Le storie delle altre

Pubblicato il 27 febbraio 2011 da Flavia

La manager entra di corsa, in ritardo perchè ha avuto un contrattempo, ma impeccabile, minuta, tubino nero, sorriso socievole, dettagli curatissimi, e soprattutto scarpe semplicemente incredibili. Scoprirò sentendola parlare poco dopo,  che non mette MAI i pantaloni e MAI un tacco inferiore all’8. Si sente se stessa solo su un tacco 10 o 12. Niente di più lontano da me. Scopro anche che ha avuto un padre che rappresenta una figura importantissima per lei, tanto da raffigurarsi in un disegno con quella mano paterna che ancora la guida.
Un’altra è alta, magra, ha tre figli grandi e un lavoro che la impegna fino alle otto di sera, ha tanti desideri per sè che sembrano irrealizzabili, e accanto al suo volto serio, nel disegno con cui si presenta ha scritto due imperativi esclamativi:  “sorridi!” e “sogna!” In alto c’è una farfalla che vola, ma le mani sono legate ai fianchi. Le sue tante responsabilità professionali e famigliari, in questo momento, sono una corda che la trattiene. Quando racconta di aver avuto un’educazione molto permissiva, al punto che i genitori la accompagnarono col suo ragazzo a fare l’autostop, scoppio a ridere con tutto il cuore. Niente di più distante dalla mia, di educazione.
Ci sono primogenite precocemente responsabilizzate, così come ultimogenite ribelli, pressate dai confronti.
Un’altra manager ha disegnato una bambina nella parte più profonda di sè: sono io piccola, spiega. E ha tanti amici vicino al cuore. Spesso nel mondo esterno c’è il mare o la montagna, la quiete e il riposo, fantasie di vacanza. Un’altra ancora ha le antenne verdi in testa e occhi neri penetranti, e intorno un igloo senza tetto, che protegge ma si apre.

Donne che anche ai livelli manageriali più alti si raccontano attraverso i propri ruoli di figlia, di sorella, di centro delle relazioni familiari, ruoli di cura e di responsabilità in cui a volte sono a proprio agio, a volte smarrite. E parlano un sacco.

Nella loro pancia le donne hanno disegnato grovigli incomprensibili, fiori, esplosioni colorate. Io niente, ho messo un mondo pienissimo e in movimento intorno, un computer sul petto, uno scaffale di libri dietro la testa, ricordi dell’infanzia intorno alle gambe, tante scritte, ma tutto fuori di me. La donna “legata” ne è rimasta spiazzata: ma non c’è niente dentro! Non hai messo tuo marito, i tuoi figli? Rido imbarazzata, è vero, ho messo un turbine di idee e di cose che faccio, ma il mio mondo è libertà, mentre l’intimo è un altro mondo, un altro livello che non appartiene a questo e a cui io stessa spesso non ho accesso, figuriamoci un “nuovo pubblico” a cui presentarmi. Ma so che quella è una chiave molto importante per capire i miei problemi e migliorarmi.

Abbiamo iniziato così le nostre riflessioni, da perfette sconosciute. Ascoltare le storie degli altri è un’opportunità fantastica. Ero andata a questo workshop del CFMT con molte resistenze e molti scetticismi, ma attratta dal titolo “I viaggi di Penelope – Self Empowerment al femminile”,. Le dirigenti che hanno partecipato si aspettavano forse discorsi sulla cultura di genere nelle organizzazioni aziendali, non un viaggio autobiografico alla scoperta di sè.
Ma empowerment significa prima di tutto autoconsapevolezza, riscoperta delle proprie risorse. Risorse in parte sviluppate e in parte bloccate da modelli che ci hanno strutturato, da copioni che ci hanno ingabbiato, da messaggi che abbiamo ricevuto da bambine: le spinte, le ingiunzioni implicite o esplicite da parte dei genitori normativi che ci sono rimasti dentro. Fondamentale per rendersi empowered e scrivere la propria storia, è invece l’alleanza tra il bambino che è in noi, che esprime desideri, e il genitore affettivo, che esprime permessi. Abbiamo riletto le nostre storie e ci siamo date dei permessi: puoi volare. Puoi amare. Puoi anche piangere. Li abbiamo visualizzati, questi permessi, e anche qui ho sorriso: nella mia visualizzazione il mio genitore normativo me l’ha dato facendo uno sforzo, e non del tutto convinta.

Insomma il linguaggio del voglio e del posso, al posto dei devo, dei dovrei, dei potrei. Cose che sapevo, ma che è sempre bene ripassare: soprattutto circondata da storie così diverse.

Si è parlato anche di maternità, per quanto le mamme fossero solo due su sei. Abbiamo visto e commentato un’intervista a Stefania Boleso, e la rivoluzione della Norvegia, che in soli dieci anni ha compiuto dei miracoli. Mi sono definitivamente convinta che certi cambiamenti culturali non vanno solo sollecitati dal basso ma vanno imposti per legge, altrimenti aspetteremo centinaia di anni.

L’esercizio finale è stata una fiaba. La mia cominciava con uno spirito inquieto che un giorno arrivò per caso in una bambina e cominciò a correre. (Sì, lo so che suona un po’ Forrest Gump.) E finiva con la bambina di nuovo in ascolto, pronta a ricominciare.

Vi consiglio:

Deep Coaching di Alessandra Vesi, la docente del corso

Altre risorse

Diversity Management

Percorsi Formativi MIDA

video

Presa diretta – Senza Donne

4 Risposte per “Le storie delle altre”

  1. annalisa scrive:

    Mi fa piacere sentir ribadire il messaggio più importante che mi era rimasto dopo quella puntata di Presa Diretta; un diverso ruolo (/peso) della donna nella società va inizialmente imposto. Non riesco ad immaginare un atto spontaneo in tal senso… E magari, se e quando ciò avverrà, in un gruppo di sei manager interessate a migliorarsi professionalmente e umanamente non ci saranno più solo due mamme.

  2. silvietta scrive:

    sarà che questo secondo "primo anno" – con tutti i problemi di allattamento, sonno e blabla – mi sta un po' piegando
    sarà la stanchezza
    sarà che sai perfettamente che quello che credo (e condivido del tuo progetto) è che una volta che si diventa mamme non sia necessario avere informazioni "tecniche" ma empowerment della persona,

    ma quest'articolo, stasera, è un tocco al cuore.
    grazie Flavia e buona corsa, vado a coccolare la mia parte bambina
    silvietta

  3. marilde scrive:

    "La donna "legata" ne è rimasta spiazzata: ma non c'è niente dentro! Non hai messo tuo marito, i tuoi figli? Rido imbarazzata, è vero, ho messo un turbine di idee e di cose che faccio, ma il mio mondo è libertà, , figuriamoci un "nuovo pubblico" a cui presentarmi".
    E ora perdona la deviazione professionale ma….
    In arteterapia (e ciò che avete fatto è arteterapia anche se l'hanno chiamata magari in altro modo), una regola principe è che si può commentare l'immagine di un altro partecipante a un gruppo ricordandosi che tutto ciò che si dice riguarda in realtà se stessi. Cioè è semplicemente una proiezione di cose proprie nell'immagine altrui. Bello eh!
    E ovviamente su cosa ti è arrivato il giudizio? Sul materno, come no.

    Se guardo la tua immagine mi viene in mente una cosa che ti butto lì poi vedi tu se ti risuona. A proposito di dentro e fuori. Tante cose fuori, pieno, pienissimo, e tanto spazio dentro ancora da riempire.- Mi viene in mente che nella tua storia l'accesso al mondo interno è avvenuto più tardi nella vita, forse con la maternità che ti ha scombussolata e fatto riconsiderare alcune cose. ( E direi che non sei la sola a cui è accaduto che la maternità ha scombussolato la vita. No, lo ripeto, perché mi sembra che ogni tanto ci tocca ripartire dai fondamentali, e fronteggiare il clan delle mamme felici dal mattino alla sera…)
    Penso, tornando all’immagine, allo spazio che hai da riempire e al fatto che in arteterapia spesso si dice che il bianco è il luogo dove tutto è possibile, tu hai uno spazio bianco e vuoto, tutto da arredare e riempire e una lunga vita davanti per fare ciò. Il mondo esterno, i viaggi, il lavoro, molto hai già fatto e dunque in qualche modo procede da solo senza grossi aggiustamenti, il mondo interno appartiene un po' forse all'ultima parte della fiaba delle righe finali: “ E finiva con la bambina di nuovo in ascolto, pronta a ricominciare”.
    E infine, (perdona lunghezza, ma commento di rado e ne approfitto) dissento sul "mentre l'intimo è un altro mondo, un altro livello che non appartiene a questo e a cui io stessa spesso non ho accesso" perché ho presente certi tuoi post meravigliosi in cui metti insieme testa e cuore. Certo, magari non è la tua via privilegiata, ma l’accesso ce l'hai, eccome se ce l’hai.

  4. Flavia scrive:

    @Annalisa, grazie, sono d'accordo!
    @Silvietta, mi fa piacere se ti ha toccato qualcosa. coccolarsi va sempre bene, non riesco a vedere un solo motivo per non farlo.
    @Marilde, grazie mille del tuo bellissimo commento, lo aspettavo.. perchè ti ho pensata molto quel giorno. è una bella spiegazione, quella della pagina bianca dove tutto è possibile. Mi sento proprio così, eppure là per là ti confesso che ho provato un po' di sgomento. tante altre conoscono ormai bene il proprio paesaggio interiore, mentre io lo devo ancora disegnare!
    Sulle emozioni bisognerebbe approfondire…forse non intendevo l'accesso ma l'espressione. Un conto sono i post che si possono pensare e ripensare, un conto i rapporti reali…


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