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La Fretta

Pubblicato il 25 marzo 2010 da Flavia

Milano, 2008

La fila per i Taxi all’uscita dell’aeroporto di Linate è lunghissima, infinita. Già quando scendi dall’aereo sai cosa ti aspetta. Tutti si guardano con sospetto e cominciano ad affrettare il passo per superarsi, emergere dalla folla e conquistare un posto che sia il più avanti possibile nella fila. La fila, man mano che si avvicina all’arrivo degli agognati taxi, diventa l’epitome dell’ “apparente organizzazione milanese”, in realtà finta, sfilacciata e psicologicamente frustrata. Appena arrivano quattro o cinque taxi  e si posizionano su due file parallele, le prime sei o sette persone della fila cominciano ad agitarsi, lasciano il loro posto e si disperdono tra le auto. Tu sei l’ottava persona e ti sembra che una stupidità collettiva ti stia spingendo, intimandoti quasi di scendere dal maciapiede, costringendoti ad avventurarti nella strada alla ricerca spasmodica del “tuo” taxi, invece di stare semplicemente ferma ad aspettare che arrivi lui da te, come si fa in tutti i posti civili e razionali (cioè dove la gente è abituata all’ordine e delle scene simili sarebbero oggetto di riprovazione, o dove le file dei taxi sono governate da qualcuno che ti dice dove andare: perchè noi esseri umani siamo così, ci controlliamo solo se gli altri ci costringono. E se gli altri sono collettivamente cretini, pur sapendolo sentiamo una pulsione fortissima a seguirli per non sembrare cretini noi a loro). Nonostante la tentazione di urlare insulti devo proteggere la mia posizione nella fila, altrimenti il solerte lavoratore tipico dietro di me, pensando che io non mi muova perchè sono una ritardata, si sentirà in diritto anzi in dovere verso la collettività degli onesti lavoratori di scavalcarmi e andarsi a conquistare il suo taxi. E quindi scendo dal marciapiede con l’aria cattiva di un marines che si prepara a  passare all’azione.
Questa è entropia allo stato puro, dettata dalla nebbia mentale della fretta, dal “mi adeguo prima che mi freghino”, questa è una cosa che, veramente, mi manda al manicomio.

Salerno, 2009

Sono in ospedale da mia madre, che si riprende dalla rottura del femore e dalla relativa operazione. Vado a prendermi un caffè al bar. Passo lunghi minuti a sorseggiarlo, guardando nel vuoto e perdendomi in vari pensieri. Quando ritorno al presente, abbasso lo sguardo e vedo uno straccio fermo accanto ai miei piedi, un oggetto che prima non c’era. Seguo lo straccio, risalgo con gli occhi lungo il manico di scopa che lo regge e mi trovo faccia a faccia con una signora delle pulizie. Ma da quanto tempo sarà lì? Non mi ha chiesto di spostarmi.  “State aspettando me?” le chiedo (al di sotto di un certo parallelo, passo in automatico al voi, che è francese in verità). “Finite, finite il caffè” mi risponde impassibile. Non ha alcuna fretta di lavorare, ovviamente. L’ironia è che trovo la cosa squisitamente cortese.

(l’effetto stereotipo-polemico Nord-Sud è casuale, scusatemi… Sono solo due dei miei tantissimi ricordi sparpagliati, raccolti e giustapposti a caso.)

 

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9 Risposte per “La Fretta”

  1. Ondaluna scrive:

    Trovo interessante, molto, questo spunto di riflessione.
    Più che sullo stereotipo, mi fermo sulle percezioni: la fretta di lavorare produce l’aria cattiva da marines in direzione "devo adeguarmi prima che mi freghino".
    La calma (dai, non credo che siano stati più di una manciata di secondi) produce la sensazione di cortesia. Al di là di quale sia la parte d’Italia in cui l’hai sperimentata, non è una cosa curiosa?
    (PS: anche al sud, anche se non è fretta di lavorare ma semplice ansia di essere i primi e quindi i più "furbi", le folle producono i medesimi effetti).

  2. Flavia scrive:

    Ondaluna, devi tornare più spesso :)
    erano solo un paio di ricordi ma tu ci hai trovato un bel senso…

  3. alessandra scrive:

    Il post è suggestivo, il commento di Ondaluna anche (fretta di lavorare=rabbia; calma=cortesia), ma ovviamente non generalizzabile. A me "quello che mi fa andare al manicomio" è più spesso la calma che la fretta. Avete presente la calma dei baristi che ripongono tazze e tazzine, dandovi le spalle, ed evitano accuratamente il vostro sguardo mentre voi, unica cliente al banco, provate dispratamente a farvi preparare un caffè???? O la calma delle receptionst aziendali, mentre pretendono di "servirvi" (chiamare un taxi, darvi le chiavi di una sala riunioni, registrare il vostro accesso, ecc.) mentre conversano amabilmente con la mamma/amica di fatti decisamente personali? O la calma della parrucchiera che ha un impellente bisogno di caffè e sigaretta tra il tuo shampoo e la tua piega, e ti lascia dieci minuti con la testa bagnata, perché così il balsamo "agisce"???? Ecco, io tutte queste persone calme (e cortesi) molto spesso le prenderei volentieri a testate.

  4. Flavia scrive:

    ciao Alessandra, quello è prendersela un po’ troppo comoda :) e ti capisco
    Ma la Fretta è una brutta cosa… Se fossero tutti più calmi, non potrebbero aspettare il taxi senza agitarsi? magari ti viene in mente anche qualche altro esempio…

  5. alessandra scrive:

    … o certo, hai ragione…. mi viene in mente quando l’aereo atterra (e magari c’è anche il pullman da aspettare) e tutti (soprattutto quelli lato finestrino) si mettono a sgomitare per uscire per primi. Non vorrei che pensassi che sono una che va di fretta e calpesta la gente per guadagnare dieci centometri di vantaggio…. Anzi, pensa che spesso in fila alla cassa del super se dietro di me c’è qualcuno che ha poche cose rispetto al mio carrello strapieno lo faccio anche passare avanti (guadagnandomi esterrefatti ringraziamenti)…

  6. Flavia scrive:

    perfetto, l’atterraggio, quante sgomitate… ma anche il check in… che bisogno c’è di mettersi in fila per salire per primi se comunque devi aspettare che salga anche l’ultimo?? e pensa che uno una volta mi ha fatto toc toc sulla spalla, schifato perchè secondo lui gli ero passato davanti alla fila per l’imbarco. gli ho fatto un’aria più o meno: "ma passa pure… (idiota)"
    ah, per continuare con lo stereotipo solo perchè mi fa ridere, a Roma quello con pochi pezzi al supermercato si fionda immediatamente a chiederti di passare avanti…. e non puoi certo dire di no, ma certe volte lo fanno due-tre di seguito….. argh

  7. Silvia gc scrive:

    Però la signora delle pulizie è stata di una cortesia poetica.
    Dietro quella minuscola attesa c’era tutto un mondo: prendevi il caffè nel bar di un ospedale, ai suoi occhi esperti quella era una pausa dopo una lunga notte o in giorni difficili. Non si disturba un caffè del genere… che poi il caffè è una cosa seria.
    Sono pochi secondi che sanno di affetto e comprensione per un’estranea, di rispetto peer le storie altrui.

  8. Flavia scrive:

    "non si disturba un caffè del genere", wow, bello.
    E’ vero, la battuta ovvia è che una piccola pausa faceva piacere anche a lei :) ma effettivamente l’ho trovato anch’io un segno di sensibilità. o anche di curiosità: vediamo questa quando si sveglia :)

  9. pontitibetani scrive:

    sembra che quando non c’è la fretta ansiosa che ci spinge altrove, e si accolgono un pò (ma non troppo) i ritmi naturali del corpo ci si ascolta e si ascoltano gli altri attorno … e magari ci si trova amici nella piccola pausa, si respira ci si guarda in faccia e non ci si vede marines …
    come si diceva dalle mie parti – crf blog – donne guerriere (e non donne soldato) capaci di esser toste ma centrate sul proprio corpo, bisogni, ritmi reali ….

    e allora penso che ho proprio voglia di quel tempo fatto così:
    "finite, finite il caffè" ….


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