dinamiche linguistiche legate alla maternità, e non la verità sulla maternità. La produzione di un discorso di verità sulla maternità spetta solo alla maternità. E non sarò certo io ad entrare in contraddizione con un principio che io stesso ho affermato e scritto, e che tra l’atro, molto prima di me, ha affermato una lunga schiera di sociologhe. Sarò anche arrogante, ma non schizofrenico, stupido ed impreparato.

Aiuto. Mi hai spiegato con grande dovizia il concetto di tribù e te ne ringrazio molto perchè ho imparato un sacco. Ma non era su quello che verteva la mia contestazione. Era sul concetto di “vera mamma” e sulle prescrizioni relative. Se tu mi dici che questo accade nei forum, che ogni singolo forum è una community con forti regole di appartenenza, alleanze e nemici, ti seguo bene. Ma allora parliamo di conversazioni dei forum che vertono su prodotti, e basta, e lo scriviamo in ogni slide, perchè non vorrei mai che le interpretazioni relative a una parte così specifica di conversazioni venissero estese al tutto. Parlando di arroganza, da cui non sono immune neanch’io per la mia parte di competenze (!) lo è stata molto la tipa dell’agenzia che ha commentato facendoci la lezioncina sul crawling e – in sostanza – dandoci delle stupide, forse infarcita del pregiudizio della professionista verso la mamma-blogger-perditempo ;). Dovevo risponderle forse di guardarsi il mio cv, che sono stata promossa anch’io due volte dopo due maternità, e non è quello il punto, che le agenzie di pubblicità di solito le massacro come cliente e che se i messaggi appaiono molto distorti anche a me e non solo alla casalinga media vuol dire che è la presentazione che ha qualche problema? Ho lasciato perdere perchè la discussione sarebbe scaduta molto, come vedi, ma mi era rimasto questo sassolino, quindi scusa se ne approfitto ;)

Insomma: il famoso Dir marketing vede la presentazione e sarebbe tentato di dire: con questo prodotto sei una vera mamma! (e le altre sono delle sfigate). Oppure: entra anche tu nella tribù della mamme fighette! Sai che belle pubblicità che ne vengono fuori. In fondo: io (brand) so cosa è meglio per te e te lo vendo, invece dell’empowerment: TU SAI cosa è meglio per te ed io ti aiuto a realizzarlo. (L’accezione di Vere Mamme che io ho è quella di donne che non seguono le prescrizioni di nessuno e hanno il coraggio di affermare se stesse, e così vogliono sentirsi trattate anche dai brand).

Comunque, per concludere, ti invito a leggere l’articolo, se non altro almeno per uscire da questo muro contro muro, in cui ci stiamo scontrando su cose su cui siamo fondamentalmente d’accordo.
Non ci dobbiamo scontrare affatto: dobbiamo capire come dire meglio quelle cose, per evitare che vengano fraintese e pilotate verso modelli di business e comunicazione che non funzionano. Sempre se sei d’accordo. Insomma io ci provo….e ti suggerisco questo:

- circoscrivere molto bene: questa ricerca ha analizzato conversazioni su prodotti di puericultura. Il luogo prevalente di queste conversazioni sono i forum, le  mamme tipicamente coinvolte sono le neomamme, e le dinamiche tipiche delle loro conversazioni sono queste (atteggiamenti e linguaggi che definiscono diverse tipologie di mamme nei forum: le leader, le altre, bla bla).

- allargare: dall’aspetto puramente funzionale e di prodotto di questi scambi si intravedono degli altri, che rendono necessario ampliare il campo di indagine. Da questo punto di vista sono molto più istruttive e approfondite le conversazioni dei blog, dove i prodotti sono molto meno presenti ed emerge invece l’aspetto narrativo ed emotivo.

- suggerire ai brands di attingere agli insights narrativi ed emotivi per creare una relazione utile e gratificante con le mamme.

Partendo da qui, se vogliamo continuare, io ci sono quando vuoi, anche per degli incontri. Non lo propongo per secondi fini o per vendere consulenze, credimi: dedico volentieri del tempo, se posso contribuire a diffondere dei concetti nuovi sulla maternità.

6 Risposte per “Ricerche e Mamme 2.0, il seguito”

  1. Alessandro Caliandro scrive:

    Cara Flavia

    Eccomi qui, con un po’ di ritardo, ma come vedi alla fine ce la faccio : )
    Sono molto contento di leggere questo tu nuovo post. Su alcune cose che scrivi, perdonami, continuo a non essere totalmente d’accordo con te, ma non importa, la differenza è il sale della vita ; ). Quello che è importante è che mi sembra che siamo riusciti ad aprire un bellissimo canale di confronto. Canale in cui spero vogliano seguirci più persone possibili!
    Vorrei cominciare col controbattere ad alcune tue affermazioni, ma non tanto per iniziare con il solito gioco delle schermaglie telematiche, ma più che altro come espediente narrativo per andare ad evidenziare quelli che secondo me sono in nostri punti di contatto e dunque di forza.
    Sono d’accordo con te quando dici che bisogna andare oltre l’osservazione delle mere pratiche linguistiche e che la “ricerca dovrebbe innovare e sperimentare sempre, soprattutto quando la si associa alle infinite possibilità del digitale”: è esattamente per questo che abbiamo aperto un centro studi di etnografia digitale :) Il fatto che siamo qui a discutere su come migliorare la conoscenza sul mondo delle mamme online e come affinare i metodi di ricerca, ci dice che stiamo andando esattamente in questa direzione, quella giusta. La nostra ricerca non vuole segnare uno standard, ma un punto di partenza, con tutti i limiti che esso comporta. Tuttavia il punto di partenza è necessario: solo da esso si può cominciare ad intraprendere un vero percorso di crescita scientifica ed umana. Per cui sono d’accordo con te che non ci si può limitare a lambire la punta dell’iceberg.
    Il punto metodologico assai serio e non aggirabile però è un altro: ogni ricerca socio-antropologica, proprio perché di matrice qualitativa e soprattutto se agita sul web, necessita di focalizzare molto lo sguardo analitico, non si può fare altrimenti. Il rischio altrimenti è di perdersi in una marea di post, conversazioni, blog, forum, siti, articoli che se presi tutti insieme senza costrutto teoretico restituiscono veramente una mondo privo di senso, superficiale, colmo di banalità e che non riflette invece la complessità esistenziale di coloro che ci stanno dietro e le hanno prodotte. Allora secondo me un modo di procedere e su cui ci possiamo incontrare e sostenere a vicenda potrebbe essere il seguente: produrre degli studi molto specifici su degli argomenti molto specifici: faccio qualche esempio stupido: maternità e vita lavorativa relativamente a specifici blog, maternità e uso delle tecnologie di comunicazione digitale relativamente a specifici blog/forum, e così via. Il risultato ottimale sarebbe riuscire ad unire il rigore del nostro metodo con il rigore e la profondità del vostro sapere sulla maternità. Così da mettere insieme tante tesserine di un mosaico in grado di restituire davvero la complessità e la poliedricità dell’universo delle mamme 2.0. Se invece tale complessità la si cerca di cogliere in una volta sola con una ricerca sola, si otterrà l’effetto opposto.

    Se a grandi linee l’idea ti suona potremmo risentirci, magari di persona. Così anche da ridurre un po’ di distorsioni comunicative che inevitabilmente si vengono a creare dialogando solo in forma scritta. Ad esempio sulla questione delle “vere mamme” secondo la pensiamo esattamente alla stessa maniera, però forse è un po’ difficile accordarci sul significato delle cose e sui loro usi semantici attraverso delle conversazioni simil-epistolari e per di più asincrone : )

    Per quanto riguarda la questione marketing non saprei risponderti con dovizia e rigore, perché non è esattamente il mio campo, tuttavia nel centro i marketer non mancano, e quindi ci sono tutti i margini per avviare una discussione in tale senso. In linea di massima sono d’accordo con tutto ciò che tu dici. Anche il nostro cruccio è evitare le pubblicità in cui si vedono mamme “fighette di cartapesta", e invece spingere le aziende verso “l’empowerment: tu sai cosa è meglio per te ed io ti aiuto a realizzarlo", magari, suggerendo ai brand “di attingere agli insights narrativi ed emotivi per creare una relazione utile e gratificante con le mamme. ”. Insomma idem come sopra: la comunicazione non è mai un’impresa facile e a volte, paradossalmente, i mezzi non la aiutano.

    Ecco, dammi il tempo di organizzarmi un po’ con i miei e poi ci risentiamo, se la cosa ti va ovviamente

    Un caro saluto
    alessandro

  2. Flavia scrive:

    Mi sembra fantastico :)
    come ti ho detto da subito, io ci sto.
    fatti sentire e rendiamo questo canale produttivo, sarà anche una bella case history di Conversazione in cui, partendo da difficoltà iniziali di comprensione, si arriva invece a colaborare per riisultati concreti.

  3. Paola scrive:

    Cari Flavia e Alessandro,

    quando mi sono persa la presentazione della ricerca su "Antropologia e web marketing", non immaginavo di perdermi tanto: ma dopo aver letto i vari resoconti, e ancor di più dopo aver seguito il vostro dibattito, non posso fare a meno di divorarmi letteralmente le mani. E lo faccio nella duplice veste della mamma 2.0, se così posso dire, immersa nella Rete interessata a restituire un'immagine il più possibile completa e complessa della propria identità, e in quella della ricercatrice, che condivide con l'approccio netnografico la cultura di riferimento – dettagliatamente illustrata da Alessandro con dovizia di citazioni -, applicata nel mio caso a tutt'altro campo (quello delle nuove TV). Una ricercatrice in procinto di domandarsi – proprio in questi giorni – che impatto avrebbe sulla propria ricerca la scelta di una metodologia come quella dell'etnografia digitale (e non solo tradizionale): e finora trattenuta dall'abbracciarla proprio dalla perplessità che avete bene esemplificato.

    Quanto è parziale una prospettiva parziale? E' questo il dilemma, a mio modo di vedere, di tutte le indagini a sfondo sociologico, solo parzialmente risolto dal fatto di abbracciare la prospettiva ermeneutica (che fa della precomprensione un ingrediente essenziale della stessa comprensione), o di mettersi in gioco ancor più direttamente e esplicitamente con i propri (come ha tentato di fare tra gli altri, nel campo dell'etnografia televisiva, Walkerdine). La questione si complica ancora di più se non riesce immediatamente chiaro – e non viene immediatamente chiarito – che questa, necessariamente parziale, prospettiva si applica a un campo ancor più necessariamente parziale. Giudicando il dibattito solo da spettatrice, il nodo del contendere è tutto qui: chi si aspettava una ricognizione estensiva sul mondo delle mamme in Rete, e una restituzione fedele delle loro variegate strategie di resistenza e creatività (esattamente i termini che tento oggi di applicare alle audience dei media innovativi), si è trovato di fronte a un'indagine sul consumo, condotta con una metodologia innovativa e coraggiosa (in questo senso, sono pienamente in sintonia con la difesa che Alessandro ha condotto del proprio lavoro, certa però che non fosse l'obiettivo precipuo di Flavia quello di sminuirlo), ma pur sempre focalizzata e circoscritta. Per giunta, lo stesso mondo del consumo (che già di per sé rappresenterebbe solo una fetta dell'ampia torta dell'identità materna ai tempi di Internet) è indagato limitatamente a quanto concerne i prodotti più tradizionalmente associati al ruolo genitoriale: e quindi vai di pappe, pannolini, passeggini, e molto meno sulle marche di caffè preferite, sugli stores musicali online prediletti, e per restare ai consumi culturali sui libri che le neomamme si passano freneticamente le une con le altre (perché lo fanno, oh se lo fanno).

    Vi ringrazio insomma entrambi, perché questa "case history" mi ha dato elementi preziosi per comprendere, se decidessi infine di affrontare la mia ricerca armata di etnografia digitale (e non solo tradizionale) da cosa dovrei ben guardarmi. Ma mi ha anche incoraggiata a non temere questa decisione, purché opportunamente corazzata. E l'unica, possibile corazza che intravedo è la mia stessa pratica di consumo situata, che lungi dal rappresentare un limite va messa in gioco proprio per circoscrivere con chiarezza, come diceva Flavia, il discorso che ne scaturirà.

    Paola

  4. Flavia scrive:

    molto interessante, Paola. Non immaginavo di poter essere così velocemente una case history per qualcuno!!!

  5. silvietta scrive:

    ciao Flavia,
    sai che anche quando non seguo del tutto il discorso (mi si perdoni, ho un bimbo di tre mesi e poco tempo) e anche quando mi faccio delle idee personali molto naif, provo a dire la mia. Ecco che cosa mi hanno ispirato questi battibecchi.
    un bacio
    silvietta

    http://qualcosastacambiando.blogspot.com/2011/02/solo-chiacchiere-distintivo-e-20.html

  6. Flavia scrive:

    ciao Silvietta, grazie. se vuoi continuare a seguire le tracce recenti in rete su questo argomento le puoi trovare anche qui
    http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2011/02/24/maternita-duepuntozero/


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