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Tecniche di presenza

Pubblicato il 03 ottobre 2010 da Flavia

Fare presenza o avere una bella presenza? Nè l’uno nè l’altro. Le donne possono uscire una buona volta da questo stupido dilemma? Parliamo piuttosto di come far pesare la propria presenza ottenendo attenzione e rispetto. Il desiderio di ogni persona che si considera timida o insicura.

Dopo aver parlato di donne e aggressività ho riflettuto sul fatto che alcuni atteggiamenti – mentali, ma anche corporei – che servono a rafforzare la nostra presenza sono spesso percepiti come poco femminili, anche quando non sono affatto aggressivi (in senso negativo) o arroganti: questo ci inibisce, e ci impedisce di sfruttare al meglio le nostre capacità.

Li passo in rassegna non tanto per amore di manualistica (non sopporto i manuali), ma perchè possiamo conoscerli e riconoscerli, negli altri o in noi stessi, sceglierli, e allenarci ad usarli. La massima efficacia si raggiunge quando diventano automatici e non ci chiediamo più l’effetto che stiamo facendo o cosa stiano pensando gli altri: è quindi un esercizio che richiede del tempo…

Pari livello
Ricordate la canzone: “Okay, so you’re Brad Pitt. That don’t impress me much” ? Ecco. Sentirsi alla pari in una conversazione e non mostrare soggezione o un desiderio smodato di (com)piacere è segno di presenza. Per esempio in un colloquio di lavoro, significa non essere smaniosi verso quel posto e dimostrare che il proprio giudizio sulla posizione che viene offerta è altrettanto importante di quello del selezionatore su di noi. (Attenzione a non superare un certo limite, oltre il quale, da selezionatrice, devo dire di aver visto troppi presuntuosi)

Ascolto
Spesso l’ascolto attivo dà il massimo risultato con il minimo sforzo. Per esempio in un gruppo, dimostrarsi concentrati e sinceramente interessati a chi sta parlando, farà sì che questo restituisca il contatto, si rivolga a noi con domande e così via.. aumentando quindi la nostra presenza nel gruppo. (Avvertenza: da usare con cautela nelle riunioni di condominio o al consiglio di classe, se vogliamo evitare di farci carico delle peggiori grane) 

Sicurezza anche nell’incertezza
Una domanda difficile, anzi impossibile? Nessun problema. “Non ho la risposta per questo. Ma se mi dai un paio di giorni ti mando dei dati”. E’ molto meglio che buttarsi, improvvisare, arrampicarsi sugli specchi. (Avvertenza: se si vuole guadagnare rispetto e credibilità bisogna poi ricordarsi di dare veramente le risposte. Troppe volte ho visto gente che si tira fuori d’impiccio così, e poi non dà più seguito alla conversazione. Pessima figura!)

Energia positiva
Tra qualcuno che dimostra entusiasmo ed ottimismo, e uno sarcastico, cinico ed acido, di chi si ricerca la compagnia? Ci sono persone che hanno molta presenza, ma negativa. Statene alla larga. Sono quelle che mi fanno sentire una scema e un’ingenua come se tutto il mondo, appena varco quella porta, fosse lì in agguato pronto per fregarmi. Il mondo invece, come dice la mia compagna d’avventura Giuliana, semplicemente non se ne frega niente.
Facciamo invece percepire agli altri un’energia positiva quando abbiamo un forte senso del nostro scopo, quando comunichiamo vitalità e passione che però sono ben al di là del desiderio di piacere o di essere in sintonia a tutti i costi: sto facendo qualcosa non perchè tu/voi mi apprezziate, ma perchè ho un obiettivo importante. In questo senso la presenza può – talvolta – risultare opposta all’empatia (e qui le donne più orientate alle relazioni possono avere qualche difficoltà. Basta saperlo però, e organizzarsi).

Rimbalzare l’imbarazzo
Può sembrare difficile farlo (ho appena creato l’espressione!).  Ma impegniamoci ad osservare qualcuno che reputiamo di grande presenza: userà piccoli dettagli nel corpo, nei gesti, nelle pause, per calamitare l’attenzione, proiettare sicurezza, e quasi mettere gli altri alle corde. Prendiamone nota e poi alleniamoci a fare lo stesso. Per esempio smettiamo di parlare se qualcun altro sta chiacchierando distratto, o sta guardando il telefono (l’imbarazzo rimbalza su di lui). Dopo avere finito un concetto rimaniamo tranquillamente in silenzio (l’imbarazzo rimbalza sugli altri che a quel punto devono riempirlo e dire qualcosa). Parliamo come per trascinare un’audience che pende dalle nostre labbra anche se abbiamo di fronte qualcuno imbronciato, annoiato e con le braccia conserte. Dopo un po’ la nostra energia lo mette in difficoltà e si sente in dovere di rianimarsi, di fare una domanda.
Anche una sorpresa rimbalza l’imbarazzo su chi ci ascolta. Facciamo qualcosa di inaspettato come sottrarre un foglio a un collaboratore che sta per presentarlo e accartocciarlo, per dimostrare che abbiamo cambiato idea e quelle note non servono piu’, oppure prendiamo una posizione fisicamente diversa da quella “canonica” – non dietro al tavolo, ma accanto a una persona che vogliamo convincere, non su un palco ma tra le sedie del pubblico, e così via.

Tutto provato e sperimentato, giuro. :) 

Far pesare le cose in cui si è più competenti
Cioè sapere di cosa si sta parlando, offrire informazioni che mancano, e non avere timore di parlare della propria esperienza, dei propri progetti e dei risultati raggiunti. (Il complimento più lusinghiero che ho ricevuto è recente, e me l’ha fatto un AD durante una riunione plenaria, quando ha annunciato a una platea che ancora non mi conosceva: “Devo dire che con l’arrivo di F. abbiamo perso in.. centimetri ma abbiamo guadagnato in competenze“. Wow. Certo sapeva di poter contare su una mia discreta autoironia)

Naturalmente, non sempre è consigliabile una presenza come quella di cui sto parlando oggi: ci sono occasioni in cui è più saggio rimanere sullo sfondo, o proprio invisibili.
Ma resta il fatto indiscutibile che il primo giudice della mia presenza sono io,e  tutto dipende da come racconto le mie storie a me stessa. Su questo, seguendo ancora una volta un filo ideale che mi lega strettamente a Mamma Cattiva, ritornerò ancora.

 

Risorse online

The Mind Gym

 

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5 Risposte per “Tecniche di presenza”

  1. bismama scrive:

    Quanto hai ragione? Consigli saggissimi. Da non applicare solo al lavoro, credo siano importantissimi anche nella vita privata.
    Ad esempio essere un'ascoltatrice attiva, secondo me, apre migliaia di porte. Se sei una che soffre di diarrea verbale (come la sottoscritta) sei etichettata come rompipalle. Se però, sai anche ascoltare (come la sottoscritta….adoro ascoltare e accantonare in testa appunti) hai quella marcia in più che ti avvicina alle persone….

    Grande Flavia!

  2. lastaccata scrive:

    @Bismama: questa risposta avrei potuto postarla io. E adesso cosa scrivo? Vabbè, visto che non sto tanto bene, ti userò come validissimo ghost writer, se non ti dispiace.
    Diarrea verbale è una definizione fantastica, mi calza a pennello!

  3. Flavia scrive:

    4 righe? La Staccata sta davvero male!

  4. lastaccata scrive:

    3 e mezzo, se vogliamo essere fiscali! Sì, sto messa maluccio, e poi bismama ha praticamente parlato per me, ha postato un commento praticamente identico a quello che avrei scritto io. Ora torno a combattere con la diarrea, non verbale, purtroppo :-)
    PS: Sono sempre 3 righe e mezzo, post scriptum escluso.

  5. Mamma Cattiva scrive:

    Grazie Flavia. Io aspetto il seguito. Anche se ultimamente comincio a pensare "machimelofafare". Perché accanirsi se proprio non ci si riesce?


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