L’autorevolezza

Pubblicato il 08 febbraio 2010 da Flavia

Nella nostra rubrica “Rifletti con la coach” è arrivata una bella domanda: come conquistarsi e come trasmettere autorevolezza. Qual è il peso, l’influenza della nostra “presenza”, e come si costruisce? Me lo chiedo spesso anch’io. Spero che le domande che ci facciamo partendo dal messaggio franco e diretto di una lettrice siano uno stimolo utile per tutti, sia al lavoro, sia a casa

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Ciao!
Il mio problema è la non capacità di trasmettere autorevolezza.
Entrata da poco in una nuova azienda ho avuto la netta impressione che le persone in generale non percepissero né la mia posizione né la mia esperienza. Questo ha generato una scarsa considerazione da parte dei “managers” e un atteggiamento paritario da parte di persone di meno esperienza. La cosa curiosa è che ho percepito che le persone cogliessero le mie responsabilità solo dopo aver partecipato a un evento a cui vengono invitati solo i responsabili di azienda. Sembrava che avessero capito il mio peso solo dopo quell’evento.
Odio mettere per iscritto queste considerazioni perché nella mia  mentalità rifuggo dalle gerarchie e dal peso delle cariche ma sono anche un po’ stanca di non vedermi mai riconosciuto un po’ di rispetto.
La mia fama all’interno delle aziende è sempre di persona “fair” e noto con fastidio che avanzano sempre di più le persone più agguerrite e un po’ aggressive. Non a caso i miei capi sono sempre di questa tipologia e non riesco mai a predominare rispetto a loro. Alla loro presenza mi faccio sempre piccola piccola.
La mia domanda è dunque: come tirare fuori la tigre che è in me? :)

Grazie,

Elena

Cara Elena,

partiamo con una semplice considerazione:  l’autorità la si acquisisce, in parte, con l’assunzione di uno status (in azienda riferito al grado gerarchico) ma l’autorevolezza è un qualcosa che si ottiene attraverso la relazione.    E il tipo di relazione che tu costruisci con gli altri dipende in primis da come tu ti percepisci  rispetto a loro e poi dai conseguenti  tuoi  comportamenti.  Gli altri rispondono “reattivamente”.

Mi piacerebbe che tu potessi rivederti alla moviola, o comunque “fuori da te”, e provare di persona l’effetto che fai. Mi piacerebbe domandarti di raccontarmi parola per parola i tuoi primi incontri coi colleghi Manager ed i collaboratori, mi piacerebbe che mi descrivessi  le tue modalità di interazione, le parole che usi, la tua mimica, ciò che pensi  mentre sei con loro, ciò che provi. Quello che ti impedisce di mostrare ciò che sei veramente,  quel che sai, le tue capacità e competenze.  Come mai ti fai piccola piccola? Di cosa hai paura? Cosa succederebbe se altri ti vedessero come una persona autorevole? Cosa ci potresti perdere?
Queste sono solo le prime domande che ti farei per aiutarti a riflettere sulla cosa e ad individuaee quello che ti blocca. Fammi sapere se ti si accende qualche lampadina :) io sono qui.

Ioia



9 Risposte per “L’autorevolezza”

  1. Flavia scrive:

    quello che mi affascina della risposta di Ioia è la possibilità di spostare il focus dell’attenzione dagli altri ("non mi riconoscono rispetto") a noi stesse, nel senso che siamo noi che implicitamente trasmettiamo a loro il modo in cui vogliamo essere considerati. questo non ha necessariamente a che vedere con atteggiamenti aggressivi e prevaricatori. Attendo altri commenti perchè la cosa mi incuriosisce molto.

  2. Arianna scrive:

    Altro che lampadina, qui da me si accende un albero di Natale… :-)

  3. Chiara scrive:

    Concordo con l’albero di Natale! Una volta ho letto un libro che si intitolava più o meno "Perché le brave ragazze non fanno carriera" sembrava una scemata, non lo era. Ho capito, insieme alla scoperta dell’acqua calda, che noi siamo quello che ci vendiamo di noi, i nostri sorrisi gentili, le nostre cortesie da buona educazione. Io ho la sindrome della brava ragazza perfettina, mi danno un compito, mi chiudo in camera e lo finisco, preciso e veloce. Poi torno e trovo gli altri a fumare e bere il caffè coi capi. Indovinate chi fa carriera? Aggiungo che la consapevolezza dell’origine del problema, purtroppo, non lo risolve. Almeno non lo risolve per me: le uniche volte che gli altri hanno abbassato la cresta è stato quando ho tirato fuori i coltelli. Ma non è nelle mie corde, e mai lo sarà.

  4. M di MS scrive:

    Secondo me non sta tutto nel tirare fuori i coltelli.
    Quando lavoravo in un’azienda in cui ero l’unica donna di un team e per giunta l’unica laureata (capo compreso) ho saputo farmi rispettare, faticosamente per il mio modo di essere, ma cmq ci sono riuscita mimetizzandomi. Cercando di farmi percepire "maschia". Non mi amavano particolarmente, ma mi rispettavano. In un’altra occasione ero consulente esterna in una realtà di giovani, ma molto "crudi" e provinciali. Per riuscire a fare bene il mio lavoro e mantenere autorevolezza ho dovuto evitare certe occasioni di svago comune, difendere le mie proposte con mano di ferro in guanto di velluto. Questo per dire cosa? Non che bisogna tradire se stessi, ma che – a mio parere – è meglio focalizzare l’obiettivo professionale e saper navigare sulla cresta delle nostre intuizioni, del non detto, del percepito. Bisogna sapersi dare ma anche negare. Si può essere "fair", come dice Elena, ma decisi e sicuri di sè.

  5. Elena scrive:

    Ciao Ioia,
    prima cosa grazie di aver considerato la mia domanda. Vedo intorno un certo interesse.
    Non è semplice guardarsi dal di fuori. Certe volte mi piacerebbe ascoltare di nascosto le persone che eventualmente parlano di me per capire cosa pensano realmente. E questa è insicurezza pura.
    Mi chiedo fino a che punto si riesca ad essere autorevoli senza snaturarsi, quando si è più spontaneamente "brave ragazze", come dice Chiara.
    Effettivamente quando parlo con le persone tendo sempre a mettermi sul loro piano, mi metto nei panni degli altri e faccio fatica a mettermi in opposizione.
    Poi sembra che non abbia prontezza di risposta, tant’è che mi vengono in mente le risposte giuste a scoppio ritardato oppure se arrivano puntuali, ho mille dubbi che non sia quella giusta e sto zitta, per accorgermi troppo tardi che potevo azzardare.
    Circolo vizioso. Reagisco solo nella situazione di massimo stress.
    Un intervento di coaching può essere utile se una persona è insicura di natura?
    Non è che più semplicemente ci sono persone portate, talentuose come leader e altre più capaci nelle retrovie? Suona orribile questa domanda come se uno non potesse sfuggire a una connotazione caratteriale, ma il dubbio rimane sul trovare un modo per diventare quello che non si è.
    Grazie.

  6. Flavia scrive:

    Io credo che l’autorevolezza venga in primo luogo dall’esperienza. Se hai parecchi anni di esperienza su una materia e ne hai viste un po’ di tutte i colori, puoi star sicura che le tue opinioni possono essere accolte come autorevoli. Diverso problema, Elena, è quello della sicurezza di sè, per es. la sicurezza di prendere in mano le redini di una discussione, giudarla, tirarne le fila, che in te viene un po’ minata – mi sembra – dalla continua domanda "cosa penseranno di me?". Ioia continuerebbe incalzandoti, Ok, cosa pensi che potrebbero pensare? e se lo pensassero, cosa succederebbe? e così via. potresti scoprire che il problema è molto più piccolo di quello che ti sembra, e che ti blocca..
    essere aggressivi o duri non c’entra niente. essere decisi e tranquilli, piacersi, stare bene con se stessi, quello sì. Il manager più bravo che io ricordi era giovane e molto, ma molto fair, e non ha mai avuto bisogno di fare lo stronzo.

  7. piattinicinesi scrive:

    bellissima discussione.
    leggendo la lettera ho subito pensato che a volte è l’azienda stessa a facilitarci o a renderci difficile la vita. il modo in cui entri, il ruolo che ricopri, possono cambiare molto anche in relazione a situazioni interne, e a volte ci vuole un po’ prima che il nostro ruolo sia riconosciuto.
    poi c’è un fatto, se hai un ruolo di autorità hai anche una responsabilità di essere autorevole. l’autorità non è aggressività. è un modo sbagliato di concepirla. io vedo il ruolo di chi è responsabile degli altri e di un lavoro come una responsabilità. per fare in modo di portare a casa un risultato e che tutti siano soddisfatti e diano il meglio di sé devo ascoltarli, capire qual è il modo giusto di fare le cose, incoraggiarli ma anche dare indicazioni chiare e precise, e pretendere che vengano rispettate. l’autorità del capo viene sempre messa in discussione finché le persone non cominciano a fidarsi, o a sentirsi importanti e considerate, per questo è un ruolo scomodo, difficile, ma anche bellissimo. un’altra cosa, non va confusa l’autorevolezza con il carisma. quello ho si ha o non si ha. e se non si ha è inutile farne un dramma. l’autorevolezza si può guadagnare a poco a poco, e la sicurezza in sé anche.

  8. Ioia scrive:

    Mi hanno chiamato a rapporto ;-)
    Cara Elena,
    cito dalla tua prima domanda : “ non capacità di trasmettere autorevolezza”. E rispondo all’ultima delle tue domande nel nuovo commento (non è che ci sono persone dotate ed altre che…?): sicuramente ci sono persone a cui questa cosa sembra avvenire in maniera “naturale” , ma sta di fatto che è comunque una capacità acquisita. Come quella di parlare una lingua o di guidare un’auto o la buona educazione. In fondo la Classe che cos’è se non la naturalezza nel mettere in pratica le regole del bon ton? Certo, chi lo fa da più tempo probabilmente lo farà in maniera automatica, naturale….
    E cosa occorre per imparare? Acquisire una capacità? Vediamo le cose più basic:
    1. Sapere che c’è qualcosa che puoi imparare (autoconsapevolezza rispetto al tuo punto di partenza e a quello cui tendi)
    2. Volerlo imparare (motivazione)
    3. Credere di poterlo fare (autostima/sicurezza)
    4. Applicazione
    Quindi certo che il coaching potrebbe aiutarti ma solo se se sono presenti almeno le condizioni 1, 2 e 4. La condizione 3 potrebbe essere un primo obiettivo da raggiungere, uno step da fare per procedere verso il tuo obiettivo più grande: dimostrare ed ottenere autorevolezza.
    C’è anche qualche bella notizia: la prima è che studi molto recenti sull’intelligenza emotiva hanno confermato che il nostro carattere influisce sul nostro modo di vivere solo per un massimo del 25%. Il resto dipende da noi!
    La seconda bella notizia è che non solo non è necessario snaturarsi ma è quasi controproducente.
    Vedi, il segreto sta nel trovare il giusto equilibrio: se, ad esempio, pensi che per essere autorevoli significhi doversi mettere in opposizione (v. tuo commento paragr 3), e questo è un principio contrario ai tuoi valori, è ovvio che non ti verrà naturale. Se si fanno delle “equazioni” per cui comportamento autorevole=coltelli, tigri, aggressività…. È molto probabile che la cosa ti infastidisca e che alla fine tu la rifiuti.
    Se ti riconnetti però con la responsabilità insita nel tuo ruolo (grazie Piattini), se pensi che essere responsabile (e non meramente il capo) di qualcuno significhi aiutare il tuo collaboratore a valutare le cose nella maniera più oggettiva possibile (e non solo dal suo punto di vista) forse ti verrà più naturale rispondere, confrontarti, farlo riflettere… con garbo. La saggezza , il rispetto che dimostrerai sarà pari all’autorevolezza che ti guadagnerai :-)
    Un paio di appunti per Chiara: sono d’accordo con te, non è sufficiente capire dove sta il problema o la sua origine. La cosa più importante è sapere cosa vorremmo di diverso e stabilire come fare ad ottenerlo.
    Inoltre, essere brave ragazze è fondamentale per essere rispettate, per diventare affidabili e poi autorevoli, ma è importante rimanere in relazione con gli altri: “mi danno un compito, mi chiudo in camera…” ;-)
    Ioia

  9. Elena scrive:

    Grazie Ioia e scusami se ci ho tardato nel darti un segnale di lettura. Ho metabolizzato il tuo intervento…
    Leggendoti e smarcando le 4 condizioni ho subito pensato "la tre è tosta" e cosa scopro? Che alla fine dipende tutto da quello. Chi ha doti o capacità acquisita di autorevolezza, leadership e qual dir si voglia , si auto-stima, si sente nel giusto nei propri panni e quindi controlla insicurezze, voci dentro e deragliamenti.
    Devo lavorare su quello perché il resto non mi manca.
    E meno male che gli studi sull’intelligenzia emotiva dimostrano che i risultati dipendono da noi e non da requisiti caratteriali. Se non fosse così tanto varrebbe arrendersi. Non avrebbe neanche tanto senso lavorare sui nostri figli perché tanto diventerebbero quello che già sono alla nascita.
    Per adesso prendo atto di questo chiaro messaggio su cosa lavorare. Non vado in palestra né faccio alcun tipo di sport per mancanza di tempo. Vediamo se lo trovo per uno slot di coaching.
    Grazie ancora a te, a Flavia e a tutti quelli che hanndo dato un contributo alla mia domanda.
    Vi saluto con un ruggito. :)


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