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Prima di avere bambini

Pubblicato il 16 gennaio 2010 da Flavia

Ricevo il racconto di Paola e lo condivido volentieri, perchè credo molto nella vostra Diversity su VereMamme. Nelle discussioni in Rete sembriamo paladine di ideali opposti e inconciliabili (ad esempio, io la conciliazione se pur nel lavoro full time, e il rifiuto della “mamma a tempo pieno come panacea”, lei il lavoro part time e un libro dal titolo “Contro gli asili nido”). In realtà, il concetto di Empowerment ci unisce.

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Prima di avere bambini, come molte donne “in carriera”, pensavo che bastasse un asilo nido. Un asilo nido, mi dicevo, risolverà il problema di mettere insieme il mio impegnativo lavoro e la cura dei miei bambini. Un asilo nido, possibilmente di qualità, possibilmente aziendale, possibilmente aperto fino a tardi. Poi sono diventata mamma: e quando ho guardato mia figlia, quando ho passato i primi giorni, le prime settimane, i primi mesi con lei ho capito che non avrei potuto. Non avrei potuto semplicemente lasciarla a qualcuno mentre era ancora in fasce, tornare dietro la scrivania, e rassegnarmi a vederla per un paio d’ore al giorno – ad essere ottimisti – a partire dai suoi primi, preziosi anni di vita. Non avrei potuto trasformarmi da sua madre in semplice spettatrice della sua crescita, della sua educazione, della sua vita.

Ho prolungato finché ho potuto la mia astensione di maternità; al contrario di molte donne, meno fortunate, ho potuto permettermi di restare a casa per tutti i sei mesi di congedo parentale facoltativo, pagati per legge solo al 30% dello stipendio. Ma anche i sei mesi sono finiti: arrivata al decimo mese di vita di mia figlia sono dovuta rientrare al lavoro. Per un paio di mesi ancora, ho pensato, me la cavo: le due ore di permesso quotidiano per allattamento mi permetteranno di passare con lei almeno il pomeriggio. Ma cosa farò allo scadere dell’anno di vita? Non volevo smettere di lavorare; volevo solo avere più tempo per mia figlia. Volevo fare la mamma, non solo la manager.

Allora ho pensato di provare con la domanda di part-time: sarebbe stata la soluzione ideale per me. Ma non lo era per la mia azienda: quando ho presentato la domanda mi è stato opposto un netto rifiuto. “Ragioni organizzative”, mi è stato detto: a nulla è servito assicurare che, se fossi stata accontentata, sarei stata disposta a continuare a lavorare anche da casa, anche di sera, anche di notte, a stipendio ridotto, per recuperare il tempo “perduto”. Ero costernata, e arrabbiata: mi sentivo impotente, e raramente come in quel momento ho realizzato di non avere scelta. Ma invece di mettermi il cuore in pace, ho cercato di saperne di più. Volevo capire se il mio problema fosse solo il mio: se qualcun altro avesse vissuto la mia stessa esperienza, se ci fossero altre donne, altre madri, altre lavoratrici a condividere la mia rabbia, ma anche i miei desideri.

Ho rispolverato la mia vecchia attitudine alla ricerca – mi sono laureata in filosofia alla Normale di Pisa -, e mi sono messa al lavoro. Ho consultato libri, ho confrontato dati, ho messo in fila articoli, report, ricerche; tutti quelli che ho potuto rintracciare, senza essere un’esperta di welfare, né un’economista, o un’analista di professione. Ho raccolto tutto, e ne è venuto fuori un quadro vagamente anomalo. Altro che sola: nella mia condizione c’era una quantità insospettabile di donne, ignorate dalle periodiche rivendicazioni sindacali, giornalistiche, politiche in nome delle pari opportunità. Però c’erano, ed erano tante. Erano le donne giunte alle dimissioni dopo diciotto-ventiquattro mesi dal parto, non solo, e non tanto, per mancanza di un posto al nido, o di una baby sitter: ma perché volevano stare di più con i loro figli. Erano le donne che lamentavano in primo luogo la mancanza di flessibilità lavorativa, la rigidità degli orari, l’indisponibilità del datore di lavoro ad accordarsi su una nuova organizzazione dei tempi.

Il bello è che donne del genere non esistono solo in Italia: le ricerche condotte in Gran Bretagna hanno rivelato l’esistenza di una maggioranza silenziosa di lavoratrici che non si riconoscono nei servizi sociali offerti dallo Stato alla famiglia, che alla famiglia vogliono pensarci personalmente, che non identificano più la propria realizzazione tout court con una fulminante carriera. Queste donne non sono necessariamente casalinghe disperate, o matrone conservatrici: invece, sono sempre più numerose le professioniste affermate che si dimettono. Come Gaby Hinsliff, la notista politica dell’Observer (di simpatie progressiste), che ha detto basta per passare più tempo con suo figlio Freddie di due anni. Apparentemente, Hinsliff aveva tutto: una luminosa prospettiva professionale, una tata h24, un marito disposto a fare il “mammo” per fare posto alle aspirazioni della moglie. Ma non bastava, evidentemente: come lei stessa ha spiegato, aveva tutto, ma le mancava una vita – e ha voluto riprendersela.  Negli USA lo chiamano “downshifting”, ridimensionamento: delle proprie pretese, delle proprie entrate, ma anche della follia di una realtà lavorativa non più a misura d’uomo. “Voglio ancora lavorare: solo, non così”, ha dichiarato Hinsliff: potrebbe essere il motto di tutte.

A queste donne volevo, dovevo parlare. Volevo far conoscere il nostro punto di vista; volevo far sapere che un asilo nido, quand’anche disponibile, qualificato, sempre aperto non era al vertice dei nostri desideri, volevo dire chiaramente che quella di fronte a cui eravamo state messe era una scelta obbligata, o per meglio dire una rinuncia obbligata: o la famiglia, o il lavoro. Così, ho raccolto le mie ricerche e le mie riflessioni, ho fatto quattro conti, ho aggiunto qualche proposta, e ho scritto un libro. Ho spiegato senza giri di parole come la penso sulla maternità, sull’educazione dei bimbi, sulla responsabilità dei genitori: ma soprattutto, ho chiesto piena libertà di scelta, perché queste sono le mie idee, e ogni genitore deve poter decidere in base alle proprie. La stessa libertà che vige nei paesi europei che spesso vengono citati come modello, perché abbondano di asili nido: ma pochi ricordano che abbondano anche di part-time, di congedi parentali prolungati e interamente retribuiti, di assegni familiari degni di questo nome.

La mia storia non è ancora finita. Dopo la prima, ho avuto un altro figlio, e il copione si è ripetuto, identico. “Bisogna organizzarsi”, mi hanno detto in azienda, consegnandomi il secondo rifiuto alla seconda domanda di part-time. Chissà cosa significherà questo per me: per molte altre mamme ex manager – quelle che ho conosciuto presentando il mio libro, e che mi hanno raccontato le loro storie -, ha voluto dire dimettersi, inventarsi un lavoro, improvvisarsi imprenditrici. Di una cosa sono certa: la mia strada non passerà per una rinuncia, né al lavoro, né ai miei figli.

24 Risposte per “Prima di avere bambini”

  1. marilde scrive:

    La cosa che unisce discorsi e approcci diversi alla maternità, e che trovo anche qui, e che condivido in pieno, è la possibilità di scegliere. Gira e rigira, il nodo cruciale è questo. A furia di ripeterlo otterremo qualcosa, mi auguro!

  2. Mamma Cattiva scrive:

    Ciao Paola e grazie di questa testimonianza.
    Ho letto con molta attenzione il tuo testo, due volte e mi escono di getto alcune considerazioni. Per non perdere il filo (stasera sono cotta) ne faccio un elenco:
    – Diversamente da te (e in questo non mi sento peggiore o migliore ma solo diversa) non ho provato un richiamo così forte dall’esigenza di stare con i miei bambini piccoli. Provo quotidianamente il desiderio di starci di più ma non in modo così viscerale da convincermi a fare il percorso di ricerca che hai fatto tu. Credo che questo richiamo lo sentirò molto forte quando i bambini saranno un po’ più grandi e andranno seguiti di più nella scuola e nella crescita. Per capirsi, il mio libro dovrebbe intitolarsi "contro le scuole elementari" :)
    - dovrò leggere il tuo libro per capire come va avanti questa storia, perché preso atto di queste osservazioni io continuo a non vedere delle soluzioni praticabili. Si dovrebbe, si potrebbe ma poi cos’è che riusciamo a fare tutti insieme?
    - un libro così dovrebbe a mio avviso scriverlo un uomo, più uomini, tutti i padri, perché alla fine, guarda caso, la scelta di downshifting la fanno per la maggior parte le donne. E con questo confermiamo ogni volta che questa è solo l’esigenza della donna.
    - il mio lavoro non è eseguibile part-time, nel senso che per farlo come deve essere fatto c’è bisogno di un presidio superiore alle 4-6 ore. Richiede che viaggi e che passi anche del tempo fuori casa (tra l’altro è la parte più divertente, al limite ridurrei le ore di ufficio). Realisticamente se chiedessi il part-time la mia azienda mi risponderebbe che gli obiettivi che devo raggiungere diventano impraticabili.
    Disumano? Forse, ma trovatemi un’azienda che non fa i suoi interessi e io le chiederò di garantirmi determinati benefit in funzione di una mia risposta non adeguata. Del resto quando ho avuto esigenza di una baby-sitter full-time rispetto a quella part-time l’ho dovuta sostituire, non mi sarei potuta permettere due BS part-time.
    Forse il confronto regge meno in bilanci diversi ma serve per capire il punto di vista di un’azienda. Non a caso il part-time non lo danno neanche a un uomo, caso mai provasse a chiederlo.
    - la maggioranza delle donne non ha la possibilità di scegliere. Molte devono tornare a lavoro per motivi economici e altre smettono non perché vivono il richiamo dei figli ma perché a conti fatti è più economico restare a casa che pagare i servizi che ti permettono di tornare a lavorare; alcune resistono sotto-costo perché sperano di ridurre i costi superati i primi anni dei bimbi oppure perché temono l’indifferenza della famiglia quando la fase della "cura" sarà terminata.
    - nella mia vita parlo con molte persone, molte donne e uomini con figli. La maggior parte trova assolutamente normale e nella natura degli uomini che questi possano NON fare determinate cose. Continuo a sentire o a leggere post nei blog in cui si descrivono uomini/compagni che non sanno preparare da mangiare, che non si occupano della casa, che non portano i figli a scuola, che non vanno a parlare con i professori, che non cambiano pannolini, che non stirano, che non si alzano la notte, che vanno a dormire in un’altra stanza se il bambino frigna. Se a parità di attività lavorativa svolta fuori casa, le attività casalinghe e per i figli fossero equamente divise tra i due, matematicamente il tempo per la donna aumenterebbe e lei potrebbe avere la scelta di usarlo come crede.

    Credo che i cambiamenti debbano venire anche dal basso, non solo dall’alto delle aziende, dello stato e delle strutture. Senza nulla togliere alle esigenze di cambiamento di questi.

    Detto questo confesso di subire come persona e non come mamma i richiami del downshifting ma perché sono stufa di tanti stimoli materiali sterili, di tanto consumismo e di poco spazio per noi stessi. Ad oggi però non ho trovato un modo pratico per realizzarlo, che mi convinca, che mi assicuri che la cosa sarà sostenibile.
    Ad oggi.
    Paradossalmente per me e per il momento la miglior scelta è stata quella di cogliere le opportunità di upshifting, di fare un lavoro che mi piace di più e che mi fa crescere professionalmente, che mi porta a casa con cose da raccontare ai miei bambini, che mi garantisce una situazione economica da poter fare determinate scelte, che mi permetta di fare delle vacanze con il mio compagno e avere nostri momenti. Mi auguro quindi che questa storia della riduzione delle aspettative non sia un’ennesima moda, un’etichetta da appiccicarsi per giustificare il non prendersi le responsabilità. In giro vedo tante volpi con l’uva che si riempiono la bocca di buoni propositi e tanta incoerenza.
    Forse alla fine diciamo la stessa cosa. Leggerò il libro per capire meglio.

  3. Mamma Cattiva scrive:

    Scusa Flavia per tanta invadenza ma mi sa che lo spazio ce lo dai…:)

  4. Flavia scrive:

    ma certo, come sempre!

  5. Silvia gc scrive:

    Già dal suo intervento al Momcamp di Roma, Paola mi aveva colpito molto.
    E mi aveva colpito molto la correlazione con le sue idee e quelle di Maria Pia De Caro (WorkingMothersItaly), sulla necessità di un’organizzazione aziendale a misura delle persone, con le loro esigenze, uomini o donne che siano.
    Io sono una libera professionista e mi posso permettere il lusso sfrenato di svolgere il mio lavoro quando voglio (tranne ovviamente gli impegni fissi d’udienza).
    Questo significa che POSSO SCEGLIERE di passare un pomeriggio con mio figlio e lavorare magari a tarda sera, o cose così.
    La mia esperienza, però, mi porta a rilevare che per la maggior parte dei lavori, un’applicazione vera ed intensa per 4/6 ore al giorno è sufficiente, tranne momenti critici, a svolgere una mole considerevole di attività.
    L’importante è stare con la testa dove sis ta fisicamente.
    Sono anche convinta che le donne abbiano sviluppato (in media) una capacità organizzativa spesso superiore agli uomini: dovrebbe essere concesso ad una donna di lavorare 6 ore selle sue! 6 ore al giorno sono un’infinità, se spese bene.
    SOno perfettamente d’accordo con Mammacattiva che ci sono lavori in cui non bastano, ma anche quei lavori avranno periodi di alti e bassi, fasi alterne, picchi.
    Io parlo della maggior parte delle attività, quelle che occupano la stragrande magioranza delle persone.
    Ed allora vorrei la possibilità di scegliere come diritto: come nuovo principio di diritto del lavoro.
    Un’organizzazione quasi libero-professionale delle aziende. Mi sbaglierò, am credo che in molti campi questo gioverebbe al rendimento ed alla qualità del lavoro.

  6. alessandra scrive:

    Ciao ragazze, colgo l’occasione per far notare una cosa. Su questo come su altri blog di solito le mamme che intevengono sono (siamo) sempre mamme manager, o ex manager o manager mancate (…) o libere professioniste, o mamme che possono e vogliono scegliere di stare a casa e coltivare, oltre ai figli, i propri interessi. Effettivamente, se io lavoro per obiettivi, e magari sul raggiungimento di questi obiettivi l’azienda mi dà un bonus, è corretto che faccia valere le mie ragioni e sostenga che un orario di lavoro rigido e imposto ha poco senso…. Così come se per il mio lavoro è essenziale che viaggi molto, una volta raggiunti i famosi obiettivi (condicio sine qua non) dovrei avre diritto di gestire in autonomia i tempi di ufficio in sede. Bene. Allora ben vengano le leggi sulla flessibilità, ecc. ecc. Ma mi chiedo, le mamme commesse, le mamme operaie, le mamme parrucchiere, le mamme colf, le mamme cameriere…. che ci fanno con una ipotetica legge di flessibilità? Loro hanno solo la possibilità (e non sempre) di ridurre orario di lavoro e stipendio, e non sempre possono permetterselo… Aumentare i periodi obbligatori di maternità pagati dai datori di lavoro? E se avesse l’effetto di discriminare ancora di più le donne in fase di assunzione o di conferma di contratto… Non so se sono riflessioni pertinenti, ma insomma, le mamme sono tante e con varie esigenze, e io sono contenta di avere un buon lavoro, una brava tata, e un nido privato a due passi da casa… ma chi tutto questo neanche se lo puù sognare temo che a senitire i nostri discorsi di autorealizzazione e dintorni si incazzerebbe non poco. Ecco, solo per dire che non ci siamo solo noi, non per essere polemica o qualunquista. Un saluto a tutte.

  7. Chiara scrive:

    Sono d’accordo con Alessandra: molti di questi discorsi si applicano a una elite fortunata, quella che lavora per obiettivi. Una segretaria deve rispondere al telefono dalle alle e non c’è storia, la cassiera pure. Ma siamo proprio sicuri che la segretaria (come me) e la cassiera abbiano bisogno di tutto il loro stipendio, sempre tutti gli anni della loro vita lavorativa? Il problema è che il part time è una specie di pietra che ti metti al collo, un cartello che dice al tuo datore di lavoro che non hai voglia di lavorare. E quindi alla prima che mi fai…
    Invece, se il part time fosse una cosa normale e non una condanna, una potrebbe anche dire: quest’anno la grande comincia la prima elementare, voglio seguirla un po’ di più, prendo un part-time. Certo, sarebbe bello che lo potesse fare anche il padre. Ma i padri incontrano più difficoltà delle madri, se possibile. Dalla madre te lo aspetti, la giustifichi. Il padre no, è solo uno sfaticato che vuole stare a casa a vedersi qualche partita in più.
    Ecco, io non vorrei un diritto del lavoro ad hoc solo per le madri. Vorrei che, quando nasce un bambino, i genitori avessero diritto a un pacchetto ore che possono passare con i loro bambini, senza bisogno di giustificazione, e se lo potessero godere nell’arco dei primi diciamo 10-12. Con regole tali per cui nessuno possa "sparire" dal lavoro per anni come avviene in certe maternità, tanto per rassicurare i datori di lavoro.
    Mi diranno: c’è il congedo parentale. OK, ma sono solo giorni interi e non sono recepiti da tutti i contratti (per esempio, da quello di mio marito no). Quello che penso io dovrebbe essere un diritto per tutti quelli che lavorano e hanno un’iscrizione alla previdenza sociale, indipendentemente dal tipo di contratto.

  8. Mamma Cattiva scrive:

    Cito un articolo che proprio Paola ha suggerito in una discussione del gruppo MAMME A LAVORO di Linkedin:
    "l lavoro si espande nella vita di molti, proprio come un liquido. Ha perso forma e struttura per il venir meno di parametri certi nel tempo e nello spazio. Le ristrutturazioni costringono chi rimane in azienda a fare di più con meno risorse e l’intensità del lavoro, di conseguenza, aumenta."
    >>Fare di più con meno risorse<< quindi non è corretto dire che 6 ore sono sufficienti. Quando mi sono dimessa dall’azienda in cui lavoravo, al mio posto hanno preso un consulente.

    Io mi ritrovo in questa descrizione: "Chiunque abbia responsabilità anche minime dà per scontati straordinari, reperibilità telefonica, lavoro a casa e riunioni nel fine settimana. Il lavoro ha rotto da tempo le catene del “dalle 9 alle 5”, e ora si insinua, aiutato dalla tecnologia, in spazi e tempi finora ritenuti privati."

    L’articolo completo lo trovate qui:
    http://www.viasarfatti25.unibocconi.it/notizia.php?idArt=2841

  9. SIlvia gc scrive:

    Convengo con tutte le precisazioni di Chiara.
    Fatta una valutazione di costi/benefici, il part-time può essere anche economicamente conveniente. Il problema è ottenerlo.

  10. Paola scrive:

    Ciao,
    ringrazio tutte per i commenti, e naturalmente Flavia per aver ritenuto interessante la mia testimonianza tanto da pubblicarla.

    Solo qualche precisazione. "Contro gli asili nido" non è un libro sul downshifting. Non è un libro sul part-time. Non è un libro per sole mamme. E non è neppure un libro per mamme manager. Se dovessi dire, è un libro sulla libertà di scelta: sul fatto che, dovendo e volendo spendere soldi per la conciliazione, è impensabile continuare a investire in una sola direzione. E ciò vale sia se questa soluzione, come accade oggi, è quella della delega a terzi della cura familiare; sia se si tratta di un’altra – part-time, telelavoro, congedi parentali, aspettative e chi più ne ha più ne metta -, ma sempre di una sola.

    In un certo senso sono d’accordo con tutte: so che le aziende sono tutte diverse (grandissime, medie, di servizi, di produzione… e poi esistono gli studi associati, le libere professioni, gli artigiani etc.), che le professioni sono tutte diverse (alcune compatibili con il part-time e il telelavoro, alcune solo con il primo, alcune con nessuno dei due, alcune con il job sharing, alcune con i congedi estesi, alcune con l’elasticità degli orari… devo continuare?) – e di più, che le donne sono tutte diverse (io e Flavia ne siamo un ottimo esempio, ragione di più per ringraziarla).
    E’ proprio per questo che, a ogni nuovo articolo di giornale, ad ogni nuovo autorevole commento, ad ogni nuovo piano del governo che parla sempre e soltanto di "più asili nido" (almeno venisse fatto!) mi viene il prurito alle mani. Da quando il libro è uscito, non faccio che ripetere che il titolo è in buona parte provocatorio, che i miei due figli frequentano entrambi un ottimo nido privato, che non mi farebbe affatto schifo mettere su e dirigere un nido… etc.

    Nel mio libro ho spiegato e argomentato la mia scelta, o meglio, quella che sarebbe stata la mia scelta se avessi avuto la libertà di farla. E questa scelta non è il downshifting: ma la flessibilità sufficiente per stare con i miei figli nella loro prima infanzia. Inoltre, è la MIA scelta: non perché un uomo non possa o non voglia fare la stessa, ma perché, prima di chiedermi cosa possono e vogliono fare gli altri (mio marito compreso), sono abituata a chiedermi cosa posso e voglio fare io. E io volevo stare con i miei figli – io, personalmente.

    A MammaCattiva dico: sul downshifting sono d’accordo con te: come disse il saggio cinese, anche questo passerà, almeno in questa forma. Per il resto, cercare di capire il punto di vista delle aziende, e una volta capito questo tentare di lavorare con loro per la flessibilità, è proprio quello che sto facendo adesso, insieme ad altre donne.
    A Alessandra dico: una di queste donne fa la receptionist in un hotel, di cui verosimilmente non diverrà mai direttrice, e non solo perché non è la cosa che desidera di più. Lavora a 40 Km da casa, ha due figli piccoli, e un marito in aeronautica. E le hanno negato il part-time, che le avrebbe permesso di respirare.
    A Chiara dico: ma anche il part time non è "la" soluzione, non per tutte. Quello che sarebbe la soluzione per tutte sarebbe il cambiamento radicale del modello di lavoro dipendente nel quale siamo, non so quanto consapevolmente, finiti. By the way, uno dei progetti di legge in discussione in Parlamento reca la proposta di fruibilità dei congedi parentali anche ad ore.

    E a proposito di fare qualcosa, credo davvero che continuare a parlarne sia il primo passo. Utopista o ottimista? :-)

  11. cara paola,
    sei tutte e due le cose. Utopista e ottimista.
    personalmente il nido è stat la ancora di salvezza, che mi ha permesso di continuare a lavorare e non "sbattere"mio figlio dalla nonna 12 ore al giorno. Ma io sono una libera professionista, teoricamente padrona del mio tempo.
    Il tuo libro mi incuriosisce parecchio, se passo da feltrinelli lo trovo?

  12. Flavia scrive:

    Vi seguo, eh. Sono qui. E’ difficile aggiungere qualcosa perchè i vostri commenti già spaziano su moltissime cose. Faccio il tifo per tutte, dalle receptionist alle amministratrici delegate alle libere professioniste :) e penso che ci vorranno sempre più utopiste ed ottimiste :)

  13. Paola scrive:

    @mammainbluejeans: forse sì. ma per avere la certezza la cosa migliore credo sia cercarlo online (sempre su feltrinelli, oppure su bol).

  14. mariangela scrive:

    ciao Paola, ciao tutte.
    Guarda qui che bella conversazione è venuta fuori. Ho letto il commento fiume di MC, che ho riconosciuto subito, e stranamente, giacchè solitamente mi pare di leggere mia sorella separata alla nascita, non sono d’accordo. Liquido, sì, certo che si è fatto liquido il lavoro, e certo che siamo in un periodo ancora molto di transizione, ma la questione è se questa liquidità debba necessariamente andare a favore delle aziende o possa essere sfruttata dai lavoratori per cambiare il paradigma di sviluppo di questa società che sempre più mostra lati consunti, talvolta slabbrati. Spero non suoni veerocomunista perchè non è proprio nelle mie corde, ma forse questa Crisi – non parlo solo di quella economica – potrebbe davvero essere un cambio di passo. Professionalmente mi sono formata in una multinazionale americana fortemente orientata al risultato e geneticamente meritocratica, negli anni Novanta in cui tassi di sviluppo ben diversi dagli attuali consentivano ai più prospettive migliori. Ma come sono oggi quelle stesse aziende? Hanno continuato a premiare i capaci o molte fra esse si sono trasformate in macchine da profitto contribuendo ad aumentare i divari e le differenze di reddito, di possibilità, di opportunità? Dobbiamo preoccuparci delle donne che non sono manager, oppure di quelle giovani donne laureate che manager ambirebbero ad essere e invece si trascinano da un contratto precario all’altro nelle stesse aziende di cui sopra? Giustamente Alessandra fa notare le commesse, le operaie, e tutte coloro che non sono e non saranno mai manager. Lavoro, oggi, in un’azienda familiare della grande distribuzione, dove la più grande offesa che un collaboratore di punto vendita possa fare all’azienda è chiedere di contribuire assieme ai suoi colleghi alla definizione dei turni di lavoro. Eppure, sfogliando MarkUp mi imbatto nei progetti che catene assai più grandi, e certo non note per il loro approccio "conciliativo", stanno portando avanti in tema di "isole di orario flessibile", gruppi di collaboratori che compilano la tabella dei turni conciliando le loro esigenze personali con quelle del punto vendita. E’ ovvio, non tutte le forme di flessibilità sono adatte a tutti i lavori, ma per tutti i lavori se ne può individuare almeno una, sia anche il biglietto "torno subito" sulla porta della commerciante o il "oggi si apre alle" della parrucchiera. E’ una questione di CULTURA e come tutte le questioni culturali ci vuole tempo e ci vuole coinvolgimento di gruppi sempre più ampi di persone attorno a un grande tema che è esigenza di tutti. Donne e – qui sì, MC, che sottoscrivo, uomini. Che non si riconoscono nel "sistema" nonostante da esso siano stati forgiati e forgiate. Spesso sono le nostre convinzioni e gli schemi all’interno dei quali ci muoviamo a condizionare i nostri atteggiamenti, i nostri desideri, finanche i nostri sogni. E speriamo che utopiste e ottimiste incontrino presto utopisti e ottimisti e si moltiplichino e avanzino.

  15. Mamma Cattiva scrive:

    @Mariangela, sorella diversa :)) , mi piace che non sei d’accordo :) e io testimonio la realtà. A cambiarla ci provo ma là fuori c’è la fila, donne ancora senza famiglia che non hanno problemi a rimanere fino a tardi, uomini senza o con la famiglia che è normale che facciano tardi, persone che ti dicono "ad averlo quel posto", già ma qual’è il prezzo? Io mi sono messa a fare i conti e la bilancia pende ancora dalla parte "azienda". Mi sto impegnando a negarmi certi desideri ma hanno un prezzo pagabile con quello stipendio e quello stipendio me lo danno se e solo se sto a determinate regole. Quando domani riuscirò a dire basta, ci sará pronto un altro…

  16. Flavia scrive:

    Parlavo l’altra sera a cena con una vecchia amica che è rimasta nella stessa azienda dove io avevo iniziato, tanti anni fa. Mi dice che in proporzione al numero di persone il lavoro è aumentato così tanto che "non si fa più tardi per cazzeggio (come quando eravamo giovani e libere) ma perchè c’è davvero troppo lavoro. alcuni fanno l’una di notte." ma mi citava anche un direttore, donna, che esce quando dice lei. Certo è un caso limite, quel posto ha storicamente una cultura del lavoro sbagliata, nonostante il grande nome, e sono ben contenta di aver preso altre vie a suo tempo. Oggi mi ritrovo in quello che dice Mariangela. La liquidità mi consente di ricevere e approvare le urgenze anche se sono in giro o a casa, e alla mamma col bambino ammalato di rispondere ai miei messaggi.. (non troppi:) : la mia mentalità è cambiata perchè le nuove tecnologie me lo consentono, e non ritengo assolutamente indispensabile che una persona sia "visibile" per essere "presente". La cultura la fanno tanti individui come noi che cambiano atteggiamento…sappiamo che non è una cosa veloce, ma penso che qualcosa a macchia di leaopardo stia cominciando a cambiare, e il processo continuerà.

  17. Mamma Cattiva scrive:

    @Flavia, sai già le mie risposte perché godo del privilegio di parlare spesso con te ma riporto qui il mio pensiero a beneficio (o a sfavore) di chi passa di qui.
    Non nego il valore dell’esempio dei pochi. Sono con te quando dici che i cambiamenti sono guidati dalla minoranza degli innovators.
    Io descrivo quello che vivo ogni giorno da 16 anni, sempre in azienda e oggi con due bambini piccoli. Mi considero tra le privilegiate perché ho un posto "tutelato" e trattata bene. La tua amica ti descrive la cultura diffusa nella maggior parte delle medie e grandi aziende dove si lavora senza Mai dire di no. Il caso della donna che detta lei le regole è quello di un Dirigente. Io non lo sono. E il mio capo è un uomo che non sposa assolutamente lo spegnimento dell’interruttore per la sua vita privata, nella logica della liquidità di cui sopra. Se esco alle 19.45 fa la battuta "usciamo presto oggi?". Per tutti è così. Se vuoi lavorare qui, fare questo lavoro con queste garanzie questi sono i ritmi, se non ci stai quella è la porta della decisione del downshifting e fuori ce n’è un altro che dell’abbassamento delle aspettative nn gliene frega nulla. Uomo o donna che sia. Figli o meno. La mia unica soluzione sarebbe rinunciare. Questo sistema io non riesco a cambiarlo. Magari la mia esperienza è incompleta ma tutte le persone che sono riuscite ad uscire da questa logica avevano i MEZZI x farlo, oppure si sono messe in proprio, oppure erano in una posizione aziendale tale da poter dettare le regole.

  18. Flavia scrive:

    lo so, MC, detto così come si fa a non darti ragione. è un discorso lungo, io credo che certi paradigmi si possano e si debbano cambiare, forse il tutto merita un post a parte. Ma devo dirti che tutto questo parlare di downshifting e riduzione delle aspettative come scelta di "uscita" e di "rottura" finisce per darmi un certo fastidio. preferisco rimanere dentro e cambiare da dentro, non dividere il mondo in due (quelli normali che hanno un lavoro dipendente e quelli che "possono permettersi di fare gli alternativi"). baci, tornerò :)

  19. Mariangela scrive:

    @ Flavia com’è vero quello che scrivi, in entrambi gli ultimi commenti. Del primo sottoscrivo ogni virgola, e aggiungo. E’ vero anche il contrario. Qui sono in un posto normativo/burocratico, per usare le classificazioni dei manuali di organizzazione, dove combatto ogni giorno per strappare un pò di motivazione e responsabilità in più a persone cui viene chiesto solo di passare il badge 4 volte al giorno a orari fissi e stabiliti. Che d’altra parte mi ha concesso – in passato – due gg alla settimana di telelavoro nonostante fosse quanto di più distante dalla cultura aziendale. Nel secondo commento parli di irritazione a fronte del downshifting, e condivido anche questo. Definire downshifting le tue scelte piuttosto che quelle di Paola è fuorviante. E’ "down" solo perchè non si cambia unità di misura. In realtà si tratta di una parcellizzazione e personalizzazione delle esigenze dei lavoratori, la stessa che per altri versi le stesse aziende di cui stiamo parlando stanno affrontando da anni sul fronte del consumatore. Solo che quando si parla di consumatori o clienti che dir si voglia è ormai assodato che non si possa più rispondere in modo "mass" (anche per le aziende top del "largo", appunto, consumo) ma si accetta di segmentare, personalizzare, disegnare "su misura" i prodotti, le soluzioni, le proposte. Quando si parla invece di "clienti interni" la logica è ancora quella che gestire la complessità e le diversità è antieconomico. Le prospettive di cui parla Paola, un ventaglio di soluzioni di flessibilità da applicare a seconda delle esigenze del singolo e dell’azienda, altro non sono secondo me che il corrispettivo della pluralità di mezzi di comunicazione con cui veicolare un messaggio pubblicitario, della cura degli aspetti di sostenibilità e di etica aziendale a sostegno dei valori di un brand, del contenuto emozionale oltre che funzionale di un prodotto, di un’esperienza di acquisto, che le multinazionali, le (poche) grandi aziende italiane e le imprese familiari di una certa dimensione danno ormai per scontate. Arriveremo anche qui. Intanto, MC, certi discorsi, per quanto assolutamente comprensibili e ragionevoli, suonano anche loro come "rumori di sottofondo"… con tutto il mio affetto ;-)

  20. Loredana scrive:

    ciao a tutte. Sono nuova e un po’ disorientata ma voglio esprimere anch’io la mia opinione perché leggendo quello che avete scritto mi sono riconosciuta. Mi sono detta: "finalmente, qualcuno che capisce il mio stato d’animo"! E si perché quando si paral di bimbi in arrivo, tutti a darti consigli su come gestire il pupo, l’allattamento ecc.. e a metterti in guardia sulle notti in bianco, il pianto incomprensibile del bimbo, lo stress, la stanchezza ma nessuno ti dice quanto sarà difficile tornare a lavorare e lasciare il bimbo a casa.
    Prima che nascesse mi sono detta che l’avrei lasciato in buone mani (le nonne sono sempre a disposizione!) poi che appena possibile l’avrei mandato all’asilo ma adesso, dopo dieci mesi quanta, sofferenza a vederlo piangere quando esco da casa, a tornare a casa tardi e trovare il bimbo già a letto con il suo bel pigiamino…praticamente poi, quando è sveglio riesco a passarci in media due\tre ore al giorno.
    Nessuno (fin’ora) capiva la mia sofferenza e tutti mi consideravano una viziata esaurita quando parlavo di difficoltà ad andare a lavorare pur avendo nonne e colf in casa ogni giorno.
    Ora finalmente…ho trovato voi…e mi sento già meglio!
    Sono una libera professionista ed è vero che si può gestire il tempo come si vuole ma se il lavoro c’è spesso si è costretti a fare orari impossibili lo stesso…i clienti hanno bisogno di sapere che sei a disposizione…
    Durante la maternità mi ha sostituito una collega (e a volte mio marito che è avvocato anche lui!) ma tanti clienti mostravano insofferenza a sapere che non li avrei seguiti personalmente (seppure per pochi mesi!).
    Il rapporto tra professionista e cliente è strettamente fiduciario e i sostituti non sono ben accetti….
    Comunque, anch’io ho pensato al downshifting come ad una possibilità per stare più tempo con il piccolo anche se amo tanto il mio lavoro e ho creato dal nulla questo piccolo studio che in meno di otto anni ha raggiunto una buona clientela e una buona efficienza.
    A dire la verità mi sono resa conto da pochi giorni che purtroppo, inconsapevolmente metto in atto dei comportamenti di tipo procrastinatorio un po’ troppo spesso ultimamente e dunque, credo nella importanza di confrontarmi con altre mamme perché capire se e come altre affrontano o hano affrontato il problema può essere utile ad andare avanti.
    Purtroppo abito in Calabria e dunque, troppo lontana per chiedere aiuto ad un coach. Ma confido nei vostri consigli…grazie a tutte!

  21. Flavia scrive:

    Ciao Loredana e benvenuta! Consigli? Intanto puoi fare liberamente una domanda alla coach (sulle tendenze procrastinatorie per esempio! è interessante) nella nostra rubrica "rifletti con la coach" :) e comunque una coach può venire da te per un paio di incontri, e poi seguirti anche per telefono. Ma a parte i dettagli sul coaching, come avrai visto qui arrivano voci molto diverse. C’è chi vorrebbe esserci molto di più i primi mesi / anni (Paola, autrice del post) chi invece ha più bisogno di essere presente quando sono piu’ grandicelli (come me)…. e indubbiamente le nostre aspettative vengono rispecchiate dai nostri figli. l’importante è non sentirsi giuste o sbagliate secondo me. se ami il tuo lavoro, e hai creato dal nulla una bella attività, questa è una cosa bella che va valorizzata, e magari vista la "libera" professione riuscirai col tempo a trovare delle modalità che soddisfano le tue esigenze. unico consiglio, non scoraggiarsi :)

  22. Paola scrive:

    Ciao, solo per dire che sono felice di aver scatenato un simile pandemonio :-) (e che non so se ci fossero progenitori comuni anche in questo caso, ma mi riconosco molto – pure da punti di vista diversi – con quello che scrive Mariangela).

    Mii piacerebbe molto riparlarne (il prossimo 4 marzo a Monza alle 21 ci sarà un incontro con un interlocutore "ideale" per questi argomenti, un direttore delle risorse umane – gruppo BASF – credo ci sia in contemporanea un altro appuntamento di VM: ma se qualcuna ci pensasse sarei contenta :-)

    Paola

  23. Mariangela scrive:

    @ paola: sommo potere del web!
    la prima volta che ci siamo confrontate su questi temi, in altra sede (WMI) ci siamo quasi scannate…..;-)

  24. Paola scrive:

    @mariangela è proprio per questo che ho parlato di "punti di vista diversi"… e cmq a proposito di scannarci anche flavia ne sa qualcosa! huah huah huah
    p.


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