Un biglietto sola andata

Pubblicato il 08 novembre 2010 da Flavia

Si dice, di solito, che la felicità si riconosce solo dopo averla persa. Si dice che apprezziamo le cose belle quando non ci sono più.
Eppure c’è stato un periodo in cui ho pensato, distintamente: “non sarà mai più bello di così”.
Tra poco saranno dieci anni (incredibile!) da allora.  Prendere un aereo con un biglietto di sola andata, che sensazione strana. Arrivare in un ufficio nuovo, in una posizione per la quale sono decisamente troppo giovane,  dove nessuno parla la mia lingua tranne gli eventuali “ciao bella!” “come stai?” “italia una fazza una razza!”, e sedere guardando la sconfinata distesa di case bianche disordinate, che ricopre le colline intorno al palazzo.  Oltre tutte quelle case, molto molto più giù verso il mare, so che c’è un’altra collinetta con sopra una cosetta come… il Partenone . Tassisti con la radio sempre alta, con il frappè caffè che bevono con la cannuccia,  e la sigaretta sempre accesa.  Quello di fiducia decisamente più educato, che mi aspettava ogni volta all’aeroporto, con il quale alla fine avevo una tale amicizia che gli portavo il vino dall’Italia.  La segretaria che mi chiede se voglio un espresso, e che ogni giorno mi ordina il pranzo (per quanto sia triste un souvlaki alla scrivania), mentre il venerdi invece si ordina la pizza tutti insieme.  Finirà, malcapitata, a prenotarmi tutte le mie vacanze itineranti. L’insegnante che viene due volte alla settimana a darmi i rudimenti moderni di quella lingua che ho studiato tanti anni prima al liceo. Altro che lingue morte.  L’intelligenza di base di quella lingua è rimasta la stessa, ed è anche nella mia testa. Verbo-pronome, negazione-verbo, verbo-oggetto-avverbio, preposizioni che introducono complementi .
Credo proprio che quella struttura sia in tutte le lingue europee odierne. E’ tale la sintonia con il mio modo di pensare le frasi, è tale la familiarità ed è così istintiva la pronuncia –finalmente un’altra lingua che, tranne poche regole molto diverse dai ricordi scolastici, si legge esattamente come si scrive!  - che mi sembra quasi di sentire gli echi di una mia vita passata (potrebbe anche essere: del resto sono nata in Magna Grecia). Mi crogiolo nei complimenti di chi si meraviglia dei miei progressi: “nessuno straniero aveva imparato così velocemente, prima di te… Sembri proprio una di noi, anche nell’accento” (l’ho detto, deve essere la Magna Grecia). Cominciano a stare attenti durante le riunioni: ormai, grazie anche alla radio e alla televisione, ho un tale orecchio che capisco quasi tutto quello che dicono.
E poi esiste ancora il genitivo, esiste ancora il vocativo, e le mamme in spiaggia chiamano “Filippe!”. Trasporti, come vedo scritto sul fianco dei tir, si dice metafores. Cuore si dice cardià, sangue si dice ema. Mercato si dice agorà, concorrenti si dice antagonistès e bisogni (dei consumatori) avangkes. Anangke, così comincia Notre Dame De Paris, che ho letto a quindici anni. Questa immagine  così gotica della parola greca incisa da una mano sconosciuta nella pietra della cattedrale, parola che significa anche fato, destino. Brrr. Vivo continui flashback della mia adolescenza e sono cose (vi sembrerò irrimediabilmente fulminata) che mi commuovono.  Mi commuove anche quel week end di maggio in cui prendo la macchina, attraverso tutta l’Eubea, prendo un traghetto e sbarco a Skiros, dove affitto un motorino e assaporo mare, spiagge, libri, solitudine.
Alle serate di bouzukia con i colleghi bevo, lancio fiori ai cantanti e ballo da invasata.
Un giorno vado in ufficio in macchina, e devo  accostare per i conati di vomito. Mi sono appoggiata a un albero, ma non ho vomitato nulla. Quando lui è arrivato da Milano e gli ho detto che il test era positivo, abbiamo brindato. E quando a letto ha appoggiato il viso sulla mia pancia e ha chiamato “Pezzetto! Pezzetto!” assicurandomi che lo sentiva nuotare, ho pensato: “e’ questa la felicità”.

Tutti abbiamo un luogo “altro”, che sia un luogo fisico o un angolo dell’anima, dove ci sentiamo a casa, e la felicità è spesso come un biglietto di sola andata verso quel posto che ancora non conosciamo. Per questo richiede, in eguale misura, coraggio ed incoscienza.

3 Risposte per “Un biglietto sola andata”

  1. silvietta scrive:

    confermo, il tema è imponente, un po' spaventoso, a tratti nascosto e conservato con pudore nel cuore come singoli episodi, singoli istanti… non so se avrò la forza di scrivere nulla. nel frattempo però, piango con te per questo quadro che descrivi a rapide pennellate di una felicità fatta di cose semplici, ricordi, immagini, parole e sensazioni…
    grazie
    silvietta

  2. Flavia scrive:

    dipende, Silvietta, la parola felicità è effettivamenteun po' "grande" e va relativizzata, ma poi perchè deve essere più facile per noi raccontare un dolore che una felicità? forse perchè il dolore suscita compassione, e la felicità invidia e malocchio? chissà. in certe cose siamo dominati da una mente ancestrale :)
    grazie a te!

  3. giuliana scrive:

    mi hai fatto ripensare al mio momento di felicità totale, solitaria. ero arrivata a parigi da due giorni, ospite di un'amica peraltro sconosciuta fino a due giorni prima, e per la prima volta avevo preso il metrò per quella che sarebbe stata la mia destinazione mattutina almeno per un anno: charles de gaulle – étoile, che poi significa arc de triomphe. il mio primo giorno di lavoro, e io me lo facevo lì, in faccia all'arc de triomphe. ho trovato un telefono proprio davanti all'ingresso dell'agenzia e ho chiamato la mia mamma. e mentre le parlavo non riuscivo a trattenere le lacrime, e parlavo e piangevo, e non riuscivo a spiegare che cosa stessi provando. perché no, un momento così proprio non si sarebbe ripetuto mai più.


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