Il posto della felicità

Pubblicato il 11 ottobre 2010 da Giuliana

N.d.A. Questo post è un po’ datato, ma se dovessi riscriverlo oggi lo farei tale e quale. Forse con un po’ più di enfasi sulle “piccole cose”, riguardo le quali nel tempo ho maturato una convinzione: che siano tattiche di sopravvivenza, quanto di più lontano ci possa essere dalla felicità.

Amore, facciamo un progetto? Così:
1) cambiamo lavoro
2) ingrandiamo la casa
3) siamo felici
“Non si potrebbe mettere la felicità al primo posto?”
Amore mio, io ce la metterei pure, se non che non è così facile. Vedi, il fatto è che negli ultimi anni mi sono abituata a pensare in piccolo, a godere delle piccole cose, perché quelle grandi, vuoi l’età, vuoi un raggiunto equilibrio peraltro mai verificato, vuoi le mazzate… le cose grandi, dicevo, ho cominciato a considerarle archiviate. Peccato che le piccole cose ti diano solo piccole felicità, soddisfazioni effimere e fugaci compiacimenti che oggi ci sono e domani neanche te li ricordi. Le piccole cose servono a sopravvivere, mica a vivere.
“Con un esistere da nano e nella mente sogni giganti…”
Sì, proprio questo. Adoro il tuo gusto della citazione, sempre ricercata ma non snob, te l’ho mai detto? No, non credo proprio di avertelo detto. Deve essere un’altra di quelle cose che l’età, l’equilibrio, le mazzate, si sono portate via.
Perché il fatto è che io mica li ho abbandonati, i sogni giganti. Li ho solo messi là, da parte solo per un po’, perché in questo momento ho altro da fare. Ma giganti davvero, i sogni, eh! Che so, vincere il Nobel per la letteratura (lo so, non lo vincerò grazie a questo blog, ma che ne sai, amore mio, che un giorno non mi venga l’ispirazione e non ti confezioni in quattro e quattr’otto un’opera prima da paura? e allora tutti e quattro i miei amici lettori potranno dire “io la conosco! teneva un blog sgarrupatissimo!”), mettere in piedi un’azienda e poi stare a guardare dal balcone della cucina mentre Bill Gates si attacca al nostro citofono per scongiurarmi di vendergliela, e magari permettersi anche il lusso di dirgli di no.
Oppure anche mettere insieme undici artisti, e disegnare una collezione di abbigliamento, e darla in pasto a loro, che ne facciano la loro tela. La mostra dell’anno scorso era un sogno gigante, e anche vedere le signorine che indossano le gonne e i top e le borse disegnate da me è un sogno gigante, e lo vedi che si è realizzato? Di questo devo ringraziarti, amore mio, e anche del sorriso che avevi in faccia dopo aver messo in piedi l’allestimento più branché della settimana del design. Non l’ho detto io.
E se ci pensi mentre eravamo lì eravamo felici. Stanchi e felici. Oggi non riesco a spiegarmi come facevamo a lavorare in quel modo nonostante il lavoro, quello vero, salariato, e il bambino, e tutto il resto. È stato un miracolo? Non credo. È solo che quando hai un progetto, una passione, tutto il resto diventa più facile, routine.
“Il problema è che tu hai una paura fottuta della normalità”
Lo so. Non credere che non ci abbia lavorato, che non ci lavori costantemente, tutti i giorni, tutti i momenti. Non ho la gastrite per nulla. Però non è della normalità che ho paura, è che la normalità fa presto a diventare mediocrità, e questa sì che mi paralizza. Perché non ho strumenti per combatterla, perché è mostruosamente forte, la mediocrità, ed è sicura di sé come nient’altro sa esserlo. Si espande, è un blob, e si nutre di noi, delle nostre capacità, delle nostre parole vuote e delle nostre parole piene di senso, di quello che facciamo e di quello che pensiamo. E dei nostri sogni. E ci striscia addosso nelle vesti più diverse, quelle di un collega, di un vicino di casa, di un amico, a volte, anche. E ci succhia via la volontà e ci lascia solo gli spiccioli, le piccole cose, un po’ amare, però, anche se non per tutti hanno lo stesso gusto. Perché quella che tu chiami normalità è una condizione irrinunciabile per sopravvivere. E dove non c’è che sopravvivenza i mediocri vengono continuamente celebrati, dai loro simili ma non solo.
Forse dovrei frequentare qualche corso, tipo quelli in cui ti fanno camminare sui carboni ardenti, o quelli di PNL dove ti insegnano a essere più assertive. Sì, perché poi io parlo, parlo, ma alla fine sono schiacciata dalla timidezza, dall’educazione, dalla mia storia di donna in un mondo di uomini. Dove i bambini imparano a giocare e le bambine invece vengono ammaestrate. Io parlo, parlo, ma sorrido sempre quando dico qualcosa, e non mi rendo conto che sorridere fa sì che gli altri non mi prendano abbastanza sul serio; e il fatto è che mi hanno insegnato così, perché una bambina se non sorride è una musona e questo non sta bene. Ma sto divagando, qui non si tratta di essere uomini o donne, qui si parla di essere uomini o caporali.
Amore mio, ti farò una proposta. Facciamo un progetto, e mettiamo la felicità al primo posto. Dal secondo in poi, però, non ci accontentiamo di nulla che sia inferiore ai nostri sogni più esagerati. Perché se il podio è troppo in discesa, anche la felicità scivola via.

2 Risposte per “Il posto della felicità”

  1. Flavia scrive:

    occavolo che bello :) e chissenefrega degli accapo? :)
    evviva i sogni giganti e abbasso la normalità.

    (beh rispetto ad allora, hai un nascente business tuo e hai nelle orecchie ogni giorno una che rompe le scatole non solo a te ma a tutte le donne sull'assertività…ti pare poco… e ora so con certezza che te la sei cercata e voluta!!!!)

  2. giuliana scrive:

    e certo che me lo sono cercato. e vedrai che bel giorno quando vedremo dalla finestra il tycoon della situazione che citofona per scongiurarci di vendere, e noi… rilanceremo :D


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