Catalogato | Lavoro e conciliazione

Tags :

Mamme combattive e direttori del personale – a Monza il 4 marzo 2010

Pubblicato il 02 marzo 2010 da Flavia

  • Dopo aver registrato con disgusto sia questa notizia sia, soprattutto, i suoi commenti, ricevo un comunicato che riguarda gli stessi temi scottanti ed ha il giusto approccio: civile e corretto confronto tra bisogni delle aziende e bisogni delle famiglie. Quindi volentieri lo pubblico.
  • Monza- 4 marzo 2010

Incontro dibattito – Contro gli asili nido?
Monza Sala Maddalena – Via Maddalena 7
giovedì 4 marzo alle ore 21

Intervengono:
Paola Liberace, autrice del libro Contro gli asili nido
Alberto Busnelli, Direttore del Personale del Gruppo BASF
Modera Cecilia Spanu, Fattore Mamma

Al di là del provocatorio titolo del libro e dell’incontro (che di primo acchito fa saltare sulla sedia una mamma che lavora) queste sono alcune delle domande alle quali si cercherà di dare una risposta in quella serata:

1. Cosa vuol dire per un Direttore del Personale di un gruppo multinazionale e complesso, fare bene il proprio lavoro tenendo conto che i propri dipendenti sono Persone e sono madri e padri? Sono necessariamente due mondi in conflitto la famiglia e il lavoro oppure è possibile una relazione positiva fra le due sfere? Come fronteggiano le imprese e datori di lavoro l’evento della maternità, come gestiscono l’assenza prolungata delle lavoratrici, e poi le loro mutate esigenze e istanze personali?

2. La parola asilo nido è nell’immaginario collettivo una parola magica alla quale vengono associati determinati significati. Andando oltre questa parola, come si può andare a fondo di cosa un genitore (mamma o papà) vuole veramente per sé e per la propria famiglia? Cosa significa per l’autrice del libro libertà e responsabilità di educazione?
Esiste un’alternativa alla delega incondizionata dell’allevamento e dell’educazione dei figli, almeno nella prima infanzia?

3. Aziende, famiglie e pubblico: se e come può intervenire lo stato per supportare la conciliazione famiglia lavoro? Telelavoro, part time, anno familiare, quoziente familiare, congedi parentali: quali di queste ipotesi di soluzione sono più efficaci e percorribili? Quali sono le ragioni delle donne che abbandonano l’impiego dopo la nascita di un figlio? E quale sarebbe per queste stesse donne il modo migliore di conciliare famiglia e lavoro?


Mamme di Monza e dintorni: sarebbe bello se partecipaste numerose.

8 Risposte per “Mamme combattive e direttori del personale – a Monza il 4 marzo 2010”

  1. Chiara 2 scrive:

    Io non posso esserci, troppo distante la sede e troppo tarda l’ora (qui alle 5.30 ci si sveglia, quindi si va a letto con le galline). Ma mi piacerebbe moltissimo un resoconto del dibattito, a opera di Paola o di qualche altro partecipante. Sono tutte domande che mi stanno molto a cuore.
    Un saluto
    Chiara

  2. Flavia scrive:

    Anche a me stanno molto a cuore, Chiara. E bisognerebbe sbrigarsi a dare delle risposte. Non possiamo permetterci di continuare con lo squallore italiano dell’occupazione femminile più bassa d’Europa, con i casi di mobbing e con l’abbandono del lavoro che è visto con rassegnazione, come fosse il normale prezzo da pagare ("non puoi avere tutto, devi scegliere" – ma che mentalità insulsa).

  3. Chiara 2 scrive:

    Io potrei essere anche d’accordo che non si può avere tutto e bisogna scegliere: le giornate sono di 24 ore. Quello su cui non sono d’accordo è che a scegliere debbano essere sempre e solo le donne. E che, per avere magari scelto di ridimensionare temporaneamente il proprio carico di lavoro (la maternità e i figli piccoli durano per una frazione della vita lavorativa), rimangano escluse per sempre.
    Ma c’è anche questo problema: se le donne hanno diritto al congedo parentale al 30% e gli uomini no (nella maggioranza dei contratti privati, il congedo parentale per l’uomo o non è previsto o non è retribuito), le aziende vengono oggettivamente penalizzate se assumono donne. E però è anche vero che tu vuoi assumere una certa persona, con determinate competenze, a prescindere dal sesso.
    Mi piacerebbe sapere se anche le aziende si sentono a disagio a "dover" scegliere solo uomini (e quindi magari sono interessate a trovare soluzioni di conciliazione) oppure se non gliene frega niente (e quindi non sono neppure interessate a cambiare la situazione).
    Gliela fate per me questa domanda?

  4. Flavia scrive:

    Se Paola passa di qui (di sicuro) prenderà nota. L’ironia è che a livelli di middle management (parlo per la mia discilina, il marketing, ma anche per molte altre) ci sono quasi sempre più donne che uomini. Sono più facili da trovare, e oggettivamente, molto spesso, più brave, con voti alti e curriculum migliori. Più di una volta mi sono trovata nella buffa situazione di dover dire: e che cavolo, vorrei assumere anche qualche maschietto.
    Quello che non accetto di quella frase è, come dici anche tu, l’implicita e inevitabile conclusione che se diventi mamma devi smettere di "fare carriera".
    Nel mio caso non è stato affatto cosi’ per una serie di fattori, e vorrei che la stessa opportunità venisse data a tutte le donne brave.

  5. Flavia scrive:

    Riporto il resoconto di Paola da Linked In:

    Cosa possono imparare l’uno dall’altro una mamma combattiva e un direttore del personale

    Di solito l’incontro tra mamme combattive e direttori del personale si risolve con un knock-out, con una sfiancante vittoria ai punti; o, più spesso, con una doppia sconfitta, svantaggiosa per entrambi. Ma non ieri sera a Monza: da Alberto Busnelli, direttore HR di BASF Italia, ho imparato molto, e vorrei raccontarvi cosa.

    Anzitutto, l’importanza del livello "micro". Secondo Busnelli, la maniera migliore per fare conciliazione non è cercare soluzioni universali, né procedere per grandi (e spesso irrealizzate) intenzioni. E’ invece quella di risolvere i problemi volta per volta, in un incontro franco tra azienda e dipendente, tanto nel confronto individuale quanto nella contrattazione aziendale (a proposito: avreste mai detto che un direttore HR potesse avere un debole per i sindacati? Io no!).

    Busnelli sa bene che soluzioni "micro" non significa personalizzazione del rapporto – le aziende, come tutte le organizzazioni, tendono a generalizzare, per ragioni tanto intrinseche quanto di praticità -; vuol dire invece operare sì caso per caso, ma in nome di un orientamento complessivo al bene comune. L’azienda, dice ancora Busnelli, non è e non deve essere responsabile della realizzazione professionale, né personale, dei suoi dipendenti; né tantomeno della loro felicità. Ma può lavorare – nello specifico, attraverso gli strumenti delle risorse umane – per creare le condizioni affinché questa realizzazione, questa felicità, si compiano.

    E se il livello "micro" non bastasse? Il mio timore è che lasciando al singolo caso la soluzione del problema si perda di vista la necessità stringente di risolverlo, che ne fa (o ne dovrebbe fare) un imperativo generale. Ma per questo, dice Busnelli, non servono leggi: gli obblighi normativi sono anzi controproducenti. L’azienda (e in fondo anche il dipendente) non vogliono che qualcuno intervenga d’ufficio, imponendo a entrambi il modo di mettersi d’accordo. Non leggi, ma soldi: piuttosto che altri obblighi, è meglio che lo Stato semplifichi le normative, e preveda incentivi alle imprese, per superare le loro resistenze che in gran parte nascono da valutazioni di tipo economico. A proposito: forse due dipendenti in part time non costano esattamente più di uno full time; ma di certo due dipendenti, anche se in part time, significano due assicurazioni, due carte di credito aziendali, due procedure di gestione, insomma, due catene di costi, al posto di una. E questo non è un dettaglio.

    A Busnelli piace l’idea della libertà di scelta; ma sottolinea anche che la possibilità di scegliere si paga. Per esempio, il telelavoro, la possibilità di lavorare da casa – sicuramente un vantaggio per molte di noi – rappresenta anche un vantaggio per l’azienda, perché alleggerisce i costi di struttura: ma se la struttura costa meno, ecco che bisogna tagliare la struttura, ecco che servono meno addetti per servizi di base, ecco che bisogna licenziare qualcuno. Prospettiva non indifferente ai fini di un direttore HR (e anche ai nostri, in fondo).
    Non esistono scelte a costo zero, sono d’accordo: la libertà va sempre di pari passo con una responsabilità che bisogna assumersi. La maternità obbligatoria è stata una grande conquista, ma l’abbiamo pagata e la stiamo pagando: da quando le aziende devono fare i conti con sei mesi di assenza fissa delle lavoratrici madri, ribaltano questi conti sugli stipendi delle donne e sulle loro possibilità di carriera. La flessibilità è un sogno per molte di noi, ma anche questa si paga: ad esempio, accettando che il lavoro si faccia “liquido”, che penetri nelle nostre vite invadendo gli spazi del privato, che cadano le distinzioni tra professionale e personale. Ma questo non significherebbe, in fondo, recuperare quell’unità di se stesse cui le donne anelano, quella che essendo da sempre madri, mogli e lavoratrici insieme, conoscono in fondo da sempre?

  6. Paola scrive:

    Ciao Flavia,

    grazie per lo spazio!
    Aggiungo una nota a pié di pagina che che ha a che fare con il discorso di Chiara.

    Mentre "scaldavamo i motori", chiacchierando amabilmente in preparazione all’incontro, Busnelli mi ha confessato che l’idea di introdurre un congedo parentale obbligatorio, fino a sei mesi, per i padri – idea che mi aveva fatto balenare per la prima volta dalla segretaria confederale CGIL Susanna Camusso – a lui non dispiace affatto.
    Secondo lui, in maniera sorprendentemente (per me) simile a quanto mi aveva spiegato la Camusso, in questo modo si creerebbe un positivo urto culturale, che costringerebbe le aziende a prendere atto della necessità di fare a meno non soltanto delle donne, ma anche degli uomini.

    Potrebbe essere un ulteriore spunto di riflessione per tutte noi: dal mio punto di vista, avrei molto da dire su questa proposta…

    Paola

  7. Flavia scrive:

    Paola, da quello che racconti sembra che ce ne vorrebbero di più, di direttori del personale così :) un urto culturale, è quello che ci vuole. Tutti dovrebbero capire che "non fanno a meno di" risorse, ma si può imparare a usarle in modo nuovo.
    E’ molto stimolante partecipare a questi dibattiti in questo perdiodo. Ce ne sono sempre di più e questo è un segnale incoraggiante, perchè il cambiamento deve partire dal basso e deve essere appunto culturale. Commentavo poco fa su FB che ho sentito per pochissimo tempo la radio in macchina e in tutti e due gli interventi la concicliazione maternità-lavoro era al primo posto tra i problemi delle donne. il vero cambio culturale si avrà quando sarà considerato un problema di tutti, però.

  8. Chiara 2 scrive:

    Ecco, Flavia, hai centrato il punto. Però non credo che le condizioni siano tanto lontane.
    Nel senso: quando ero precaria, la conciliazione è stata un problema per tutta la mia famiglia. Mio marito si è interessato per capire se gli spettava il congedo parentale e in quali termini (poi il suo contratto non lo recepisce, che sfiga) e mia madre ha dovuto prendersi giorni di ferie per stare con sua nipote ammalata.
    Dal momento che le donne sempre di più hanno lavori precari o temporanei, sempre di più le famiglie si troveranno in queste situazioni.
    Se da un lato la cosa non mi fa piacere (perché ho provato che cosa significa essere precaria), dall’altro almeno la responsabilizzazione sarà più distribuita.


Lascia un commento

Parliamone

email facebook friendfeed linkedin rss twitter wmi

Le conversazioni del Village

thetalkinvillage.com

E’ una lunga storia

Scarica il banner!

veremamme

Iniziative