Piccoli grandi bilanci (2)

Pubblicato il 18 dicembre 2009 da Flavia

segue da qui (1): lavoro, conciliazione etc ect

Rispetto ad altri paesi, penso che i numeri dell’occupazione femminile in Italia siano una vergogna, così come i numeri delle donne che non tornano al lavoro dopo un figlio, così come l’età media delle primipare  in netto aumento e  il tasso di natalità di 1,2 che ci condannerebbero in pochi decenni alla morte demografica ed economica se non ci fossero gli immigrati. Penso che la mancanza di posti negli asili sia una  grande vergogna, insieme  alla mancanza di altre scelte variabili e flessibili di affido  che dovrebbero essere tutte disponibili e supportate pubblicamente. Penso inoltre che chi punta il dito e fa sentire in colpa una madre perchè affida i figli alle cure di qualcuno per qualche ora al giorno vada zittito  subito con decisione e riportato un attimo alla cultura contadina di pochi anni fa, in cui di un bambino si prendevano cura non una ma magari cinque donne a rotazione, mentre la madre… lavorava (e in più oggi possiamo includere anche i padri nei doveri di cura, guarda un po’?).

Le politiche di conciliazione dovrebbero mettere in grado le persone di seguire i propri desideri (empowerment), dovrebbero offrire opzioni, punto. Tutti i dibattiti intorno a cosa è più giusto in base a una sola visione idealizzata della maternità li trovo una grande perdita di tempo, pericolosi e dannosi. Sabbie mobili.

Non mi interessa assolutamente una legge nè una ricerca scientifica che mi dica che la cosa giusta è che la madre stia con il bambino ininterrottamente per i primi due (da qualche parte ho letto anche tre) anni, ma mi interessa solo lasciare la libertà di scelta a tutti. (Ho messo solo un link ma non sapete in quanti articoli  e discussioni del genere mi sono imbattuta). Io a casa tre anni  con un bambino impazzirei, e non lo farei certo crescere sereno, tu invece saresti la mamma o il papà più felice del mondo: perfetto.

Penso che la in-cultura del lavoro per cui sei un figo se stai in ufficio 12 ore sia una vergogna solo italiana., e lo dico con cognizione di causa visto che ho lavorato all’estero.
E in tutte queste storie sulla conciliazione, dovranno esserci in prima fila gli uomini, perchè fin quando parliamo di politiche di sostegno per le madri perchè sono loro che devono avere più tempo da dedicare alla famiglia (quindi bambini, casa, cura degli anziani) non ci siamo proprio.

Ma penso anche che se a 27 anni vuoi fare le 11 in ufficio per tua scelta (possibilmente, non per quella di un capo cretino, come spesso accade) perchè hai un piano importante e qualcosa ancora non ti torna e stai investendo sulla tua futura promozione, che magari ti permetterà di diventare mamma (chissà?) a 33 anni con minori pensieri, bene, anche quella è una scelta, e non dovrebbe essere fustigata da una mamma lavoratrice astiosa che è in un fase della vita diversa dalla tua e pretende che tutto il mondo ragioni come lei.  Penso poi che  quando tuo figlio sarà abbastanza grande potresti ritrovarti di nuovo a fare le 11 per qualche altro motivo, ma la vera flessiblità consisterebbe nel fatto che il giorno dopo potresti staccare alle tre, andarlo a prendere a scuola e portarlo al cinema.

Insomma credo nelle scelte e nei tempi individuali e non nel conformismo a dei sistemi assoluti, credo nei micro trend e non nei macro trend. Mi fanno diventare paonazza gli studi che pretendono di  interpretare i miei desideri, ne fanno un mischione e arrivano alla conclusione banalizzante (per esempio) che le donne oggi vogliono sempre di più stare a casa coi bambini. Ma certo, come si dice, “abbiamo voluto la parità”  e … abbiamo scoperto che non conviene tanto, scusate, ci siamo sbagliate, dateci un assegno e stiamo tutte a casa volentieri a fare bambini, visto che questo è il nostro ruolo naturale, e non se ne parli più. (Ma opting out non voleva dire questo!)

Navigando tra le mamme ci si imbatterà nella mamma che lavora e nella mamma che non lavora,  in quella che ha fatto l’uno e l’altro, in storie e percorsi diversi e spesso intrecciati. Trovo questo scambio di esperienze bellissimo, così come trovo squallidissimo quando si mettono a litigare, ma di questo parleremo dopo. Io penso che una donna che ha voglia e talento debba poter lavorare creando ricchezza per sè e per gli altri, e mi sento male quando vedo una brava professionista che lascia tutto quando ha figli. Ma se leggo un post come questo che dimostra equilibrio, serenità e gratificazione, e comunque creazione di ricchezza in  tanti altri modi possibili, sono ammirata.  Quello che mi rattrista è la professionista che smette suo malgrado e a cui poi manca un grande pezzo di gratificazione e autorealizzazione,  oppure  dall’altro lato la lavoratrice che si sente perennemente in colpa e sotto giudizio dalla prima, col risultato che sono acide entrambe, armate l’una contro l’altra: che spreco deleterio e stupido di energie.

Lamento senza azione, ostentazione di superiorità per nascondere l’insicurezza, astio mal represso: sono delle vere e proprie piaghe di cui dovremmo prendere maggiore consapevolezza e poi prendere le distanze con decisione. Ma temo che su questo dovrò tornarci ancora tante volte. E’ una piaga inguaribile per molti.

Poi. Credo nella profonda differenza tra un lavoro fatto con passione (“amo il mio lavoro. lavorerei anche gratis” dice mamma in blue jeans, che fa il veterinario) e chi lo fa con il cuore pesante unicamente per esigenze economiche, cadendo vittima del primo “chi te lo fa fare di passare lo stipendio alla baby sitter”, che  spesso è una trappola micidiale santificata dalla motivazione del bene dei figli.   E allora incoraggio tutti, sempre, a scoprire e seguire le proprie passioni, nel lavoro o fuori, perchè la qualità della vita secondo me sta tutta lì, perchè la passione ti fa trovare risorse e motivazioni e ti fa dimenticare il lamento, e il bene dei figli non è mai rappresentato da una madre rassegnata e lamentosa ma unicamente e semplicemente da una madre che vive con passione.

Uff.

Nelle prossime puntate dell’outing parlerò (più o meno) di: categorie e stereotipi di maternità in conflitto, Santa Inquisizione e caccia alle streghe (diatribe teologiche, fedi ed eresie su parto,  allattamento, sonno stili di comportamento/attaccamento materno), overload di informazioni e trattati scientifici, guerre tra poveri e la (mancanza di) gestione dei conflitti, banalizzazioni dei media….

Che fatica. Non so proprio se ce la faccio.

32 Risposte per “Piccoli grandi bilanci (2)”

  1. Chiara2 scrive:

    Flavia, ancora una volta parli al mio cuore e al mio cervello. Ti scriverò una mail per spiegarti perché (e anche perché non ne posso parlare apertamente in pubblico, anche se non c’è niente di male).
    Un abbraccio
    Chiara

  2. Isa scrive:

    Ma certo che ce la farai! E visto lo stile "dritto al punto" di quei due ultimi post, direi che alla fine, quando avrai finito di fare il punto su tutte ste cose -"senza metterci decorazioni" (in francese abbiamo un’espressione che non so tradurre con precisione ed è "sans fioritures")- te ne sentirai quanto più leggera e sollievata! Quindi vai avanti che farà bene a tutti (ri)mettere i punti sulle i :-))
    Auguroni a tutti!

  3. Mamma Cattiva scrive:

    Letta questa avvincente seconda puntata e ti imvito a rileggerti il mio profilo personale linkato al blog…;) Gli altri dicono che vivo…ma… ;))

  4. Flavia scrive:

    @Chiara, grazie, vai cosi :) con passione :)
    @Isa "senza fronzoli", sì, molto di getto
    @MC: riletto e ri-notato… pasionaria anche tu :) ("ma"…che ma??)

  5. Arianna scrive:

    Ti prego Flavia, faccela. Arrivaci in fondo, che io sono tra quelle perse nell’interregno tra la voglia di perseguire i propri obiettivi e le proprie passioni, e la difficoltà nel far fronte agli ostacoli, spesso di tipo morale.

  6. Martina scrive:

    Cara Flavia, arrivo qui indirizzata dal blog di Marilde, ho letto il tuo post e mi ci sono talmente tanto immedesimata che non posso non astenermi dalla discussione. Io suno una di quelle donne che "ama il suo lavoro e lavorerebbe anche gratis". Infatti non è differente molto dalla realtà perché al momento sono sottopagata. Ho due figli, uno di 14 e l’altra di 11, diciamo sono appena uscita dal decennio peggiore della mia vita per tutte le problematiche da te descritte. Tirati su praticamente da sola (con l’aiuto "casual" di un padre che era dedicato principalmente alla carriera) mi sono barcamenata per anni tra nidi, babysitter, au pair. nessun aiuto, nessuna nonna sorella o amica nelle vicinanze che desse una mano. Anni in cui cercavo disperatamente di bilanciare lavoro e figli. Difatti, dopo un po’ ho capitolato. Ho smesso di lavorare. Un periodo che è durato pochissimo, perché sono andata fuori di testa.Ho ricominciato a studiare, sono tornata all’università, mi sono laureata, sono diventata ricercatrice. Ho capito che per una donna, stare tre anni da sola con un bambino urlante è INNATURALE. In tutte le società tribali, dico tutte, i figli vengono tirati su in modo "comunitario", il villaggio è un’enorme famiglia estesa. La madre non è mai da sola con i bambini. Anche perché DEVE lavorare, in una società tribale nessuno può permettersi di fare la "homemaker" e cantare canzoncine ai figli per 10 ore al giorno. Questo è il modo in cui Homo Sapiens è programmato geneticamente. siamo noi, nella nostra innaturale società post-industriale, che siamo sbagliati.
    Il mio ritorno al lavoro (e lavoro tanto, lunghe ore, mi porto spesso anche il lavoro a casa nei weekend) ha portato una rivoluzione nella mia vita. Mi sono separata perché il padre dei figli non è riuscito ad adattarsi alla nuova situazione. Il rapporto con i miei figli è migliorato qualitativamente in modo esponenziale. me l’hanno detto loro chiaro e tondo che sono "una madre migliore", non è un’interpretazione. Quel poco tempo che spendo con loro è perché lo VOGLIO spendere, non perché mi è stato imposto.
    Certo, la mia vita è un caos. Non ho più tempo per nulla. Ma non tornerei indietro di un millimetro. Quegli anni in cui non sono stata in grado di dare un calcio a tutto e a tutti per riprendermi la vita che mi spettava, sono tra gli anni più bui della mia vita.
    Un saluto, ti metto nel mio blogroll che meriti.

  7. Mammamsterdam scrive:

    Martina, tu come Flavia parli al mio cuore e aggiungi un dettaglio fondamentale: dove sono i padri? Perché finché oltre ai servizi che non ci sono, le istituzioni che ci ignorano, le colleghe madri che ci martellano gli alluci in nome delle loro scelte, magari diverse dalle nostre, a volte pare che il nostro peggior nemico siano i padri dei nostri figli.

    Io lo capisco, povere anime. che spesso per un uomo i doveri verso la famiglia si interpretano come: lavorare di più, lavorare meglio, assicurare benessere e un futuro. Ma come è possibile che poi proprio loro non aiutano e non si sbattono di più per garantire anche a noi, a chi lo vuole, la libertà di scegliere, senza morire nel tentativo?

  8. Mamma Cattiva scrive:

    Lo so che lo dovrebbe fare Flavia ma mi permetto di dire "Benvenuta Martina" :)

    @Flavia – Ma…che ma? Ma "Io non vedo mai in me quello che vedono gli altri" ;)

  9. Flavia scrive:

    @Arianna, sì gli ostacoli non ci mancano mai … ma quale morale, la tua o quella di qualcun altro? magari ne riparliamo ;)
    @Raperonzolo: keep pushing! :)
    @Martina, grazie di cuore del tuo racconto. il fatto è che ognuno può sentirsi in modo diverso riguardo a quello che è naturale, tribale, o industriale, postindustriale o postmoderno. per esempio si potrebbe obiettare che in molte culture "primitive" le madri hanno i bambini addosso tutto il tempo, da qui il successo delle fasce presso molte di noi, per il contatto intimo che crea.
    Il punto del post è, per esempio, che a me sta simpaticissimo anche quel metodo, fino al momento in cui (militanza aggressiva) mi vuole far sentire una specie di criminale perchè uso la carrozzina. siccome talvolta si arriva a quegli eccessi lì, allora il mio è un appello all’intelligenza, tutto qui (ma sto dovagando e anticipando le prossime puntate).
    tornando al lavoro di cui si parlava, la tua storia mi tocca molto. c’è un commento qui che mi ha fatto commuovere e racconta quello che potrebbe accadere alle donne meno consapevoli e combattive di te. da’ un’occhiata, è quello di Bioro76:
    http://luccioleelanterne.blogspot.com/2009/12/vive-la-difference.html

  10. Flavia scrive:

    @Mamma Cattivona, dovresti cominciare a vederle prima degli altri, le tue cose belle, così che gli altri ti seguano :) ma poi magari ti vengono altri problemi tipo per esempio la mia fretta cronica ("e allora, io so benissimo cosa sono e cosa posso fare, perchè voi non ve ne accorgete ancora"?) ironico eh ;)

  11. ITmom scrive:

    mi sento molto vicina a Martina per quello che ha detto che condivido in pieno. condivido soprattutto il fatto che la donna non è programmata per tirare su i figli da sola, ma coralmente, con l’aiuto della comunità che nel nostro tipo di società non esiste o se esiste non si accolla questo compito.

    concordo anche sul fatto che dei padri e della loro partecipazione si parla poco… ma qui si apre tutto un altro discorso sul lavoro e su come è organizzato.

    butto lì solo qualche idea, rirpomettendomi di tornare a parlarne qui quando ho più tempo: non si parla molto della libertà di scegliere di NON FARE figli. poche ammettono che forse avrebbero fatto bene a fare la scelta di non fare i figli.

    ho amiche che nella loro vita hanno fatto questa scelta e non si sono mai pentite. e allora mi chiedo se talvolta i cambiamenti non si debbano fare a monte, non solo nella possibilità di conciliare carriera e famiglia, che per alcune è un’impresa titanica perché non tutte sono in grado di farlo, ma magari nel dare la possibilità senza rimorsi e giudizi negativi da parte della società, di dire: figli? no, ho scelto di non averne.

  12. Flavia scrive:

    giusto in quanto, anche quella, dovrebbe essere una libera scelta, fatta solo con la propria coscienza e non giudicata da nessuno. complesso, perchè immagino che a un certo punto possa scattare il pensiero "e se poi me ne pento"? forse è quello il famoso orologio biologico: la paura di vivere il resto della vita col rimpianto. e forse, tutto sommato, è un po’ più frequente che uno si penta di non averne avuti, che di averne avuti.
    riflettendoci, personalmente ritengo di non essere mai stata molto portata alla vita casa -matrimonio, ma i figli, quelli erano sempre nella mia testa sin dall’inizio, un desiderio sincero insomma. vorrà dire che se rinasco faccio una bella inseminazione e continuo ad andarmene in giro per il mondo con loro :))

    torna ancora itmom :)

  13. Chiara2 scrive:

    Ragazze, che bel dibattito, e anche una citazione del mio blog, wow!
    La collaborazione dei padri è spesso il punto debole di molte madri, lavoratrici e non, talebane o no, mainstream o alternative: i padri non prendono mai posizione su gestione della famiglia e del lavoro, gestione della casa, educazione dei figli, scelte di vita fondamentali insomma. Per loro natura, sembrano andare dritti a testa bassa per la loro strada, come se non fosse cambiato niente. Forse perché per loro non è cambiato davvero niente, a parte alcuni dettagli: non hanno sul proprio corpo le cicatrici del cambiamento.
    Io, l’ho già detto nel mio blog, spesso non trovo appoggio in mio marito nelle questioni "teoriche" (tipo pedagogia), ma in quelle fondamentali trovo un appoggio e un argine. Non bastasse questo, ci dividiamo le questioni pratiche: pulizie, spesa, cura dei bambini. Certo, ognuno le fa a modo suo e spesso questo è il limite di noi donne: non accettiamo che un lavoro da noi delegato venga fatto non a regola d’arte. Ma, per sopravvivere, ho imparato che un pannolino storto o un pigiama a rovescio o un brutto abbinamento di colori non hanno mai ucciso nessuno.
    La mia proposta sarebbe quella che dice Piattini sempre nel post citato da Flavia: che le coppie progettassero insieme il proprio futuro lavorativo e familiare, che avessero una prospettiva di vita comune e non due singoli percorsi che per caso si intersecano.
    Se anche i padri avessero un obbligo (brutta parola ma non me ne viene in mente un’altra) di interagire con i figli, tipo un congedo di paternità obbligatorio di, diciamo, 10-15 giorni (più o meno come il congedo matrimoniale), forse anche la società del lavoro comincerebbe a capire che i padri non sono solo coloro che procacciano il cibo, ma esseri umani che si privano della propria famiglia per lavorare. Solo che su di loro la società fa pressioni diverse da quelle che fa sulle madri, e non si rendono conto di aver sacrificato la famiglia alla carriera, in fin dei conti.

  14. Paola scrive:

    Cara Flavia,

    Come sai, sono tra coloro che sostengono decisamente, esplicitamente, e convintamente, alcune tesi che potrebbero assomigliare a quelle che hai stigmatizzato nel tuo post – come quella che la separazione precoce e prolungata dai figli nella prima infanzia non possa essere tout court definita cosa buona e giusta, il che è diverso dall’affermare che questi figli debbano restare incollati alla madre, e a lei sola, per almeno tre anni; o come quella che sempre più donne, e non "le" donne tout court, desidirano crescere e educare personalmente i loro figli, che è cosa diversa da "stare a casa" con i figli, il che a sua volta è cosa diversa da "smettere di lavorare per stare a casa", e potremmo continuare.

    Il senso di sostenerle non sta nell’auspicio, o peggio ancora nell’imposizione, della loro validità universale: ma nella necessità di ribadire la loro esistenza in un contesto che tende a seppellirle, perché difformi dalla vulgata. Per restare alle madri lavoratrici, di tutta l’innumerevole diversità dei loro desideri – lavorare o non lavorare, farlo da casa o da un ufficio, per tutto il giorno o solo per alcune ore, affidare i figli ad altri o non farlo, o solo per un po’, e chi più ne ha più ne metta -, quello che arriva all’opinione pubblica, già di per sé naturalmente banalizzante e massificante, è solo UNA di queste voci. E finché si tratta di opinione, nulla da eccepire: ma se questa opinione diventa la base per provevdimenti orientati in una sola direzione, la cosa comincia a diventare allarmante.

    Tutte noi paghiamo sulla nostra pelle la mancanza di misure per la conciliazione – quali che siano, tanto sono tutte carenti – degne di questo nome: ma all’universo mondo arriva solo una parte del nostro lamento, quella che più collima con i piani di una certa politica, con le strategie di una certa economia, con i diktat di una certa cultura. Il senso della mia predica nel deserto è stato, e continuerà ad essere, quello di far ascoltare a questo universo mondo l’altra campana, di ricordargli che, per quanto impossibile possa sembrare, esistono donne come me, che amano lavorare, con un bell’impiego, un buono stipendio, e una vera passione per quello che nutre entrambi, che pure non considerano questa la priorità: donne che, se costrette, butterebbero volentieri, e scientemente, tutto ciò dalla finestra pur di fare quello che ritengono personalmente, e insidacabilmente, più importante – nello specifico, la mamma (e a proposito: perché non contemplare l’inclusione di questo tra i lavori che si possono amare alla follia, tanto da farli anche gratis?).

    C’è tuttora chi non crede all’esistenza di queste donne: se mi scaldo tanto è perché credo che sia questa la ragione per cui, a tutt’oggi, queste donne sono minacciate da una simile costrizione, la ragione per cui l’unica alternativa alla scrivania totalitaria sembra essere il fornello totalitario, la ragione per cui la mia scelta a tutt’oggi resta tra l’impiegatismo e le dimissioni.
    Le definizioni raramente rendono conto della complessità del reale: ad esempio, in questo caso, non spiegano la mia permanenza in un ufficio, la mia felice esperienza di utente di un asilo nido privato, la mia fiducia nella creatività come strumento per scardinare rigidità lavorative ormai obsolete (sì, obsolete), la mia insistenza sulla Rete come terreno d’azione di un simile strumento e come strada privilegiata al ripensamento delle cornici professionali. Se però ribadire l’esistenza di donne come quelle che ho descritto significa essere antifemministe, tradizionaliste, retrograde, non ho difficoltà ad accettare queste definizioni.

    Paola

  15. Flavia scrive:

    Paola, mi collego solo all’ultima frase per tornare poi con più tempo…no, per me non significa affatto essere retrograde. credo nella la pluralità di voci (e non nelle monodirezioni appunto), purchè tese verso un obiettivo comune di garantire a tutti i mezzi adatti per il raggiungimento della serenità, ed è per questo che la tua voce è e sarà sempre benvenuta.

  16. ITmom scrive:

    eccomi qui dopo aver letto il commento di Paola, mi sono soffermata su questa frase che ha scritto:

    …sempre più donne, e non "le" donne tout court, desidirano crescere e educare personalmente i loro figli, che è cosa diversa da "stare a casa" con i figli, il che a sua volta è cosa diversa da "smettere di lavorare per stare a casa", e potremmo continuare…

    non so da dove iniziare, perché l’argomento mi tocca molto, come ben sai, e se da un lato ammiro molto chi come te combatte affinché ci sia possibilità di scelta, affinché le donne possano esprimersi in un lavoro di soddisfazione e contemporaneamente nella maternità, anche io credo che in questa ‘battaglia’ ci si dimentica talvolta che ci sono donne, come me, che vogliono con tutte le loro forze fare le mamme in un senso che non significa avere l’affiancamento di tate o nonni, mamme che vogliono essere loro a fare il bagno al proprio bambino e che vogliono accompagnarlo all’asilo e a scuola e dal dentista. senza per questo dire ai quattro venti quanto sia bello farlo, semplicemente lo vogliono fare.

    Ci sono mamme che non vogliono affidare i propri figli ad altri, (e con questo non intendo l’asilo nido, in cui credo fermamente) ma ‘altri’ significano nonni o tate, perché hanno fatto un figlio per crescerlo passo passo.

    Donne che credono nel clima positivo e bello che si può vivere in famiglia quando c’è la presenza dei genitori e c’è però la serenità della mamma che non è obbligata a lasciare un lavoro, ma che sceglie di stare a casa.

    e questo ‘stare a casa’ non significa spegnere il cervello e tutto ciò che l’immaginario collettivo ha creato attorno a questo termine, ma significa inventarsi un’identità diversa dalle poche che ci vengono date come alternative: o lavoro, o casalinga, o entrambi con mille sforzi che sappiamo.

    Non so se mi pentirò della scelta fatta qualche anno fa, quando arrancavo cercando di far stare in equilibrio i piattini ;), di stare a casa, e lo ripeto per non sollevare polveroni, mi ritengo privilegiata perché l’ho potuta fare.

    Grazie ai blog come il tuo e alle discussioni che ne nascono la metto in discussione tutti i giorni, non vado avanti con il paraocchi, ma ne valuto le alternative e finora, con due figli di 8 e 4 anni, non mi sono ancora pentita.

    Credo che in questo particolare momento storico sia certamente molto importante lottare per far sì che si porti avanti un discorso come stai facendo tu, Flavia, ma non dimentichiamo gli altri punti di vista. Nella mia decisione di maternità ho sempre creduto che i figli debbano essere accuditi da me, pur non essendo morbosamente attaccata a loro, anzi, non vedo l’ora che crescano indipendenti e lascino il nido, ma credo che l’indipendenza loro sia inversamente proporzionale alla mia presenza al loro fianco nei primissimi anni di vita. Ripeto, è una mia personale convinzione e non vuol essere giudizio nei confronti delle mamme che fanno scelte diverse.

  17. Paola scrive:

    scusate il presenzialismo:

    mi accorgo di aver potuto dare l’impressione di intervenire in qualche modo "a gamba tesa", in contrapposizione a quello che ha scritto Flavia; mentre cercavo solo di far onore al mio ruolo di "controcanto" (integrativo e non contraddittorio), maturato in post e post di discussione aperta e franca con la VeraMamma, entrambe senza risparmiarci.
    sarò ottimista e magari superficiale, ma a me sembra che ci sia un punto sul quale siamo tutte d’accordo: si chiama flessibilità, la più ampia possibile, e mi appare l’unica strada per salvarci dalle svariate specie di conformismi che minacciano il percorso delle donne come madri, come professioniste, come persone.

    il fatto è che domani dovrei comparire in TV (raidue, 14,45, per tutte le desperate housewives che a quell’ora stirassero:-))) per cercare di spiegare tutto questo a un pubblico che verosimilmente si aspetta da me una difesa della famiglia tradizionale, una lode della madre casalinga, un panegirico del matrimonio perfetto. il mio commento era in fondo una sorta di esercizio per scongiurare questo pericolo, per spiegare in che senso il mio libro guarda al futuro, e non al passato, per difendere le ragioni di un cambiamento che non passa per la restaurazione, ma per la condivisione di un progetto di vita tra tutti i componenti di una famiglia.

    p.

  18. Mariangela scrive:

    Ciao a tutte, arrivo tardi in questa splendida conversazione e per non dire nulla di nuovo. Salvo che sono post come questo e come i commenti che ha generato che mi hanno animato nella raccomandazione di Flavia in quanto creatrice di VM su linked in. Quoto raperonzolo cambiando idioma: chapeau, Flavia!

  19. Flavia scrive:

    non c’è contrapposizione ma integrazione in questi commenti, ed è questo che intendo quando dico che mi è più utile un’esperienza e un punto di vista diverso, che uno identico. Appena mi ricapiteranno (perchè purtroppo succederà) esempi di intolleranza, li manderò qui.. se si riuscisse ad aprire gli occhi.
    @Paola, credo assolutamente che la maternità sia un grandissimo lavoro da amare (anzi una fantastica promozione, mi piace definirla), tanto che un po’ sul serio un po’ con leggerezza parliamo spesso di skills materne come di skills professionali :) Piuttosto quello che mi spaventa, ormai lo sai, perchè viola la mia personalità e la mia libertà, è l’azzeramento sacrificale che in alcuni casi vedo issato come una bandiera.
    quindi… "un pubblico che verosimilmente si aspetta da me una difesa della famiglia tradizionale, una lode della madre casalinga, un panegirico del matrimonio perfetto." ?! aiuto, no, ti prego, fa’ qualcosa.. citami come contraltare magari ;) aha la solita faccia tosta! (e non mi chiamare VeraMamma, mi imbarazzi, che VM qui lo siete tutte voi, infatti mica per caso è un plurale)

    @Itmom, grazie. flessibilità e presenza… ti leggevo mentre mangiavo un hamburger (aaaah!!) fuori con Pezzetto che è già in vacanza, e mi godevo il momento che in un altro periodo non mi sarebbe stato possibile. (per me la presenza vera e sentita è cominciata verso i tre-quattro anni, perchè sono una mamma strana rispetto alle teorie più frequenti). Penso che le due cose racchiudano quello che tutte vorremmo, ma per il momento il prezzo per ottenerle è ancora altissimo.

    @Mariangela-endorser: grazie ;)

  20. cara, tu sei meglio di un cucchiaio di nutella in una giornata da dimenticare!
    oggi è una di quelle.
    grazie perchè con le tue parole mi fai ricordare che, anche se lavoro, anche se sono una "casalinga part-time disorganizzata", per il Nano sono e sarò sempre la migliore mamma del mondo.

  21. Flavia scrive:

    ma certo mammainbluejeans, non dubitarne mai, anche attraverso le stanchezze e le giornate come oggi… ;) wow nutella? non me l’aveva ancora detto nessuno

    ho dimenticato un punto di itmom importante, che sostengo: quello per cui molte donne che scelgono di seguire i figli e non lavorare ("fuori casa"), non spengono certo il cervello, e non vogliono più adeguarsi allo stereotipo che incasella in "lavoratrice" vs. "casalinga". Per esempio, già nel loro ruolo di blogger alcune hanno ormai competenze di social media che in molte aziende i manager ancora si sognano (quello dei blog è solo il primo esempio che mi viene in mente, ovviamente)

  22. marilde scrive:

    Conosco entrambe le situazioni perché ho scelto di diventare madre al tempo in cui le mie amiche erano all’università. Avere 3 figli a 23 anni vuol dire sentirsi fare battutine sull’uso degli anticoncenzionali (giuro che è un uso che conosco benissimo), vuol dire subire sguardi di commiserazione per una scelta considerata di ripiego, di rinuncia all’espressione di sé professionale. Passano un po’ di anni, i figli crescono, sentivo come madre di averli nutriti e di essermi nutrita a sufficienza e ho ripreso gli studi (cosa che mi era chiarissima già prima). Ricomincia la trafila. Non più battutine ma vagonate di colpa addosso perché "ora che ero madre dovevo continuare". Insomma era cambiato l’argomento ma il concetto di fondo era sempre legato al fatto che la maternità, cucirsela addosso in base ai propri tempi, ai propri percorsi, bisogni, possibilità era pure utopia. E troppo spesso ancora lo è. Anche se discussioni come questa fanno ben sperare in una sana integrazione di punti di vista nei quali non viene persa la soggettività di ogni donna.

  23. Silvietta scrive:

    cara Flavia, questi bilanci migliorano uno dopo l’altro …
    "E allora incoraggio tutti, sempre, a scoprire e seguire le proprie passioni, nel lavoro o fuori, perchè la qualità della vita secondo me sta tutta lì, perchè la passione ti fa trovare risorse e motivazioni e ti fa dimenticare il lamento, e il bene dei figli non è mai rappresentato da una madre rassegnata e lamentosa ma unicamente e semplicemente da una madre che vive con passione."

    posso incorniciarle?

    bellissimi poi tutti i commenti. A suon di leggere, mi è venuto da dare forma ad alcune idee che è un po’ che covavo.Nella speranza che siano comprensibili e di non ostentare superiorità (che non mi appartiene) per nascondere insicurezza le ho raccolte qui: http://qualcosastacambiando.blogspot.com/2009/12/una-persona-felice-una-madre-perfetta.html

    e ora, uff, attendo i bilanci 3.
    un abbraccio
    Silvietta

  24. piattinicinesi scrive:

    bellissimo dibattito. io sono una che combatte ogni giorno la propria battaglia per trovare un modo proprio e giusto per la sua situazione personale, quindi non posso che esser solidale con tutte le donne che in questo momento provano con difficoltà a fare la stessa cosa. mi ha colpito molto l’intervento di paola perché dice due cose (vabbé non solo due, ma due in particolare) sulle quali secondo me è bene riflettere: la prima è che per fortuna è sempre maggiore la consapevolezza che crescere i figli sia una cosa seria, che comporta la propria messa in gioco, uno stare vicino affettivamente, una consapevolezza dell’educazione.questa volontà andrebbe estesa anche ai padri, più frequentemente latitanti. crescere i figli vuol dire che alcune cose si possono delegare ma altre no. altre si potrebbero delegare ma non si vuole farlo. cosa delegare o cosa no poi ognuno se lo sceglie da solo. e accudire i propri figli non vuol dire rinunciare al lavoro ma trovare una conciliazione che io definirei familiare per farlo.
    io capisco paola quando parla di situazioni obsolete al lavoro. l’ho provato di stare ore e ore al lavoro senza ragione, con riunioni alle 6 del pomeriggio, e sguardi tetri se te ne vai prima. con le tecnologie moderne e un po’ di fiducia nei lavoratori si potrebbere essere tutti più felici.

    l’altra cosa, cito è questa:
    quello che arriva all’opinione pubblica, già di per sé naturalmente banalizzante e massificante, è solo UNA di queste voci. E finché si tratta di opinione, nulla da eccepire: ma se questa opinione diventa la base per provevdimenti orientati in una sola direzione, la cosa comincia a diventare allarmante.

    è verissimo. finchè le donne continueranno a farsi la guerra fra loro, ci sarà sempre qualcuno pronto a favorire uan parte a discapito delle altre.
    lo vedo nei servizi sulle mamme blogger quante banalizzazioni si fanno. ma non è solo per noi, è chiaro, le banalizzazioni si fanno sempre.
    ma così non otteniamo niente. invece in gioco c’è la possibilità di decidere autonomamente il tipo di relazioni familiari che vogliamo essre, il tipo di persona che vogliamo essere. dovremmo riflettere ogni tanto su questo. questo è un lascito prezioso del femminismo. prima del 68 noi questi discorsi non li avremmo pensati, almeno non in questi termini. abbiamo la libertà, e se ci sembra stretta è perchè dobbiamo ancora lottare. usiamola

  25. Fiammetta scrive:

    Ciao Flavia, sono Fiammetta.
    Ho appena creato un’are tematica "Mamme e Lavoro" sul blog di spazio neomamma (spazioneomamma.blogspot.com) e non ho potuto non linkare questo tuo post sul primo post di apertura. (Dimmi se è ok per te.).
    C’è tanto da dire e tanto da fare…!
    Grazie.

  26. Flavia scrive:

    Ciao Fiammetta, benvenuta. grazie del link!

  27. MammaNews scrive:

    Arrivo tardissimoooooooooo, ma non posso non commentare perché casca a pennello questo tuo post. Sono in una fase della mia vita dove si succedono uno dopo l’altro bilanci, anniversari di ogni sorta e grandi cambiamenti all’orizzonte e sono in perenne stato di interrogazione con me stessa.
    Avevo letto sia il bellissimo post di Lorenza (che parlava della possibilità di lavorare meno, inseguendo il sogno di non passare tutta la propria giornata in ufficio) e anche quello di MdM che ha rilanciato e ha parlato dei grandi vantaggi che la sua scelta di fare la mamma a tempo pieno le ha riservato.
    Ora questo tuo. Come sempre non convenzionale.
    E’ vero: l’importante è poter scegliere liberamente ciò che ci rende felici e poter inseguire il sogno, senza essere giudicate o criticate. Non sempre ci riusciamo però. Da un lato esiste il problema scontato della pagnotta (il problema di questi tempi è serio: bello decidere di stare a casa coi figli, ma nella stragrande maggioranza dei casi non si può scegliere e si va lavorare per forza di cose e per molte il sogno di un lavoro che non diventi una sofferenza resta un’utopia), dall’altro conta anche un blocco di tipo culturale.
    Fai bene a dire che solo in Italia si cresce con l’idea che stare tutta la giornata in ufficio sia un merito e un indicatore del valore di una persona, ma noi donne dell’ultima generazione siamo pure cresciute con l’ambizione che “dobbiamo essere indipendenti” e non “stare sulle spalle di un uomo che da un giorno all’altro se ne va e siamo fregate”.
    Sono figlia di una sessantottina (sì, di una mamma super giovane) che per tutta la sua vita – con l’esempio e con le parole – mi ha inculcato l’idea che, a prescindere dalla passione per un certo tipo di lavoro, si DEBBA lavorare per essere donne indipendenti. Una convinzione di questo tipo mi impedisce dal punto di vista culturale ed emotivo di stare a casa con mio figlio, fare la mamma e mettermi nelle mani (e nelle tasche) di mio marito.
    Parlo per me naturalmente e parlo di questo come di un limite alla possibilità di scelta, perché se sogno anche solo un attimo di me come una at home work Mum questo bel sogno viene subito rovinato dalla prospettiva di dover chiedere a mio marito i soldi per la spesa e quelli per le calze.
    Un abbraccio e buon anno a tutte

  28. Flavia scrive:

    ciao MammaNews, non è mai tardi per aggiungere un pezzo, una storia. La tua rappresenta una bella fetta di storie: quelle delle figlie delle donne "liberate", desiderose di fare scelte diverse dalle loro e poi confuse se quelle scelte possano essere un passo indietro o un passo avanti. Io spero che tu vada avanti nelle interrogazioni :) e riesca a trovare la tua vera voce. se poi vuoi chiedere un altro punto di vista ad una … coach, la rubrica di VereMamme c’è apposta per quello :)
    Comunque… se hai letto sia la prima puntata che questa, hai visto che mi definisco convintamente femminista. Coerentemente, ti dico che non posso che codividere il valore dell’ indipendenza che tua madre ti ha lasciato, certo devi trovare l’applicazione di quel valore che vada bene per te, e basta, libera da "condizionamenti culturali".
    Ma pensa invece a quante hanno passato o stanno passando ancora alle figlie il messaggio " sposati un ricco e fatti mantenere". Meglio tua madre, credimi…

  29. Flavia TTV scrive:

    ovviamente ce la fai, ma che te lo dico a fa’ :)
    auguri!

  30. giuliana scrive:

    ehm, non so cosa è successo, ma il commento prima l’avevo inserito io, sorry!

  31. StranaMamma scrive:

    Leggo tardi questo tuo post, ma mi viene spontaneo dire: leggo, approvo e sottoscrivo pienamente!

    Ciao,

    StranaMamma


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