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Il lavoro e le donne: il racconto di Annamaria Ponzellini

Pubblicato il 07 luglio 2010 da Flavia

La testimonianza di oggi è di un’ospite davvero speciale che ho avuto il piacere di conoscere via mail, presentatami dalla donna-spina nel fianco.
Si chiama Annamaria Ponzellini e questa è la sua esperienza, da cui sono rimasta molto colpita.

Cara Annamaria, raccontami di te.

Cara Flavia, comincio col dirti che ho 62 anni e ho due figli, ormai grandi. Da giovane ho lavorato un po’ in università ma quasi subito ho scelto di fare la sindacalista a tempo pieno (eravamo a cavallo tra gli anni settanta e gli anni ottanta). L’ho fatto per quasi dieci anni, poi ho ripreso definitivamente a fare ricerca sociale come free-lance, a insegnare in università come docente a contratto, a scrivere libri. Una carriera – un po’ precaria o comunque non lineare – ma piena di soddisfazioni.

Come nasce il tuo interesse per le donne e il lavoro?

Quando è scoppiato il femminismo alla metà degli anni settanta, ho partecipato un po’ ma mi sono presto stancata: mi ritenevo fortunata ad essere già emancipata a vent’anni (venivo da una famiglia “borghese” dove non si erano mai fatte distinzioni tra figli maschi e figlie femmine, nè nei ruoli familiari né nelle opportunità, io stessa avevo l’ambizione di fare un lavoro importante). Più avanti ho capito che la logica dell’emancipazione in sé non mi bastava, anzi mi sono accorta che l’imperativo “politically correct” della parità uomo-donna (a cui si ispiravano molte ricerche ed interventi nelle aziende su cui lavoravo) mi appariva opaco, poco rispondente a ciò che ero e che desideravo. Perché mai adeguarsi al mondo dei maschi, al loro rapporto col lavoro, ai loro modi di lavorare, che spesso, oltretutto, non vanno bene neanche a loro?  Fin da piccola, quando – magari vedendomi molto decisa – qualcuno mi chiedeva se non preferissi essere un maschio, rispondevo a caso ma dentro di me pensavo che sapevo e facevo già tutto quello che sapevano e facevano i maschi ma che avevo anche qualcosa di più che mi piaceva. A un certo punto sono ripartita da lì.

E…?

Il tema del lavoro mi interessa moltissimo dal punto di vista scientifico ma anche da quello  culturale e “politico” (in senso molto generale). Come sociologa del lavoro, ho studiato e fatto ricerca sulle relazioni industriali, sul mercato del lavoro e, soprattutto sui cambiamenti della organizzazione del lavoro nelle aziende e sul posto che occupa il lavoro nella vita delle persone. Avendo poi un mio personale percorso di lavoro e un mio personale percorso di vita familiare, non subito ma a un certo punto è stato inevitabile (direi quasi un sollievo) travasare la mia esperienza quotidiana – operativa ed emotiva – nel lavoro scientifico, nei libri, negli articoli, nelle conferenze. E anche nell’immaginare politiche nuove per il lavoro, per stare meglio io, per far stare meglio gli altri e le altre. Essendo donna, ho riflettuto moltissimo (e fatta molta ricerca empirica) sul lavoro delle donne, sul lavoro di cura e sulla conciliazione tra lavoro e famiglia. Essendo fuori da un lavoro stabile e dipendente, mi sono appassionata di lavoro autonomo, di nuovi modi di lavorare e di nuovo welfare.

Qual è oggi la tua personale visione della conciliazione lavoro-famiglia?

Praticamente mi ritrovo a fare fatica a distinguere il mio lavoro professionale in senso stretto dalla politica e dalla riflessione personale. Avendo sempre adattato il lavoro alle mie esigenze familiari (o la famiglia alle mie esigenze professionali?) – lavorando spesso la sera, durante il week end o in vacanza ma anche scegliendo quando stare a casa, quanto tempo dedicare al lavoro nei vari momenti della vita dei miei figli – ho fatto spesso anche fatica a distinguere il mio tempo di lavoro da quello famigliare. Forse anche per questo ho finito per convincermi che il futuro del lavoro non sta tanto in qualche giudiziosa e ordinata “conciliazione dei tempi” ma piuttosto in una sorta di loro ricomposizione nella vita delle persone: un tentativo di ricomporre (e ricomporsi!) che le donne stanno sperimentando ma che auspicabilmente è destinato a tutti.

Col tempo ho anche capito che le donne sono diverse tra loro e desiderano cose diverse. C’è chi, come me, trova senso solo lavorando moltissimo sia per le relazioni con le persone che per la professione e chi vuole dedicarsi con calma solo a una di queste cose, chi delega e chi non vuole delegare la cura dei bambini (e magari neppure della casa), chi lavora bene anche in casa e chi ha bisogno di stare in ufficio, chi smania per la carriera e chi sta bene con un part time meglio se poco impegnativo, etc. In un mondo che, con l’arrivo delle donne, sta cambiando enormemente, non ci sono proprio modelli da imporre: meglio stare a guardare (quando faccio la sociologa) oppure cercare di dare risposte ai desideri delle persone (quando cerco di fare politica). Ho capito che il cambiamento poteva venire proprio dal riuscire a mettere insieme – non solo “tecnicamente” ma emotivamente – l’esperienza che facevo come professionista e quella che, nell’ombra della mia vita privata, facevo come mamma e come donna (attenta a curare le relazioni con la famiglia allargata, con genitori anziani, con gli amici).

Un percorso davvero affascinante, il tuo. A che punto sei ora?

E’ andata a finire che negli ultimi quattro/cinque anni mi sono avvicinata alla Libreria delle donne, luogo storico del femminismo milanese: nel Gruppo Lavoro mi sono ritrovata con le mie perplessità e con i miei vissuti da ricomporre, con loro abbiamo scritto “Immagina che il Lavoro”, un manifesto per il lavoro delle donne e degli uomini, scritto dalle donne ma rivolto a tutti e a tutte. L’ho voluto e rispecchia bene il mio percorso (direi anche sul femminismo, visto che “il femminismo non ci basta più”!) anche se ci sono dentro le diverse sensibilità e i percorsi differenti di noi sei. Nell’ultimo anno e mezzo, ho dato il via anche ad un’altra iniziativa, che è il Gruppo Maternità Paternità: qui con Marina Piazza, Anna Soru ed altre, ci diamo da fare su un piano più operativo – essendo tutte studiose e tecniche di economia, lavoro e welfare – per migliorare le leggi sulla maternità e paternità.

Grazie Annamaria. Ti seguiremo, e personalmente cercherò di lavorare con l’obiettivo di ripartire sempre, a sessant’anni e dopo, con una testa come la tua.

5 Risposte per “Il lavoro e le donne: il racconto di Annamaria Ponzellini”

  1. lorenza scrive:

    Grazie Flavia, per questa bella intervista, e grazie anche ad Annamaria Ponzellini, per la sua bella testimonianza di vita, di lavoro e di pensiero ricondotte in unità, e della capacità di avere un punto di vista differente che vada oltre! Ora vado ad esplorare nel dettaglio tutti i preziosi link di questa intervista, alcuni noti ed altri no!

  2. Che bell’intervista!
    è proprio vero, che non ci sono modlli da imporre. Adesso, tra il nano dueeenne e la nana in arrivo, mi riscontro tra la difficoltà di vivere come voglio la mia maternità e gravidanza, conciliandole col lavoro, e gli stereotipi di cui mi imbottiscono il cranio, facendomi fare mille sensi di colpa cper voler essere me stessa e la mia famiglia. ma questa è stooria vecchia…

  3. Paola scrive:

    Ciao Flavia,

    Spero sia più chiaro da questa intervista per quale ragione l’esperienza e le riflessioni di Annamaria – e delle altre donne che con lei hanno scritto e lavorato – mi sembrino preziose per tutte noi.

    Chiunque legga il Manifesto "Immagina che il lavoro" lo troverà illuminante: in particolare se è una donna, se è una madre, se lavora, e se ha cominciato a domandarsi come tutte queste cose possano convivere.

    Spero se ne riparli presto tra le VereMammei!

    la Spina

  4. Flavia scrive:

    Tornerò di certo a parlare con Annamaria, è una voce preziosissima.
    @Paola grazie per averci fatto conoscere… vedo che "la spina" ti piace :), per me ormai è il tuo nick!

  5. Flavia scrive:

    anzi facciamo così…. se ci sono domande per Annamaria, perchè non le lasciamo qui?


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