Sui Generis – un resoconto di P. Liberace

Pubblicato il 13 maggio 2010 da Flavia

Questa roba qua, con i baffi, la stan facendo le donne, perchè vogliono la parità. Gliela do’ io, la parità!”. Cominciava così la mia giornata di sabato a Mantova, per partecipare alla sessione conclusiva della manifestazione “Sui Generis“: intercettando una conversazione da manuale tra due ciclisti cittadini, incuriositi dai manifesti sparsi un po’ ovunque in città e raffiguranti una donna che con una ciocca di capelli si finge i baffi.

Emblema della manifestazione – specchio di una provincia coesa e armonica, che ha realizzato un piccolo miracolo di conciliazione – sono stati proprio i baffi: protagonisti del video inaugurale che racconta le disparità tra sessi, distribuiti ai partecipanti, incollati sul muso dei “valletti” che incorniciavano i dibattiti, minacciando i relatori prolissi e commentando dal punto di vista dell’”uomo medio”. Anche per me la tentazione di metterli è stata forte, quando sono salita sul palco per discutere con Andrea Ichino, Luisa Rosti, Alessandro Rosina e Tindara Addabbo (moderati da Monica D’Ascenzo) di quello che le famiglie italiane, alla ricerca di una difficile via tra parità, conciliazione e carriera, chiedono alla politica.

Il mio voleva essere un ruolo vagamente guastatorio, e invece mi sono trovata d’accordo con quasi tutti. Con la Rosti, ad esempio, che ha spiegato bene perchè, se le donne non arrivano ai vertici, al loro posto andrà inevitabilmente qualche cretino; con Rosina – non sugli asili nido, che per me restano un male necessario, ma almeno sul fatto che politiche di conciliazione degne di questo nome non possono puntare soltanto su di essi-; con Ichino, al quale pure avevo dedicato qualche tempo fa un articolo piuttosto critico. Ascoltata dal vivo, la sua proposta di defiscalizzare il lavoro femminile per incentivare l’inserimento delle donne nel mercato mi è sembrata condivisibile e anzi auspicabile (sia pure per ragioni diverse da quelle portate da lui). Soprattutto, mi ha fatto piacere che ammettesse che la libertà di scelta non si esercita solo in una direzione; e che coltivasse il beneficio del dubbio di fronte alla suggestione che le donne potrebbero non volere soprattutto, soltanto, fare la cosiddetta “carriera”.

Sono stata felice anche di incontrare Sabrina Prati dell’Istat, fonte di quasi tutti i dati (sicuramente dei più rilevanti) che ho citato nel mio libro: e di vederla annuire quando, parlando della situazione delle madri lavoratrici, ho ricordato che almeno il 50% delle donne avrebbe desiderato posticipare il rientro al lavoro per dedicarsi ancora ai figli, e che con queste donne dobbiamo fare i conti, senza delegittimarne la scelta riconducendola a pressioni esterne.

Ho visto parte del pubblico annuire quando ho raccontato il mio caso di conciliazione fallita, quando ho citato il Manifesto del Lavoro della Libreria delle Donne, quando ho fatto conoscere la strana storia di Gaby Hinsliff – inglese, progressista, giornalista in carriera, e mamma -, quando ho domandato per quale ragione, nell’epoca dei Blackberry, del wi-fi e insomma dell’ubiquità tecnologica dobbiamo essere conciate ancora come Fantozzi, sveglia e caffè, barba e bidè.
Forse avrei potuto spiegarmi ancora meglio; avrei potuto insistere sul fatto che la frattura tra lavoro e famiglia dipende, in buona parte, dalla divisione artificiosa stabilita tra i due; avrei potuto confondere ancora di più le idee all’”uomo medio” che mi chiedeva se le donne vogliono “stare a casa” o “fare carriera”, svelandogli che “le donne” come tali non esistono, che “carriera” e “casa” sono parole da ridefinire, luoghi comuni da sfatare, totem da sfasciare. Ma poi ho dovuto scappare, costretta da un aereo in partenza e da un bimbo con la varicella a casa, appena prima dell’intervento della senatrice Vittoria Franco. Almeno i baffi, però, li ho conservati per la prossima volta: non si sa mai. 

P. Liberace

5 Risposte per “Sui Generis – un resoconto di P. Liberace”

  1. Flavia scrive:

    mi ha copito l’inizio del tuo post perchè io quelle conversazioni (tipo: Le donne? a casa devono stare, le donne!) le sentivo negli anni settanta sull’autobus andando a scuola, e mi rendevano furiosa. chissà cosa è cambiato da allora??

  2. Chiara 2 scrive:

    Flavia, io a quelle conversazioni rispondo di solito: eccerto, sto volentieri a casa con i figli! Mi mantieni tu?

    Mi sembra molto sensata la proposta di defiscalizzazione del lavoro femminile: sarebbe un vero incentivo all’assunzione di donne.
    E anche il discorso sul telelavoro mi sembra debba essere portato avanti. Voglio dire: sia a me sia alle mie colleghe è capitato e capiterà di collegarci da casa per fare cose che non siamo riuscite a fare al lavoro. La scelta è tra collegarci per una mezz’ora da casa senza che nessuno riconosca quel tempo oppure trovare qualcuno che ci tenga i bambini, prendere l’auto e andare a timbrare. Ovviamente scegliamo di fare gratis da casa, perché è più economico e veloce. Ma ciò non significa che sia giusto.

  3. Paola scrive:

    In realtà, molto. Secondo me non è un caso che i due protagonisti della conversazione fossero maschietti piuttosto attempati: mi sembra indice della marginalità assoluta di questo discorso fatto ai giorni d’oggi. Ti dirò: mi hanno quasi fatto tenerezza, questi due cicloamatori probabilmente in pensione, superati dai tempi come le loro biciclette dagli scooter…

    Il tuo commento mi fa sorgere però un’altro pensiero: mi rendo distintamente conto, forse per la prima volta, che il mio scarso interesse per il tema della parità si deve in buona parte al fatto che in sostanza la dò già per assodata. in altre parole, se vogliamo metterla così, non mi sento femminista o antifemminista, ma "post"-femminista: e credo che questa sensazione accomuni buona parte delle donne della mia generazione.

    Recensendo il mio libro, le femministe del mensile "Noi Donne" mi hanno rimproverata di non riconoscere al femminismo il contributo dato a "scuotere le arcaiche consuetudini italiane che negavano libertà elementari alle donne". Ora, non è che io non veda questo contributo, ma mi sembra un po’ come ringraziare Cristoforo Colombo per aver intrapreso il viaggio verso occidente. Insomma, credo che, una volta dato questo contributo, una volta scosse queste consuetudini, una volta riconosciuto quel che c’è da riconoscere, si possa e si debba però andare avanti.

    Paola

  4. Flavia scrive:

    @Chiara, bella battuta quella… ma io per esempio non ce la farei neanche se mi mantenessero :)
    @Paola, anche trentanni fa erano ometti attempati, c’è qualcosa che non mi torna. non dovrebbero essere schiattati? dai, scherzi a parte: sono d’accordo con te che bisogna andare avanti. il femminismo più arcaico portava a una negazione della maternità, che noi invece rivendichiamo pienamente. Ora mi vado a leggere la discussione sul post femminismo su "Mamme al Lavoro" di Linked in, perchè ammetto di non avercela fatta finora…

  5. Paola scrive:

    Visto che ci sei guardati anche il questionario formulato dal Movimento Mondiale delle Madri, credo sia importante per tutte noi rispondere…
    http://ow.ly/1LTCx

    Paola


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