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"Quando dire basta": per le mamme che stanno pensando di lasciare il lavoro

Pubblicato il 23 giugno 2010 da Flavia

Disclaimer: post lungo e pesante, da leggere se possibile un po’ brille e da prendere con filosofia.

Non è una novità che le decisioni più importanti della nostra vita le prendiamo con il cuore. Ma il cuore è un buon consigliere? Un attimo, riformulo prima che le più romantiche mi saltino alla gola: sappiamo interpretare il linguaggio del cuore per fare la cosa giusta che ci schiude prospettive migliori nella vita, o siamo vittima delle emozioni e degli impulsi di breve periodo, soprattutto l’istinto (molto naturale) di sottrarci ad una sofferenza? Nel primo caso riusciamo a farci guidare verso i nostri grandi obiettivi, nel secondo rischiamo di scambiare lo stomaco per il cuore.

Vorrei arrischiarmi ad analizzare una delle decisioni più delicate di una donna: quella di lasciare il lavoro. Non perdo occasione di ripetere ovunque che questa è una piaga molto, molto italiana: perchè abbiamo il più basso tasso di occupazione femminile europea a parte Malta, e un impressionante tasso di abbandono del lavoro da parte delle madri, che aumenta all’aumentare del numero dei figli. In pratica la maternità butta le donne fuori dal mondo del lavoro, una montagna che abbiamo scalato con tanta fatica e i cui percorsi ora, se vogliamo rendere la vita di tutti finalmente migliore, dobbiamo anche cominciare a cambiare. Rivendico sempre e comunque la libertà di scelta delle donne (anche quella di non lavorare), ma le nostre statistiche mostrano una situazione patologica che va ben al di là di una scelta serena. Mi viene in mente l’immagine di quelle mandrie di gnu che si suicidano in massa nell’attraversare il guado.

  1. Decidere

Io faccio sempre un’importante distinzione: da una parte ci sono gli ostacoli culturali e sociali, un certo tipo di mentalità arretrata nel lavoro, l’incapacità e la mancanza di volontà politica di progredire, dall’altra ci sono i nostri ostacoli interni: ansie, pressioni, mancanza di fiducia, sensi di colpa, e così via. Sui primi avremo bisogno di un lavoro di generazioni (che va iniziato oggi), sugli altri possiamo agire subito (oggi).
Secondo questo libricino che ho scelto nel mucchio allettante di quelli in regalo all’ultimo Mom Camp, le persone brave scelgono quando resistere alle difficoltà, e quando invece mollare per dedicarsi al altro. Entrambe le scelte sono legittime ed intelligenti, se si sa dove si vuole andare e dove ci si trova rispetto a quell’obiettivo.

2. Fossato o vicolo cieco?

All’inizio di una nuova avventura l’adrenalina è alta, tutti ti incoraggiano, i sogni appaiono vicini. Magari sei giovane, hai una bella laurea e un master, delle buone prospettive di venire confermata dopo la stage (ho detto magari). Oppure hai finalmente un contratto dopo aver penato a lungo, e vedi possibilità di avanzamento. Non risparmi energie, fai spesso tardi al lavoro e poi vai direttamente a cena … Va bene, abbiamo capito il genere. Arriva un figlio, che è tutta un’altra avventura. E allora scrivete voi il seguito della storia: l’atteggiamento dell’ambiente lavorativo verso di voi cambia, e al rientro vi retrocedono o vi mobbizzano. Oppure mentre siete in maternità promuovono un altro o un’altra al posto a cui ambivate, e l’ipotesi migliore è aspettare che ripassi il treno tra qualche anno. Oppure siete VOI che cambiate totalmente obiettivi nei confronti del lavoro e cumulate astensione obbligatoria, ferie, facoltativa e non retribuita fino a quante ne avete. Il solo pensiero di rientrare vi mette l’angoscia, e rimandate, e rimandate ancora.  Oppure. Oppure rientri, e scopri che la tua vita è diventata un incubo. Nonni, asilo, baby sitter, incastri di orari, papà che lavorano fino a tardi e tornano stanchi, malattie o emergenze varie del bambino e un capo che comincia a pensare che non si può più contare su di te. Oppure rientri e va tutto bene, sì, è possibile anche questo. Ci sono tante storie quante sono le mamme là fuori, e sono tutte in prima linea.

La differenza tra un fossato e un vicolo cieco è che dal primo si può uscire, dal secondo no. Il fossato è una situazione in continuo movimento in cui, stringendo i denti e facendo piccoli passi avanti ogni giorno, si può risalire sull’altra sponda (ricordate “la lunga notte?”) Ciò che fa la differenza, nel fossato,  tra chi molla e chi persiste è la capacità di immaginare e fortemente desiderare quello che c’è sull’altra sponda, unito alla fiducia nelle proprie capacità di farcela.
Per me sull’altra sponda c’è sempre l’indipendenza economica e la libertà. Sono talmente indispensabili che non concepisco nemmeno l’idea di non lavorare.
Se invece i tuoi sforzi sono vani, resti fermo, non c’è alcun miglioramento e alcun obiettivo visibile e raggiungibile, sei in un vicolo cieco e il tuo dovere è mollarlo per investire le energie in qualcosa di più remunerativo (tutto questo è valido sia a livello personale che a livello lavorativo). Talvolta le relazioni finiscono in un vicolo cieco e l’unica soluzione è lasciarsi, il principio è sempre applicabile a tutti i contesti. Talvolta è molto difficile distinguere le due situazioni, soprattutto quando le sofferenze del fossato sembrano insopportabili..

Se può aiutare un po’,  la maternità è per definizione un fossato. (Il bambino cresce e le sue esigenze cambiano, la mamma cresce a sua volta, il papà può e deve essere parte attiva di un piano). Il lavoro, invece, può essere l’uno o l’altro o di più: fossato, vicolo cieco, salto nel vuoto, montagne russe.

3. Il  lato economico

Se le donne avessero pari accesso a lavori di alto livello, retribuiti quanto i loro mariti/compagni o anche di più, il dilemma se abbandonarlo o meno si porrebbe meno spesso (e quando donne dalla carriera strepitosa la lasciano per dedicare più tempo alla famiglia, quella è una loro vera libera scelta, non è il salto dello gnu). Ma se sempre più donne fossero in posizioni elevate  cominceremmo a considerare normali, e non più stranezze, i modelli familiari dove per un periodo o per sempre è il papà a stare a casa o a lavorare da freelance o a progetto, ed è la mamma a “fare carriera”, perché la famiglia decide che quel modello economico conviene. Neanche una suocera trova qualcosa da ridire in quel caso, credetemi.
Ma siccome non siamo ancora in quella situazione, spesso il basso stipendio viene scambiato da una donna per un vicolo cieco. La frase che più mi provoca sconforto e rabbia è “perché sbattermi tanto se poi devo passare lo stipendio alla baby sitter?” Ma non è un po’ miope? Un punto di vista alternativo non è da trascurare. Ecco cosa dovreste chiedervi: guadagnerò sempre così? Cosa posso fare per avanzare? Lo voglio? Ho le capacità e i meriti per farlo o non mi considero meritevole di alcuna crescita significativa nella mia professione da qui a cinque-dieci anni? Avete mai provato ad entrare dal capo o dalla capa e a chiedere, argomentando con il vostro impegno e i vostri risultati, un aumento? (Se non l’avete mai fatto e la sola idea vi fa sorridere ciniche, lasciatemi perdere)
Insomma state pensando solo ai prossimi tre anni di tunnel con i vostri bambini piccoli, o riuscite a guardare più in là, al di là del fossato? E come vi vedete dopo? Felici e realizzate dopo aver lasciato questo lavoro, o un groviglio di rimpianti?
Prima di lasciare un lavoro che vi piacerebbe in prospettiva, ma che al momento vi remunera troppo poco, cercate di capire se siete in un fossato o in vicolo cieco…Potreste anche scoprire che siete ben considerate, che a quel capo dispiace perdervi e gli costa troppo formare da zero una persona nuova, che magari si possono trovare delle soluzioni temporanee, transitorie, rinegoziabili dopo qualche tempo. Faticose, dannatamente faticose,  ma se non le cercate non sarete mai libere di scegliere. Provocazione ipotetica: è mai possibile che in una coppia in cui lei guadagna 100 euro ma tra tre anni potrebbe avere un avanzamento importante e guadagnarne 150, e lui 120 ma non si muoverà mai da lì, a lasciare il lavoro debba essere sempre e solo lei, per definizione, perché è la mamma? Chiediamocelo. 25% di donne che abbandonano il lavoro: è un massacro. Chiediamoci da dove vengono questi numeri: solo dal malcostume dei datori di lavoro italiani, o in parte anche dalla nostra mentalità ?

Prima di arrendervi a un certo tipo di cultura della famiglia e del lavoro (questione di generazioni), non arrendetevi agli ostacoli della vostra stessa rassegnazione, e fate qualcosa per combatterla. Oggi stesso.



10 Risposte per “"Quando dire basta": per le mamme che stanno pensando di lasciare il lavoro”

  1. silvietta scrive:

    STANDING OVATION

    grazie

    .

  2. lastaccata scrive:

    Ho letto questo post da sobria, eccezion fatta per un bicchiere di birra gelata che dubito possa avere grandi conseguenze sulle mie capacità riflessive. Comunque, credo che la decisione di mollare un lavoro dipenda da variabili piuttosto complesse, ma paradossalmente anche piuttosto semplici. Io credo che una mamma non possa essere esente dal compromesso. Ora si alzerà un ovazione di voci in disaccordo, voleranno pomodori marci e anche qualche parolaccia pesante. L’accetto, me lo merito, ma questo è il mio (opinabilissimo) pensiero. Sono strenuamente convinta che si debba vivere CON i figli e non PER i figli, e che per una donna sia indispensabile mantenere una sua individualità, anche e soprattutto nel lavoro. Ma ci sono situazioni nelle quali il compromesso è indispensabile, una di queste coincide innegabilmente con il diventare mamma. Sono stata una mamma lavoratrice, anzi: tris lavoratrice, perché nel frattempo avevo già preso a scrivere. Ho fatto per due anni tre lavori: la mamma, l’impiegata e la scrittrice. Poiché la situazione mi stava sfuggendo di mano (delegare la cura di mio figlio ad altri non mi piaceva, ma non perché fossi perfezionista, soltanto mi sembrava di perdere i momenti cruciali della sua vita) ho preferito licenziarmi e quindi prendermi cura di lui in forma esclusiva. Preciso che si trattava di un lavoro part-time, non soddisfacente né dal punto di vista umano né da quello economico, e neanche particolarmente qualificato. Per me è stato semplice scegliere, primo perché non perdevo granchè, secondo perché all’epoca mio figlio aveva appena 18 mesi e il cordone ombelicale non totalmente reciso mi legava ancora a doppio nodo a lui. Se fossi stata invece una donna in carriera ( perdonate il termine anni ottanta) le cose sarebbero state decisamente più complicate, se lui fosse stato più grandicello e meno bisognoso di me ( o forse io meno bisognosa di lui ) forse non avrei mollato il lavoro. Considerato questo, ho deciso di prendermi una pausa di un anno, poi ho trovato altre occupazioni. Le ho mollate, perché non facevano per me (ma questo non c’entra nulla, lo dico solo per dovere di cronaca). Oggi scrivo, è il mio lavoro. Posso farlo da casa, gestendo a mio piacimento il tutto. Questo è il segreto della mia felicità. Non tutti i lavori si possono svolgere da casa, anzi. A dirla tutta sono pochissime le professioni che offrono una simile flessibilità. Flessibilità: questa è la parola magica. Ma al momento, l’Italia è ben poco flessibile in questo senso. Concludo questo lunghissimo commento con una riflessione: lasciare il lavoro non è una decisione che si può prendere a cuor leggero, modificarne le condizioni forse si può fare. Come? Questo varia da situazione a situazione e la dinamica non è mai semplice. Per chi ne ha la possibilità, consiglio di prendere spunto dai suggerimenti di Flavia per cercare di migliorare le condizioni economiche, qualora quelle personali fossero già soddisfacenti. Poi bisognerebbe disporre di un marito disposto a venirci incontro, e lì già la vedo più dura. Non è comunque impossibile, basta imparare a chiedere.
    Nel caso in cui invece ci si trovi invischiate in una condizione insostenibile su tutti i fronti, forse è meglio mollare temporaneamente, ma non arrendersi alla prospettiva di rimanere disoccupate a vita. Io dico sempre, sbagliando forse, ma lo dico: “ Lavorate solo se ciò vi rende felici, se confondete la spugnetta per lavare i piatti con quella per pulire il water, se non siete in grado di bollire un uovo senza farlo esplodere, se le istruzioni della lavatrice vi sembrano macchinose come i comandi dell’Enterprise, se uno stipendio supplementare vi salva dallo sfratto esecutivo e non perché così fan tutte”. In queste condizioni, mollare (temporaneamente) il lavoro è più semplice, decisamente più complicato se invece la soddisfazione c’è. Sono forse troppo fiduciosa, ma credo che si possa trovare la forza di mollare e quindi, passato il momento critico ( solitamente quando i figli crescono un po’), provare a reinventarsi. Conosco molte donne che ci sono riuscite con successo, perché non dovrebbe capitare anche a voi?

  3. M di MS scrive:

    Un annetto fa ho ricevuto una mail da una ragazza che non conoscevo nè ho mai conosciuto. Leggeva il mio blog, in cui raccontavo tra le altre cose la mia vita di mamma full-time e vedendomi evidentemente serena mi chiedeva consiglio perchè voleva lasciare il lavoro per fare come me.
    Forse sorprendendola io le sconsigliavo di farlo. Non è una contraddizione con il mio stato.
    Io mi trovo molto d’accordo con questo post di Flavia. Probabilmente se fossi rimasta incinta in quel periodo in cui ero lavoratrice dipendente non avrei mai lasciato il mio lavoro per stare a casa. Avrei cercato dei metodi alternativi per salvare capra e cavoli, ero molto ambiziosa e poi all’indipendenza ho sempre tenuto molto.
    Lo stipendio alla baby-sitter? Sì, se poi ti tieni il lavoro, e non lo dico con orgoglio. Mi dispiace (un po’ stile "Contro gli asili nido"), ma in Italia se esci dal mondo del lavoro dipendente non ci rientri più. Solo per questo.

    Diverso è se si svolge un lavoro nè gratificante nè – soprattutto – ricco di prospettive. La prospettiva prima di tutto. Quando facevo i colloqui mercanteggiavo anche lo stipendio con le prospettive…chissà se avrò fatto bene?!

    Più in generale, se si lascia il lavoro ciò non significa che ci si deve assentare dal proprio progetto di vita individuale. Dopo qualche anno per es. io sto riprendendo con delle consulenze, che sono esattamente ciò che rientra nel mio progetto di vita ideale.
    Quindi, dovendo dare un consiglio alla mamme titubanti, anch’io come Flavia chiederei loro in che direzione vogliono andare, ma non adesso nè fra 6 mesi. Ma quando i figli saranno grandi, il che rende più chiaro che ad un certo punto dobbiamo anche assumerci delle responsabilità nei confronti di noi stesse prima di tutto.
    Suona un po’ minaccioso, ma è un atto di generosità verso se stesse ;)

  4. Flavia scrive:

    @Silvietta, wow addirittura? .)
    @Luana, grazie del tuo commento (mi hai steso!!)… ritorno un attimo sul tuo concetto di compromesso: di solito visto in accezione negativa, in questo caso lo intendo come flessibilità mentale necessaria per continuare a perseguire i propri obiettivi attraverso delle fasi difficili. Da contrapporre a un’altra frase che odio visceralmente: "devi scegliere, o fai la mamma, o fai carriera". che cavolata, che miti di perfezionismo. da abolire.
    @M di MS, mi ricordo di quell’episodio. tu sei serenamente mamma e consulente quando e come ti va, io sono irrefrenabilmente un po’ di tutto, è bello che pur con strade diverse ci troviamo d’accordo nel profondio. sopratutto questo, molto bello: "chiederei loro in che direzione vogliono andare, ma non adesso nè fra 6 mesi. Ma quando i figli saranno grandi, il che rende più chiaro che ad un certo punto dobbiamo anche assumerci delle responsabilità nei confronti di noi stesse"
    grazie :)

  5. Mamma Cattiva scrive:

    Questo post mi tocca nel profondo e inutile che te lo spieghi. Mi toccherà leggerlo più volte perché comunque qualcosa non mi torna ma non so cosa. Forse il fatto che secondo le varie indicazioni non dovrei mollare (e bellissimo anche l’intervento di Vero che mi colpisce e piace sempre di più, e pensare che all’inizio non mi era simpaticissima, outing ;) e invece vorrei tanto provare il brivido di farlo ma non lo faccio perché crollerebbe un impalcatura difficile da giustificare. Giustificare che butteresti tutto nel cesso. C’è un aspetto importante da considerare che è la fiducia in se stessi, se manca non riuscirai mai a dire come ti vedi tra quando i tuoi figli saranno grandi né che scommetteresti su di te dopo il periodo sabatico. E’ il fattore strutturale di molte di noi, duro da sradicare che ci paralizza. Perché a tutte quelle domande io neanche riesco a rispondere.

  6. Chiara 2 scrive:

    Proprio in questo periodo sto parlando di prospettiva con una mia amica. Del fatto che, se si riuscisse ad avere più prospettiva, non ci si accalorerebbe tanto per cose che dopotutto durano pochi mesi (tipo svezzamento, latte artificiale, ecc.).
    Nella stessa maniera, una persona che versa tutti i mesi lo stipendio intero alla babysitter potrebbe provare a fare nella stessa maniera, se è solo quello il problema.
    Per me, per esempio, non lo è. Per me il problema è che non mi piace per niente che i miei figli li crescano altre persone, che hanno valori, cultura e idee diverse dalle mie. Dove "diverse" non significa "altrettanto valide". Mi fa infuriare questa cultura per cui occuparsi di un bambino piccolo è una cosa che può fare chiunque, un lavoro per minus habens.
    Nonostante ciò, ho tenuto duro e continuerò a farlo. Perché? Prima di vincere il posto statale, soprattutto perché mi serviva uno stipendio e dopotutto ho sperato fino all’ultimo che la situazione della mia azienda tornasse quella attiva e interessante dei primi tempi. Ora, perchè continuo ad avere bisogno di uno stipendio e non posso lasciare un posto statale in epoca di crisi per inseguire fortuna e gloria man mano che i miei figli crescono.
    Per molte che sono in una situazione simile alla mia, l’ideale sarebbe poter accedere a un part time. Che, se non mi muovo a chiederlo prima che anche la mia università lo metta al bando, potrebbe diventare impossibile anche per me.
    Ma, nel mondo reale, chi chiede un part time è già tanto se non gli finisce la scrivania nel sottoscala.
    Bisogna scegliere, purtroppo. Non tra carriera e famiglia, ma tra lavorare con soddisfazione e portare a casa la pagnotta.

  7. Flavia scrive:

    @MC dirti qualcosa è difficile, perchè queste risposte puoi darle solo tu. distinguere tra le voci fuori e quell’unica dentro che è vera, certe volte è maledettamente difficile. La mia l’ho sentita chiaramente dire un giorno "ma che c…. ci fai di mercoledi mattina in un supermercato, si può sapere?" poi però si è data una calmata (è una facilmente irascibile). Se ci riesci dimmi cos’è che non ti torna….

    @Chiara quella scelta di cui parli alla fine, per molti purtroppo non è affatto una scelta…

  8. CosmicMummy scrive:

    Dici bene: un numero così alto di donne che lasciano il lavoro dopo la maternità è una PIAGA. abbiamo il tasso di occupazione femminile più basso d’europa ma allo stesso tempo anche il tasso di natalità più basso. qualcosa non torna no? è statisticamente provato che i paesi in cui l’occupazione femminile è favorita ci sono anche più nascite… e più sviluppo economico.
    sono d’accordo con te che dovrebbe esserci libertà di scelta, ma in questo paese la donna spesso NON è libera di SCEGLIERE DI LAVORARE…

  9. Nuvola scrive:

    Questo tema è davvero da mal di pancia e mi tocca profondamente. Ci riesce perchè vivo come molte nel compromesso (lo chiamo così perchè non esiste per me un’altra parola utile a definirlo), nella frustrazione delle assenze, nello stato di straniamento di chi dà la lista della spesa al telefono alla tata (di cui si fida e che vorrebbe contemporanemente controllare installando una videocamera in casa)mentre guida e porta l’altra metà della prole a scuola (sbagliando strada perchè ha preso quella dell’ufficio dimenticandosi, diciamo così temporaneamente, dell’occupante il sedile posteriore), nello sfinimento fisico di quando si torna dall’ufficio e non si è in grado di assecondare la voglia di gioco dei bambini. Vivo come molte questo e molto altro. Lasciare o non lasciare? Già avere questo dubbio credo sia un lusso. Non tutti possono permettersi di averlo. Ma parliamo di chi può scegliere. Io ho avuto questo dubbio forte, incalzante, violento a volte, quando sono rimasta incinta la prima volta. "Che faccio? Posso smettere? Prendermi il congedo e poi rientrare? E se poi mi pento? E se poi non rientro nelle stesse mansioni?" Di tutte queste domande, come un mantra, ho inondato mio marito, vittima sacrificale (sant’uomo) delle mie incertezze tutti i giorni della gravidanza. Poi però ho desiderato tornare al lavoro per me, per riprendermi il mio tempo e il mio spazio di soddisfazione e gratificazione personale. Il lavoro mi piaceva e mi faceva stare bene. Ero fortunata. Ho desiderato fortemente rientrare. Ho pensato costantemente, mentre lo facevo, a quanto ero egoista e a quanto ero poco mamma. Mi sono flagellata e lo faccio ancora. Ho capito che fa parte del gioco. Con la seconda gravidanza ho subito una discriminazione (ne ho parlato, sfogandomi e liberandomi, in un mio post) e lì ho attraversato il guado dei dubbi e delle incertezze. Ho pagato il prezzo più alto perchè ho deciso di essere mamma e di essere una persona in carriera. Ho scelto di avere dei figli ma ho commesso il peccato, in questo paese, di pensare di poterlo fare avendo un bel posto di lavoro. Ho visto chiaramente il bivio: lasciare o resistere. ‘Cogliere la palla al balzo’, diciamo così, e stare sempre con i miei bambini, rinunciando al lavoro o resistere. Ho deciso di resistere. Di combattere questo sistema malato. Sto combattendo tenacemente perchè credo che chi prende una decisione discriminatoria nei confronti di una donna e di una mamma si debba rendere pienamente responsabile della propria colpa. Ho capito che per me il lavoro è importante, mi rende una persona soddisfatta ma non è la mia vita. Prima non dico che lo fosse ma quasi. Quando l’ho perso ho creduto di morire ma non è successo. Quando ho pensato che molti anni di studio e fatica erano andati letteralmente buttati nel cesso ho pensato che nulla si sarebbe salvato della mia sanità mentale. Neanche questo è successo. Ecco, io oggi penso che voglio lavorare e non voglio lasciare. Penso che un giorno i miei figli non avranno colpe da darmi o assenze da rimproverarmi perchè mi hanno conosciuto così. Non ho paura del futuro. Li amo e li amerò in futuro. Spero che loro mi ameranno così, per quello che sono. Sono certa che non sarei meglio di così se stessi 24h su 24h con loro. Ovviamente questa è la mia esperienza, il mio pensiero. Ho imparato ancora di più ad amare loro quando ho pagato il prezzo delle mie scelte. Ho capito che qualsiasi cosa era successa ne era valsa la pena. Sono felice solo al pensare che oggi ci sono loro con me.Ho imparato ancora di più ad amare il mio lavoro quando l’ho perso. E riconquistare,lottare, risalire, riprovare è stato faticoso ed esaltante. Convivo con loro e con il mio lavoro e imparo ad accettarmi ogni giorno. Penso che una donna debba ponderare bene se lasciare il proprio lavoro. Ma se pensa di lasciarlo perchè nel proprio ambiente le si fa ostruzionismo allora non deve mollare. Deve resistere con gli strumenti pochi o molti a disposizione, non importa.

  10. Flavia scrive:

    @CosmicMummy, benvenuta. Come si fa a non essere d’accordo… quelli che citi sono fatti, non opinioni.
    @Nuvola grazie della tua storia. Nessuna mamma dovrebbe flagellarsi e considerarsi una cattiva mamma perchè ama il suo lavoro e desidera tenerselo. Ammiro la tua battaglia, e spero serva da incoraggiamento a chi pensa di non avere altra scelta che mollare (come dice anche il commento precedente, molte si ritrovano o pensano di trovarsi in questa situazione). Il senso del messaggio qui è solo che, quando si valuta questa decisione, occorre porsi le domande giuste e non fermarsi all’orizzonte e alle difficoltà di breve periodo. Fatto quello, chiedendoci cosa desideriamo veramente, anche il "non mollare mai" è un falso ideale: certe volte è doveroso mollare qualcosa se non rende nulla, e ricominciare da capo.
    Le mamme che hanno fatto questo percorso e hanno considerato più remunerativa la loro vita da mamme full time, e hanno investito in quella, riuscendo a coltivare nel tempo i loro interessi, sono visibilmente serene – bisogna dirlo per completare il quadro :) Ma sono poche; quelle che hanno lasciato perchè si sono sentite spalle al muro sono molte di più, e non avremmo queste statistiche altrimenti. E questo mi rattrista molto.


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