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Delego o non delego, questo è il problema

Pubblicato il 12 giugno 2010 da Flavia

Nella rubrica “Rifletti con la Coach” mi ero flagellata abbastanza sul problema del micromanagement, ovvero la netta distanza che esiste a volte tra la mia aspirazione a una delega efficace (nel caso in questione si trattava di delega di compiti esecutivi ad altri familiari o alla tata) e i poveri risultati ottenuti…

La delega – dice la Coach in una bella presentazione che ho qui davanti – costituisce una leva essenziale per lo svolgimento dei ruoli manageriali.” (e quindi anche genitoriali, aggiungo sempre io) “Insieme alla leadership e all’uso efficace delle relazioni interpersonali, rappresenta una delle capacità più importanti che occorre praticare e sviluppare”. Si definisce così: la delega è l’attribuzione al Collaboratore della responsabilità e dell’autorità relativa alla realizzazione di compiti e al raggiungimento di specifici risultati”.

Delegare bene è difficile, perchè occorre capirsi a fondo sugli obiettivi e sui contenuti della stessa, ed essere entrambi motivati ad attuarla, poi è importante dare piena fiducia e spazio, ma senza sottrarsi ai compiti di supporto e supervisione, ma senza invadere quello spazio.. E il delegato a sua volta deve “far risalire” le difficoltà e gli ostacoli che incontra, ma non presentando problemi bensì soluzioni….Insomma il passo dalla delega allo scaricabarile, in un senso o nell’altro, è un attimo.  Resta fermo che ognuno ha una visione personale di cosa  desidera delegare e cosa no. E infine una bella regoletta conclusiva, che si dimentica sempre: “il merito del lavoro compiuto va interamente attribuito alla persona delegata”. Se ci sono problemi occorre dare feedback costruttivo, ma se gli obiettivi vengono raggiunti occorre dare il giusto credito al delegato.

Ora, se c’è una cosa su cui considero indispensabile la delega nella mia vita, è la gestione della casa. Primo perchè mi occuperebbe troppo tempo utile per seguire le mie  cose (faccio cose…vedo gente…), secondo perchè  se dovessi farlo seriamente pretenderei  una divisione 50/50 con il salentino e questo finisce per essere irrealizzabile, e terzo, sopra-a-tutto, perchè non mi piace (e di certo molte sono d’accordo con me). Quindi io delego tutta la casa alla tata, lui delega anche due buchi col trapano all’alter ego. Su questo dunque siamo assolutamente uguali. Incapaci e felici.

(Devo dire che lo shopping all’Ikea con il suo alter ego è stato fantastico.  Perdevo tutto il tempo che mi pareva, cambiavo idea trecento volte, e il fido B. che è ormai un amico di famiglia perchè ci ha montato tutta casa, mi seguiva sorridente con le borse gialle, un mito. Ovviamente lo shopping era parte del contratto “ti delego il montaggio di una stanza”)

Ma poi, ecco qua,  arriva Paola, che seguo e che ultimamente è stata anche qui, e mi scrive delle cose molto belle sul sentirsi empowered attraverso il fare,  partendo magari da presupposti contrari ai miei (per me la cultura manageriale in certe cose è un vantaggio, per lei, ehm anche no) schiudendo così un’altra possibilità di riflessione. Niente da fare, questa donna è una spina nel fianco. Per questo continuo ad invitarla qui.

—————–

E se vi dicessi che io non ho una colf? No, lasciate che mi spieghi meglio: non è che mi abbia abbandonato e ne stia cercando una. Non ce l’ho, non l’ho mai avuta, non la sto cercando, e probabilmente non l’avrò neppure nel prossimo futuro.

A questo punto, probabilmente, la maggioranza di voi risponderà con un sonoro “ecchissene” (e a ragione). Un’altra parte reagirà come fanno alcune delle mie amiche e colleghe, quando ci capita di affrontare l’argomento: con sguardi (telematici, nel nostro caso) impietositi, modello dama di carità, trattenendosi a stento dal chiedermi se avessi  bisogno di qualcosa, buona donna, la mia porta è sempre aperta, lo sai. Una terza parte, come altre amiche, semplicemente si toccherà a ripetizione la tempia con la punta del dito indice, e archivierà questa ennesima tra le stranezze del personaggio (ma allora era vero che ci volevi tutte a casa a cucinare e strofinare con i figli in braccio!).

Ma se condivido con voi questo sconcertante (non per me) dettaglio della mia vita privata, è in realtà perché vorrei parlare – o riparlare – di delega. Il concetto è ben noto, e già toccato più volte su queste pagine, non solo da Flavia. Tanto che, leggendo e rileggendo di quanto importante sia imparare a delegare, tanto sul lavoro quanto in casa, ho realizzato in cosa si radichi la mia istintiva diffidenza verso di esso.

Non dico nulla di nuovo se affermo che la nozione di “delega” ha a che fare con un ambito aziendale. Non certo perché sia praticabile solo in quel contesto: ma perchè fa parte di un novero di nozioni che rimandano a una cultura creata e agita da una certa forma del lavoro dipendente. La pratica della delega, insieme ad altre, è emanazione del modello “manageriale”: un modello nato in un contesto maschile e verticistico, che ha gradualmente varcato le soglie di genere, insieme all’accesso femminile alle gerarchie organizzative, e poi quelle degli uffici, per proporsi a tutti come strumento di gestione della vita personale e familiare (fino all’idea di “home management”).

Ecco perchè di delega abbiamo parlato tanto per l’assegnazione di attività ai collaboratori aziendali, quanto a quelli domestici. In entrambi i casi, la capacità di discriminare tali attività, di assegnare loro priorità, di selezionare i compiti che vanno assolti in prima persona da quelli che possono essere affidati ad altri diventa la chiave per una gestione di successo, che preservi tanto dalle inefficienze quanto da rimpianti/sensi di colpa. In questo senso entra in gioco anche il concetto di “empowerment”, che non a caso contiene al suo interno il termine “power” – potere, come quello in gioco nelle relazioni aziendali e familiari.

C’è una maniera diversa di esercitare questo potere? C’è un modo di “potenziare” (traduzione approssimativa, ma forse meno di altre) se stessi, anche al di fuori della rete di strategie aziendal-manageriali che include la delega? Di certo sì, anzi, ce ne sono tanti (sostanze stupefacenti incluse); ma quello che interessa a me, in particolare, passa per l’arte. No, non sto parlando di quadri dipinti per hobby, o dell’ultima tecnica di decoupage: ma dell’arte intesa come “fare sapendo fare”, quella che sta alla base dell’attività dell’artigiano (art-igiano), della bottega artigianale, il luogo dove si realizzano cose, con sapienza, e questa sapienza insegna ad altri come realizzarle.

Il modello artigianale e quello magistrale, basati sulla pratica in prima persona e sull’apprendimento per esempi, mi hanno sempre convinta di più di quello manageriale. Non solo per la profondità della soddisfazione, tra il mentale e il fisico, provata nel generare l’opera e insieme nel vederla nascere; ma anche per la fecondità dell’esempio, per la sua autorevolezza in grado di conferire forza e stabilità non solo al sapere di chi insegna, ma anche a quello di chi impara. Non che l’artigiano non deleghi, non affidi compiti ad altri; ma in quest’ottica, più che di “delega”, sarebbe meglio parlare di “trasmissione”, sotto l’occhio vigile di un maestro che non smette di essere artefice.

Che c’entra tutto questo con il fare da sé le faccende di casa? Da sé, ma non da sola: facciamo tutto in due, io e mio marito, aiutati già ora dai nostri due minuscoli bimbi. A loro vogliamo insegnare, mostrandoglielo, quanto sia facile e in fondo bello occuparsi insieme della propria casa, renderla accogliente, decorosa e piacevole da abitare. Preferiamo rinunciare a un’improbabile perfezione, piuttosto che abdicare all’intimità e alla “proprietà” di un nido che ci siamo guadagnati, per il quale lavoriamo, che vogliamo tramandare – insieme alla responsabilità e alla sapienza di custodirlo.
Certo, tutto questo ci costa fatica, tempo, qualche sacrificio: come del resto accade, da sempre, in tutte le botteghe, dalle quali non nasce opera se non dalla fatica, dal tempo, dai sacrifici. Potremmo dire: ci sentiamo “empowered”, capaci e corrispondenti alle nostre realistiche aspettative su noi stessi. Ma forse è meglio dire: ci sentiamo bravi, stiamo bene, ce la vogliamo, e ce la possiamo, fare – nel senso più pieno di “fare”. 

15 Risposte per “Delego o non delego, questo è il problema”

  1. Mammafelice scrive:

    Io non ho la colf perchè non posso permettermela, ma la vorrei eccome.
    Secondo me si può insegnare ai figli responsabilità e sapienza anche senza fare fatica fisica, per esempio cucinando insieme, o facendo il bucato.

    Io, se potessi, delegherei eccome. Trovo che nella vita ci siano cose ben più allegre ed educative che il ferro da stiro e il mocio :D

  2. supermambanana scrive:

    anche io non ho la tata. E vivo all’estero da sola con due figli. Se po’ ffa’, non appena esci dalla spirale de la casa pulita che senno’ fai brutta figura. La casa a volte e’ pulita. A volte anche no.

  3. supermambanana scrive:

    (refuso interessante: non "vivo" da sola, "viviamo" da soli, mio marito ed io. E facciamo tutto insieme)

  4. supermambanana scrive:

    comunque (scusate il commento a rate) non c’entra la questione della delega secondo me. La delega e’ comunque importante ed e’ un concetto sano da tramandare. Nelle faccende io e mio marito ci deleghiamo a vicenda. Il che significa anche che non ci lamentiamo poi per come l’altro ha interpretato la cosa. E significa che entrambi siamo in pieno controllo e conoscenza di tutto cio’ che serve, quindi posso andar via per una settimana e lasciare tutta la casa su di lui, figli inclusi, cosi’ come lui puo’ fare altrettanto con me. Delegandomi le cose che tipicamente farebbe lui. Non so se mi sto spiegando.

  5. my scrive:

    non sono d’accordo a far vivere a qualcun altro la mia vita (ad esempio per lavorare tanto delegare casa in toto e figli in quasi toto) però secondo me val sempre quanto detto da flavia nell’introduzione: se fai così è perchè ti piace (e quindi fai benissimo).
    avere qualcuno che ti fa il grosso delle pulizie in casa una volta la settimana (parlo per esperienza personale) è una gran cosa, ma risolve si e no il 20% della questione "casa" (rimane far la spesa, cucinare, riassettare dopo i pasti, lavare, stirare, riordinare, pulire i disastri quotidiani, etc) e quindi lascia comunque spazio a tutto il lato educativo fin che si vuole (pure troppo, direi io :-P).

    Ad esempio io invece non voglio delegare l’andare a riprendere i miei figli all’asilo alle 16.30. Anche se il 99% delle volte potrebbe farlo anche un robot (scarpe, maglia, zainetto, buongiorno-buongiorno, a domani-a domani). Ma lo foglio fare io.

    perchè?
    perchè mi piace!

  6. M di MS scrive:

    Non se qui dentro Flavia volesse intavolare una discussione sulla delega o sulla delega alla colf! :D

    Lato delega: è difficilissimo. Io delego poco perchè la verità è che non ho nessuno a cui delegare e quando questo succede il risultato non è quello che io mi aspetto. Ma resta un risultato accettabile.
    Però devo dire una cosa: se lavorassi in un contesto aziendale mi farebbe molto piacere avere sotto qualche giovane a cui delegare dei compiti. Ormai alla mia età (non sono vecchia ma non sono sull’onda) ed essendo abbastanza "genitoriale" come carattere, troverei interessante far crescere qualcuno più inesperto, quello che con me non ha fatto nessuno, sia per insipienza che per egoismo. E al giorno d’oggi c’è bisogno di adulti che tramandino e insegnino, sia a a casa che sul lavoro. Mi sento un po’ missionaria in questo ;)

    Lato colf: ce l’ho 2 vv. alla settimana perchè troppo tra i piedi mi infastidisce, se lavorassi full-time la farei venire tutti i giorni. Capisco il discorso di Paola, ma noi lo applichiamo diversamente. Per es. Marito è capace di fare mille lavoretti di bricolage. Pulire non mi piace per niente. A me piacere badgiare la credit card al super. Viva la sincerità.

  7. Mammafelice scrive:

    @My: ai tempi d’oro avevo una persona che veniva a casa una mattina ogni due settimane, e per me la questione casa era bella che risolta. Ma che casa c’hai? :D

  8. Chiara 2 scrive:

    Penso che esista un limite alla delega: un limite nel chi e nel cosa.
    Posso delegare a mia mamma di fare presenza a una recita, ma non potrei farlo con la tata. Non posso delegare una visita medica dei figli, a meno che "delegare" non significhi che ci va mio marito: ma in questo caso non è una delega, abbiamo uguali diritti e doveri.
    Penso che nessuno resterà traumatizzato per non essere stato ritirato a scuola dalla mamma o non aver mai mangiato dei biscotti fatti dalle sue mani o non aver mai visto la mamma fare le pulizie. Penso però anche che, mentre alcune di noi hanno un lavoro che le appassiona quanto la famiglia, altre invece no.
    In quel caso, ogni ora dedicata al lavoro ti sembra un’ora sottratta alla tua famiglia e, quando sei a casa, non vorresti delegare neanche la pulizia del sedere di tuo figlio.

  9. Mammafelice scrive:

    Noi non abbiamo mai avuto ‘problemi’ di delega, perchè siamo soli, e quindi ce la dobbiamo cavare da soli sempre. Se avessimo una famiglia normale, e potessimo averli vicino, io delegherei volentieri alcune cose: per esempio i giorni di malattia che ti costringono a smettere di lavorare, i panni da stirare e le cene da preparare.
    Difficilmente cederei ad altri i pomeriggi post-asilo, le giornate al parco e in generale il tempo pomeridiano e serale. Quello è il nostro tempo.
    Ma le pulizie, le cene dell’ultimo minuto, il litro di latte da prendere in corsa, la spazzatura da buttare, i panni da stirare, i pavimenti da pulire… tutto questo lo cederei volentieri. Non mi sembra un’attività che mi possa elevare a tal punto da non poterne fare a meno. Mi piacerebbe spendere il tempo per fare delle cose divertenti con mia figlia, piuttosto che pensare ai pavimenti sporchi.

  10. Paola scrive:

    … Mbè, se spina nel fianco deve essere, che spina nel fianco sia! :-)

    Sono contenta di aver già scatenato un bel po’ di commenti. In effetti non volevo tanto parlare di colf – anche se tutto il discorso è partito da qualche mail scambiata con Flavia su questo tema -, quanto proprio del concetto di delega. Ci tenevo a rendere esplicito, parlando della mia esperienza e delle mie riflessioni, il fatto che si tratta di uno strumento legato a un certo modello, e forse pure a una certa epoca.

    In altre parole, volevo suggerire il fatto che tanto lo strumento, quanto il modello, sono tutt’altro che assoluti; volevo mostrare che sono superabili, e ipotizzare una via di superamento. Non esistono solo i manager a cui guardare: esistono i maestri, gli artigiani, coloro che al "far fare" accompagnano il "fare" e il "trasmettere". Per inciso, anche se il modello in cui si inquadra il concetto di delega è quello aziendale, non è (affatto!) detto che nella stessa azienda non sia possibile adottare uno di questi diversi modelli. Mi ritrovo molto in quello che scrive M di MS: c’è bisogno di adulti che tramandino e insegnino, e questo vale tanto sul lavoro che in famiglia (e pazienza se lei lo chiama ancora "delega").

    Non c’è un solo modello di lavoro, non c’è un solo modello di famiglia. Io credo che buona parte delle nostre probabilità di realizzarci come madri e come lavoratrici, raggiungendo serenità e soddisfazione, dipenda dal realizzare questo fatto. Ricercare e praticare il nostro modello di conoscenza e di abilità mi sembra almeno altrettanto importante che ricercare e praticare il nostro modello di maternità, senza riferimenti obbligati a un ideale tanto diffuso quanto irreale e in fondo lontano.

    Paola

  11. Mamma Cattiva scrive:

    Vediamo se riesco a dire la mia. Proseguo sull’onda della colf perché in effetti aiuta a spiegare l’approccio. Questo è uno dei pochi fronti su cui mi ritrovo in un modello trasmessomi da mia madre e anche da mia nonna, quella mitica :) Per loro e per me la colf deve prendere il mio posto, nel senso che deve arrivare dove non posso (e talvolta voglio) io. Non a caso nei momenti, rari, in cui ci troviamo nella stessa stanza, vado in sbattimento e vorrei che se ne andasse in vacanza all’istante. Non mi piace essere servita (che è diverso da aiutata) e quindi ne faccio uso, con tutte le istruzioni del caso, quando io sono altrove: a lavorare fondamentalmente e raramente quando mi ritaglio un momento mio altrove dalla casa. Questo comporta che devo per forza avere una persona di cui mi fidi pienamente e che faccia le cose come mi aspetto, perché appunto io non sono lì.
    OT : Ammiro Flavia perché riesce a portarsi la tata in vacanza. Ogni volta le dico che vorrei farlo pure io ma so che non lo farò. Mi è bastata una volta e mi sono rovinata la vacanza.
    Nel lavoro non va molto diversamente. Se i miei collaboratori sono presenti tendo a voler fare al loro posto, a non chiedere, ad essere ipercritica. Se invece ci dividiamo i compiti e ci si ritrova in mezzo (i cosiddetti milestone di un progetto) o alla fine delle attività mi sento più a mio agio e sono più concentrata sulle mie cose. Credo che questo sia il lavoro di team dove le persone hanno i propri compiti e non si sovrappongono. Nel delegare ho imparato a staccarmi un po’ dall’idea "meglio far da sé quello che gli altri non fanno come vuoi tu". E qui c’è invece una ribellione a una modalità della mia mamma. Mia mamma rifaceva le cose piuttosto che vederle fatte come voleva lei e così si è ritrovata a faticare il doppio. Conseguenza di questo poi è che alla fine le persone che potrebbero imparare da te si sentono troppo "rimbeccate" e smettono alla lunga di fare. Un aneddoto con il mio primo marito, che infondo era un bravo umarel: quando lavava i piatti lasciava l’acqua scorrere ma lavava i piatti. Avrei potuto decidere di dirgli come avrebbe dovuto lavare i piatti senza sprecare tanta acqua e poi lasciarlo fare oppure dirgli "lascia stare, ci penso io che tu sprechi troppa acqua". Mia madre e mia sorella fanno esattamente la seconda che ho detto. Personalmente gli dicevo come avrebbe dovuto fare, ma poi mi toglievo di torno e lo lasciavo lavare i piatti e se anche avesse continuato con l’acqua corrente, l’avrei lasciato fare perché per me l’obiettivo era che lavasse i piatti mentre io mi occupavo di altro.

    Quest’anno abbiamo avuto una tata a casa per via della contingenza lavorativa ma con il trasferimento dove lavoro torneremo al regime "tata a ore". Averla a casa mi dava l’ansia :)

  12. Mammafelice scrive:

    Io a differenza di Mamma Cattiva amo delegare sul lavoro, e vorrei avere più soldi per delegare di più :D

    Certo, non è facile trovare la persona giusta che capisca cosa vuoi e come lo vuoi, ma quando la trovi, per me è di una comodità assoluta sapere che, se do le indicazioni giuste, c’è una persona che fa il mio lavoro togliendomi ogni preoccupazione.

    Mi è successo recentemente per la pubblicazione di alcuni articoli che ho retribuito su abcmamma: questa persona è stata perfetta, AUTONOMA e precisa, e mi ha davvero aiutata in un momento in cui, nemmeno se fossi stata aliena, non avrei potuto farcela da sola.

    Questo l’ho imparato dalla CRI: da soli, senza squadra, non si fa un bel servizio. E in squadra c’è sempre un leader che dà ordini secchi e precisi, senza grandi forme di cortesia, con autorevolezza, e in 20 minuti tu sei al pronto soccorso e magari hai anche salvato la vita a una persona.

    Io non ce la faccio a fare tutto da sola: sono arrivata ad un impegno tale in cui la delega è fondamentale. Nel mio lavoro, forse, la facilità sta nel fatto che non sto salvando vite, e mal che vada si parla di un errore rimediabile.

  13. Mamma Cattiva scrive:

    Mamma Felice, dove ho detto che non mi piace delegare? Ho detto al contrario che lo faccio addirittura togliendomi dalla vista del delegato e lasciandolo fare come vuole lui, l’importante che faccia. Sento il limite della sovrapposizione ma amo molto farmi aiutare ;)

  14. Mammafelice scrive:

    Scusa, come al solito non capisco una cippa :D

  15. Flavia scrive:

    Ma no, è che Mamma cattiva è una personalità complessa :)
    Sulla tata in vacanza proprio niente da ammirare MC…siamo tutti diversi e abbiamo bisogni diversi.Io mi sono abituata ad avere una persona in casa da quando ero all’estero, ed è stato l’unico modo per "sopravvivere" con un lavoro in cui viaggiavo tanto. All’inizio fa strano, ma poi ci affezioniamo :) L’aiuto in vacanza l’ho desiderato l’anno scorso per i problemi di alimentazione del piccolo, che mi hanno tolto degli anni di salute mentale, ma ti confesso che l’ho vissuto come un fallimento (in quel caso ho preferito togliermi di mezzo perchè facevo danni, non perchè volessi delegare…..)


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