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Reframing. Todo depende

Pubblicato il 25 novembre 2010 da Flavia

Esiste un atteggiamento alquanto contagioso che ci porta ad interpretare molte cose che ci accadono sotto una luce negativa. In qualche modo siamo stati influenzati dall’idea che le persone più intelligenti siano quelle furbe, e che i furbi sono quelli che non si fanno fregare, ma piuttosto danno delle fregature agli altri. Per cui investiamo un’enorme quantità di tempo a guardare fatti e persone con sospetto, cercando ovunque furbizie e fregature.

Uno spreco di energia che non produce nulla di costruttivo, un investimento senza alcun ritorno.

Essere pessimista fa più figo che essere ottimista: perchè la maggior parte di noi è più interessata ad avere ragione, anche con se stesso, che ad essere felice. (*)

Eppure, ho imparato lavorando a lungo in ambienti dove conta solo il risultato, che un problema può sempre essere visto come un’opportunità. Anzi deve, se non vuoi finire vittima delle circostanze.

Tutto dipende: dipende da come noi ci raccontiamo una storia. Il reframing è una tecnica che ci insegna che qualsiasi storia può essere vista da angoli diversi, tutto qui.

Prendiamo la mia storia degli ultimi quattro anni, e usiamola come cavia (una specie di outing, che va di moda). Lavoravo all’estero in una compagnia al top per qualità del management e risultati di business, in una posizione invidiabile da uomini e donne, per contenuti, trattamento e prospettive. Ho scelto di tornare in Italia per non costringere la famiglia a cambiare paese del mondo ogni tre anni, e quindi ho dovuto lasciare quel lavoro e quella compagnia. Sono stata incapace di adattarmi alla cultura della nuova compagnia in cui sono andata e, dopo aver sofferto le pene dell’inferno, l’ho lasciata. Ho fatto una breve esperienza in una società di ricerche di mercato che voleva aprire una sede a Roma ma che dopo pochi mesi ha cambiato idea per la crisi (era il 2009) lasciandomi con un nulla di fatto. Nel frattempo mi ero appassionata a quello che succede in Rete fino a concepire un’idea mia, e avevo aperto VM. Poi è arrivata un’azienda che aveva bisogno di me per un paio d’anni e ho detto di sì, ma non per il 100% del mio tempo. Nell’ultimo accordo con loro, abbiamo deciso che ridurrò ulteriormente il tempo impiegato e diventerò consulente. In tutti questi passaggi il mio stipendio naturalmente è calato, anno dopo anno, e l’incertezza è aumentata. La mia personalità basata su ruoli e riconoscimenti è andata in crisi. La mia identità, rispetto a qualche anno fa, è in mille pezzi. Sono passata dalle riunioni di un executive Committee a Londra alle riunioni (senza offesa) di mamme blogger.

La stessa storia, raccontata sempre da me, ma in un giorno di umore diverso.

Avevo sempre desiderato tornare a vivere a Roma: abbiamo finalmente smesso di vivere in affitto e abbiamo preso casa qui, una bella casa. Piove anche qui che dio la manda, altro che pioggerella inglese, ma quando c’è il sole è caldo anche a dicembre e rende tutto bellissimo. Nel lavoro non ho più voluto fare quello che non mi piaceva fare, e mi sono messa ad imparare cose nuove, tra cui alcune tecniche di ricerche di mercato, e soprattutto ho imparato dal web. Grazie ad uno spirito di iniziativa e a una capacità di relazione che non avrei mai sperato prima, ho conosciuto una quantità di persone dalle esperienze così eterogenee che mai avrei potuto incontrare nell’ambiente in cui ero, una miriade di idee innovative e di attività imprenditoriali. Ho avviato un’attività mia che segue le mie passioni, ho ridotto la quantità di lavoro dipendente pur continuando a guadagnare lo stesso in proporzione al tempo che ci spendo, mentre sto investendo in quello indipendente. Il futuro mi dirà se l’investimento si ripagherà, ma non avrò mai il rimpianto di non averci provato. Non sono più neanche lontanamente la stessa persona di prima, ma la mia identità si è arricchita così tanto, che mi è capitato di essere chiamata da un head hunter che cercava un profilo manageriale “multidisciplinare” e che era rimasto favorevomente colpito dal blog.

In tutto questo cambiamento c’è e ci sarà ancora un grande dolore, ma è solo la mia testa a decidere se è quello di una sfigata, o quella della protagonista di una fantastica avventura.

 

(*) E’ Meglio essere ottimisti e avere torto, che essere pessimisti e avere ragione (A. Einstein)

(**) Io voglio rimanere una donna normale. Che non si fa mettere i piedi in testa ma sa tollerare. Invece adesso serpeggia tra il gentil sesso ‘sta mania della rivincita. Vogliamo aver sempre ragione. Anzi. Riprenderci la ragione. Non essere felici.  E’ di questo che si muore. Si muore nell’ostinato tentativo di avere ragione. Ma la ragione non è mai tutta da una parte. Per aver ragione si è disposti a tutto. Anche a guastare la vita propria e quella degli altri.
Io ho deciso.
Non voglio avere ragione. Voglio essere felice. (L.Littizzetto, “Col cavolo”)

 

18 Risposte per “Reframing. Todo depende”

  1. Blimunda scrive:

    Flavia, è un bel post, molto condivisibile, e racconta una storia che, pur con dettagli diversi, molte di noi hanno alle spalle. Però (ed è sicuramente un problema mio, perché ogni volta che sento odore di coaching o di self help mi metto in preallarme); però, dicevo, io sento sempre un retrogusto di amarezza, di sfigataggine, di "mi convinco che è così perché vivo meglio". Un conto è essere felici (forse felici è troppo: diciamo serene), un altro convincersi che sì, va bene così.

  2. Flavia scrive:

    Ciao Blimunda!
    Anch'io non apprezzo il "coaching" da baraccone con quei personaggi che girano in tourneè esaltando le folle, per intenderci. Credo invece molto in una riflessione intima che ognuno può fare sulla propria vita e sulle proprie forze, se ha abbastanza curiosità per interessarsi a certi concetti, come questo.
    E' vero, esiste una profonda differenza tra "raccontarsela", di testa, mentre la pancia continua a farti stare male, e vedere le cose davvero con occhi freschi e nuovi, sentendosi in pace. Ognuno di noi l'ha provata. Fortunatamente esistono dei modi, delle piccole tecnichem per allenarsi a mettersi negli stati d'animo migliori, nel senso di produttivi. Per dire, ci sono delle cose che obiettivamente proprio NON ci vanno bene, ma la differenza sta nel come le affrontiamo e le superiamo. Scusa se ora scappo ma mi interesserebbe molto continuare questo discorso… Ci ribecchiamo ? :)
    ps da te nevica vero?? :)

  3. Ondaluna scrive:

    Coraggiosa Flavia.
    Ti auguro davvero di essere felice.
    Per quel che so di quanto credi nel tuo progetto di vita, penso che quel "posso dire di averci provato" ti renderà sempre una persona serena.

  4. Mamma Cattiva scrive:

    Molto bello Flavia. Mi ritrovo in quelli che sprecano energie e ti ammiro sempre molto per le tue visioni. Tieni conto che alcune tecniche si possono apprendere ma la motivazione e il carattere ci appartengono e su quello ben poco può un coach.

  5. Flavia scrive:

    @Onda grazie. Insomma, non lo so, non sono sempre così serena da farmelo bastare, comunque credo fermamente che noi siamo la storia che ci raccontiamo.
    @MC, senza queste "visioni" non andrei avanti… ma il carattere conta solo per una % limitata (se vuoi ti mando degli studi, ;). La motivazione invece sì, è importante, ed è solo la tua…

  6. M di MS scrive:

    Fare buon viso a cattivo gioco secondo me è un sintomo di intelligenza, intesa come adattabilità.
    Io credo che con il passare del tempo a Flavia succederà sempre meno di rimpiangere l'executive committee, principalmente perchè la nuova Flavia sarà così diversa da quella vecchia da non trovare più soddisfacenti le vecchie cose.
    A volte la vita ci toglie delle opportunità (e ce ne offre altre), ma se questo è ciò che ci accade sta a noi adattarci. Ma non da sfigate, bensì da persone in gamba.
    Con un'aspettativa di vita di 85 anni credo che nella vita ci capiteranno diversi cambiamenti epocali, non si può stare attaccati ai "se".

  7. Flavia scrive:

    Sto ascoltando Saviano che parla del potere del racconto delle storie. E' quello, che volevo dire nel mio piccolo: un potere per cui si può andare ben oltre l'idea di "cattivo gioco", e cambiare proprio quel gioco, da cattivo in buono. Questa è la grande capacità che possiamo trovare in noi. Grazie M d MS, hai ragione, è inutile attaccarsi alle cose che cambiano, ed è molto meglio trovare le opportunità nei cambiamenti.

  8. Paola scrive:

    Flavia, questo post è stato per me quasi una rivelazione. Su di te, visto che non avevo mai compreso nel dettaglio certe tue scelte; ma anche su di me, visto che mi sono interrogata su come mi racconto di solito, e mi sono chiesta se non possa fare di meglio.
    MI è venuta voglia di seguirti, e mi piacerebbe che fossimo seguite da altre. Che dite, facciamo una gara di reframing?

    SFIGATA
    A 20 anni ero una promessa della filosofia: studentessa in un'università d'eccellenza, pubblicavo ricerche, parlavo in convegni, tenevo lezioni. A 25 ero un'oscura impiegata: non potevo permettermi i tempi di una carriera universitaria, per mantenermi dovevo lavorare subito, anche a costo di gettare alle ortiche la mia passione per la ricerca e seppellirmi in un'azienda, circondata da gente che neppure sapeva cosa avessi studiato.
    Con il passare degli anni è cresciuto l'inquadramento e lo stipendio, ma non il livello intellettuale del mio lavoro, e soprattutto è drammaticamente calato il tempo: tempo per pensare, per scrivere, per ricordarmi di avere una testa. E quando a 30 anni ho raggiunto l'unico obiettivo per cui tutto questo valesse la pena, mettendo su famiglia, ecco che ho scoperto che non mi era consentito neppure questo: che la schiavitù aziendale non pretendeva solo i miei neuroni e il mio tempo, ma anche la mia vita, concedendomi graziosamente di vedere i miei figli in cartolina, e senza neppure potermi lamentare. E oggi, che ho 35 anni, invece di fare la docente universitaria faccio qualcosa che neppure riesco a spiegare, invece di scrivere un trattato di ontologia ho scritto un pamphlet contro gli asili nido, invece di studiare i fondamenti del linguaggio mi occupo di quelli della TV. E ho detto tutto.

    PROTAGONISTA DI UNA FANTASTICA AVVENTURA
    A 20 anni ero un'ingenua studentessa pronta a buttarmi con tutte le scarpe in un felice ventennio di precariato, come tanti altri. Per fortuna, prima che ci riuscissi, sono stata "pescata" da un'azienda, e poi da un'altra, e da un'altra ancora, che noncuranti della mia inutile laurea in filosofia hanno cominciato a fare di me una professionista. A 25 anni avevo già provato la gratificazione di vivere (e anche qualcosa in più) del mio solo stipendio, e la prospettiva di mettere su casa con l'amore della mia vita stava diventando realistica.
    Quando a 30 anni mi sono trovata a dover tenere insieme lavoro e famiglia, ho fatto tesoro delle di 18 ore al giorno di studio prima, e di lavoro poi, per gestire tutto al meglio nel tempo a mia disposizione. Ho sempre cercato di continuare a pensare, a scrivere, a tenere sveglia la testa: e oggi, che ho 35 anni, invece di fare la ricercatrice di metafisica della supercazzola a Montesilvano sono nel marketing di una grande azienda, invece di cavillare davanti a quattro studenti svogliati mi occupo di innovazione ai massimi livelli. E invece di rassegnarmi a una maternità per interposta persona, ho cercato di cambiare le cose, usando quello che so fare meglio: studiare, e scrivere. E ho detto tutto.

    Paola

  9. Raffaella scrive:

    Ciao Flavia, ho scoperto oggi il tuo sito e mi piace moltissimo! ora mi metto all'opera per diventare fan e quant'altro. Intanto parto da commentare questo tuo post: sembra il racconto della mia vita. Pari pari prorio, compreso il modo di raccontarlo. Lo faccio anch'io: nei giorni si quello che sto vivendo è un'opportunità per creare qualcosa nel futuro, forse anche per mia figlia, nei giorni no… rifarei la valiglia e porterei i miei cari all'estero. Sinceramente è una battaglia ancora in corso, io non ho ancora deciso da che parte stare, per me la realizzazione professionale ha sempre contato molto e conta molto tutt'ora. Ed affermarsi professionalmente da imprenditrice donna pienda di sogni e (credo) priva di professionalità commerciali, nondimeno in provincia dove vivo, è molto difficile. Certo, riuscirci varrebbe a dimostrare a me stessa (prima che a tutto il mondo) che chiunque può farcela. Ma se non ci riesco?
    Oggi, forse complice il tempo, è uno di quei giorni no. Tu come li affronti?

  10. lorenza scrive:

    Ciao Flavia, leggo ora questo post e mi fa molto riflettere, è lo stesso percorso (interiore) che ho intrapreso in questo ultimo anno e mezzo. Condivido pienamente quando dici che cambiare prospettiva non è raccontarsela, è proprio cambiare prospettiva. Non significa non avere obiettivi: anzi, forse significa avere obiettivi più chiari e più stringenti, e soprattutto TUOI.

  11. Flavia scrive:

    @Lorenza, sì, i tuoi. Quando ho parlato di identità fatta di ruoli e riconoscimenti ho parlato infatti di criteri di giudizio ALTRUI, di un'immagine di me costruita attraverso gli occhi degli altri. Sempre a chiedersi se per gli altri sono una vincente, che noia mortale, e che fatica bestiale, e soprattutto che basi fragili!! Riconoscere le immagini altrui e sostituirle con i propri obiettivi, è davvero un bel lavorone.

  12. Flavia scrive:

    @Paola, bella l'idea del reframing rilanciato e condiviso! Bella anche la tua storia di cui ti ringrazio. (sembra di stare nel Blog Cafè!) Comunque un po' mi spaventi: cosa avrai capito ora di me? aiuto :)
    Mi permetto solo un paio di osservazioni, magari utili agli altri per cercare di cogliere il loro personale senso del reframing (lanciamo la moda? come il downshifting? è ancora meglio forse.)
    Nel linguaggio che usi per raccontare le due storie, che dice sempre molto sui valori sottesi, noto che tendi a considerare una strada come migliore dell'altra, come se di fronte ad una direzione tutte le altre possibili direzioni fossero secondarie, svilite, e in confronto a un certo risultato le possibii alternative della vita siano perdenti/peggiori.
    Secondo me invece, per metterci in un altro stato d'animo che non serve a raccontarsela m aproprio a vivere meglio, basterebbe capire (non basta la testa purtroppo. occorre sentirlo fino in fondo) che esistono MOLTE possibilità, e ognuna apre delle opportunità: di crescere, di imparare, di diventare quello che siamo, e di essere orgogliosi di quello che siamo. Insommo voglio dirti: anche se avessi fatto filosofia, sempre se l'avessi fatta senza tradire le tue passioni, cioè scrivere, pensare e lottare, saresti stata un'altra possibile ma uguallmente bellissima te stessa.
    Il fatto è che noi vediamo troppe cose, dalle più importanti alle più stupide, secondo schemi limitanti: buono/cattivo, positivo/negativo, successo/sfiga, giusto/sbagliato. Rompere questi schemi è una fantastica sfida alla nostra intelligenza emotiva.

  13. Flavia scrive:

    Cara Raffaella, ho lasciato la tua domanda per ultima perchè.. non ho mica la soluzione per i giorni no: magari. Quelli vengono, e per fortuna come vengono passano :)
    Dalla mia ho ormai una certa consapevolezza degli stati d'animo che servono (in un'ottica molto "orientata al risultato") a combinare qualcosa di buono, e quando li riconosco mi piace raccontarveli e spiegarveli. Serve molto a me, poi torno ad essere fragile e insicura come tutti.
    Quello che aiuta sempre, però, è chiedersi: sto vivendo secondo i miei desideri e valori più profondi? se mi manca ancora qualcosa (alcune competenze, dici?), come posso ottenerlo?
    Riuscire professionalmente è per qualcuno un valore chiave (per me e per te, certamente), ma per altri no. Poi tu avrai un metro e un'iidea della bravura e della professionalità che vuoi raggiungere, mentre i metri altrui sono diversi e non ti devono influenzare (lo so, è difficile). Chiediti sempre quanto c'è di tuo nell'idea di "successo" che ti sei fatta, e quanto è frutto del "coro". E' difficile, ma ti libera da un sacco di ansie. Se non devi "dimostrare" niente a nessuno, ma solo fare le cose che ti fanno sentire te stessa, ti senti molto più in controllo della tua vita e la paura di non farcela (che capisco e condivido tantissimo) smette di prenderti allo stomaco.

  14. Paola scrive:

    ehm, come reframing non deve essere stato un granchè… :-)
    In realtà, quello che cercavo di dire era: la strada che mi sono lasciata alle spalle, e quella che invece ho intrapreso, possono sembrare alternativamente un paradiso e una perdizione, a seconda dei punti di vista: il problema è che molto spesso questi punti di vista coincidono nella stessa persona, cioè io.
    Non posso nascondermi – né nascondere a nessun altro, evidentemente – quali fossero i miei reali desideri qualche anno fa. Se si trattasse di questo, confesserei candidamente che il gioco non fa per me. Ma gli anni non sono più quelli, e i desideri neppure: ho letto il "reframing" come un'occasione per prenderne coscienza.
    Paola

  15. Flavia scrive:

    Letto così è verissimo quello che dici Paola. Bell'esercizio no?

  16. Ioia - MomCoach scrive:

    Cara Flavia, l’esercizio che hai fatto è encomiabile e sicuramente nelle giornate buone un valido sostegno ad una tua identità*. Usarlo con regolarità ci può aiutare a vivere in maniera più positiva e a permetterci di attingere alla nostra energia interiore per andare avanti**.
    Ma se il dolore permane, ed ogni tanto, nelle famose giornate no, salta fuori vigoroso più che mai, se l’amarezza traspare nonostante tutto, forse l’auto-coaching non basta. Appoggio totalmente l’osservazione puntuale e sensibile di Blimunda: “un conto è essere felici, un altro è convincersi che sì, va bene così.”
    La tecnica del Refraiming nel coaching vene utilizzata anche in altri modi e con altre finalità, ad esempio per smussare il dolore, renderlo “gestibile” ed utilizzare le nuove informazioni come elementi per costruire il nostro futuro. Usare tecniche come questa è cosa molto utile ma ricordate che, essendo emotivamente coinvolte, spesso ci “nascondiamo” pezzetti importanti che un professionista di solito sgama.
    Blimunda, provare per credere ;-)
    *il mio dubbio: quella di mamma, quella di professionista, quella di donna…?
    ** verso la realizzazione del reale nostro progetto di vita?

  17. Flavia scrive:

    Grazie mille Ioia, il punto di vista della professionista ci voleva :))) Intendevo Identità come tutto (quindi dovendo rispondere al tuo dubbio, direi donna, col suo intero progetto di vita)

  18. Flavia scrive:

    Ringrazio Giuliana per aver idealmente continuato la staffetta del reframing, qui:
    http://mammaincorriera.blogspot.com/2010/12/confessioni-di-una-startupper-re.html


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