Il gioco interiore del tennis

Pubblicato il 10 novembre 2009 da Flavia

Mi sono imbattuta in questo libro (The Inner Game of Tennis – Timothy Gallwey) abbastanza datato, e ho avuto subito un’impressione di familiarità: come qualcosa che si è sempre saputo, e si aspettava solo di vedere nero su bianco – e infatti era lì, da tempo. La familiarità è moltiplicata, ovviamente, dalla circostanza di aver trascorso l’intera infanzia e adolescenza sui campi da tennis, assimilando profondamente la somiglianza di quella sfida solitaria con le sfide della vita, tanto che quando mi sento particolarmente giù i ricordi delle mie sconfitte tornano ancora a torturarmi le notti. La mia conclusione a vent’anni era stata: se non ho mai superato un certo livello, se non sono stata in grado di fare quel salto di qualità, è perchè mi è mancato un buon allenatore della testa, e non per le gambe nè il fiato nè la tecnica.

Il concetto di gioco interiore introdotto dal libro è ormai abbastanza popolare nella comunità dei coach (sportivi e non). Mentre il gioco esteriore è fatto da regole, avversari, e gesti atletici, quello interiore è molto più importante anche se invisibile, perchè si gioca esclusivamente nella testa del giocatore. Si tratta di un dialogo interiore che incontra avversari potenti come il dubbio, la paura di fallire, la feroce autocritica, cali di concentrazione e nervosismo. Cose che sperimentiamo ogni giorno anche senza giocare a tennis.

Il segreto per dominare questa partita interiore contro i propri fantasmi è il lasciarsi andare. Sembrerebbe contraddittorio, ma le migliori performance e il massimo focus si raggiungono in uno “stato di flusso” che consiste nel non pensare a noi ma immergerci totalmente nel momento.

Pensate alla massima performance di un musicista, un ballerino, un atleta: è come “invasato”, in “stato di grazia”, non sta pensando ad ogni singolo gesto che fa, ma gli viene tutto automatico, spontaneo, naturale. Pensiamo a un momento in cui ci siamo sentiti così: magari scrivendo, cucinando (ehm), parlando a qualcuno, che sia un pubblico numeroso o una sola persona, ma col cuore. Non stavamo pensando-ci e controllando-ci, eravamo abbandonati e immersi nell’ispirazione del momento.

E dunque qui sta il bello: per lasciarsi andare bisogna smettere di criticarsi, disimparare gli atteggiamenti mentali autogiudicanti a cui ci siamo abituati sin da piccoli ed impararne di nuovi. Per il semplice motivo che, più concediamo spazio ai pensieri limitanti come “non sono capace di farlo”, “sono un perdente”, più diventeremo quello che pensiamo.

Come si disimpara il pensiero limitante, come ci si rilassa? A ognuno le proprie vie, ma Gallwey parla di un concetto molto interessante: imparare qualcosa consiste nel creare solchi nella nostra mente. Come un disco, un “pattern” (percorso) mentale. Applicazione tennistica: ogni volta che tiro un colpo in un certo modo, aumento le possibilità di ripetere quel gesto allo stesso modo. Quando l’azione si ripete, il solco si accentua leggermente, e così via. Lo stesso vale per le nostre reazioni mentali: l’unico modo per uscire da un solco negativo, è esercitarsi creandone uno nuovo. E’ questo il famoso allenamento mentale di cui tanto avrei avuto bisogno (e questo è quello che fa un coach.) Altrimenti non si spiegano le mie crisi di doppi falli in sequenza, che non dipendevano dalla mia battuta ma dalla mia paura, accompagnata da imprecazioni a me stessa dopo ogni errore, e via così, pronta per farne un altro. I tennisti dicono che la paura ti fa venire “il braccino”, cioè ti contrae, ti rimpicciolisce. La calma invece espande le tue possibilità, e che bello quando finalmente senti che “stai lasciando andare” quel benedetto braccio.

Gli stili di apprendimento sono molto personali: c’è chi preferisce la pratica concreta, chi ripete tutto mentalmente e costruisce modelli teorici, chi procede per prova ed errore, sperimentando continuamente nuovi stili (in genere funzionano bene le combinazioni di diversi metodi, ma ognuno ha uno stile dominante). Qualunque sia il vostro, resta valida la regola della frequenza: maggiore il numero di volte in cui una sequenza comportamentale viene ripetuta, maggiore il rafforzamento dei circuiti neurali coinvolti.

Quindi, al di là dei paroloni…alleniamoci a lasciarci andare e sbagliamo rimanendo in pace con noi stessi.

 

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8 Risposte per “Il gioco interiore del tennis”

  1. cioè un coach ti insegna i fondamentali, direbbe il mio compagno che fa arti marziali da una ventina d’anni.
    cioè ti insegna l’arte di esercitarsi nei prerequisiti, in quell’allenamento quotidiano e noioso, ripetitivo come il solfesggio o il palleggiare infinitamente sotto un canestro finche non sei al primo ingaggio vero, e allora quell’apparente e "inutile" esrcitarsi prende forma in gesti fluidi e chiari … è così?

    monica

  2. Isa scrive:

    Amen! ;-)))

  3. Flavia scrive:

    @Monica: sì, l’allenamento e l’esercizio serviranno nel momento in cui dovremo "agire per ottenere dei risultati" (di qui il termine performance), e più ci siamo esercitati più i gesti giusti ci verranno automatici. al di là dello sport, le stesse cose succedono nella nostra mente, nel lavoro o a casa. il coach più che insegnarti qualcosa ti aiuta a rimuovere i tuoi blocchi, le tue paure, ad uscire da schemi di comportamento e di pensiero ("gesti") non funzionali rispetto a quello che vuoi raggiungere, e ad entrare in altri, nuovi e positivi.

  4. Mamma Cattiva scrive:

    Flavia, mi sorprendi sempre. Questo è probabilmente il post in assoluto che più mi entrato dentro oppure il martello che ha battuto dentro i chiodi già condivisi. So che hai tanti progetti in testa ma la strada del coaching è a mio avviso il tuo orizzonte più innovativo.
    Io non sono una grande sportiva se per esserlo bisogna saper fare e praticare molti "sport" ma lo sono nella misura in cui si intende l’allenamento alla tenacia e alla ripetizione. Da piccola sono stata allontanata dagli sport perché mi si voleva votata per la danza classica. Amavo anche io la danza ma forse sono altri che hanno voluto per me le regole e la fatica di una sorta di accademia militare dove danzavo e mi allenavo ogni giorno, fin da piccolina, seguendo una disciplina durissima e discriminante. Ho ricordato con molta forza quel periodo leggendo questo post e ho capito tante cose di me, nel bene e nel male. Ho ricordato il momento in cui per liberarmi del rigore della danza classica ho iniziato a fare danza contemporanea e al senso di libertà che ho provato in quel diverso flusso di movimenti. Grazie Flavia.

  5. Flavia scrive:

    cara Luisa, mi fa piacere che ti abbia dato qualcosa qui dentro. grazie a te per il commento.
    forse c’entra poco con il post e più con quello che mi racconti/accenni tu, ma in questo momento ho sott’occhio le scene finali di Cold Case, quando qualcuno scrive "CLOSED" sul coperchio di uno scatolone. Mi piace molto quel gesto: caso chiuso, ma nel senso di caso risolto :)

  6. Mamma Cattiva scrive:

    Niet! Se è alla mia scatola che ti riferisci temo che, come un ex-alcolista, io sia cronicamente un cold case. I casi temporaneamente deviati possono farcela con un intervento di coaching mentre quelli più gravi devono lavorare più sodo magari con l’aiuto della psico-analisi, che è roba diversa e spesso interviene per prenderti per i capelli. Non attaccare quindi l’etichetta sul mio caso sempre appassionatamente "OPEN" ;)) non ti libererai di me :)))

  7. Flavia scrive:

    eh eh, io lo spero bene di non essermi liberata di te :) mi riferivo solo al pezzetto della nostra storia "agonistica" (almeno sulla mia, ci ho messo una serena pietra sopra:)

  8. giada scrive:

    ciao flavia.. complimenti per questo post.. ho letto questo libro almeno sette volte perche sono prof di tennis e coach.. lo leggo e lo rileggo perche per quanto possa sembrare un concetto facile, e’ ancor piu facile dimenticarlo ogni volta che ti sembra di averlo afferrato, soprattutto mentre sei su un campo da tennis e che i dubbi cominciano di nuovo a far capolino.. uso questo libro come se fosse la bibbia del tennis perche e’ la base che uso per sviluppare il mio metodo d’insegnamento.. devo dire che leggere i tuoi commenti sulle tue vicissitudini con il tennis quando avevi 20 anni, mi ha fatto ricordare che anch’io a quell’epoca ho avuto gli stessi problemi.. soprattutto perche quando io ho cominciato a pensare al professionalismo non esisteva veramente la psicologia sportiva. grazie per avermi fatto fare questo viaggio nel passato.. spero di trovare il tempo nei prossimi giorni per leggere ancora un po del tuo blog, visto che mi piace moltissimo il modo semplice e diretto con cui condividi i tuoi pensieri.. un abbraccio sincero


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