Mamme 2.0: e ci risiamo..

Pubblicato il 08 febbraio 2011 da Flavia

Social Media Week Roma – Antropologia dei social media: analisi sulle mamme 2.0 in Italia , Ateneo Impresa, 8 febbraio 2011 – ore 11am

Scusa, ma se continui a sbuffare così mi entra nel video”  mi fa una tipa seduta davanti.
“Eh? Ma guarda che sei a una conferenza pubblica, qualche rumore di fondo ci può anche stare!” La mia risposta piccata evidentemente non la soddisfa affatto, e mi guarda con un’aria palesemente schifata.

Davvero sto sbuffando tanto? No, la verità è che sto sospirando, profondamente demoralizzata, e sto facendo una specie di training autogeno per non cedere allo sconforto e andarmene.
Sto pensando “Ecco qua, siamo alle solite con le mamme 2.0”, e sto chiedendomi ancora una volta se tutto il lavoro che provo a fare, qui e altrove, abbia un senso.
Prima ha preso la parola il Prof. Arvidsson, che avevo già ascoltato con interesse in un’altra occasione, e ha detto delle cose genericamente molto giuste, che certo non riguardano solo le mamme 2.0: e cioè che la co-creazione non significa ormai prendere contenuti senza dare nulla in cambio, che è richiesta una conoscenza approfondita delle persone con cui si interagisce, etc etc.
Poi ha parlato Giovanna Montera di Viral Beat spiegando il metodo di indagine quantitativa delle conversazioni, applicato per un cliente e un prodotto specifico. Facciamo un esempio a caso anche se non è stato detto, ma mettiamo: un passeggino Chicco.
E poi siamo arrivati al succo di questa  “conoscenza approfondita” delle mamme raggiunta attraverso l’etnografia digitale applicata alle conversazioni, e qui mi sono cadute le braccia. Ho cercato di spiegare il perché, ma per non peccare di troppo protagonismo (di cui comunque ho peccato) ho detto solo una minima parte di quello che intendevo, e anche male. Ci siamo lasciati con una promessa di proseguire questo dibattito online, e lo faccio immediatamente, rispondendo idealmente a questo post. Primo problema:  la presentazione “sociologica/etnografica” a cui abbiamo assistito è stata di una povertà imbarazzante rispetto al post, che sembra invece contenere degli spunti interessanti (l’attivismo simbolico, la riappropriazine del diritto di parola in un mondo invasivo verso la maternità). Perché mai è successo? Faccio un’ipotesi: “perché il pubblico in sala sarà in maggioranza di mamme” quindi cerchiamo di parlare terra-terra. Errore grandissimo. A un certo punto, dietro pressioni varie per capire meglio quello che si stava dicendo, è comparsa una mappa piuttosto articolata, in inglese, che evidenzia l’asse “informazione-narrazione” e quello “dark-bright”. Ecco, guardate che se ce la presentate e ce la spiegate, la capiamo benissimo.  Da qui sono cominciati i miei respiri profondi.

Veniamo ad alcune considerazioni di metodo e di valore.

Sul metodo.
Una ricerca qualitativa classica è quella in cui il ricercatore, diciamo, osserva i pesci in un acquario, o gli animali in un recinto dello zoo. E’ quella in cui il committente e alcuni ricercatori sono seduti dietro a  uno specchio, non visti, senza intervenire mai, mentre dieci persone intorno a un tavolo vengono interrogate da un intervistatore-psicologo.
Una etnografica, invece, fa un grande passo avanti. Il ricercatore si cala nel mondo dei soggetti studiati. Vado a casa della gente a vedere come fa il bucato, come cucina, come fa colazione la mattina. Mi metto la muta e mi tuffo insieme ai pesci, insomma. Naturalmente i comportamenti dei pesci saranno un po’ falsati in mia presenza,  per questo c’è bisogno di tempo per capire veramente cosa c’è dentro (il che è un lusso pressochè impossibile nel largo consumo, che commissiona ricerche-lampo). Pensate all’eroica Jane Goodall e all’intera sua vita dedicata ai gorilla, facendosi “una di loro”; pensiamo al contributo rivoluzionario che ha dato: è basato su questo principio.
Dall’etnografia come la conosciamo finora all’etnografia digitale, presentata come un metodo innovativo, mi aspetterei un’ulteriore rivoluzione resa possibile dalle moderne tecnologie sociali. Mi aspetterei finalmente che il ricercatore SIA PARTE della comunità che viene studiata. Per usare un’altra metafora, questa volta cinematografica, è come Avatar, la storia di un uomo che entra nel corpo di un alieno per capire non solo gli  usi ma anche i sentimenti del suo popolo. E infatti Jake si innamora di quel popolo, come successe a Jane con i  gorilla.
Non mi aspettavo una mera narrazione di cosa si dicono le mamme nei forum a proposito di cacche e liste delle cose da mettere nella valigia dell’ospedale. Questo è l’acquario, questo è lo zoo, non è il vissuto emotivo che spiega cosa c’è dietro un comportamento: stilare liste ossessive, fare domande su tutto, mortificare il corpo e la mente in nome del bene del bambino.  Ma vi siete chiesti “perché”?

Sui valori.

E qui veniamo all’aspetto dei valori, quello profondamente culturale, quello che mi ha fatto perdere il controllo e interrompere lo speech quando il sociologo Alessandro Caliandro ha detto con grande sicurezza, per la seconda volta in cinque minuti: “Ecco, la tribù detta cosa devi fare e come devi essere per essere una vera mamma, queste sono delle vere esperte”  No. NO! Esiste un piano ben più alto di discussione.  Quello per cui il bright (l’aspetto gioioso della maternità) e il dark (l’ombra) assumono ben altri significati che lo sfoggio di un bel passeggino o la stitichezza della bambina.
Perché una ricerca che si professa etnografica non ci arriva?
Anche qui provo a formulare delle ipotesi:
1. Perché chi la interpreta non è parte di quel gruppo, come sarebbe auspicabile anche se non indispensabile.
2. Perché la si conduce sulle conversazioni lette attraverso la lente di un prodotto, e quindi distorte. Se si parte dalla conta delle menzioni di un prodotto o delle sue caratteristiche funzionali nel web, i forum peseranno sempre il 95% e i blog e le altre fonti saranno sempre ridicole. Non vi spiego il perché, è ridondante (vabbè, lo dico lo stesso: perché i forum funzionano perfettamente per le review dei prodotti, leggi: informazione, mentre i blog procedono per ampie narrazioni). E allora ti imbatteresti in un post istruttivo come questo, sullo storytelling sociale e gli stilemi della narrazione delle mamme? Oggi ho sentito che chiamare il bambino “nano” e il marito “socio” è uno stilema, un linguaggio tipico della gang delle mamme 2.0, e va bene. Possiamo approfondire un po’ di più?  No, dove domina il prodotto ci si ferma all’esterno del fenomeno.
Cercando prodotti, vi imbattereste mai in un intero Blog Cafè che tratta dei significati profondi dell’essere Mamme 2.0? Non credo proprio. Sapevate che oltre ad azzuffarsi su allattamento e ciuccio, le donne in rete oggetto delle mire delle agenzie varie si interrogano profondamente sul rapporto con i brands, su identità personale, professionale, digitale, su buzz marketing, su libertà di informazione vs. sponsorizzazioni?

 “Ma tutte queste cose io le so già”, dice il sociologo. Alessandro, permettimi, ma mi sembra un po’ arrogante. Tu tutte queste cose non le puoi sapere, dai. Qualcuno un po’ più anziano di te diceva “l’unica cosa che so è di non sapere”, ed il suo è stato un approccio leggermente più produttivo alla ricerca della verità, quindi  torniamo coi piedi per terra ok?

Sul Tribal marketing.
Alcune comunità si riconoscono davvero intorno a dei brand o a degli stili di vita. Oggi sono stati citati gli amanti della birra tradizionale “contro” gli amanti del vino. I tatuatori, addirittura, compiaciuti delle loro sofferenze. A me sono venuti in mente i Ducatisti o gli Harlisti (si dice così?)., e così via.  Ma le mamme, per il solo fatto di essere donne e avere figli, non si riconoscono in un bel niente. Scordatevi il tribal marketing sulle “mamme”. I ripetuti tentativi da parte dei media e del marketing di affibbiare etichette si infrangono contro un muro di scudi. Puoi cercare di intercettare dei sentimenti specifici e dare loro voce, questo è il massimo che puoi fare, ma non puoi ergerti a guru di una tribù. Puoi cercare una tua sottotribù, puoi captare i suoi segnali, ma “mamme” e basta non vuol dire nulla. Devi andare più a fondo.

Se un brand vuole dare voce a una specifica community di mamme, è sui valori che deve puntare, non sui prodotti. Bisogna quindi ripensare completamente il modo di interpretare le community e le loro conversazioni, prediligendo la narrazione emotiva a quella funzionale:  è l’emozione che crea la vera relazione tra me e un prodotto. Come un intervento ha sottolineato giustamente, magari così si capirebbe che è più importante offrire qualcos’altro a una neomamma, che so, una chiacchierata e un’esperienza con le amiche, che non un pacco di campioni gratuiti all’uscita dall’ospedale.

Conclusioni

Come sempre, tutto sta negli obiettivi e nel come vengono comunicati.
Se questo era il lancio di una vera iniziativa volta a coinvolgere una tribù della Rete in una discussione che la riguarda, purtroppo l’intento non è assolutamente passato. E la tribù delle mamme è una realtà troppo vasta per esaurirsi qui. Ma io ci sono sempre per riprendere il discorso, e sarò ben felice di essere smentita, basta farmi un fischio. Se invece era un’analisi di reputation per un marchio, da cui si è capito che ci sono fenomeni da approfondire, andava presentata in quanto tale e non certo come un’etnografica delle Mamme 2.0, che crea delle aspettative molto elevate.
Se infine era la presentazione dell’ennesima scoperta dell’acqua calda sui comportamenti delle mamme in rete, ho detto sopra più o meno quello che avevo da dire. E vado a raccattare le braccia.
Come operatori dei Social Media è un nostro dovere fornire ai brand, e a chiunque si interroghi sulle mamme in Rete, una rappresentazione non banale (come era invece quella di oggi) di fenomeni complessi. Il che non significa usare un linguaggio tecnico, cattedratico e intimidatorio, anzi.

E un’ultima cosa: amare l’oggetto che si studia, non guardarlo dal piedistallo. Se la maternità della Rete si riducesse a una lista infinita di prescrizioni ansiogene e oggetti da comprare fornitemi dalle leader di un forum del tipo “so tutto io” (cosa che dà la nausea sia a me che lo sento che all’esimio sociologo che ne parla, e si capisce) credete che sarei… anzi che saremmo… ancora qui?

Domani tocca a me parlare. Presenterò dei progetti di conversazione, tra cui un paio proprio con le mamme, e ancora in corso. Fatemi in bocca al lupo!



48 Risposte per “Mamme 2.0: e ci risiamo..”

  1. Ondaluna scrive:

    A quest'ora il mio cervello non regge una lettura che vada oltre la metà di quello che hai scritto. Quindi me lo devo leggere a puntate (è un dato di fatto, non una critica verso di te, beninteso). Però in bocca al lupo posso dirtelo anche senza spulciare il contenuto: fatti valere Flaviù!

  2. la staccata scrive:

    Apperò, Flavia mia! E meno male che la fama di logorroica ce l'ho io :-)
    Post fantastico, ovviamente. Sottoscrivo parola per parola. Se passo la nottata, domani dirò la mia sul mio blog. In modo semplice, ma cazzuto. In pieno stile Tronky.

  3. supermambanana scrive:

    Flavia, what about a wiki? Ci vuole un lavoraccio pazzesco, lo so, ma non potrebbe essere un modo per convergere verso una conoscenza piu' approfondita?

  4. bismama scrive:

    Ecco, posso sospirare e scoraggiarmi anche io??
    Che dirti…ho risposto al post di wonder, a quello di Monica/pontitibetani, a te su facebook! Pensavo di voler scrivere un post ma poi ho pensato "A cosa servirebbe?"
    Non hanno letto nessuno dei nostri blog se sono arrivati a queste conclusioni. Che differenza potrebbe fare un post in più?
    Loro pensano che noi mamme siamo donne con i neuroni inibiti dalla prolattina?
    Avanti!
    Se vogliono confrontarsi è un bene…. è semplice vincere con chi sottovaluta il proprio interlocutore. E tu hai vinto!!!
    In bocca al lupo per domani!

  5. M di MS scrive:

    MI sarei incaxxata anch'io!
    Ma il sociologo lo sa delle ricerche di ASK Bocconi e della Prof. Dubini? No perchè forse loro sì che avrebbero avito qualcosa da dire.

    In bocca al lupo per domani! Vai che spacchi.

  6. Vedi? Cosa dicevo su FB? ;-)
    In bocca al lupo per domani…il public speaking ansiogeno come non lo fu l'arresto di crescita di un neonato. The dark side of a woman, che non è solo una mamma. ;-)

  7. Mamma Cattiva scrive:

    Non avresti potuto dirlo meglio. Questo studio da una parte mi ha scoraggiata ma da un'altra mi ha gratificata nel confermare il taglio di alcuni progetti che seguo (anche se ho le mie belle lotte da mandare avanti per non cadere nella tentazione di questo approccio). Molta strada da fare dunque.
    Brava Fla', davvero!

  8. jolanda scrive:

    Insomma un bell'insieme di sciocchi preconcetti sulle mamme che sanno parlare solo di cacche e pannolini. E va bene… amen. Vuol solo dire che dobbiamo ancora fare tanto, tanto lavoro. Rimbocchiamoci le maniche e andiamo avanti.
    Mi stupisce però che le ricerche siano ancora così tanto, troppo superficiali… Oramai anche una semplice, banale ricerca in rete dovrebbe far capire che il tema non è banale… Certo bisognerebbe dare prima un'occhiata in giro, avere l'umiltà di controllare se qualcuno ha già studiato o osservato qualcosa… Mah.

  9. Arianno Pand scrive:

    La tipa all'inizio che ti ha chiesto di non sbuffare me la sono persa :-) per il resto concordo pienamente con tutto quello che hai scritto! Spero di riuscire a venire domani. Ciao

  10. Flavia scrive:

    intanto grazie a tutte
    @Jolanda, Veronica devo precisare che la ricerca in sè era di un orizzonte molto limitato (una brand reputation analysis) mentre il titolo lasciava pensare a molto di più, per cui nè blog nè studi sui blog potevano essere degnamente rappresentati. Il punto che ribadisco è che, se ricerchi citazioni di prodotti o di aspetti funzionali degli stessi, non trovi le blogger ma le comunità dei forum che trattano, appunto, solo gli aspetti estremamente pratici e, diciamolo, noiosi e ansiogeni della maternità. O sono io che ho un problema e li vivo così :)
    @Mamma Cattiva vai per la tua strada! la tua marcia in più è appunto che sei PARTE della realtà con cui parli..
    @supermam una specie di wiki era il blog cafè che avevamo dedicato al tema, che ho citato in questo post. Ma l'esperimento si interruppe là. se hai qualche nuova idea su come fare, scrivimi e parliamone!

  11. Dr_Who scrive:

    in bocca al lupo! (in questo caso sarebbe meglio dire: in bocca al pupo!

  12. veru scrive:

    Flavia io non sono mamma ma ho avuto modo di confrontarmi con Wonder su Friendfeed relativamente al panel che vi ha scontentate.

    Sono dell'idea che lo scopo del panel era semplicemente uno: permettere all'azienda di mettersi in mostra puntando sull'idea, che va tanto di moda oggi, della partecipazione.

    Sono convinta, e magari vado controcorrente, che la presenza di aziende ad eventi come questi sia solo un pretesto e leggendo la presentazione del panel (come di tantissimi altri eventi che si stanno tenendo alla Social Media Week) la cosa era chiara: loro hanno puntato tutto sulla metodologia, sul cosa fanno e su come lavorano, esattamente come fanno i sociologi.

    Dell'interlocutore non si sono interessati, hanno parlato del "tipo", della categoria e l'hanno stigmatizzata per parlare di loro stessi…

    Delle mamme interessava loro l'aspetto economico così come interessa a chi si occupa di giovani la differenza tra Emo e Truzzi per tirar fuori prodotti e servizi ad hoc: perdonatemi se sono stata lunga ma credo ci fosse da aspettarselo senza indignarsi :)

  13. Ondaluna scrive:

    Rieccomi (seconda puntata: sono riuscita a leggere tutto, visto che brava?).
    Sei una potenza. Che altro devo dire?
    D'accordo su moltissime cose, mi hai offerto una marea di spunti. Ho lasciato un commento sull'articolo di Chiara su VanityFair, e qui mi limito a dire che probabilmente "noi militanti" di questa transizione vediamo le cose da un punto di vista OVVIAMENTE diverso, che non è ancora così forte come immaginavamo.
    Io, dal mio piccolo, mi sento un pò come la dottoressa Grace Augustine, per rimanere nella metafora di Avatar, con l'unica differenza che in questo mondo non ci sono entrata per studiarlo, ma perché mi ci ha portato la vita. E di vita mi sono sentita invasa, quando (anche grazie a te: e sospiro e sorrido se mi ricordo quei tempi!) ho scoperto di non essere (la) sola. Io credo nella creatività. Lo dichiaro come uno slogan, perché in poche parole c'è tutta una filosofia di vita e un'etica professionale. E la creatività non si può ridurre ad un oggetto di stidio guardato da dietro il vetro.
    Come concludo? Che per me non finisce qui. Rimpiangendo di non poter essere presente (posso telefonare?? :-D), oggi mi sbraccio le maniche, e comincio a pensare a tutto il lavoro che c'è da fare e che mi aspetta.
    Pronti, via.

  14. supermambanana scrive:

    ecco vedi che c'e' un problema di obiettivo comunicativo allora? perche' io il blog cafe non lo avevo interpretato in questo senso, innanzitutto era una cosa a tema, nel senso che c'era un tema nuovo al mese (giusto?) e poi avevi comunque la percezione dei singoli che chiacchieravano nel cafe, delle individualita' dei singoli bloggers, che e' una cosa fantastica, ma non e' una wiki, per definizione anonima, dove la conoscenza sociale si fonde e fa emergere una conoscenza astratta, anonima, della comunita' in quanto tale, non c'era insomma il passaggio finale in cui il tutto veniva consolidato in un testo unico… does this make sense? Insomma io ieri sera (oh, era tardi, e avevo fretta, lo dico a mia discolpa) stavo immaginando proprio una wikipedia, dove tutto e' concentrato nello stesso posto, dove la narrazione di blog diversi viene riportata e riunificata in un unico formato, con link che puntano alla fonte, certo, ma solo per approfondimenti, chi non ha voglia di andare oltre, puo' fermarsi alla wiki e avere tutto cio' che serve… troppo concettuale? troppo ardito da realizzare?

  15. bismama scrive:

    Il punto di vista di Veru, mi ha fatto riflettere e penso abbia anche ragione.
    Il problema è che comunque, anche nei confronti delle aziende, ci fanno passare per delle mamme monotematiche e stupide che si lasciano influenzare da una società di marketing che sa usare belle parole.
    Non è così.
    Le mamme non sono una categoria sociale. Sono persone con dei figli…persone che si sono riprodotte. Persone senza le quali il mondo (forse e se non trovano un altro modo di riproduzione) non esisterebbe. Sono persone con delle idee. Persone che sono state travolte da uno status particolare ma che non offusca certo la lucidità delle loro idee e le loro opinioni !!!
    Quindi, ok che nel panel hanno provato a mettere in mostra il loro modus operandi, ma ok anche che non ne sono usciti con i claque che gli facevano una standing ovation. Semmai li inseguivano per dargli con una clava in testa (primitive per primitive!!!)

    E comunque ora, il loro "intento" è stato coperto dalla polemica che ne è venuta fuori. Ergo, non hanno saputo bene comunicare. Ancora ergo, forse dovrebbero rivedere le loro strategie di marketing!

  16. Ma perché vi arrabbiate tanto? Pensate con un bel sorriso a tutte le imprese del BABY market, ai budget che stanno buttando nel cesso e alle grandi cantonate che prendono illudendosi che le mamme siano una tribù di scimunite a cui propinare finti blog, con finte mamme e inutili consigli su cosa comprare al bambino.
    Ragazze è in atto una rivoluzione incredibile.
    Io quando penso alle rivoluzioni guidate dai blogger, come in Tunisia, mi commuovo.
    La rivoluzione per noi è che NON SIAMO PIU' SOLE, e che tra di noi ci aiutiamo a dare un senso al nostro futuro e a quello dei nostri figli.
    E il senso non lo decidono più i presunti etnografi, le imprese, e nemmeno la classe politica o quella medica (penso al forum parto naturale, che ha dato la forza a tante mamme di rifiutare dei cesarei inutili e riprendersi i propri parti, ad esempio).

    Sapete una cosa? Stanotte ho fatto un sogno. Quello di fondare una lista civica di mamme per il mio paese. Mamme di tutte le età. Mamme che hanno nel cuore il futuro. Perché finché il potere è nelle mani degli uomini ci saranno sempre i soldi per le puttane, per le tangenti, per le auto blu. Io credo che le donne troverebbero più risorse anche per gli asili, i parchi, il verde, gli anziani, il benessere di tutti e non solo di pochi. Mi illudo??
    Forse. Intanto però ho deciso di iniziare con una raccolta di firme per ottenere dei giochi nuovi per il parco….

    E, tornando a noi, mi fanno tenerezza questi pseudo ricercatori subito sbugiardati dai pesci dell'acquario!!! Anche questa è la rivoluzione!

  17. silvietta scrive:

    flavia, con un duemesenne attaccato la prolattina in circolo è davvero troppa per dire qualcosa di intelligente, visto però che l'articolo a cui fai riferimento, cui sono arrivata da twitter e da pontitibetani, mi ha fatto veramente allterare per i luoghi comuni e la superficialità con cui è scritto, ti lascio due righe.
    trovo interessante la proposta di supermambanana: davvero è qualcosa che va al di là del blogcafè lanciare una voce wiki e costruirla collettivamente in una definizione complessa e contradditoria quale è questa realtà.
    poi, forse, com'è già accaduto, si accederà un dibattito tra considerazioni qui sviscerate e alcune prese di posizioni "talebane" che si esprimono in altri luoghi della rete. ma in quanto wiki forse riusciremo a portare alla luce anche quello che non è scontato stia nascendo sul web.

  18. Mamma Cattiva scrive:

    @supermam (oh, nella risposta di Flavia avevo letto "superman" ;) L'idea è grande. Per la sua risucita però ci vuole commitment dei contributori e di solito quello non ci manca e assenza di opportunismo, nel senso che va guidato senza aspettarsi "guadagno economico". Solo così avremo la fiducia dei partecipanti attivi e non il vuoto cosmico della partecipazione.

    @Veru, quoto ogni tua riga.

    @Pamen, sottoscrivo i tuoi sogni ma solo un appunto. A me fa sempre incazzare vedere i soldi buttati, anche da parte delle aziende del baby market e di qualsiasi market. Se riusciamo a farglieli spendere meglio non mi sembra una brutta cosa.

    Butto lì i miei pensieri, non mi sostituisco ovviamente alla padrona di casa, Flavia. ;)

  19. Flavia scrive:

    Ragazze la vostra grinta mi piace assai. Al tempo di quel blog cafè pensai che i tempi non fossero maturi (ero partita dall'idea di stilare un documento da mandare ai giornali, ma ci fu paura del gallinaio) ora penso che lo siano eccome.
    Ora sono in piena tensione da intervento alle 14, ma tornerò presto qui.
    @Veru, sapevo benissimp di cosa si trattava ma ciò non toglie che se dei learnings tratti dalla conta delle conversazioni che contengono la parola, mettiamo. "biberon" vengono spacciati per antropologia delle mamme 2.o e soprattutto se all'azienda viene raccontato che le vere mamme sono quelle che sanno tutto dei prodotti giusti per i loro bambini, l'enormità è tale da meritare la rivoluzione.

  20. supermambanana scrive:

    @MC e ce lo so. Ma so anche che wikipedia se fosse stata pensata e progettata a tavolino sarebbe sembrata una enorme cavolata, manco i mulini a vento, sfido chiunque a pensare di metterla in budget, e invece ora esiste porca miseria, e ci si contribuisce continuamente, ed e' LA prima fonte per molti, a tutte le latitudini sociali. Lo spirito e' importante, garantito fondamentalmente (a) dall'anonimato (no divas!) e (b) dalla consapevolezza che ogni tuo post puo' venire preso e manipolato da altri, cosa che ti mette in condizione di scrivere in modo meno talebano possibile :-) e anche di aver bene in mente che nessuna entry, nessuna frase o parola, e' definitiva fino a quando il processo di reciproca correzione non si assestera' da solo, convergendo verso una versione che, per natura, rappresenta la visione della comunita'. Io l'ho visto succedere per una voce di wikipedia che so e' stata responsabilita' di una comunita' accademica che conosco, e ho visto che alla fine tutte le varie scuole di pensiero sono riuscite ad essere sia rappresentate sia non penalizzate dalla presenza delle altre, in modo molto armonico.

  21. @mammacattiva nemmeno a me piace sprecare risorse, e da consulente di marketing cerco sempre di far spendere al meglio le aziende.
    Ma credo che le aziende, che stanno ancora trattando il web con superficialità e con le stesse logiche dei mass media, debbano sbattere un pò il naso nel concetto di "conversazione", e imparare ad ascoltare, invece di pretendere di imporre modelli che fanno ridere.
    Le mamme della pubblicità fanno ridere, le finte blogger dei finti social-web sites sono penose, e le mamme più che farsi abbindolare su cosa comprare si confrontano per suggerirsi quali acquisti sono inutili o addirittura dannosi.

    Finché confonderanno il dialogo con il monologo (loro), finché vorranno prenderci in giro anziché creare valore, finché non scopriranno che nessuno sa meglio del cliente che cosa il cliente vuole, finché si ostineranno a non capire che il mercato non è più segmentabile a loro piacere…beh butteranno soldi e tempo…

    Noi però il messaggio lanciamolo, io per la wiki ci sto!

  22. Mamma Cattiva scrive:

    @Super – Mi sembra che tu abbia scritto il manifesto di partenza. Partiamo? :)
    Anche se sembra ambizioso è proprio lo spirito di Wikipedia che guida.
    Mentre in alcuni ambiti sostengo le divas in un progetto così non le vorrei proprio vedere.

    @Pamen, ti seguo e capisco il tuo intento punitivo. E ti dirò che se queste aziende sono le concorrenti della mia, amen! :D

  23. LGO scrive:

    Io uso a scuola una piattaforma wiki a cui mi sto affezionando :-)

  24. supermamma scrive:

    in bocca al lupo e non ti arrabbiare non sraà ne il primo nè l'ultimo "esperto" che pensa che le mamme sia delle demnti pulisci cacchette e basta :-(

  25. l@nto scrive:

    Grazie Flavia, da parte di chi non c'era. Ora ho un'idea più chiara e addosso un po' di tristezza. Hai ragione, tocca a noi. In bocca al luppo per oggi

  26. Mammamsterdam scrive:

    Quoto a tutto tondo Veru e Supermambanana (cristo mi ero mangiata la U meno male che l' ho visto in tempo), mentre a Pamen dico: la lista civica delle madri me la sono inventata per un romanzo di fantapolitica iniziato lo scorso anno che ho fatto male a non dedicarmici di piu perchè la realtà se lo sta mangiando e rifacendo, come dicono a Roma.

    Questi qui devono vendere, il problema è che hanno venduto male se stessi perchè se c' è una cosa che le madri impegnate, che pensano e bloggano veramente non hanno da perdere è il tempo, mentre se al contrario le stimoli titillandole con l' approccio antropologico SERIO lo sa solo dio quanto lavoro gratis ti fanno alle 3 di notte senza neanche rendersene conto.

    Io sono l' ultima al mondo ad avere la visione messianica del mom-bloggismo, penso che sia solo uno straordinario modo di dar voce a pensieri, parole, opere e omissioni raggiungendo il pubblico che ti è affine perchè tu per prima regali attenzione. Voialtre, vi ricordate di quando avete aperto il blog e per tot tempo non vi si filava nessuno? E il giorno che trovavi un commento (che non fosse di tua mamma o della migliore amica) che diceva: ciao, ho letto cosa hai detto da XY e mi è piaciuto e mi è venuta voglia di venire a leggere il tuo blog? Cosa ci ha insegnato questo sulle conversazioni?

    Quanta gente conosco con blog di rappresentanza a messaggio univoco che si lamenta che non se li fila nessuno? E perche dovremmo filarceli? Onestamente a questa gente qui di cui si parla nel post dareste una seconda occasione? Ci andreste al secondo incontro?

    Lo spreco è loro. Se ne accorgeranno, perche senza visione messianica e però indubbio che questo modo di comunicare sta cambiando così tante dinamiche che chi se ne accorge tardi perde il traghetto. E resta sulla sponda noiosa mentre dall' altro lato ci si diverte.

    E così spero anche di voi, adesso potrei dormire, sperando di essere stata chiara non solo a me.

  27. Rocciajubba scrive:

    (avevo messo un commento ieri ma non lo vedo)
    Ragazze ora son di fretta e lascio un link al post che ho scritto oggi.
    Intanto vi dico che queste parole scritte da Mammamsterdam credo siano il sunto del problema: "Lo spreco è loro. Se ne accorgeranno, perche senza visione messianica e però indubbio che questo modo di comunicare sta cambiando così tante dinamiche che chi se ne accorge tardi perde il traghetto. E resta sulla sponda noiosa mentre dall' altro lato ci si diverte."

  28. Mamma F. scrive:

    Grazie del bellissimo e illuminante post.
    E grazie a tutte per i commenti che trovo meravigliosi e incoraggianti.

    Anche noi di NxD abbiamo discusso a lungo di questi temi, tra l'altro attirandoci come sempre le ire delle mamme super-sponsorizzate (qui: http://natixdelinquere.blogspot.com/2010/10/etichettati-ti.html )

    Ed ora è bello sapere che siamo mooolte di più a pensare così, a pensare trasversale, o forse solo, finalmente, a pensare.

    Grazie grazie grazie!!!

    Mamma F.

  29. Alessandro scrive:

    Cara Flavia

    Grazie mille per il tuo intervento ed i tuoi spunti di riflessione.
    Rispondo ad alcune affermazioni contenute nell’articolo sul tuo blog

    METODOLOGIA

    È formalmente scorretto affermare che l’etnografia obblighi il ricercatore a coinvolgere gli attori sociali che studia, almeno non nella fase iniziale di osservazione. La tecnica dell’osservazione partecipante (precipua all’etnografia) stabilisce che si possa studiare un gruppo sociale anche senza interagivi e/o palesare la propria presenza. Il punto epistemologico è un altro: il metodo etnografico prescrive che prima di teorizzare su un qualsiasi tipo di produzione culturale, è necessario immergervisi, con-partecipare alle pratiche specifiche attraverso cui gli attori sociali producono e riproducono cultura. Essendo pratiche linguistiche quelle da noi analizzate, la lettura assidua, prolungata ed avalutativa dei post/conversazioni rappresenta una tecnica di osservazione più che adeguata e legittima. Una volta finita la ricerca è buona norma restituire i suoi risultati alla persone rispetto a cui essi sono stati prodotti. Questo è precisamente il coinvolgimento che l’etnografia prevede. E questo è quello che abbiamo fatto mettendo a disposizione dei pubblici della rete (non solo alle mamme quindi) il nostro articolo. Con la speranza che non solo questo venga letto, ma che venga ampiamente criticato, magari fatto a pezzi, soprattutto dalle mamme. Ciò è stato tra, l’altro, detto più volte nella conferenza, e non solo da me, mi dispiace non aver ritrovato tale puntualizzazione nel tuo articolo. Tutto ciò in virtù del fatto che le uniche ad aver la prima e l’ultima parola in materia di maternità sono le madri, sono loro le vere esperte – anche questo concetto più volte ribadito, ed ampiamente trattato nell’articolo.

    VALORI/RAPPRESENTAZIONI

    Su questo punto resto molto perplesso. Il mio intervento, così come il nostro articolo, trattano esattamente delle cose che tu ci contesti: i valori e le rappresentazioni dell’identità personale prodotte dalle mamme in rete. Ovvero, un mondo culturale complesso che viene prodotto a partire da conversazioni apparentemente banali su determinati prodotti di puericultura. Conversazioni “banali” come quelle su pannolini, assorbenti, cacca, ferite, implicano e nascondono rappresentazioni dell’identità molto complesse, tese alla costruzione di nuovi mondi culturali altamente alternativi e resistenti. Purtroppo, se ci si ferma alla “lettera” dei singoli post, e non si usano gli adeguati strumenti antropologici ed interpretativi, si vedranno solo delle “esaltate” intente a “stilare liste ossessive, fare domande su tutto, mortificare il corpo e la mente in nome del bene del bambino” (parole che, mi duole dirlo, stai usando tu, non ho certo utilizzato io, così come nessuno dei miei colleghi). Non a caso, dopo la descrizione di alcuni post esemplificativi, sono passato subito a parlare delle implicazioni culturali che da essi si possono trarre, anche qui soffermandomi ampiamente sulla questione. Mi dispiace che anche questa parte tu l’abbia saltata, o persa in qualche modo. È per questo che riporto, e dunque ripeto, quelle che sono le risultanze teoriche maggiormente rilevanti, dell’articolo così come del mio speech:

    1) Le mamme 2.0, attraverso il loro incessante scambio di informazioni sui prodotti di puericultura, costruiscono un sapere esperto sulla maternità in cui sono le mamme stesse ad avere la prima e l’ultima parola sulla maternità. Questo non è un risultato di poco conto, se si pensa che, in generale la madre, è più un oggetto di cui si parla che un soggetto che si fa parlare: tutti sembrano saperla più lunga della mamma, dagli esperti (maschi) più o meno titolati, fino ad arrivare agli amici e alle suocere; tutti tranne la mamma stessa.

    2) Discutendo sui prodotti per l’infanzia, le mamme 2.0 finiscono inevitabilmente a parlare dei loro corpi. Parlando del proprio corpo, esse lo rappresentano come in effetti si presenta (spesso) il corpo di una madre: un corpo ferito e “distrutto” dalla meccanica del parto. Ecco allora che in questa dinamica rappresentazionale è possibile leggere un motus resistivo, senz’altro implicito e simbolico, ma su cui è interessate soffermarsi a riflettere: “distruggere” il proprio corpo per sottrarre al potere (medicina, mass media, famiglia, sociologia) il sostrato sui cui esso impone i suoi discorsi, su cui esso inscrive, “fraudolentemente”, il suo sapere esperto.

    ERRATA CORRIGE

    - “Ma tutte queste cose io le so già”. La frase realmente da me pronunciata, non questa macabra amputazione, è la seguente (tra l’altro ripetuta due volte): “ma tutte queste cose io le so già” ovvero il fatto che l’universo della maternità online è un universo molto complesso in cui le mamme “si interrogano profondamente sul rapporto con i brands, su identità personale, professionale, digitale, su buzz marketing, su libertà di informazione vs. sponsorizzazioni”; “proprio perché voi me le avete insegnate” – con ciò intendendo la mia attività di lettura prolungata, assidua ed avalutativa di forum e blog frequentati da mamme. Il fatto che tu abbia riportato solo un moncherino della mia frase mi ferisce davvero molto.

    La cornice teoretica di riferimento è stata ribadita ed esplicitata più volte, la ripeto di nuovo: Consumer Culture Theory (Arnould, Thompson 2005) e Marketing Tribale (Cova 2003). Ecco perché la nostra scelta di focalizzarci sui prodotti e sui brand per l’infanzia, tralasciando, ad esempio, tematiche legate alla vita professionale delle mamme. Se l’analisi è sul consumo, coerenza vuole che è di quello che si parli, e non di lavoro o di alimentazione. Ogni analisi soci-antropologica seria prevede che vengano fatte delle scelte di campo, tali scelte purtroppo ti portando a considerare una piccola porzione di mondo e a tralasciane molte altre. Ma non è sbagliato, l’importante è esserne consapevoli e rendere la cosa esplicita (e mi sembra che nel nostro caso così è stato). Scorretto è avere la presunzione di spiegare tutta la complessità del mondo con un solo sguardo, con una sola ricerca, con una sola parola: qui si esce dal terreno della scienza sociale per sconfinare in quello della religione, la quale parla appunto di “verità” e non di metodologia.

    - “Gnoma”, “socio” non sono stilemi. In quanto tali non ci dicono assolutamente nulla sulla produzione culturale delle mamme online. Non so cosa altro aggiungere, se non invitarti a leggere l’articolo.

    - “Ecco, la tribù detta cosa devi fare e come devi essere per essere una vera mamma, queste sono delle vere esperte”. Questa frase è priva di qualsiasi significato antropologico, va da se che non l’ho mai pronunciata. La tribù è la metafora analitica che permette al ricercatore di cogliere un determinato flusso di comunicazione e della produzione culturale che da esso ne scaturisce. La tribù è una categoria euristica che serve a cogliere dei processi complessi ed eterogenei. Non si riferisce a delle forme statiche, non si riferisce a dei gruppi chiusi ed intransigenti che obbligano le persone a fare una cosa piuttosto che un’altra. Questa semmai è la tribù in senso tradizionale, “primitivistico”. Concetto che, detto per inciso, è aspramente criticato dall’antropologia contemporanea perché gruppi etnici così rigidi (stereotipati appunto) non esistono e, sembra, non siano mai esistiti nella storia. In ogni caso io non utilizzo il concetto di tribù in senso tradizionale, ma in senso postmoderno, così come proposto da esimi sociologi ed antropologici quali Michel Maffesoli, Bernard Cova o Andy Bennett. Studiosi che utilizzano appunto il concetto di neotribù in termini metaforici, come categoria interpretativa per cogliere la complessità culturale della post-modernità, cultura che scaturisce appunto da gruppi sociali, che hanno sì una coerenza interna, ma che sono talmente eterogenei e multiformi che sfuggono alle
    banali categorizzazioni statiche . Ecco qui la definizione precisa: Le neotribù sono aggregati sociali costituiti da “un insieme di individui non necessariamente omogenei fra loro (in termini di caratteristiche sociali oggettive), ma interrelati mediante un’identica soggettività, affettività o etica, capaci di svolgere azioni microsociali vissute intensamente benché effimere” (Cova, Giordano, Pallera 2007: 14-15). Dove “effimere” non ha una valenza morale, significa semplicemente che la produzione culturale delle neotribù è qualcosa di continuamente costruito e ricostruito, non è mai un processo che si conclude una volta per tutte, è sempre in divenire. Converrai con me che questa è un’ottima categoria euristica per cogliere la fluidità e l’eterogeneità della produzione culturale che si dispiega sulla Rete: un mondo fluido, frammentato, eterogeneo ed altamente creativo per definizione. È una categoria utile per rapportarsi in maniera empiricamente fruttuosa e non ideologica con qualsiasi produzione comunicativa online, sia essa proveniente dalle mamme che non. E , per quanto arrogante io possa essere, non mi sento proprio di metterla in discussione.
    Nello specifico ho usato il verbo “imporre” come metafora (ora mi rendo conto assai infelice) per dire che ogni tribù (ribadisco, intesa come flusso di comunicazione) ha il suo specifico “costume narrativo”, costume che scaturisce da processi collettivi e non da scelte di singoli individui.
    In ultimo, so che può non piacere, ma in termini antropologici per “rappresentazione dell’identità condivisa” si intende una serie di “prescrizioni” discorsive (leggasi implicite) sulla soggettività: , chi dovrebbe e non dovrebbe essere, cosa fa e cosa non fa, o dovrebbe fare o non fare “il vero” membro del gruppo entro cui tale rappresentazione viene prodotta. Avendo parlato di mamme ho applicato tale definizione antropologica alla “tribù delle mamme”. Anche questa è una categoria euristica, anche questa non me la sono inventata io, ed anche questa serve a ridurre al complessità e ad “arrestare” il flusso delle comunicazioni della rete.
    Quindi, per tirare le somme, come tribù di mamme 2.0 non abbiamo intesto singole community di mamme e come identità materna non abbiamo intesto le opinioni sparute di qualche “mamma esaltata”, ma bensì un flusso comunicativo che nel nostro caso si “coagulava” soprattutto su forum e attorno a determinati prodotti (quelli utili ed utilizzati dalle pre-neo-mamme: assorbenti post parto, para capezzoli ecc…). E ciò non per presuntuose ragioni ideologiche, come ha spiegato addirittura una donna tra il pubblico, ma in virtù di “impostazioni” del nostro software di crawling. Da qui poi la nostra scelta di non fermarci a descrivere le singole e “banali” descrizioni dei prodotti di puericultura, ma di addivenire ad una comprensione culturale più profonda del mondo delle mamme e soprattutto di metterla in condivisione con tutti i pubblici della rete, maschi e femmine che siano. Ecco perché, lo ripeto, quello che abbiamo proposto al convegno è stato un metodo utile (spero) attraverso cui interpretate alcune dinamiche linguistiche legate alla maternità, e non la verità sulla maternità. La produzione di un discorso di verità sulla maternità spetta solo alla maternità. E non sarò certo io ad entrare in contraddizione con un principio che io stesso ho affermato e scritto, e che tra l’atro, molto prima di me, ha affermato una lunga schiera di sociologhe. Sarò anche arrogante, ma non schizofrenico, stupido ed impreparato.

    Comunque, per concludere, ti invito a leggere l’articolo, se non altro almeno per uscire da questo muro contro muro, in cui ci stiamo scontrando su cose su cui siamo fondamentalmente d’accordo.
    Tuttavia spero che vorrai capire le mie ragioni ed iniziare da questo momento un confronto che possa essere più produttivo rispetto a quello avvenuto nei giorni precedenti :).
    Tra l’altro accolgo volentieri la una tua critica e faccio ammenda: il fatto di aver tralasciato alcune specifiche teoriche-metodologiche e di non aver mostrato subito la mappa dei trend, perché pensavo fossero cose troppo complicate da trattare. Questo è sbagliatissimo! non c’è niente di cui non si possa parlare perché si ritiene troppo complicato, o ancor peggio perché ci si ritiene troppo complicati. È una bruttissima cosa, hai ragione. Credimi però che ho preso una tale decisione anche per motivi di economia di tempo.

    Un caro saluto
    Alessandro

  30. Flavia scrive:

    Intanto lasciami dire che mi fa molto piacere che tu sia qui Alessandro, perchè il mio invito era appunto quello di continuare ad approfondire online, non essendo sufficienti poche slides e un solo incontro. E credo anche che il grosso delle reazioni negative che hai incontrato sia dovuto a degli errori di comunicazione e forma e quindi misunderstandings di fondo – sai, se ci sono dei messaggi che non arrivano bene l'emittente deve chiedersi sempre perchè, giusto? – ognuno tende a commentare su quello che ha trattenuto perchè più l'ha colpito. oltre alla forma della presentazione che ha avuto un grosso peso (vedi il tipo di post esemplificativi utilizzati, senza alcuna menzione di quelle altre realtà che pure avevi studiato bene, cioè i blog) c'è stato forse solo 1 motivo di sostanza (che io non ho considerato prioritario ma che sarebbe stata una buona pratica relazionale): il fatto di non coinvolgere delle rappresentanti del gruppo osservato nel panel.
    Non è indispensabile da un punto di vista di ortodossia metodologica, è vero e non posso negarloe, ma è molto auspicabile quando si è tra persone creative, inoltre molto, molto abituate alla collaborazione e alla condivisione e – fortunatamente devo dire! – completamente disinteressate all'ortodossia. questo ha creato una distonia relazionale… (se non mi do una regolata comincio a parlare come te) e ha fatto sì che alcuni messaggi seppure detti a parole venissero accantonati come poco credibili ("tanto non ci considerano affatto…siamo solo oggetto di marketing di prodotto").
    detto questo, adesso mi rileggo per bene tutte le tue considerazioni, che sono molto lunghe, e torno a dialogare su ciascuna di esse.. vuol dire che ci hai dedicato molta attenzione e tempo e quindi meritano altrettanto da me. credo che scriverò un altro post per questo, per non appensantire troppo i commenti qui e per permettere alle persone che hanno commentato finora di partecipare più agevolmente al seguito. L'importante è che ci sia un seguito ;)
    risentiamoci tra poco, uno o due giorni al massimo
    Flavia

  31. Flavia scrive:

    @supermambanana e mamma cattiva e chi è d'accordo con un wiki – che è un progetto nuovo ben al di là dei confini di questo post, ci sentiamo in privato per vedere cosa si può fare?

    @Mamma F di Nati per Delinquere? caspita non mi sembra vero, sono contenta. ma tu sai vero, che il pensiero qui espresso è da sempre il pensiero di una che professa un rapporto collaborativo tra brands e persone e che crede sia possibile? una che va in giro a proporre progetti alle aziende, ispirati ai principi del dialogo? io sono sempre quella di The Talking Village, e ieri alla social media week ho presentato a una platea gremita quello che abbiamo imparato da varie conversazioni tra cui lo spettacolo huggies, che tu hai odiato e bannato: e ho inserito anche quello che abbiamo imparato dalle critiche come le vostre, e cioè che se non si sta attenti certe pratiche, per quanto ispirate a buoni principi e intenti di dialogo appunto, vengono percepite come invasive. Su FB tempo fa avevo ricevuto un vostro diniego a parlarne e avevo concluso di non avere speranza di entrare in contatto su questo terreno, mentre ora forse hai guardato solo ai contenuti del post, e ti sono piaciuti, tutto qui. Non potremmo proseguire la conversazione? credo che moltissime persone sarebbero interessate. Dimmi che ci stai, non si tratta di banner pubblicitari sì o no ma di altro :)
    (tra le cose che ho imparato dall'anno passato in tutta umiltà c'è questa: chiudersi al dialogo è SEMPRE un'opportunità mancata).

  32. Mamma F. scrive:

    Non sono una talebana dello sponsor, sebbene il nostro blog non contenga contenuti pubblicitari e riferimenti a marchi o brand di alcun tipo. Semplicemente non ci piace che ci si associ a nulla del genere, ma di questo già si parlò a suo tempo.
    Mi piace invece, anzi apprezzo molto, lo sforzo di uscire e (ri)uscire dagli stereotipi che si creano attorno al mondo materno. Ai tempi non apprezzai le iniziative Huggies, come non amo chi spaccia marketing per esperienza in senso lato; mi piace e sostengo, come ho fatto qui, anche in modo sentito, chi muove critiche attente, puntuali e piene di spunti di riflessione a noi madri, a chi si occupa di comunicazione e ai mezzi di informazione in generale.
    Se il discorso esula dalla questione acquisto – vendita (di oggetti, di pensieri e di pareri) io sono disponibile ad un confronto più che costruttivo e questo credo di averlo sempre chiarito nel nostro blog. Sai dove scrivermi anche in privato. Ciao!
    Mamma F.

  33. Flavia scrive:

    eccomi. allora, certo che esula dalla pura vendita/acquisto, e rispetto profondamente il fatto che tu non voglia brands sul tuo blog..
    mettiamola così, ti racconto una storia. una giorno una donna manager che per lavoro inventava pubblicizzava e vendeva prodotti per la casa e poi per la cura de bambino, decise che era stufa ed era tempo di imparare cose nuove e rinnovare la sua mente. Aprì un blog, e cominciò a parlare con altre madri dicendo: io provengo dal marketing. Vi piacerebbe se provassimo insieme a far cambiare certi modelli del marketing tradizionale? per esempio, quello della madre perfetta, che personalmente trovo deleterio.

    e veniamo ad un esempio pratico (ipotetico eh): oggi, forse, ho guadagnato una certa fiducia presso dei marchi, e presso alcune mamme. questo marchio sta sviluppando dei nuovi prodotti oppure, per dire, una nuova pubblicità. In una viene raffigurata la mammina perfetta, in un'altra una donna completamente diversa, in un'altra proposta c'è un'idea ancora diversa. TU verresti a parlare con i responsabili del prodotto in un'area privata, per dire la tua opinione e fare in modo che così venga ascoltata?
    insomma prenderesti in considerazione delle operazioni di conversazione che chiedono la tua opinione e non coinvolgono assolutamente il tuo blog? (nè post, nè banner). questo è sempre marketing, sappilo, ma marketing del dialogo. non è assolutamente un invito a qualcosa, è solo una domanda per capire e chiacchierare.
    CI sono tanti modi di influenzare i modelli sociali e culturali, cosa che dici di apprezzare: agire sulla pubblicità è uno. Ognuno si impegna per le cause in cui crede con le competenze che ha, e io ho le competenze per spiegare ai consumatori come si fa una pubblicità, e allo stesso tempo per spiegare all'azienda quali sono le raffigurazioni/rappresentazioni da evitare o da promuovere, perchè ascolto le voci delle persone direttamente interessate. quanto più queste voci sono distanti ed eterogenee, più produttivo è il risultato…

  34. flavia scrive:

    Una campagna con dei testimonial, per cambiare la percezione e la pressione della perfezione… ah, quanto adoro il pragmatismo britannico, rispetto alla fuffa italiota piena di chiacchiere e basta. e poi loro hanno la parola parenting, mentre noi continuiamo a parlare solo di mamme e maternità.. Grazie Veronica, prendiamo ispirazione….

  35. M di MS scrive:

    Mi viene anche da pensare che questi endorsement governativi (sia del Primo Ministro che dell'opposizione, ma anche di personaggi pubblici vari) vengono da gente giovane, psicologicamente vicina ai genitori di figli piccoli. Qui sono tutti distanti anni luce da questa sensibilità.
    Dai. stiliamo una lista di testimonial italiani!

  36. Flavia scrive:

    Vero, con il network che abbiamo ormai potremmo davvero farci firmatarie e promotrici di un'iniziativa seria e scanzonata allo stesso tempo, sostenuta da istituzioni e media partner. ah se avessi un terzo clone. ma facciamolo!

  37. supermambanana scrive:

    netmums!!!! :-) e' il mio punto di riferimento da qui, specie per trovare cose utili, dagli asili ai campi scuola, dagli animatori delle feste a dove comprare uniformi della scuola fairtrade, mi piace molto specie il fatto che ci siano i charters locali, quindi io posso andare a cercare cose nella mia zona… vabe scusate l'OT

  38. supermambanana scrive:

    comunque, notate da dove son partiti a netmums? (e lo so che ci ho partecipato pure io): da un sondaggio che ha raccolto dati di quasi 5000 utenti, insomma un campione significativo. Il report che han fatto mi pare molto istruttivo e soprattutto molto leggibile e accessibile a tutti (e non e' una critica al report di cui si parla qui sopra… or is it?… hihihi)

  39. M di MS scrive:

    Mi offro come terzo clone. Parliamone!
    Lead the change…come diceva qualcun'altro :-)

  40. Flavia scrive:

    perfetto Mdi MS, affare fatto! ti scrivo, tra l'altro abbiamo un bel raduno in vista no? rendiamolo produttivo ;) supermam ma quando capiterai quaggiù in italy?

  41. LGO scrive:

    Ma servono i testimonial?
    Voglio dire: il testimonial non aumenta le distanze?

  42. Flavia scrive:

    beh, testimonial è una parola sbagliata perchè troppo "commerciale". netmums ha – diciamo – convalidato la propria idea con delle opinioni autorevoli, delle testimonianze, tutto qui. potrebbero essere anche persone qualunque, ma tante…A me piacerebbe avere qualche forma di patrocinio ufficiale, per una causa giusta. anzi oggi dopo la segnalazione di Veronica ho fatto un sogno, quello di una campagna sociale, proprio uno spot tv, a favore dell'autostima… se fossimo in tanti a premere….perchè no?

  43. Mamma Cattiva scrive:

    OT Via le mani dal raduno! Se sento parlare di produttività vi metto il guttalax nel caffè ;)

  44. LGO scrive:

    Uno spot autoprodotto?
    Credo che i costi siano proibitivi, ma un video o altro messaggio virale?

  45. Flavia scrive:

    OT peccato MC, non è produttività, performance e altre parolacce che di solito mi associ, facendomi venire non sai quanti complessi. è solo opportunità di parlare da vicino…. vabbè:)
    LGO: spot TV proibitivo senza un ministero che paghi…. nella rete invece possiamo muoverci. ma il problema è appunto uscire dalla rete, cioè dal giro delle solite….

  46. silvietta scrive:

    io sono stordita: raduno dove? quando?

    grazie
    s
    ps presente x wiki, attendo@

  47. Flavia scrive:

    non ti preocc silvetta, quello è OT infatti :)) niente di ufficiale! ti scrivo


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